Archivi categoria: Arti e mestieri

Dove si parla del mestiere di scrivere, e gli scrittori stessi danno consigli di scrittura, di stile e giudizi sul mondo editoriale

Turisti della scrittura

«Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se, non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava maraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino. Ma dopo qualche momento, voltandosi indietro, vide all’orizzonte quella cresta frastagliata di montagne, vide distinto e alto tra quelle il suo Resegone, si sentì tutto rimescolare il sangue, stette lì alquanto a guardar tristamente da quella parte, poi tristamente si voltò, e seguitò la sua strada».

 

A questo servono i libri, a riconciliarci con le cose belle. Quando mi sento un po’ così, e l’umore volge al basso, c’è quest’autore autopubblicato in cui mi rifugio, che non scrive per niente male. Un porto sicuro e dolce, dove c’è solo da stupirsi e imparare. Capitolo XI dei Promessi sposi, il duomo di Milano. Mi riprometto di scrivere qualcosa su questo monumento nei prossimi giorni in omaggio a questo breve passo che mi è capitato sotto gli occhi aprendo a caso il libro, passo che fa riflettere. Ma ogni pagina manzoniana mostra tesori inestimabili, per chi li sa stimare, ovviamente.

Dunque Renzo fugge a Milano.
Da un punto sopraelevato del sentiero ecco apparirgli improvvisamente il duomo. Contempla da lontano quell’ottava meraviglia di cui aveva sentito parlare, non c’erano disegni che la mostrassero allora ai contadini di Lecco. Tutto per sentito dire a quei tempi, andrebbe immaginata la fantasia dei nostri nonni in relazione con la nostra ora che tutto è selfie e social in alta definizione e ci basta vedere per conoscere, almeno così crediamo. Eppure contemplando quella cattedrale immensa Manzoni non la descrive.

Fossimo stati noi gli autori del romanzo cosa avremmo fatto? Non avremmo potuto astenerci dal fotografare questa visione. Sicuramente avremmo speso due-tre righe per raccontarne la maestosità della struttura, le tante guglie sospinte verso il cielo, lo stile gotico dei marmi. Vi avremmo inserito a forza qualche particolare architettonico che risaltasse all’occhio da quella distanza non certo enorme, qualche centinaio di metri. Insomma, una descrizione selettiva ma precisa, a mo’ di cartolina, per dire qualcosa di importante su questo monumento celebre.

Manzoni no, lui è immenso. Immediatamente dopo la contemplazione Renzo volge lo sguardo all’indietro, al Resegone, alla sua valle, fissandola per un tempo tristemente più lungo. Costruzione umana di dio e creazione naturale di dio per Renzo non stanno sullo stesso piano. Di più, l’umore dell’uomo in quel punto del romanzo, come il mio oggi, è troppo basso. E allora non c’è spazio per la meraviglia architettonica, per la felicità degli occhi, quando si fugge da un pericolo. Quest’ottava meraviglia, magari tanto immaginata e sospirata, nell’apparizione di quel momento viene vissuta con distacco, sarebbe risultata stonata, stridente, una descrizione tanto attenta quanto artificiosa del duomo da parte di Renzo. I fatti incombono, è in fuga, in esilio, incerto il suo futuro. Renzo non arriva a Milano da turista, ma con un’esistenza tranquilla distrutta in una sola notte.

Noi no, fregandocene dei guai di Renzo, Wikipedia alla mano, figurati se avremmo perso l’occasione per dire qualcosa d’intelligente, di speciale, di turistico sul duomo di Milano. Turisti della scrittura.

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Operazione di pulizia

«Qualunque oggetto intenda descrivere, uno scrittore dovrebbe riuscire a mostrarcelo come se ci apparisse davanti per la prima volta, ossia ripulito dagli stereotipi».

Matteo Marchesini

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Editor o redattore?

Prima che esistesse un editor di nome Lish e un simpatico compagno di bevute detto Carver, in Italia la persona che si occupava di curare i testi per conto dell’editore si chiamava redattore. Redattore, per esempio, era Calvino all’Einaudi e Buzzati al Corriere della sera.

Dopo Lish, invece, anche se ti fa schifo il modo di scrivere di Carver, tanto per darsi un tono molti hanno pensato bene di farsi chiamare editor, all’americana, che fa più mistero di quel misero redattore alla latina, che deriva da redigere, cioè raccogliere, ordinare, che non sono certo azioni di cui ci si possa vantare in società. Invece editor, che suona bene quasi come editore, dà l’illusione di poter dire la propria su un testo di Saviano, Camilleri o Baricco. E sentirsi un po’ creativi come loro.

Oggi, grazie anche alla moda della scrittura creativa, sono stati tutti definitivamente promossi al rango di editor, anche chi fa le pulizie nell’ufficio diritti delle case editrici. Ragion per cui diventa difficile distinguere quei redattori che raccolgono, ordinano, impaginano i testi da altri che addirittura li manipolano, li plasmano, li trasformano in best seller.

