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Annotazioni varie, appunti, idee, stimoli creativi per la scrittura

La cura

Ieri ho iniziato  Da dove sto chiamando, di Raymond Carver. Ho letto il primo racconto dell’antologia, Nessuno diceva niente. Ho riflettuto per un po’, dopo averlo finito. Poi sono uscito di casa, dovevo correre al lavoro. Nel tragitto sono entrato un attimo nella prima libreria che ho trovato sulla mia strada, e ne sono uscito con due libri di Pontiggia. Bene, ora va notevolmente meglio.

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Scrivere è un sogno

«Scrivere è un sogno».

Con passione, veemenza, sentimento mi è stato detto che lo scrittore fai da te scrive per realizzare e tenere vivo un sogno, il sogno di scrivere. Sogno che gente come me, pessimi soggetti, tende a irridere, osteggiare, distruggere, demolire.
Al fondo delle motivazioni che portano un autore a pubblicare, dunque, ci sarebbe il sogno di scrivere, e che grazie alle nuove tecnologie digitale ora non è più un sogno.

Ma scrivere è un sogno?

Chiedetelo a Saviano se scrivere è un sogno o non è invece un incubo, lui che dopo Gomorra – che ha svegliato l’opinione pubblica, i politici, gli imprenditori sulle infiltrazioni mafiose negli affari del ricco nord d’Italia, negate a lungo specie in Lombardia – non può più girare per le strade senza una scorta predisposta dallo Stato.

Chiedetelo a Primo Levi, sopravvissuto ai campi di concentramento, e tanto acuto e sensibile da raccontarceli senza sentimentalismi, vittimismi e desiderio di vendetta, per restituirceli oggettivamente: giudicate voi se questo è un uomo, si limita a dirci. Sognava di scrivere o passava le notti insonni a combattere tra il dovere della testimonianza e il dolore dell’esistenza?

Chiedetelo all’altro Levi, Carlo, condannato al confino per le sue idee politiche, se preferiva sognare o aprire bene gli occhi e descrivere le genti di Lucania perché potessimo comprendere anche da un punto di vista letterario la condizione dei cafoni e del Mezzogiorno depresso.

Chiedetelo a Dante, errante da un comune all’altro, con una condanna al rogo sulla testa, una vita da esule trascorsa col pensiero fisso alla Divina Commedia, notte e giorno, per anni, per racchiudervi in rima volgare tutta la cultura medievale, le lotte politiche, le discussioni teologiche di cui lui stesso era protagonista. Chiedetegli se scrivere è un sogno o un impegno civico.

Chiedetelo a Verga, a Manzoni, a Leopardi. Chiedetelo anche a Montale, Sciascia, Calvino. Chiedetelo a tanti, italiani e stranieri.

A Proust, a Tolstoj, a Kafka. A Joyce, a Beckett, a Ibsen. Chiedetelo a tutti.

Chiedetelo a chi nel braccio della morte di qualche Stato americano sta scrivendo oggi le sue ultime parole; chiedetelo ad Anna Stepanovna Politkovskaj, se scrivere è un sogno o una condanna a morte.

Questi e molti altri, quasi tutti per fortuna, vi diranno di no, che scrivere non è un sogno. Scrivere pretende di essere desti per denunciare con precisione chirurgica gli abusi della forza, la dittatura del perbenismo, l’ipocrisia del comune sentire. Scrivere chiede osservazione attenta e antiretorica dei deboli, degli emarginati, di chi non ha voce per esprimersi.

Lo scrittore non sogna, vigila. E parla a noi lettori dormienti, sempre distratti perché immersi nei nostri comodi dormiveglia, per svelarci la verità – togliere il velo – dei falsi sogni in cui ci piace vivere immersi, in cui ci fanno vivere immersi.

I sogni degli scrittori non m’interessano. Leggo per essere destato prepotentemente, non per far sognare uno scrittore.

E quando scrivo in questo blog – ma non preoccupatevi, siamo agli sgoccioli, tra poco dormirete sonni tranquillissimi – lo faccio per svegliarvi, scuotervi, tormentarvi. Lo farò fino all’ultimo perché voglio semplicemente che diventiate scrittori capaci di scuotere chi legge.

