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Dove si parla della lingua italiana parlata e scritta, e dei dubbi grammaticali e linguistici che ci assillano

Spiegazione in nero

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Ieri ho chiesto per email un parere di Donata, complice un dialogo letterario controverso rispetto alle concordanze grammaticali, chiedendo anche a voi tramite il blog come vi sareste comportati in questo frangente. Oggi mi è giunta la risposta privata di Donata che vi giro per conoscenza. Per chi si fosse perso il post di ieri, di seguito il brano oltre alla risposta che mi è stata data.

“Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
“Che vuoi dire?”
“Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
“Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
“Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
“Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
“È un’ammissione, la tua?”
“Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”

 

Qualcuno (è proprio il caso di dirlo) obietta che si doveva scrivere “qualcuna” anziché “qualcuno”, perché è riferito all’amante. Allo stesso modo, riferendosi alla moglie, “accontentata”. Nel primo caso la frase mi pare corretta. (E hai ragione, ma solo perché ancora non si sa, almeno in teoria, se chi ha scritto il biglietto è un uomo o una donna) Nel secondo preferisco “accontentato” – io lo scriverei così – anche se non correggerei chi lo scrivesse al femminile. (Invece in questo caso è corretto il femminile perché ti ho accontentato equivale a ho accontentato te e questo te è indubitabilmente una donna. Ma il dubbio viene proprio per questo: perché la regola è sul filo del rasoio, infatti dice che se l’oggetto del verbo è espresso prima il participio verbale concorda con questo, se è espresso dopo invece resta al maschile, genere non marcato. Infatti sopra ho scritto ho accontentato te e questo va bene anche se te è femmina, perché viene dopo; se invece veniva prima, e prima poteva venire solo nella forma ti, in quanto riferito a femmina questo ti impone la concordanza al participio. Sono le regole complicate che fanno venire i dubbi. Sul perché poi ti sia venuto questa volta e non prima, non mi posso pronunciare. Sarà psicologia, sarà che in certi momenti siamo più pignoli)

Ormai sei diventata il Salomone (la Salamona, secondo la logica grammaticale di qualcuno, [no per favore, non dire queste sciocchezze, chi vuole il femminile per le donne, tipo ministra o sindaca, lo vuole per ottime ragioni grammaticali; invece tu mi puoi dire che sono il Salomone e io ti posso dire che sei la Sibilla, ma questa è tutt’ altra cosa] niente a che vedere con il salame) delle dispute sulla lingua.

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Grammatica, tremenda grammatica

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Cara Donata, ti sottopongo un piccolo dubbio grammaticale che ha coinvolto tre blogger, uno di questi ero io, su delle concordanze all’interno di un dialogo tra due personaggi. Oltre alla soluzione che mi potrai dare, sarebbe interessante anche capire perché vengono improvvisamente questo genere di dubbi, perché mi pare che non se ne abbiano fino a un certo giorno, e poi di colpo nasce il dubbio.

Comunque questo è il contesto in cui è nata la discussione grammaticale:

“Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
“Che vuoi dire?”
“Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
“Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
“Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
“Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
“È un’ammissione, la tua?”
“Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”

 

Qualcuno (è proprio il caso di dirlo) obietta che si doveva scrivere «qualcuna» anziché «qualcuno», perché è riferito all’amante. Allo stesso modo, riferendosi alla moglie, «accontentata». Nel primo caso la frase mi pare corretta. Nel secondo preferisco «accontentato» – io lo scriverei così – anche se non correggerei chi lo scrivesse al femminile.

Ormai sei diventata il Salomone (la Salamona, secondo la logica grammaticale di qualcuno, niente a che vedere con il salame) delle dispute sulla lingua.

Ciao

Helgaldo

 

Post scriptum: domani la risposta di Donata. Oggi provate voi a togliermi il dubbio, poiché mi sembra che frasi simili possano apparire in ogni pagina di un romanzo, e allora meglio sapere prima come comportarsi anziché pubblicare concordanze imprecise.

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Marketing al contrario

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Ricevo da Donata e volentieri pubblico.

Il piccolo libro di grammatica che ho avuto l’onore di preparare su richiesta dell’Accademia della Crusca, per l’iniziativa in accordo con Repubblica, esce oggi per l’appunto insieme a questo quotidiano. Se sei curioso compralo, costa € 5,90, ma attenzione è comunque una grammatica, anche se un po’ diversa dalle solite, quindi non è certo un libro divertente. Te lo segnalo con la coscienza tranquilla perché non ho compenso in percentuale, quindi non guadagno un centesimo in più se lo comprano in tanti.

