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Sfumature di penna

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«La penna dà gioia sia nel prenderla in mano sia nel riporla».

Francesco Petrarca

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Cose d’oggi

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Scrivere è infinitamente più difficile di qualsiasi vivere. È più straziante, agonico, azzardato, ridicolo, canceroso di qualsiasi forma d’esistenza, anche condotta in maniera malandrina. Eppure scrivono tutti: carcerati e presentatori televisivi, attrici ed ex puttane d’alto o basso bordo, criminali in fuga e a piede libero, figli di padri morti ma celebri, politici che raffazzonano diari e quelle che Luigi Einaudi definiva «prediche inutili». Chi non ha scritto minaccia di farlo al più presto. Chi non sa usare penna o macchina, detta, confessa, incide su nastri.

Chi è «nato per lui», cioè per lo Scrivere si brucia i polmoni, digerisce angoscia, si rode il fegato, divora cuore e memoria, si ritiene traditore, ma non parla del suo Scrivere ad anima viva, a interrogazione precisa risponde negando, cerca di seppellirsi tra coltri di silenzio. Ma gli altri, gente e gentucola o gentaccia o «vip» in vena di scritture, gli altri si confidano, spediscono messaggi, annunciano l’imminente memoriale, si prenotano per la storia e per l’apparizione televisiva.
Leggo l’ultima lettera arrivatami da una cittadina toscana che per discrezione non nomino. È di un poeta, autore d’un librettino speditomi mesi fa. È anche «raccomandata». Il signore mi si rivolge con un iniziale «Ill.mo scrittore» e conclude la missiva con un minaccioso «Suo dev.mo». All’interno vi è il burocratico invito a occuparsi di lui pubblicamente, con tanto di segnalazione-recensione-giudizio. Ho sul tavolo e nel cestino della carta straccia (massimo strumento scrittorio almeno per me) mille e altri mille libri diversi – stampati a pagamento, prefati da professori sconosciuti ma anche da critici in vena di mercede – e la pena che ne sale mi dà alla testa.

Se tutti questi ottimi signori prima di scrivere, leggessero romanzi e poesie pubblicati nell’ultimo secolo, la crisi libraria ed editoriale si trasformerebbe d’incanto in un «boom» stupefacente e diritti d’autore equipollenti. Esempio: due anni fa un noto ebdomario mi chiese di scrivere una paginetta sulle fiabe ormai in decadenza. Misi giù un articolo che aveva, come tema e titolo «C’era una volta la fiaba». Ebbene: ricevetti quarantadue lettere di ex insegnanti, maestrine con la penna rossa, zie di provincia, fanciulle smaniose, tutti maniaci del fiabesco che inneggiando – ma proprio in coro – dicevano: lei ha perfettamente ragione, la sua diagnosi è esatta, era ora che qualcuno sfoderasse questa sacrosanta verità, però, come può vedere dall’allegato dattiloscritto mio, la fiaba esiste ancora, è quella che le spedisco con preghiera di trovarmi un editore.

Tortura, vertigine malefica, terrore di non riuscire ad afferrare e restituire al «reale» attraverso trama, personaggi, climi, ecco cosa prova un romanziere (sempreché sia «nato per lui», cioè lo Scrivere). E inoltre: orrore per quanto ha già fatto, senso di inutilità per quel che sta facendo, un moto perpetuo di autocritica che ti sveglia di notte e anche al caffè, incapacità di esprimersi in una casuale cartolina.

«Loro», invece, buttano giù alacremente, felici di accumulare pagine, ignorando che ogni espressione è solo sofferenza e nello stesso un «horror vacui» tanto molesto quanto grottesco. «Loro» non sanno la pena certosina del «levare», anzi rimpinzano, si raccontano, trasformano in esperienza cattedratica le baggianate vissute, gli incidenti ridicoli, i letti frequentati, le conoscenze salottiere.
Io non so odiare, e talvolta la cosa mi secca. Ma in questo caso l’odio e la disperazione sono inevitabili, mi disumanizzano, mi fanno venir voglia di bruciare intere biblioteche, dove la sciocchezza e la vanità umane, rilegate e con sovraccoperta a colori, inflazionano la già stenta e rugosa «civiltà delle lettere». Mi curo e risano leggendo tre righe di Leopardi, un passo desolato di Landolfi, e in questo preciso momento una lettera di Mino Maccari a Italo Cremona (è del ’62) ove invita l’amico a portare un po’ di smog da Torino tra le arie troppo salubri del Cinquale d’allora.