Per esempio, si dice che uno che si inventa i testi, e forse anche gli scrittori, sia Antonio Franchini. Sarà di certo vero, perché Franchini stesso dice che di editor come lui in Italia ce ne saranno sì e no dieci. E poiché non ho ragione di non credere a Franchini, direi che tutti quelli che non entrano nella top ten di Franchini sarebbe meglio chiamarli semplicemente redattori. Che a me pare anche più dignitoso e carico di tradizione editoriale e anche di azioni precise e misurabili sul testo. Redattore: gente che per lavoro – quando il lavoro c’è, ovviamente – raccoglie le pagine e le ordina. Basterebbe questo per pubblicare testi pubblicabili. Nel frattempo che gli autori imparino a scrivere testi tanto buoni in partenza da non aver bisogno d’altro che di raccoglierli e ordinarli per la stampa. Perché di editor alla Franchini ce ne sono sì e no dieci, come ho già detto, e non possono certo fare tutto quei dieci. Non vorrete mica ricorrere agli editor freelance, che non si sa né per chi lavorino né che cosa facciano (assistenza psicologica, presumo).

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Quello che ho imparato

«Ho raggiunto, credo, dopo un lungo sforzo, la chiarezza inesorabile sia del pensiero, sia della parola; sia di ciò che si vuol dire, sia del modo di dirlo. Ho imparato così che in un articolo ci deve essere soltanto un’idea, e non più di un’idea, e che bisogna sempre chiarire quella, lumeggiare quella, imporre quella. Ho imparato che un articolo deve rassomigliare un po’ a una conclusionale di avvocato: esporre il fatto, svolgere gli argomenti, suggerire la sentenza al pubblico, che è poi il giudice. Ho imparato a usare soltanto parole di significato chiarissimo a tutti; e, se dovevo usare per forza qualche parola difficile, a farvi seguire subito la spiegazione che la rendesse limpida. Ho imparato a rinunziare alla citazione, questa vanità dei principianti che vogliono farsi vedere sapienti, e che finisce per umiliare il pubblico. Ho imparato che il pubblico è come un Sultano; egli non vuole essere annoiato mai, pena il castigo più severo; quello di abbandonare in tronco, con una mossa di impazienza, l’articolo di fondo, e passare alla lettura più dilettosa delle inserzioni economiche. E ho imparato che il pubblico è generosissimo con il giornalista che lo serve così».

Giovanni Ansaldo

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Dimenticarsi

«Un cattivo scrittore è chi si esprime tenendo conto di un contesto interiore che il lettore non può conoscere. Per questa via l’autore mediocre è portato a dire tutto quello che gli piace. La grande regola sta invece nel dimenticarsi in parte, a favore di un’espressione comunicabile. Questo non può avvenire senza sacrifici».

Albert Camus

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Tante domande, infinite risposte

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Ricevo e volentieri pubblico:

Volevo farti delle domande inerenti alla diversità tra scrivere un racconto e un romanzo. Tu cosa ne pensi? Dove ritieni siano le difficoltà in questo modo di scrivere? Partendo dal presupposto che il racconto non ha un mercato a sé se non in antologie, oppure in casi particolari, perché pensi che un autore debba perseguire tale scrittura? E infine: vista la brevità, perché si pensa sia facile scrivere un racconto? Solo perché non è lungo come un romanzo?  Solo per quello?

 

Tante domande e, presumo, infinite risposte. Mi viene da dire che bisognerebbe dimenticarsi le logiche di mercato e scrivere perché si ha voglia di trasferire sulla pagina l’idea che si ha in testa. Se l’idea è forte, molto ben definita e particolarmente originale, troverà più fortuna in un racconto. Al contrario, idee deboli, quindi più convenzionali potranno aver maggior possibilità di sviluppo in un romanzo, dove si potranno sviluppare in tante varianti che si mischiano con altre considerazioni. La brevità implica minor sforzo, dà subito la sensazione di giungere a un risultato verificabile dopo pochi giorni, un romanzo può avere invece gestazioni lunghe, che durano anche anni. Questo non implica affatto che sia semplice sviluppare un racconto rispetto a un romanzo. Uno scrittore, se bravo, scriverà bene gli uni e gli altri. Se è poco abile questo apparirà già evidente dopo qualche pagina: si può  annoiare anche scrivendo poche righe, purtroppo.

Sottopongo però la domanda alla rete. Altri ne hanno sicuramente parlato nei loro blog, magari ti possono dare dritte più approfondite. Oltre ai commenti diretti qui sotto potete aggiungere anche link ai vostri post attinenti all’argomento. Grazie.

 

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Facilità di parola

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«Se una cosa può essere detta con le parole, allora può anche essere detta con parole semplici».

Ludwig Wittgenstein

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