Donata

 

Post scriptum di Helgaldo: pochi, maledetti e subito sono i proventi editoriali odierni. Il diritto d’autore invece fa parte ormai della leggenda che si tramanda di autore in autore. Con la coscienza tranquilla estendo perciò volentieri la segnalazione di Donata a tutti quelli che amano la grammatica, o che vogliono provare ad amarla (appartengo sicuramente a questo gruppo), anche se a detta dell’autrice non è un libro divertente (marketing al contrario, questo).

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Il Tullio De Mauro di Donata

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Io con De Mauro ho avuto il privilegio di lavorare, e non due giorni. Però prima di parlare di questa esperienza devo parlare, anch’io come tutti, di un suo libro. Mi sono laureata a 23 anni in Lettere Moderne, con tesi in Storia della lingua italiana; era una materia della quale mi ero innamorata quasi per caso. Poco dopo esce un libro il cui titolo mi incuriosisce: Storia linguistica dell’Italia Unita. Avevo studiato, naturalmente, la Storia della lingua italiana di Bruno Migliorini, l’unica che esistesse a quel tempo. Ma questa, già dal titolo, mi pareva una cosa diversa. E la era: non la storia di una lingua, ma la storia di un paese attraverso la sua lingua. Un libro che mi ha cambiato la testa, un libro che per fare la storia linguistica studiava, prima di tutto, l’analfabetismo e il lento e difficile procedere dell’alfabetizzazione in Italia; un libro che considerava fondamentali gli aspetti quantitativi della lingua, dei quali fino ad allora non era fregato niente a nessuno. Intanto, proprio a causa della mia laurea, mi era stato offerto un lavoro dalla casa editrice Garzanti, che stava allora cominciando a produrre un vocabolario della lingua italiana; un lavoro che ha fatto di me una lessicografa. Questo termine a dir la verità l’ho sempre usato, quando mi chiedevano “che lavoro fai?”, solo per divertirmi a vedere le facce stupite degli astanti; altrimenti dicevo “lavoro in casa editrice e mi occupo di vocabolari”.

Poi un giorno, non so come, vengo a sapere che l’autore della Storia linguistica dell’Italia Unita è un certo Tullio De Mauro e ha solo 7 anni più di me: quando il libro è uscito io ne avevo 23, lui 30. Faccio fatica a crederlo, non solo per la profondità del ragionamento, che uno molto più bravo di me può anche avere a 30 anni, ma per la quantità della documentazione sulla quale si basa quella storia, che non capisco come uno abbia potuto leggere, studiare, analizzare in così pochi anni. Allora me lo figuro come un topo di biblioteca, uno sgobbone, certo geniale, ma inevitabilmente noioso. Leggo qualche altro suo libro, e in verità noiosi non sono; ma finisce lì.

Passano molti anni, io sono sempre alla Garzanti e “il dottor Livio”, l’editore, affida a De Mauro l’incarico di impostare e produrre un grande vocabolario di concezione del tutto nuova. La redazione è a Roma, De Mauro è autorizzato a formarla con persone di sua fiducia, suoi ex allievi, in pratica; e la dirige. Passa quasi un anno, poi un giorno l’editore mi chiama e mi dice che mi vuole affidare il compito di seguire quella redazione. Salto di gioia, anche se il momento della mia vita è difficile, ho in famiglia un malato grave che può fare a meno di me, ma non a lungo. Comincio i viaggi a Roma, 3-4 giorni ogni due settimane, sempre tornando di corsa e con il cuore in gola. L’editore vuole che io gli dica come viene l’opera, ma anche che io faccia una previsione di tempi e di soldi. Gli dico che l’opera viene del tutto nuova, e bellissima; per la previsione ci metto un po’ più di tempo ma la faccio, fa parte del mio lavoro; e lui comincia a dire che è troppo. Livio Garzanti era uno che si innamorava di autori, di collaboratori, poi gli passava e cominciava a detestarli. Con De Mauro stava andando così, e la mia previsione era poco più di una scusa per levargli l’incarico. Io ho fatto di tutto per evitarlo, ma era impossibile. De Mauro aveva chiesto più di una volta a Garzanti di fare dei conti di tempo e di denaro, perché questo era compito della casa editrice, dell’industria che gli aveva commissionato il lavoro approvando i criteri con cui lui intendeva farlo. Ma Garzanti solo allora si era deciso a farli fare, quei conti. E proprio a me.