E vorrei ricordare mio padre, vecchio militare. Tutti coloro che scrivono o pretendono scrivere o infliggono al prossimo le loro scritture evocano il padre. È paracarro inevitabile. Ma io lo faccio solo per recuperare un minimo di fiato. Dunque: mio padre, fino alla morte, faceva le tre o le quattro di notte avendo sul tavolo una serie di dizionari: dal Petrocchi al Panzini, dallo Zingarelli al Tommaseo. Controllava ogni parola passando di testo in testo, annotando col lapis lungo i bordi bianchi, con la pazienza e l’accanimento di chi conobbe le guerre di trincea. Questo esercizio, assurdo, ossessivo, mistico, da Bouvard e Pecuchet, è forse l’unica medicina contro lo scrivere banale.

«In finis» non dimentico un episodio che riguarda il mai Nobel classico, ovverosia Jorge Luis Borges. È uno dei rarissimi episodi inediti, dato che Borges cieco vive di interviste e racconta tutto a tutti. Alla buon’ora: fu avvicinato, il grande Borges, qualche tempo fa e, con un’infinità di cautele dovute a un cieco, gli fu chiesto: sarebbe di suo gradimento il dono d’una copia della grande Enciclopedia Garzanti? Borges annuì col suo sorriso dolce e sfatto, rispose: la palpeggerei con infinito godimento. Per chi sa, è una suprema lezione di scrittura. Per chi non sa, valga pure come storiella.

Ai tanti, ai troppi che scrivono, che sono disposti alla rovina pur di pubblicare, nulla si può consigliare. Nessuno gli leverà mai dal cranio la necessità e l’urgenza e il supremo grado storico del loro scritto. Anche questo pezzullo mi procurerà nuove missive che iniziando con un «Ill.mo» sosterranno: lei ha perfettamente ragione, finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità, però, come potrà vedere dall’allegato manoscritto, io sono della sua stessa specie e merito dunque una porzione dell’Olimpo letterario.

Come fargli capire che non c’è Olimpo, ma solo inferni, che lo scrivere non è diritto ma condanna?

Giovanni Arpino

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Billy Budd, Abramo e Isacco

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Chi ha seguito lo scavo, non so se utile o inutile, di tutta la vicenda occorsa in Billy Budd fino a questo punto, sappia che il capitolo 22, quello successivo al processo che sentenzia la condanna a morte per Billy, narra brevemente la comunicazione al condannato da parte del capitano Vere della pena capitale per impiccagione.

Qui i due uomini, giudice e condannato si ritrovano faccia a faccia lontani da occhi indiscreti. Che cosa si saranno detti? Uno scrittore mediocre avrebbe certamente mostrato il dialogo: giustificazioni sociali, giustizia etica, considerazioni psicologiche, dogmi di fede, filosofie morali, tutti spunti ottimi per dividere il mondo in buoni e cattivi. Forse l’avremmo fatto in tanti, di sicuro l’avrei fatto io. Melville invece si ferma sulla soglia, non entra in cabina, non origlia le parole tra i due uomini, né osserva i loro gesti. Si piazza di guardia oltre la porta affinché nessuno possa entrare nel mistero della loro conversazione.

«Oltre alla comunicazione della sentenza, cosa ebbe luogo durante questo colloquio non si seppe mai», dice il romanzo.

Se non si può raccontare la verità esatta restano però le ipotesi. Un padre che parla al figlio – come Abramo a Isacco prima del sacrificio –? Oppure un giudice al condannato? E implora il perdono della vittima per la sentenza ingiusta o spiega i motivi legali della pena indifferibile? Pregano forse assieme un dio che accolga con benevolenza l’anima rea del sangue di Claggart?

Il narratore tace su tutti questi punti. Sappiamo solo che all’apertura della porta oltre la quale eravamo di guardia, appare più sollevato il volto del condannato di quello del suo giudice.

Pensandoci bene dovrebbe essere sempre così, non solo nei romanzi.