Ma per voi il libro è l’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi lettori, come dice Kafka, o il sciogno dello scrittore da quando aveva dieci anni con ingresso vip al Billionaire come ama dire Briatore?

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Lettera all’autoeditore

Cari autori in self-publishing,

ieri pensavo a voi, alle difficoltà che avete ogni santo giorno per essere trattati alla pari dai vostri concorrenti editori. Perché – diciamocelo – da questa contrapposizione, editoria tradizionale versus self-publishing, non ve ne viene niente di buono. Vi guardano dall’alto in basso, vi giudicano poco professionali, a volte vi deridono. Lo so, ve ne fregate, ma fino a un certo punto: perché poi state sempre a parlar male dell’editore che pubblica roba indegna, mentre voi…

Per quanto ancora potrete sopportare questa situazione? Non dico quelli poco attrezzati, che non rivedono i proprio scritti, non sanno nemmeno cosa sia l’editing, scrivono storie adolescenziali infarcite di sgrammaticature. Non parlo di loro che lasciamo nel loro brodo primordiale. Parlo di voi, che invece cercate di essere professionali. E, soprattutto, di dimostrare con il duro lavoro quotidiano di essere all’altezza di un prodotto editoriale di qualità.

I migliori tra di voi hanno capito che per essere trattati alla pari nel mondo editoriale, non intendo solo nel rapporto con gli editori, ma anche librai, distributori, giornalisti, scrittori tradizionali, blogger letterari di una certa importanza, occorre cambiare le definizioni, il paradigma, l’idea che gli altri operatori dell’editoria devono farsi di voi. Ed ecco quindi il primo timido passo linguistico: da autopubblicati ad autoeditori. Chissà chi è il primo di voi che ha pensato questo termine che sposta la questione – secondo voi – dalla scrittura al processo di produzione del libro, che deve seguire la filiera dell’editore tradizionale per stargli, anche socialmente, alla pari.
Vorrei conoscerlo proprio quello che ha pensato al termine «autoeditore». La terminologia è fondamentale, il modo in cui ci definiamo, soprattutto se inclusi in una minoranza magari derisa, segregata, offesa (non è esattamente il vostro caso, ma ci siamo capiti: in certi dibattiti, in rete o reali, l’autopubblicato e i numeri delle sue vendite vengono completamente ignorati, cosa vuoi che sia, dicono quelli che appartengono alla repubblica delle lettere).

All’inventore dell’autoeditore vorrei dire: ma sei sicuro che introducendo questo neologismo hai risolto il problema? Una volta esisteva il netturbino, lo spazzino. Nel tempo si è trasformato, per legge e cultura, in operatore ecologico: ma sempre la spazzatura per la strada toglie, e in molte città attualmente non è più tanto attivo. Comunque, non siamo qui per discutere dei problemi della nettezza urbana. Resta il fatto che il termine ha avuto successo, e noi per fortuna eleviamo quell’«operatore ecologico» al rango di altre faccende ecologiche, e quel segnale di un censo inferiore insito nel termine «netturbino» o «spazzino», che liquidava sbrigativamente un lavoro degno, ma che nessuno desiderava per i propri figli, ora è completamente svanito.

Ma «autoeditore»? Davvero è la soluzione che parifica la vostra attività a quella dell’editore senz’auto? Andate a una di quelle conferenze dove gli editori parlano dei loro guai di fronte a un vasto pubblico, cercate di prendere la parola, e poi dite al microfono che siete un autoeditore. Minimo minimo chiameranno la sicurezza. La differenza tra editoria e autoeditoria non sta nel sostantivo, che è identico, ma nell’aggiunta di quell’elemento auto- che vi chiude in voi stessi, come autoreferenziale, autocitazione, autocommiserarsi, autoerotismo – quanti termini negativi, tranne l’ultimo, che almeno giunge a un risultato –. Quell’«auto-» lì, proprio non va. Per questo vorrei conoscere chi ha coniato il termine, di cui vi riempite la bocca, per poi fare le solite cose che facevate prima. Ma la colpa è sua, tutta di lui, o di lei (siamo per le pari opportunità), che non fa altro che ribadire, anche linguisticamente, che siete altro, che quello che vi distingue non è l’editoria, ma che fate da soli.

