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Annotazioni varie, appunti, idee, stimoli creativi per la scrittura

I matti fuori

Ma quanti siamo a scrivere!

Marina Guarneri

 

Post scriptum: 1.678.897(*)
Fonte: Scuola Santa Rosa-S.S.N (*) stima 2016

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Senza limite

Al limite, prendi una mia frase e scrivila sul muro della scuola Santa Rosa, dove stanno i matti.

Anonimo

 

Post scriptum: La pazzia compare quando si supera un limite sociale invalicabile. Tutto quanto vive oltre quel limite, in un dato periodo storico, è considerato segno di pazzia. Ma chi ci osserva da oltre quel limite, ci vede soddisfatti al di qua del limite, e ci considera come altrettanti e poco ambiziosi matti. Per questo nel perimetro della Scuola Santa Rosa si può scrivere da entrambi i lati delle mura esterne che la racchiudono. Quelli che scrivono da fuori dovrebbero, in base alle convenzioni sociali in un dato periodo storico, essere i mentalmente sani. Ma per me sono altrettanti e più ambiziosi matti.

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Corso contro il tempo

Che valore ha per lei un’ora della sua vita?

L’uomo con la cravatta fucsia ben annodata al colletto della camicia bianca, mi ha posto la domanda a bruciapelo subito dopo essersi presentato agli otto sfigati come me – ma avremmo dovuto essere dieci, due hanno rinunciato all’iscrizione –, nella piccola aula al quarto piano di un palazzo di piazza De Angelis a Milano.
Mi chiedo solo ora come ho fatto ad autoconvincermi che necessitavo di un corso sulla gestione del tempo, una volta alla settimana per due ore di lezione in dodici incontri, cento euro a botta. Sto al minuto dieci della prima lezione e già mi ha messo in crisi con la sua domanda.

Che valore ha un’ora della mia vita? Speravo fosse lui a dirmelo e lui lo chiede a me. Mi passano per la testa varie risposte, tutte velocissime, nessuna che si ferma per soccorrermi.
Potrei dirgli cento euro, equiparando il mio valore al suo. Ma non è la risposta giusta, sarebbe anche polemica. Soprattutto è falsa perché è una cafonata estranea al mio carattere: non ho mai monetizzato nulla nella mia vita, figurarsi un’ora del mio tempo, a meno che non si tratti di lavoro.

Tergiverso, prendo tempo. O perdo tempo? Prendere tempo, perdere tempo: per la prima volta mi stupisco di queste parole. Il tempo si può perdere come fosse un ombrello o prendere come una birra dal frigo? Forse fa parte della strategia del corso indurmi a riflettere su parole che non ho mai valutato con attenzione. Sento che qualcosa sta maturando in me. Ma lui sta ancora aspettando la mia risposta, non posso indugiare ulteriormente.

Da tre anni gestisco quotidianamente un blog senza neanche un obiettivo, solo per perdere tempo e farlo perdere a chi legge. Mi sento anche un po’ in colpa, non dico con la società, perché non è che abbia tutto questo successo mass mediatico, ma con quei pochi che mi seguono inutilmente, che forse dovrebbero anche loro pensare a un corso di gestione efficace del tempo. Il corso verterà anche sugli obiettivi da realizzare nel tempo, ma più avanti, dopo che avremo capito quanto vale un’ora della mia vita. Ma perché non chiederlo al vicino?

Potrei rispondere dipende. Mi viene in mente Márquez, il colonnello Aureliano Buendía di fronte al plotone di esecuzione. Un’ora, ma anche un minuto, in quella situazione ha un valore altissimo, assoluto. Mentre per un bambino di tre anni che nemmeno più ricorderà i suoi primi anni di vita non ha nessun valore. Ma non mi posso certo mettere a filosofeggiare, spendendo e facendo spendere agli altri cento euro inutilmente.

Anche lui ha capito che non risponderò mai alla sua domanda ed è passato al mio vicino, che probabilmente è un manager – sto tra sette manager, mi sarebbe piaciuto perdere un po’ di tempo con i due che hanno rinunciato al corso, saremmo stati bene assieme – con la seconda, che a me sembrano domande preparate: valgono più i soldi o il tempo?

Allora c’entravano i soldi, potevo dire cento euro. Ma forse no, sono confuso. Ho fatto bene a stare zitto. Comunque sappiate che i soldi si possono immagazzinare, il tempo no; tutto si può comprare, il tempo no; siamo tutti diversi, ma il tempo è dato uguale per tutti; soprattutto il tempo è finito, un giorno moriremo tutti, meglio sfruttarlo bene finché ce ne abbiamo ancora un po’ a disposizione. Mi tocco scaramanticamente e penso che ho due ore in meno di vita. E cento euro in meno in tasca.