 

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Scrittori commerciali e no

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Due sono i tipi di scrittori: quelli commerciali e quelli non commerciali. Quelli commerciali scrivono romanzi richiesti dal mercato e quindi destinati a un preciso target di lettori, che amano trovare nelle pagine che acquistano i personaggi che amano di più, le storie e le trame che amano di più, il genere che amano di più, i temi che gli interessano di più. Quelli non commerciali non hanno una domanda di mercato, non hanno nessun target e scrivono per un lettore imprecisato, che non sai che storie ama, che personaggi predilige, che non segue nessun genere, che non sai a quali temi è interessato. Quelli commerciali gestiscono i propri lettori, dialogano con loro tramite social, conoscono gli umori generali del proprio pubblico, capiscono dalle vendite se il libro attuale è piaciuto di più o di meno di quello precedente, e così hanno elementi concreti per valutare come sarà più o meno accolto quello successivo. Quelli non commerciali sanno che ogni libro è un libro del tutto unico, e non sanno se il lettore che ha letto quello precedente leggerà anche questo che tratta una storia del tutto diversa, figuriamoci quello successivo. Quelli commerciali vendono di più, per questo gli editori vogliono che si continuino a sfornare: serve per sfamare la domanda di libri commerciali. Quelli non commerciali vendono di meno, per questo gli editori non sanno mai come andrà a finire e non esiste nessuna domanda di libri non commerciali. Quelli commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono i libri commerciali, e diventano, sempre a volte, libri non commerciali, classici della letteratura. Quelli non commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono libri non commerciali, e diventano, sempre a volte, classici della letteratura che vendono quanto i libri commerciali.

Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target vuol dire che sei uno scrittore commerciale. Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target e non sei uno scrittore commerciale, non sei altro che uno scrittore commerciale che si dà arie da scrittore non commerciale. Ma se sei uno scrittore commerciale e vendi poco o niente, non sei altro che uno scrittore non commerciale che si dà arie da scrittore commerciale.

Sono due i tipi di aspiranti scrittori: quelli aspiranti commerciali e quelli aspiranti non commerciali. Non è che ora ho voglia di ripetere tutta la storia, basta rileggere aggiungendo qua e là aspirante e togliendo qua e là vendite.

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I matti di fuori

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Mi piace la gente che sceglie con cura le parole da non dire.

Anonimo

Post scriptum: trovato scritto stamattina su un muro esterno della Scuola Santa Rosa da un matto di fuori.

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La metamorfosi

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Destatosi da sogni inquieti, una mattina Gregor Samsa si ritrova trasformato in un immondo insetto, scusa tanto irreale da far sembrare vera quella di Donald Trump alla Casa Bianca. Così conciato, con quelle zampette esili e ingovernabili, l’addome piatto, e nudo come un verme anche se si sta parlando di uno scarafaggio, decide perciò di non presentarsi in ufficio. Il che è un grosso problema perché vive in una famiglia monoreddito – è lui che mantiene i suoi due vecchi e la sorella –. E il primo ministro dichiara alla stampa che la cassa è vuota e chi sta sotto la soglia di povertà sono fatti suoi.

Come scarafaggio però non è niente male: di dimensioni gigantesche, se non si facesse schiacciare dalla solita angoscia del lunedì mattina, se pensasse veramente positivo, se guardasse al bicchiere mezzo pieno, trasformando le difficoltà in opportunità, le sfide in soluzioni, i problemi in risorse; se seguisse i consigli di Montemagno su Youtube, potrebbe tranquillamente presentarsi al Circo Barnum, esibendosi dopo il gemello siamese e prima della donna barbuta. Tra pagina Facebook, Instagram e Twitter, i follower e i soldi arriverebbero a palate.

Invece il suo problema, pare incredibile, è andare in retromarcia sulle zampe. Come se a noi interessassero le manovre in spazi ristretti degli scarafaggi. I suoi genitori e la sorella nel frattempo si sono svegliati, e tra una fetta tostata e l’altra del Mulino Bianco, cominciano a preoccuparsi del fatto che Gregor non va al lavoro. Lo chiamano e lui, sforzandosi di parlare con voce umana, cerca di tranquillizzarli dall’altra parte della porta. Ma non aprite quella porta.