Vi comprate un terreno, spesso virtuale, ficcate paletti per terra, cingete l’area di filo spinato, e state dentro. Bravi, anziché confrontarvi alla pari con un editore, vi crogiolate nell’autolesionismo, nell’autoinganno, nell’autocertificazione collettiva dell’esservi tutti fatti da soli. Lo capite che è proprio la vostra mente la prima che vi autoaccusa di non essere editori, professione a cui dite invece di aspirare?
Il problema allora qual è? Il problema è di togliere quell’auto di mezzo, girate a piedi, entrate nei saloni del libro e quando siete davanti alla hostess per il dibattito su Editoria e crisi dell’editoria, cosa fare?, non dite alla ragazza che vorreste partecipare al dibattito in quanto siete autoeditori. Dite che siete Giovanni Menestruzzi Editore, Carlo Fontecchia Editore – se questi sono i vostri nomi ovviamente. E se non siete nella lista, sicuramente non siete nella lista dei partecipanti al convegno, aggiungete che siete «Editori presso voi stessi».

Sentite come suona bene? Così pieno, fiducioso, programmatico, dinamico. Quell’autoeditore sa già di malaticcio, di triste, di sfigato, di autoambulanza. Dite invece «editore presso me stesso», e la forza di quelle esse, di quelle erre, di quelle pi (dammi una e, dammi una di) vi aprirà tutte le porte. I signori Einaudi, Garzanti, Feltrinelli non erano forse editori presso se stessi? E che diamine, pubblicate libri o costruite padelle? Togli l’auto- e aggiungi te stesso, meglio ancora pubblica con uno pseudonimo. Potrai essere Carlo Carlino pubblicato da Giovanni Menestruzzi Editore, editore presso se stesso. Tutta un’altra musica, faranno la fila per avervi al tavolo dei relatori, sia come autore pubblicato da un editore sia come editore che pubblica un autore. Vi ascolteranno e vorranno conoscere  le vostre strategie editoriali vincenti. Ma anche perdenti, non importa.

Convertiti ora al nuovo paradigma, sii tu il primo editore presso te stesso con tanto di sede legale e operativa. Il terreno è vergine, praterie incontaminate per una definizione di sicuro successo. Su Google al momento dell’uscita di questo post, c’è soltanto una ricorrenza che l’attesta. Domani ci sarò  io, il secondo, dopodiché…

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Il poco di buono dei problemi a monte

Ho letto ieri da qualche parte, forse sul blog Scrivere per caso – ma non ve lo do per certo poiché leggo spesso distrattamente – che i problemi dell’editoria stanno a monte: se si pubblica poco di buono è dovuto al fatto che si scrive poco di buono e allora gli scrittori, professionisti e no, dovrebbero proporre agli editori o direttamente al pubblico opere più accurate, meditate, profonde.

Innanzitutto bisognerebbe smetterla col dire che i problemi stanno a monte. Io noto un sacco di problemi a valle e non parlo solo dell’inquinamento, del traffico congestionato, del caos in cui siamo costretti a muoverci, della siccità che secca i fiumi e mette a repentaglio le colture, dell’esaurimento nervoso che colpisce i bipedi e i quadrupedi. Parlo proprio di libri: Corona è a monte e ha successo, anche Cognetti sta su e ha vinto lo Strega. C’è chi è stato un anno sull’altipiano e ce lo ricordiamo ancora. E Buzzati appena poteva passeggiava tra i monti del Bellunese.

Che succede, invece, a valle? A valle la gente non legge e altra gente, forse la stessa, scrive. Aggiungiamo il nuovo salone del libro che non ha raggiunto grandi vette; che dobbiamo continuamente inventarci formule artificiali come Bookcity per costringere i metropolitani a dichiarare #ioleggoperché (gli chiederei anche #ioaccettolinquinamentoperché, #iovotorenziperché, #iomangiogiapponeseperché, #ioscrivolibriperché tanto che ci siamo). E qui mi fermo.

Di inventarci un Bookmountain invece non ne sentiamo affatto il bisogno: ma perché non ne sentiamo il bisogno? Perché a monte non ci sono problemi, al massimo c’è Cannavacciolo che rimette in carreggiata qualche piatto del contadino da incubo. Piccole sbandate, insomma. Le librerie chiudono a valle, in centro città e nel centro dei centri commerciali delle città, che è il nuovo centro di tutte le valli. Ditemi la verità: avete mai sentito di una libreria che chiude a duemila metri? Ci sarà un motivo perché in quota restano aperte. Perché lì entra aria pura e i romanzi sono di respiro, anche internazionale.