Compito per la prossima lezione: scrivere cosa farai, da oggi, per utilizzare meglio il tuo tempo.

Aiutatemi, cosa farò?

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L’abc della scrittura

«L’abc della scrittura»:

Accuratezza

Brevità

Chiarezza

Non serve tutto l’alfabeto per scrivere un bel testo, bastano tre lettere.

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Scrittori commerciali e no

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Due sono i tipi di scrittori: quelli commerciali e quelli non commerciali. Quelli commerciali scrivono romanzi richiesti dal mercato e quindi destinati a un preciso target di lettori, che amano trovare nelle pagine che acquistano i personaggi che amano di più, le storie e le trame che amano di più, il genere che amano di più, i temi che gli interessano di più. Quelli non commerciali non hanno una domanda di mercato, non hanno nessun target e scrivono per un lettore imprecisato, che non sai che storie ama, che personaggi predilige, che non segue nessun genere, che non sai a quali temi è interessato. Quelli commerciali gestiscono i propri lettori, dialogano con loro tramite social, conoscono gli umori generali del proprio pubblico, capiscono dalle vendite se il libro attuale è piaciuto di più o di meno di quello precedente, e così hanno elementi concreti per valutare come sarà più o meno accolto quello successivo. Quelli non commerciali sanno che ogni libro è un libro del tutto unico, e non sanno se il lettore che ha letto quello precedente leggerà anche questo che tratta una storia del tutto diversa, figuriamoci quello successivo. Quelli commerciali vendono di più, per questo gli editori vogliono che si continuino a sfornare: serve per sfamare la domanda di libri commerciali. Quelli non commerciali vendono di meno, per questo gli editori non sanno mai come andrà a finire e non esiste nessuna domanda di libri non commerciali. Quelli commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono i libri commerciali, e diventano, sempre a volte, libri non commerciali, classici della letteratura. Quelli non commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono libri non commerciali, e diventano, sempre a volte, classici della letteratura che vendono quanto i libri commerciali.

Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target vuol dire che sei uno scrittore commerciale. Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target e non sei uno scrittore commerciale, non sei altro che uno scrittore commerciale che si dà arie da scrittore non commerciale. Ma se sei uno scrittore commerciale e vendi poco o niente, non sei altro che uno scrittore non commerciale che si dà arie da scrittore commerciale.

Sono due i tipi di aspiranti scrittori: quelli aspiranti commerciali e quelli aspiranti non commerciali. Non è che ora ho voglia di ripetere tutta la storia, basta rileggere aggiungendo qua e là aspirante e togliendo qua e là vendite.

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I matti di fuori

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Mi piace la gente che sceglie con cura le parole da non dire.

Anonimo

Post scriptum: trovato scritto stamattina su un muro esterno della Scuola Santa Rosa da un matto di fuori.

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Il mestiere per scrivere

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Tutta questa attenzione al mestiere di scrivere e poi scoprire che alla fine quello che conta è il mestiere per scrivere.

Eh sì, per scrivere professionalmente serve un mestiere alle spalle e di fianco. E pure davanti, guardando al futuro. Magazziniere, bancario, ortolano o baby sitter, l’unico modo per mantenere in vita la propria scrittura, che quando va bene dà soddisfazioni morali o sociali ma non certo economiche, richiede che si vada a lavorare, per contribuire un po’ a quel prodotto interno lordo che entra nelle statistiche dell’Istat.

Acqua calda come scoperta, naturalmente. Proprio ieri il Corriere ha dedicato una pagina intera al mestiere dello scrittore, inteso come quel lavoro in grado di pagare l’affitto. Se Kafka, impiegato assicurativo; Bukowski, postino; Joyce, insegnante sono il prototipo della banalità della vita riscattata dall’arte, Jack London, pugile e cacciatore di foche; Melville, marinaio; Twain, minatore e cercatore d’oro, sembrano già personaggi dei loro stessi romanzi. Ma tutti, proprio tutti con un solido e per nulla romantico lavoro alle spalle che gli ha sempre permesso di scrivere con serenità se non psicologica, almeno economica.

Come Svevo, io sto con loro. Nel senso della coscienza, che mi dice in maniera poco inconscia a differenza di Zeno, che le sigarette si fumano solo se c’è un lavoro che permette di pagarsele. Lascia perdere, mi dice la coscienza di Helgaldo: limitati a leggere nelle ore che non produci la tua quotidiana quota di ricchezza. Tutto il resto è letteratura, cioè parole al vento anche se scritte da te, soprattutto se scritte da te.

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