Nel frattempo, visto che un fattorino doveva aspettarlo in stazione e non lo ha visto arrivare, l’azienda ha mandato il procuratore a controllare il suo stato di salute. Gregor cerca di alzarsi dal letto, ma il suo nuovo corpo gli impedisce movimenti repentini e mentre i genitori intrattengono il procuratore che inizia a spazientirsi, Gregor balza giù cadendo pesantemente a terra. Cerca di rassicurare tutti, aggiungendo che presto uscirà dalla stanza, ma la sua voce somiglia più a quella del navigatore satellitare che a quella di un essere umano.

Il procuratore si irrita, ritiene di essere preso in giro e avverte Gregor che se continua su questa strada verrà licenziato, da precario col cavolo che te la prenderai comoda, fannullone del cartellino. Inoltre si lamenta con i genitori del rendimento scarso sul lavoro del loro figlio, affermando che negli ultimi mesi è peggiorato professionalmente, forse c’entra anche wattsapp e certi siti porno navigati in orario di lavoro. A questo punto Gregor, con uno sforzo immenso, riesce ad aprire la porta con ciò che non è più la sua bocca.

Il procuratore sopraffatto dall’orrore scappa dalla casa precipitandosi giù per le scale. La madre, vedendo la trasformazione del figlio, sviene mentre il padre lo ricaccia indietro colpendolo con un giornale, Libero di Feltri, che riporta in prima pagina a titoli cubitali La patata bollente. Gregor si rintana sotto il letto rifiutando il quotidiano, a tutto c’è un limite: troppo volgare quel giornale, sono uno scarafaggio, non mi potete dare in pasto qualsiasi schifezza. Poi Gregor, esausto, si addormenta. Sogna di essere il titolista di Libero. Quando si sveglia, per fortuna è tornato scarafaggio, prova un’immensa felicità e trova anche del latte vicino al letto ma non riesce a berlo, i suoi gusti alimentari sono ora di tutt’altra specie. Altrimenti questa storia non si chiamerebbe La metamorfosi.

Nei giorni seguenti Gregor gestisce meglio le sue zampette e decide di nascondersi sotto un divano, così da permettere alla sorella di portargli del cibo più appropriato al suo nuovo stato e di pulire la stanza. Gregor passa le sue giornate ascoltando i discorsi dei familiari che sono sempre più cupi, ma non a causa dei problemi economici che il perdurare dello stato di Gregor hanno aggravato come lui suppone. In realtà discutono animatamente, con trasporto, di Occidentali’s Karma. Possiamo dire, con sollievo, che i guai della vita, a guardarli bene sono transitori, tutto passa, panta rei.

Le giornate di Gregor, monotone, lo vedono confinato tra le quattro pareti, sembra di stare al Grande fratello ma senza la tettona che ti la sventola la patata, sempre lei, davanti alle antenne. Però c’è un aspetto positivo: Gregor ora scorrazza per la stanza, arrampicandosi anche sui muri per provare le sue nuove abilità. Per qualche ora si trasforma nell’Uomo ragno.

Grete, la sorella, pensa allora che sia la volta buona per togliere alcuni mobili dalla stanza e con la scusa di lasciargli più spazio li vende all’incanto. Un giorno, però, Gregor vede la madre prendere un quadro a cui è molto affezionato, L’urlo di Munch, esce da sotto il divano e quando la madre lo vede grida terrorizzata e fugge dalla stanza. Il fatto era che il quadro era sempre stato appeso a rovescio, e ora si è resa finalmente conto del pessimo gusto di Gregor, che la insegue e il padre vedendo il figlio-insetto scorrazzare per la casa, gli tira una mela che va a conficcarsi nella sua corazza. Un’allegoria di Guglielmo Tell a rovescio.

Gregor ferito torna nella sua stanza e rimane bloccato per diverse settimane, mentre la mela marcisce nella sua schiena. I giorni passano, le mamme invecchiano, e la situazione per Gregor si fa insostenibile. Decide di diventare scrittore, aspirante self-publisher, titolo del libro: L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo. Una biografia-romanzo. I genitori nel frattempo hanno subaffittato l’appartamento: una sera Grete decide di suonare il violino per i nuovi inquilini. Gregor abbandona per un attimo la scrittura ed esce dalla stanza, perché la porta è rimasta aperta, e appena viene visto il padre lo ricaccia in camera, ma i nuovi inquilini, terrorizzati e disgustati dalla visione dell’insetto, decidono di andarsene senza pagare l’affitto.