E poi si dice che si legge poco di buono. Anche qui, ma cambiamo punto di vista, dio santo: pensiamo al tanto di cattivo che ci siamo evitati grazie al poco di buono. Se è poco lo è proprio perché è buono. Anche il contrario: è buono perché è poco, fosse di più scadrebbe in bontà. Paradossalmente, se ci fosse anche il tanto di buono, qui a valle, e chi avrebbe il tempo per leggerlo con i ritmi serrati a cui ci costringe la vita in pianura? Ma là in alto no, i ritmi rallentano, la frenesia scompare, le giornate girano lente, la natura ci fissa immobile. Alla gente di montagna, si sa, basta poco, e così non serve neppure il tanto di buono che il poco di buono è quasi d’avanzo. A valle, al contrario, dobbiamo accontentarci del poco di buono. E so già che un giorno arriveremo al nulla di buono, dato che i problemi dell’editoria da che mondo è mondo stanno a valle, e non a monte. Garantito.

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Tempi e metodi della pazzia

Sto lavorando parecchio, con Story a dettarmi tempi e metodi. Più scrivo e lavoro sulla storia e più mi verrebbero da scrivere post che starebbero benissimo con la firma di Helgaldo, sotto.

Anonimo

 

Post scriptum: in base alle mie osservazioni, due sono i tipi di matti alla Scuola Santa Rosa: quelli metodici, che giungono all’apice della pazzia entro intervalli di tempo ragionevoli, stabiliti, scalettati, procedendo per tappe mentali lineari; e tutti gli altri, quelli non metodici, saranno il novanta per cento dei casi, che giungono alla più completa follia per salti logici, ma soprattutto illogici entro pochi istanti perennemente reiterati. I primi avanzano verso il nulla a piccoli passi concatenati, i secondi saltando a piedi uniti in ogni direzione possibile. Diversissimi nel manifestare la propria instabilità mentale, entrambi però mostrano almeno due punti di contatto costanti: credersi a tutti gli effetti scrittori anziché Napoleoni, e credere di parlare veramente con questo Helgaldo, figura mitica e archetipica legata al tema della pazzia, personaggio di fantasia di cui vi ho già parlato in precedenza. Qualche soggetto ormai irrecuperabile arriva a firmarsi addirittura con questo nome immaginario.

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Frasi fatte sì, frasi fatte no

Aprendo la posta in arrivo mi ritrovo un quesito che mi inchioda da parte di una blogger:

 

Secondo te, queste sono frasi fatte, espressioni stereotipate?

Palla al piede

Uccidere il vitello grasso

Palude mentale

Nuotare nei sensi di colpa

Andare a rotoli

 

Penso di risponderle privatamente, ma ripensandoci trovo più utile estendere la domanda a tutti quelli che passeranno di qui, perché nei blog letterari si discute spesso di stereotipi, cliché, frasi fatte – io stesso ne ho parlato in più di un post – con il rischio di confondersi ulteriormente le idee su quali espressioni convenga usare o evitare quando scriviamo.

Penso di intuire il motivo della domanda, o dubbio che dir si voglia: verrebbe giudicata scialba e banale una prosa che contenesse questo genere di espressioni; oppure sono tutti falsi problemi, «paranoie da scrittori», e dobbiamo solo preoccuparci di produrre una storia emozionante e bella senza badare a queste piccolezze?

Affronterei il problema in due fasi, prima guardando alla grammatica. Cara blogger, cari tutti, delle espressioni di cui mi si chiede un giudizio, direi che la prima, la seconda e la quinta sono espressioni idiomatiche, come tante ce ne sono in ogni lingua, il cui significato è noto a tutti. Se una volta tali espressioni avevano un senso letterale facilmente intuibile, nel tempo si sono estese al senso figurato, quindi alla metafora. Anche le altre due espressioni – palude mentale, nuotare nei sensi di colpa – sono metaforiche. Ma mentre nel primo caso, per esempio, la palla al piede si metteva davvero al condannato e l’uccisione del vitello grasso esisteva dai tempi biblici, nel secondo è il sostantivo palude e il verbo nuotare ad estendere il suo significato al figurato. Che poi la palude sia mentale, tributaria, letteraria e che si possa nuotare, oltre che nei sensi di colpa, nel nulla o nella rete – sinonimo del nulla o quantomeno del poco – dipenderà dalle scelte comunicative specifiche di chi scrive. Alcuni le capiranno immediatamente, altri le troveranno più oscure. Ma tutte e cinque le espressioni esistono, sono corrette e lecite, nessuno potrà mai censurarle a priori.