Però un po’ di tempo era passato durante il quale io avevo lavorato con la redazione e con Tullio: si discuteva di come fare alcune cose, di come scrivere, di quanto tempo ci volesse per ogni operazione fatta bene. E lì io scoprivo man mano un uomo speciale, piccolino e con le orecchie a sventola, grande conoscitore delle cose di cui parlava, affascinante quando le diceva, ma anche spiritoso, uno a cui la battuta veniva fuori da sola, divertentissima ed elegante. A casa, quando partivo per Roma, dicevo che andavo “dal mio topino” e ho ancora un topino di lego, rosso con grandi orecchie gialle, che mio figlio mi aveva regalato in suo onore.

Erano i primissimi tempi dell’informatica e con me venivano spesso a Roma dei programmatori e anche il direttore del centro elettronico della casa editrice, il mio amico Annino Stoppa. Allora ctrl era una parola magica, rappresentava gli automatismi che facilitavano il lavoro dei redattori e loro ne chiedevano continuamente di nuovi, finché un giorno De Mauro se ne viene fuori con “Così anche noi potremo dire: ho fatto il vocabolario con Control”. In quei giorni Roma era tappezzata di manifesti che dicevano “Ho fatto l’amore con Control”, che era una marca di preservativi.

Quanto io abbia imparato da lui non riesco a raccontarlo. E non solo sul piano linguistico e culturale, anche per la dignità e la correttezza. Quando Garzanti gli disse, con tono di rimprovero, che la sua opera avrebbe richiesto troppo tempo e troppo denaro, lui rispose, serafico e ironico, di essere soltanto “un intellettuale della Magna Grecia” a cui toccava stabilire i criteri e i requisiti scientifici dell’opera, mentre fare i conti economici toccava all’imprenditore del Nord. Se ne andò senza sbattere la porta e senza portar via nemmeno un campione del lavoro che era stato fatto, senza copiare su un dischetto né una voce scritta, né il fascicolo delle regole redazionali. Né mai pensò di farmi una colpa per aver fatto quei conti, sapeva che erano parte del mio lavoro.

La fine di quella collaborazione è stata la causa non ultima della mia decisione di lasciare la casa editrice nella quale avevo lavorato 27 anni; cosa che ho fatto poco dopo. De Mauro non me l’aveva chiesto, ma senza che lui lo sapesse ho cercato un altro editore che volesse riprendere il suo progetto; ho provato con Rizzoli, con cui avevo buoni contatti, ma non andò bene; indirettamente feci sapere la cosa a Utet, e lì il lavoro ripartì, ma senza di me, che lavoravo altrove. Il Grande Dizionario Italiano dell’Uso (in gergo lo chiamiamo Gradit) è uscito in 6 volumi per Utet nel 1999, una decina d’anni dopo la disavventura garzantiana. Nel frattempo la Utet, per anticipare il rientro economico, aveva ottenuto da De Mauro di far uscire per Paravia una versione monovolume che poteva andar bene per le scuole, ma i nostri insegnanti, mi duole dirlo, si spaventarono della novità e continuarono a consigliare quei dizionari che un po’ si assomigliano tutti, dallo Zingarelli al Devoto-Oli, compreso il mio caro Garzanti. Uscirono tra il 1996 e ’97, sempre per Paravia, anche il Dib (Dizionario italiano di base) e il Daic (Dizionario avanzato dell’italiano contemporaneo), opere importantissime ma anch’esse meno fortunate di quanto meritassero; almeno però, a differenza del monovolume Paravia, ancora oggi in commercio. Un’altra rivincita del mio caro topino è che ormai anche i dizionari scolastici, praticamente tutti, segnalano in qualche modo le parole che ritengono far parte del “dizionario di base”, quello che, come proprio lui aveva dimostrato, coprono intorno al 98% di qualsiasi testo o discorso italiano possiamo incontrare nella nostra vita. Un fatto, questo, che ancora, quando lo racconto agli allievi del master in editoria nel quale insegno, li stupisce, perché in tanti anni di studi più o meno umanistici nessuno glielo ha mai raccontato. E io allora gli consiglio La fabbrica delle parole, un libro uscito per Utet nel 2005 che altro non è se non l’introduzione al Gradit: l’unica introduzione a un vocabolario che abbia meritato di diventare un libro a sé, e che libro!