A questo punto Grete è costretta a trovarsi un nuovo impiego, zona Olgettina, e Gregor è solo, abbandonato. Il padre, che lo odia peggio che un laziale Totti, e la madre che lo teme come Equitalia, decidono che è necessario sbarazzarsi del figlio-scarafaggio, perché sarà sempre più un ostacolo alla loro vita e gli impedirà di rialzarsi dal collasso economico in cui sono precipitati.

Gregor dopo aver sentito la discussione della sua famiglia sul suo futuro, capisce di essere un peso morto per i suoi e per la società, di non avere più alcuna speranza di essere protetto e aiutato. Si lascia quindi andare verso un declino inesorabile: non mangia e smette di scrivere fino a perdere le forze e morire. La sua famiglia, dopo averne scoperto la carcassa, si sbarazza del suo esoscheletro e comincia una nuova vita. Si trasferiscono, quindi, in un appartamento più piccolo e iniziano a sperare di poter sposare la figlia, forse con un ricco industriale. Ma non ce n’è affatto bisogno. Mondadori pubblica il suo inedito inconcluso, trovato per caso tra i rifiuti. L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo scala le classifiche sbalzando Il codice Montemagno. Dove sarebbe mai potuto giungere Samsa se avesse completato l’opera, questo il rammarico nel mondo delle lettere.

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Onda lunga

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«Il problema dei titoli in perdita è un problema di tempo. Un editore non fa mai, mai, un libro pensando che ci perderà. Fa un libro pensando che magari ci perderà nel breve-medio periodo, ma ci guadagnerà nel lungo periodo».

Gian Arturo Ferrari

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Billy Budd, il processo

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Tralasciando il brevissimo capitolo 20 di Billy Budd, dove il chirurgo di bordo sospetta la pazzia del capitano Vere, sconvolto dalla morte di Claggart per mano di Billy Budd, delitto avvenuto sotto i suoi occhi qualche minuto fa, nel capitolo successivo – tra i più lunghi del libro – va in scena il processo, e l’atto finale del romanzo.

Da una parte l’imputato, prostrato nell’animo per quanto è avvenuto, dall’altra tre ufficiali che fanno da giudici, nel mezzo lo stesso Vere, unico testimone dell’accaduto. C’è in gioco la vita di un uomo, ma soprattutto la legge marziale, e il pericolo che una sentenza di clemenza o che rimandi ad altri tribunali di terra la decisione in merito all’innocenza o alla colpevolezza di Billy Budd, non è percorribile. Tutto sembra già scritto come in un libro. E questo da lettore non lo accetto, anche se è giuridicamente logico accettarlo.

Il narratore lo dice subito, senza veli: «Nell’imbroglio di circostanze che precedettero e tennero dietro l’evento a bordo della Bellipotent, e alla luce di quel codice marziale col quale andava formalmente giudicato, innocenza e colpevolezza personificate da Claggart e da Budd in effetti si scambiavano il posto. Da un punto di vista legale, la vittima evidente della tragedia era colui che aveva cercato di rendere vittima un uomo irreprensibile; e l’atto inconfutabile di quest’ultimo, considerato sotto il profilo navale, costituiva il più nefando dei crimini militari».

Se così è, e così è, non c’è storia: Billy Budd viene condannato all’impiccagione, punto. Due considerazioni. La prima, finora tutto era sfumato in questo romanzo: azioni, personalità, passato e presente, storia e cronaca, bene e male. Ora, dopo il colpo mortale inferto di Billy su Claggart, tutto è lineare, procede verso un unico finale già scritto da sempre. Per questo dico che, come ripete nella frase sopra lo stesso Melville, i due personaggi si trasformano in due tipi, personificazioni del Bene e del Male. Nulla più.