Altro problema è quello espressivo, soprattutto in ambito narrativo. E qui pesa il contesto in cui vengono usate. A mio parere, opinabilissimo, queste espressioni idiomatiche in bocca ai personaggi durante un dialogo, ci starebbero bene. «Sei una palla al piede!», va benissimo. E se invece è una frase in bocca al narratore, magari in terza persona, magari con un punto di vista asettico? Qui la faccenda si fa più delicata, dipende dalla sensibilità e consapevolezza letteraria di chi scrive. Un fatto è certo: quelle frasi sono la prima scelta che viene in mente, proprio perché linguisticamente diffusa. Esprimevano una volta, ma ora esprimono meno. In fondo risolvono un problema comunicativo, semplificandolo. Sono una sorta di formula breve per dire un concetto a volte complesso, contraddittorio, dove occorrerebbe una quantità maggiore di parole per renderlo specifico. Essere una palla al piede dice sì tutto, ma lo dice genericamente. Forse uno scrittore potrebbe avere bisogno di dirlo con una sfumatura particolare o inusuale che quella espressione idiomatica non è in grado di raggiungere. Perciò ha senso cercare altre forme espressive, non ingabbiate nella lingua comune.

Prima di tutto uno scrittore dovrebbe sempre pensare al significato letterale e non metaforico dell’espressione. Chi è che oggi è ancora incarcerato con una palla al piede, o uccide il vitello grasso per festeggiare il ritorno di un figlio uscito dal tunnel della droga? Ci sarebbe da chiedersi allo stesso modo chi è che nel 2017 esce dai tunnel reali prima ancora che metaforici. Purtroppo al confine di Ventimiglia tra Francia e Italia questo accade ancora ai migranti. Se la vostra è una storia di migranti, ecco, usarlo non sarebbe uno stereotipo. Insomma, dipende dal contesto.

Io ti risponderei così, cara blogger.

 

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Cinque stelle

Anch’io, come tutti immancabilmente, sono approdato alla pubblicazione. Non ve lo aspettavate, eh? C’è chi lo fa in self, chi con un piccolo editore, chi con un big dell’editoria. Pensi, scrivi, correggi, editi, giri di bozze, corse contro il tempo. Incomprensioni, litigi, preoccupazioni, chi me l’ha fatto fare, e infine eccoti sugli scaffali delle librerie reali o virtuali. Piacerà il libro? Non piacerà? Arrivano poi i primi giudizi, il responso dei lettori, le famigerate stelle su Amazon. Quando ne troviamo cinque siamo felici, se ce n’è solo una si finisce dallo psicologo, che ti indirizza dallo psichiatra. Infine ti ricoverano alla Scuola Santa Rosa quando non sei più recuperabile per la società.

Soprattutto, quando si giunge alla pubblicazione ci si arriva con un nome in copertina. E questo è il mio problema. Quello che uso nel blog, si sa, è fittizio, uno pseudonimo. Sulla copertina del romanzo l’editore non lo accetta, lì bisogna mettere il nome vero, quello che è stato registrato all’anagrafe, con tanto di biografia per dare credibilità al volume. Non posso perciò parlarvi del mio romanzo, crollerebbe tutta questa fortificazione a difesa dell’anonimato, una delle poche libertà che mi restano nella vita, oltre che nella rete. Però, se non posso parlarvi della mia pubblicazione, posso almeno riportarvi le varie recensioni che ho ottenuto finora su Amazon. In fondo si scrive non per la gloria eterna, ma per le cinque stelle elargite da amici e parenti. Ma vi assicuro che di amici non ne ho e i parenti mi evitano da tempo. Allora le opinioni che seguono sono quelle che tutti vorremmo avere, sincere e spassionate: quelle al mio libro provengono da lettori di cui non conosco l’esistenza, a cui non debbo a mia volta una recensione al loro libro, ma che hanno in comune una caratteristica: l’hanno letto per davvero. Di questi tempi mi pare addirittura un sogno.

