Archivi categoria: Dove vanno le parole

Dove si parla della lingua italiana parlata e scritta, e dei dubbi grammaticali e linguistici che ci assillano

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Donata risponde a Michele (e a me)

C’è una grammatica – che tutti più o meno (!) conoscono – che stabilisce come comporre le parole in frasi corrette (per quanto non garantisca il senso compiuto: io mangio il cielo, per esempio).
Ce n’è un’altra che invece compone pezzi di parola in parole accettabili (chissà se in questo caso si possa controllare meglio il senso prodotto?). Di questa seconda, però, non si trova traccia se non nel sapere delle persone come Donata.

Michele

Ma guarda che non è proprio così. Nelle grammatiche scolastiche più recenti (in quelle scientifiche già da tempo) si trova di solito un capitolo sulla formazione delle parole, che spiega questi meccanismi e ti dà così gli strumenti per giudicare se la formazione di parole nuove corrisponde alla struttura lessicale dell’italiano. Un capitolo così c’è anche in quella a cui ho collaborato qualche anno fa per Bruno Mondadori. Poi certo, ognuno deve usare la testa, perché in quel capitolo non troverà proprio la parola che cerca; ma se trova il meccanismo, è già molto.

Donata

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Immigliorabile è parasintetico

Cara Donata,

ieri ho scritto, per divertimento, sul mio blog questo messaggio:

Ieri ho letto un dialogo ma brutto, ma così brutto, ma così tanto brutto, che mi sono fatto l’idea che sia immigliorabile. Poi però mi sono chiesto se si può dire immigliorabile.
Ma, secondo voi, si può dire?.

Ne sono seguiti commenti divertiti. Ora però vorrei affrontare la questione linguistica.

Penso sia pacifico che si possa usare. Però mi piacerebbe ci regalassi qualche osservazione seria. Ti do qualche spunto: è  un caso identico a petaloso? Le parole create da un termine noto con l’aggiunta di un prefisso, hanno un particolare nome? In generale, come regolarsi quando non c’è un vocabolario ad attestarne l’uso?
In passato ci avevi parlato già di sbirritudine, ricordi? Questo è un caso analogo?

 

E sì, la situazione è analoga. Immigliorabile è uno di quegli aggettivi che in linguistica si chiamano «parasintetici», e sono quelli fatti unendo a una base un prefisso (in questo caso in– con valore negativo, che diventa im– per assimilazione alla m iniziale) e contemporaneamente un suffisso, in questi caso –abile, che di solito deriva un aggettivo da un verbo, per esempio abitabile dal verbo abitare; ma nel nostro caso il verbo non c’è, se ci fosse sarebbe immigliorare, ma appunto non c’è. Come non c’è per inabitabile il verbo inabitare. La maggior parte dei parasintetici sono verbi (imburrare e non c’è burrare, innervosire e non c’è nervosire) ma ci sono anche aggettivi, come nel nostro caso.
Conclusione: visto che la formazione di parasintetici è normale in italiano, se ne può formare uno nuovo in ogni momento e quella che si è formata è sicuramente una parola italiana.
Invece non riesco a ricordare dove posso aver scritto la storia dell’immobiliere come proprietario di una società immobiliare. Se mi viene in mente, e se la trovo, te la mando.

Donata

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Immigliorabile

Ieri ho letto un dialogo ma brutto, ma così brutto, ma così tanto brutto, che mi sono fatto l’idea che sia immigliorabile. Poi però mi sono chiesto se si può dire immigliorabile.

Ma, secondo voi, si può dire?

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Spiegazione in nero

foto_lettere_alfabeto_1

Ieri ho chiesto per email un parere di Donata, complice un dialogo letterario controverso rispetto alle concordanze grammaticali, chiedendo anche a voi tramite il blog come vi sareste comportati in questo frangente. Oggi mi è giunta la risposta privata di Donata che vi giro per conoscenza. Per chi si fosse perso il post di ieri, di seguito il brano oltre alla risposta che mi è stata data.

“Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
“Che vuoi dire?”
“Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
“Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
“Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
“Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
“È un’ammissione, la tua?”
“Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”

 

Qualcuno (è proprio il caso di dirlo) obietta che si doveva scrivere “qualcuna” anziché “qualcuno”, perché è riferito all’amante. Allo stesso modo, riferendosi alla moglie, “accontentata”. Nel primo caso la frase mi pare corretta. (E hai ragione, ma solo perché ancora non si sa, almeno in teoria, se chi ha scritto il biglietto è un uomo o una donna) Nel secondo preferisco “accontentato” – io lo scriverei così – anche se non correggerei chi lo scrivesse al femminile. (Invece in questo caso è corretto il femminile perché ti ho accontentato equivale a ho accontentato te e questo te è indubitabilmente una donna. Ma il dubbio viene proprio per questo: perché la regola è sul filo del rasoio, infatti dice che se l’oggetto del verbo è espresso prima il participio verbale concorda con questo, se è espresso dopo invece resta al maschile, genere non marcato. Infatti sopra ho scritto ho accontentato te e questo va bene anche se te è femmina, perché viene dopo; se invece veniva prima, e prima poteva venire solo nella forma ti, in quanto riferito a femmina questo ti impone la concordanza al participio. Sono le regole complicate che fanno venire i dubbi. Sul perché poi ti sia venuto questa volta e non prima, non mi posso pronunciare. Sarà psicologia, sarà che in certi momenti siamo più pignoli)

Ormai sei diventata il Salomone (la Salamona, secondo la logica grammaticale di qualcuno, [no per favore, non dire queste sciocchezze, chi vuole il femminile per le donne, tipo ministra o sindaca, lo vuole per ottime ragioni grammaticali; invece tu mi puoi dire che sono il Salomone e io ti posso dire che sei la Sibilla, ma questa è tutt’ altra cosa] niente a che vedere con il salame) delle dispute sulla lingua.

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Grammatica, tremenda grammatica

foto_lettere_alfabeto_1

Cara Donata, ti sottopongo un piccolo dubbio grammaticale che ha coinvolto tre blogger, uno di questi ero io, su delle concordanze all’interno di un dialogo tra due personaggi. Oltre alla soluzione che mi potrai dare, sarebbe interessante anche capire perché vengono improvvisamente questo genere di dubbi, perché mi pare che non se ne abbiano fino a un certo giorno, e poi di colpo nasce il dubbio.

Comunque questo è il contesto in cui è nata la discussione grammaticale:

“Io, piuttosto, sono stufa delle tue bugie: sii sincero con me, una buona volta”
“Che vuoi dire?”
“Per esempio, potresti spiegarmi perché ho trovato questo nella tua giacca.”
“Quindi tutta questa discussione nasce da un misero biglietto trovato in una tasca?”
“Se nel misero biglietto c’è scritto “sei un uomo speciale, quando ci rivediamo?” e quel biglietto non l’ho scritto io, si.”
Mario aprì il frigo, si scelse una birra, lo richiuse.
“Almeno per qualcuno lo sono davvero.”
“È un’ammissione, la tua?”
“Sì, ti ho accontentato: sono stato sincero. Sei più felice, adesso?”

 

Qualcuno (è proprio il caso di dirlo) obietta che si doveva scrivere «qualcuna» anziché «qualcuno», perché è riferito all’amante. Allo stesso modo, riferendosi alla moglie, «accontentata». Nel primo caso la frase mi pare corretta. Nel secondo preferisco «accontentato» – io lo scriverei così – anche se non correggerei chi lo scrivesse al femminile.

Ormai sei diventata il Salomone (la Salamona, secondo la logica grammaticale di qualcuno, niente a che vedere con il salame) delle dispute sulla lingua.

Ciao

Helgaldo

 

Post scriptum: domani la risposta di Donata. Oggi provate voi a togliermi il dubbio, poiché mi sembra che frasi simili possano apparire in ogni pagina di un romanzo, e allora meglio sapere prima come comportarsi anziché pubblicare concordanze imprecise.

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Marketing al contrario

foto_lettere_alfabeto_1

Ricevo da Donata e volentieri pubblico.

Il piccolo libro di grammatica che ho avuto l’onore di preparare su richiesta dell’Accademia della Crusca, per l’iniziativa in accordo con Repubblica, esce oggi per l’appunto insieme a questo quotidiano. Se sei curioso compralo, costa € 5,90, ma attenzione è comunque una grammatica, anche se un po’ diversa dalle solite, quindi non è certo un libro divertente. Te lo segnalo con la coscienza tranquilla perché non ho compenso in percentuale, quindi non guadagno un centesimo in più se lo comprano in tanti.

Donata

 

Post scriptum di Helgaldo: pochi, maledetti e subito sono i proventi editoriali odierni. Il diritto d’autore invece fa parte ormai della leggenda che si tramanda di autore in autore. Con la coscienza tranquilla estendo perciò volentieri la segnalazione di Donata a tutti quelli che amano la grammatica, o che vogliono provare ad amarla (appartengo sicuramente a questo gruppo), anche se a detta dell’autrice non è un libro divertente (marketing al contrario, questo).

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