Secondo, mi viene in mente un fatto di cronaca di qualche giorno fa, che scuote le coscienze di tutti e mi fa recuperare il senso di questo classico, che è un classico appunto perché continua a parlarci del presente: penso all’uccisione di un giovane da parte di un marito fuori di sé per la perdita della moglie a seguito di un incidente d’auto causato proprio da quel giovane. Anche qui, come nella finzione, chi è il colpevole e l’assassino? Dove sta bene e male? Abbiamo due colpevoli e vittime contemporaneamente?
Non si tratta dello stesso caso, ovvio: la vita non segue una trama già scritta, si muove a caso, percorrendo soluzioni irrazionali e insondabili. Ecco, questo processo mi fa venire in mente quello che altri hanno detto e scritto e inneggiato sui social riguardo a questo delitto.

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Il mestiere per scrivere

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Tutta questa attenzione al mestiere di scrivere e poi scoprire che alla fine quello che conta è il mestiere per scrivere.

Eh sì, per scrivere professionalmente serve un mestiere alle spalle e di fianco. E pure davanti, guardando al futuro. Magazziniere, bancario, ortolano o baby sitter, l’unico modo per mantenere in vita la propria scrittura, che quando va bene dà soddisfazioni morali o sociali ma non certo economiche, richiede che si vada a lavorare, per contribuire un po’ a quel prodotto interno lordo che entra nelle statistiche dell’Istat.

Acqua calda come scoperta, naturalmente. Proprio ieri il Corriere ha dedicato una pagina intera al mestiere dello scrittore, inteso come quel lavoro in grado di pagare l’affitto. Se Kafka, impiegato assicurativo; Bukowski, postino; Joyce, insegnante sono il prototipo della banalità della vita riscattata dall’arte, Jack London, pugile e cacciatore di foche; Melville, marinaio; Twain, minatore e cercatore d’oro, sembrano già personaggi dei loro stessi romanzi. Ma tutti, proprio tutti con un solido e per nulla romantico lavoro alle spalle che gli ha sempre permesso di scrivere con serenità se non psicologica, almeno economica.

Come Svevo, io sto con loro. Nel senso della coscienza, che mi dice in maniera poco inconscia a differenza di Zeno, che le sigarette si fumano solo se c’è un lavoro che permette di pagarsele. Lascia perdere, mi dice la coscienza di Helgaldo: limitati a leggere nelle ore che non produci la tua quotidiana quota di ricchezza. Tutto il resto è letteratura, cioè parole al vento anche se scritte da te, soprattutto se scritte da te.

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Tante domande, infinite risposte

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Ricevo e volentieri pubblico:

Volevo farti delle domande inerenti alla diversità tra scrivere un racconto e un romanzo. Tu cosa ne pensi? Dove ritieni siano le difficoltà in questo modo di scrivere? Partendo dal presupposto che il racconto non ha un mercato a sé se non in antologie, oppure in casi particolari, perché pensi che un autore debba perseguire tale scrittura? E infine: vista la brevità, perché si pensa sia facile scrivere un racconto? Solo perché non è lungo come un romanzo?  Solo per quello?

 

Tante domande e, presumo, infinite risposte. Mi viene da dire che bisognerebbe dimenticarsi le logiche di mercato e scrivere perché si ha voglia di trasferire sulla pagina l’idea che si ha in testa. Se l’idea è forte, molto ben definita e particolarmente originale, troverà più fortuna in un racconto. Al contrario, idee deboli, quindi più convenzionali potranno aver maggior possibilità di sviluppo in un romanzo, dove si potranno sviluppare in tante varianti che si mischiano con altre considerazioni. La brevità implica minor sforzo, dà subito la sensazione di giungere a un risultato verificabile dopo pochi giorni, un romanzo può avere invece gestazioni lunghe, che durano anche anni. Questo non implica affatto che sia semplice sviluppare un racconto rispetto a un romanzo. Uno scrittore, se bravo, scriverà bene gli uni e gli altri. Se è poco abile questo apparirà già evidente dopo qualche pagina: si può  annoiare anche scrivendo poche righe, purtroppo.

Sottopongo però la domanda alla rete. Altri ne hanno sicuramente parlato nei loro blog, magari ti possono dare dritte più approfondite. Oltre ai commenti diretti qui sotto potete aggiungere anche link ai vostri post attinenti all’argomento. Grazie.

 

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