A parte i libri, però, io De Mauro non l’ho mai mollato. Ogni volta che ho potuto ho partecipato, nel pubblico, a conferenze, convegni, riunioni dove lui fosse relatore: oltre alle sue relazioni mi piacevano da matti le domande che faceva agli altri, sempre profonde, spesso sornione. L’ultima occasione che ricordo era qui a Milano, all’Università Bicocca, e lui discuteva con neurologi, studiosi di preistoria, biologi, oltre che linguisti, su un tema da niente come l’origine del linguaggio umano. In tutti questi casi c’era tra noi due una piccola cerimonia: alla fine, o a un certo punto se la cosa era lunga, lui si allontanava e infilava una qualche porticina che portava all’esterno; io lo seguivo e quasi insieme ci accendevamo la sigaretta. Sì, perché lui era tossico, come me. Lì ci salutavamo, spesso con un abbraccio: io gli ho detto fin dalla prima volta che quel tipo di spazio lo chiamavo “l’angolo del tossico” e lui aveva accettato quel nome con uno dei suoi sorrisi ironici.

Ironico, spiritoso, ma nella sua vita c’era un grande peso, del quale però non parlava mai: il rapimento da parte della mafia di suo fratello Mauro, giornalista de “L’ora” di Palermo, mai più ritrovato vivo e neppure morto. Non ne parlava perché lo riteneva un fatto privato, non in quanto omicidio di mafia, certo, che in quanto tale ben sapeva essere un fatto politico e pubblico, ma in quanto l’ucciso fosse suo fratello. E per questo, del poco che ne so non parlerò neanch’io.

 

Donata Schiannini

 

 

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Penne patentate principianti

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Ieri sera a Zelig uno dei comici storici della trasmissione, Maurizio Lastrico, ha eseguito uno sketch avente per protagonista il «patentato principiante», quell’automobilista fresco di scuola guida o di patente, che espone sul retro dell’auto la famosa «P» a caratteri cubitali per indicare agli altri motorizzati di girare al largo.

Lastrico, che fa del lavoro linguistico la cifra dei suoi pezzi, ha raccontato le vicende di questo tipo di automobilista incerto nella guida usando solo parole che iniziano con questa lettera, la stessa della scritta esposta sull’auto. Il riferimento linguistico agli esercizi di stile di Povero Pinocchio di Umberto Eco è evidente. Ecco un caso «alto» di comicità, che dovrebbe farci piacere come scrittori.

Abbiamo già affrontato in passato nel blog questa stessa sfida, e oggi potremmo idealmente stringere la mano al comico di Zelig. In fondo non fa nulla di più che crearsi un vincolo potente per indirizzare al meglio la sua creatività.

Questo è uno dei motivi per cui sono favorevole ai filtri, vincoli di qualsiasi tipo pur di ottenere creatività e qualità. Non basta un buon vitigno per produrre un vino di qualità, servono necessariamente filtri produttivi, di trasformazione e di distribuzione. Anche perché il mercato li richiede tassativamente.

Il thriller paratattico del Taccuino dello scrittore, per esempio, o gli esercizi di scrittura creativa del blog Scrivere per caso, con le loro regole ferree da soddisfare di volta in volta, sono un banco di prova della nostra creatività e qualità linguistica e letteraria, che alla lunga daranno frutti al momento non percepibili. Senza qualità e filtri non potremo mai sperare di avere un giardino rigoglioso, grazie a una serie di fortunate combinazione degli eventi, ma solo erbacce e rovi.

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«Gli» o «le»? Com’è andata a finire

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Nel post di ieri abbiamo discusso un mio dubbio grammaticale: se fosse corretto usare gli al posto di le in una frase del mio post dell’altro ieri. Chi si fosse perso le puntate precedenti può quindi retrocedere di un post, eventualmente due, e tornare poi in questa pagina per scoprire com’è andata a finire.

Non è bastato chiedere in giro ad altri blogger. La divergenza di opinioni che si è generata mi ha convinto a spedire il mio dubbio via mail a due lessicografe che ho la fortuna di conoscere. Fortuna tutta mia, sciagura tutta loro, perché ogni volta che mi sorge un dubbio di grammatica – e accade spesso – le poverine vengono inondate di questioni linguistiche da terza elementare.