 

⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ BELLISSIMO ROMANZO
di Isabella2011  il 23 giugno 2017

Mi è piaciuto molto. Ho iniziato a leggerlo dopo la merenda e l’ho finito prima di cena. Bellissimo!!! E ho capito tutto!!! Ora però devo colorare il disegno sul quaderno prima di andare a letto, se no domani per punizione la maestra non mi porta in giardino a giocare a girotondo.

 

⭐️ SI BLOCCA…
di Urbano Vigile  il 23 giugno 2017

Il libro è molto pesante. Dopo un po’ che leggo, le pagine smettono di scorrere. Allora devo spegnere il Kindle e riaccenderlo. Però mi ritorna a pagina 1. Si impalla sempre allo stesso punto. Questo inconveniente capita anche ad altri?

 

⭐️⭐️ LETTURA SCORREVOLE, MA ALTRI DIFETTI
di Democrito  il 24 giugno 2017

Purtroppo no, beato te.

 

⭐️ MEGLIO PUNTARE SU UN CLASSICO
di Ebenezer Scrooge  25 giugno 2017

Il libro non è male, la storia si legge d’un fiato fino in fondo, l’unico difetto è il prezzo: 99 centesimi per un esordiente sono un’esagerazione. Perché spenderli, quando mi offrono Guerra e pace a 0,15 centesimi e Cantico di Natale scaricabile gratuitamente?

 

⭐️ CREATIVAMENTE DELUDENTE
di Ad Contrarium  27 giugno 2017

Quando leggo un giallo preferisco partire dal fondo e capitolo dopo capitolo vedersi infittire il mistero. Lo so, è un modo singolare di leggere. Man mano che procedevo verso l’inizio però il mistero scemava. L’incipit poi svela tutto. Deludente.

 

⭐️⭐️⭐️ DIALOGHI POCO EFFICACI
di Medi Odito  il 27 giugno 2017

La trama non è male, ma pagine e pagine fitte di dialogo usando il linguaggio dei segni per sordomuti rallentano troppo la vicenda. Non dico che non vadano bene, eh, ma insomma…

 

⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ PROSA FANTASTICA
di Giulio Franchini  il 28 giugno 2017

Il ritmo è incalzante, i dialoghi stupendi, i colpi di scena straordinari. Credo proprio che abbiamo fatto un buon lavoro di editing. Ciao!

 

⭐️ IMPRESSIONANTE
di George Eitinfor  il 29 giugno 2017

Romanzo distopico impressionante.

 

⭐️ DAVVERO IMPRESSIONANTE
di Rossella Delle Querce  il 29 giugno 2017

Romanzo di formazione davvero impressionante.

 

⭐️⭐️⭐️ NÉ CARNE NÉ PESCE
di Antonio Cavacciuolino  il 29 giugno 2017

Questo romanzo è un tentativo riuscito solo in parte di accontentare quanti più lettori possibili, però mischiare tutti i generi letterari lo rendo alla fine un polpettone indigesto.

 

⭐️⭐️⭐️⭐️ UN GRANDE ROMANZO PER L’ESTATE
di Eminens Scola  il 30 giugno 2017

I personaggi femminili sono mere comparse, insignificanti sullo sfondo della vicenda, mai decisivi nella trama. Finalmente un romanzo come Dio comanda! Lo consiglio a tutti.

 

Non ⭐️ NON COMPRATELO!
di femminista74  il 30 giugno 2017

La storia in sé non sarebbe male. La protagonista è simpatica e il tema del riscatto sociale ben trattato. Mi infastidisce solo che dopo ogni stupro lui le faccia delle coccole, chiamandola per giunta amore. Ma quando mai?

 

⭐️ INATTENDIBILE
di Benedetta Isteria  il 1 luglio 2017

Ma che cazzo di libro avete letto?

 

⭐️⭐️ INSOMMA…
di Aldogiovanni Giacomo  il 2 luglio 2017

La parte più divertente di questo romanzo sono, come sempre, i commenti su Amazon.

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