Qualcosa di nuovo sulla morte

Passata la Madonna dell’Orto e seguiti per pochi passi i portici del centro svoltai poi su per la rampa che conduce all’ospedale e giunsi in breve dove il malato non si attendeva di vedermi: sulla balconata degli incurabili, stesi al sole. Mi scorse subito e non parve sorpreso. Aveva sempre i capelli cortissimi, rasi da poco, il viso più scavato e rosso agli zigomi, gli occhi bellissimi, come prima, ma dissolti in un alone più profondo. Giungevo senza preavviso, e in giorno indebito: neppure la sua Carlina, l’angelo musicante poteva essere là.
Il mare, in basso, era vuoto, e sulla costa apparivano sparse le architetture di marzapane degli arricchiti.
Ultima sosta del viaggio: alcuni dei suoi compagni occasionali (operai, commessi, parrucchieri) ti avevano già preceduto alla chetichella, sparendo dai loro lettucci. T’eri portato alcuni pacchi di libri, li avevi messi al posto del tuo zaino d’un tempo: vecchi libri fuor di moda, a eccezione di un volumetto di poesie che presi e ora resterà con me, come indovinammo tutti e due senza dirlo.
Del colloquio non ricordo più nulla. Certo non aveva bisogno di richiamarsi alle questioni supreme, agli universali, chi era sempre vissuto in modo umano, cioè semplice e silenzioso. Exit Fadin. E ora dire che non ci sei più è dire solo che sei entrato in un ordine diverso, per quanto quello in cui ci muoviamo noi ritardatari, così pazzesco com’è, sembri alla nostra ragione l’unico in cui la divinità può svolgere i propri attributi, riconoscersi e saggiarsi nei limiti di un assunto di cui ignoriamo il significato. (Anch’essa, dunque, avrebbe bisogno di noi? Se è una bestemmia, ahimè, non è neppure la nostra peggiore).
Essere sempre i primi e sapere, ecco ciò che conta, anche se il perché della rappresentazione ci sfugge. Chi ha avuto da te quest’alta lezione di decenza quotidiana (la più difficile della virtù) può attendere senza fretta il libro delle tue reliquie. La tua parola non era forse di quelle che si scrivono.

 

L’ultima visita di Montale a un poeta minore, l’amico Fadin, non la conoscevo. E voi? Mi è stata offerta ieri su un foglio volante, che vi ho trascritto. Parlavo d’amore nel post precedente, e oggi di quest’altro argomento, che strano! E poi d’estate, in pieno luglio, col sole. Lo stesso sole immortale e indifferente, ultima cura caritatevole ai malati di tubercolosi di un tempo. Si può parlare della morte dicendo qualcosa di nuovo, mai detto da nessun altro prima? Montale sembra che ci riesca.
Ma qui protagonista come al solito è la prosa. Resto ammaliato dalla sua scrittura, e poi perché? Mi stupisco che un nobel per la letteratura sappia scrivere con tanta espressività e ironia della morte stessa? Credo forse che gli abbiano dato il nobel solo per Ossi di seppia e al di fuori di quello non poteva essere un prosatore dello stesso livello di Hemingway, di Joyce, di Pirandello?

Quante invenzioni letterarie in questo breve ricordo. Molto più intense che in pagine e pagine di romanzo, anche di nobel affermati.

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3 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

3 risposte a “Qualcosa di nuovo sulla morte

  1. Secondo me, l’argomento della morte può essere trattato con più originalità rispetto all’amore. (Argomento precedente).
    La morte può essere descritta da chi ha avuto un lutto, (il più semplice), chi muore ogni giorno facendosi del male, e in modo bislacco dalla parte del morto. Anche il cinema ha all’attivo figure post-morte.
    La morte è altresì metaforica: c’è quella dei sentimenti, per esempio.
    Per i più bravi lo consiglierei di mettersi nei panni del morto e raccontare una storia da scrivere.

  2. Quando ieri ho letto questo brano sono rimasto colpito da molte figure e parole, scene e osservazioni di Montale. Perché dico che è qualcosa di nuovo? Primo perché scaturisce dalla sua esperienza diretta, e quindi è originale. Inoltre il passo, nella prima parte, è un acquerello, dipinto a pennellate veloci. Prima la salita all’ospedale, semplice e chiara: dove svolta, dove va, la balconata degli incurabili. L’altro personaggio, di cui non conosciamo nulla, che lo scorge, sorpreso del suo arrivo. Già gli incurabili stesi al sole assumono la postura che sarà poi eterna. E come descrive il malato? Con pochi tratti, misurati, mai sdolcinati. Il viso più scavato, noi avremmo eliso l’aggettivo, limitandoci al viso scavato. Invece l’aggiunta dell’avverbio dà il senso del procedere inesorabile della malattia, anche rispetto a una precedente visita implicita, dove il viso era sicuramente meno scavato. Basta l’avverbio per raccontare altre visite precedenti e l’approssimarsi del finale. È un più assoluto, questo. Gli occhi bellissimi: mi ricorda alcune persone che davanti alla morte, in un corpo asciugato, risaltano ancor di più la vivacità degli occhi, che poi sono l’anima del corpo. E già qui mi sento perso rispetto all’abilità di Montale, che giunge senza preavviso e in un giorno indebito, come senza preavviso giunge la morte. In fondo, la sua visita, è la visita della morte stessa.

    E poi il mare vuoto, questo è da poeta. Chi è in grado di immaginare un mare vuoto, anche questo segno di morte. Anche il mare riflette il momento del passaggio che si avvicina. Vuoto. Restano solo sparse architetture di arricchiti, di marzapane, effimere, poco durevoli.

    Ultima sosta del viaggio. La parola morte non ricorre mai nel brano, tutto gira attorno alla morte e lei non appare mai con il termine che l’identifica univocamente e banalmente. Ma la morte è presenza raccontata nell’assenza dei compagni di lettino che sono già svaniti, altra scenografia implicita di visite precedenti. L’attenzione alle professioni, categorie senza senso in questo frangente: operai, commessi, parrucchieri. Quasi comico. E il riferimento ai libri? Qui avremmo, chissà, elencato qualche libro importante, magari di fantasia, non necessariamente presente nella scena reale. Invece i libri sono fuor di moda, troppo vicina è la fine per dare importanza alle risposte che cerchiamo nei libri sulla vita e sul senso. Perciò Montale, molto realisticamente e cinicamente, ma con una punta di ironia, se ne appropria di uno, quello che più gli interessa. Tacitamente concordando con l’amico al lumicino, la sottrazione ormai debita, la razzia delle spoglie, per chi ormai «della roba» non ha più bisogno.
    E siamo solo a metà brano, lascio a voi altre impressioni…

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