La mail che ho inviato separatamente a entrambe portava un titolo emblematico: Dubbio grammaticale atroce, il che la dice lunga sul mio stato psicofisico generato dai pronomi personali.

Questa la domanda per entrambe:

 

Cara Donata/Elisa (si chiamano così le lessicografe, ndr),
sono ignorante. Specie in grammatica. Perciò vado a orecchio sperando che dio me la mandi buona. Oggi ho scritto questo:

«Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, La principessa in fondo al mare».

Che gli venga o che le venga? L’ho cambiato quattro volte, ora non ci capisco più niente. Devo concordarlo con «persona», quindi al femminile o con colui che chiama tutte le sante notti, che essendo un uomo abbisogna del «gli»?

Aiuto, prego…

 

Passa qualche ora e mi arrivano le risposte.

 

Caro Helgaldo (non mi chiamano così, ma ci siamo capiti, ndr),
io come sai sono quella del «va sempre bene tutto».
In questo caso vanno bene entrambe le soluzioni: le concorda sintatticamente, gli concorda a senso. Per me meglio gli, perché la persona che parla sa bene che la persona è un uomo, e quindi è molto più naturale concordare al maschile. Ti convinco?
Ciao,
Elisa

 

Sì, mi convinci. Leggiamo ora quella di Donata.

 

Allora, la concordanza grammaticale vuole le, femminile, a causa di persona. La grammatica italiana ammette in certi casi anche la concordanza «a senso», quindi andrebbe bene gli perché è un uomo, il problema però è che questo lo sai solo tu, chi legge ancora non lo sa; e finché non glielo fai sapere si aspetta la concordanza grammaticale e ha ragione di aspettarsela. Non è poi così difficile, vedi. Ma tranquillo, sono dubbi che vengono a tutti. A proposito, stanno uscendo ogni venerdì con Repubblica i piccoli libri di italiano dell’Accademia della Crusca, uno dei quali l’ho scritto io, ma uscirà solo in gennaio. Io li compro tutti, per € 5,90 cad, e dei tre finora usciti uno non mi è piaciuto, uno mi è piaciuto molto e il terzo, che è in edicola questa settimana, mi piace molto per l’argomento ma ancora non l’ho potuto leggere per capire se mi piace come è fatto. Io però se fossi in te lo comprerei, perché il tema è interessante e potrebbe servirti. Se lo compri e lo leggi, mi dici che effetto ti fa (l’autore è l’attuale presidente della Crusca). Coraggio, ciao.
Donata

 

Per fugare ogni ombra di dubbio dalla risposta di Donata, invio allora ad entrambe tutto il brano, per essere sicuro di dar loro tutte le coordinate giuste per rispondere. Da come parla Donata, infatti, mi pare non abbia compreso che la persona di cui si parla è già nota. Ed ecco le rispettive repliche.

 

Sì, lo confermo. Si tratta di un uomo (e lo sa non solo il narratore, ma anche il lettore) e quindi la concordanza a senso secondo me è più naturale. (L’altra non è comunque sbagliata).
Ciao,
Elisa

 

Sì certo, così le cose cambiano: che è un uomo lo sa il lettore, e anche l’operatrice telefonica. Allora la concordanza a senso, al maschile, è legittima; ma naturalmente resta legittima anche quella grammaticale, al femminile. Io sono sempre molto contenta quando riesco a spiegare a qualcuno che se esistono due diverse espressioni non è detto che una delle due debba essere sbagliata, ma abbiamo libertà di scelta. La lingua, anzi tutte le lingue, lasciano spesso spazi di libertà, ed è anche per questo che le amiamo. No, questo non è vero, purtroppo molti le amano perché sono convinti che abbiano leggi ferree, naturalmente quelle che piacciono a loro.
Nel frattempo ho finito di leggere il terzo libro di Repubblica/Crusca. Parla poco di lingua italiana e molto di internet… Il prossimo, in edicola da venerdì prossimo, parlerà di «sindaca» e affini; lo aspetto con ansia.
Ciao
Donata

 

Riassumendo, quindi, abbiamo ragione tutti. Perciò il mio onore di blogger è salvo, e pure il vostro di scrittori. Non è bellissimo?

Diffidate invece di quelli che in grammatica sono per le leggi ferree.

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«Gli» o «le»?

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Probabilmente non ve ne sarete accorti, ma il post di ieri – la storia d’amore tra il poligrafico e l’operatrice telefonica – ha subito numerosi «ripensamenti».

Tutto è nato dopo la pubblicazione. Rileggendo il post, dopo averlo pubblicato, mi sono accorto di una parola da penna blu (o rossa?). Nulla a che vedere con il famoso blogger dall’omonimo nome che sicuramente tutti conoscete. Il fatto è che non ero sicuro della correttezza grammaticale di una frase che avevo scritto, questa:

«Ma all’una di notte precisa, tutte le sante notti, chiama sempre la stessa persona. E vuole che gli venga raccontata sempre la stessa favola, La principessa in fondo al mare».

Ora, da tutto quello che la precede è chiaro anche per il lettore che «la persona» di cui si sta parlando è il poligrafico, cioè un uomo. Però mi nasce un dubbio, perché «persona» è femminile. E quindi quel «gli venga raccontata» è sbagliato. E quindi lo correggo in «le venga raccontata». Ma dopo due minuti, mi nasce un nuovo dubbio. Ma no, mi dico, lo so per certo che quella persona è un uomo, e allora ripristino il pronome «gli». Insomma, non so come cavarmela e lungo la giornata sostituisco più volte il «gli» al «le», e il «le» al «gli», finché alla fine non so più chi sono.

Non mi resta allora che tagliare la testa al toro e coinvolgere nel dubbio due blogger simultaneamente, sperando in una soluzione certa. Macché, peggio che andar di notte. Uno preferisce il maschile, ma andrebbe bene anche il femminile; l’altro all’opposto mi dice che sicuramente «persona», essendo femminile, non può che dare spazio al «le». E mi ritrovo, come in un referendum che spacca il Paese in due, con il cinquanta per cento delle possibilità di fare giusto e con l’altro cinquanta di passare per un asino.

A questo punto il problema si fa serio. Se in due scelgono l’opposto su una questione grammaticale da terza elementare, mi chiedo come si possa scrivere un romanzo valido, o valutare con cognizione il romanzo altrui. La domanda è: sappiamo scrivere correttamente o quantomeno leggere con discernimento?

Decido quindi di allargare il campione, e coinvolgo altri tre blogger, che aggiunti al sottoscritto (che alla fine ha votato definitivamente per il «gli», come potete vedere con i vostri occhi riguardando il post di ieri) fanno sei. Spero che questo ponga fine al dubbio atroce.

Invece con mia grande sorpresa mettono tutti le mani avanti, o il carro davanti ai buoi (manca solo «non dire gatto se non ce l’hai nel sacco»), e affermano di non andare troppo d’accordo con la grammatica. Comunque il giudizio nel caso in questione è perentorio, si fa per dire: uno è per il «le», l’altro è per il «gli» ma non sa spiegare il perché, e il terzo è per tutte e due anche se preferisce il «gli» perché è un marcatore neutro, mentre «le» dà un’indicazione precisa sul genere del soggetto. Mah…

La querelle è aperta, e quando penso che siamo tutta gente che mastica con competenza di terza persona immersa e narratori onniscienti, e poi tra un «gli» e un «le» dichiara che insomma, la grammatica non è il mio forte, mi viene un po’ da ridere, mi viene anche un po’ da pensare che forse non siamo ancora maturi per la pubblicazione, e mi viene infine anche un po’ da piangere.

Per togliermi ogni dubbio decido allora di scrivere a chi davvero sa, gente da Crusca e da Treccani, e porre umilmente a loro la questione. E per essere sicuro chiedo non a uno, ma a due. La risposta però non è mi ancora giunta, arriverà domani. E nel frattempo?

Nel frattempo chiedo a voi. Come devo scriverla questa benedetta frase? Devo mettere «gli» o «le»? Tutti bravi a dare addosso a Fabio Volo, all’editoria che non capisce niente, ai politici e a Totti che sbagliano il congiuntivo. Qui la questione è, apparentemente, molto semplice. Bisogna però prendere una decisione: di romanzi ne avete scritti tanti, vi sarà capitata una frase banale come la mia. E che cosa avete fatto? Helgaldo infine ha scelto «gli», perché gli suona meglio. E voi, come fareste?

Qui è in gioco la mia credibilità di blogger, ma sia chiaro, anche la vostra di scrittori.

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