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Dove si parla del mercato editoriale e di chi lo abita

Filosofia zen alla pubblicazione

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I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sempre o sempre?

«Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente».

Robert McKee

Post scriptum: sempre?

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Lettori vaginali e no

Ho già parlato in passato delle Memorie di una vagina, un blog intelligente e ironico che seguo pur senza esserne seguace, perché mi avvicina senza moralismi a quel mondo femminile attraente e incomprensibile per noi maschi liquidi 2.0 o liquidati con 6.1.0. Ma in perenne tensione verso quello che ci attira e a volte anche ce lo tira.

La Vagina è una blogger lontana dalla nostra cerchia di scrittori aspiranti un po’ sfigati – vabbè, parlo per me, voi non lo siete –. Comunque siete aspiranti a un posto al sole nell’editoria, a una visibilità riconosciuta che oltrepassi lo zoccolo duro, sarebbe meglio dire lo zoccoletto, dei 30-40 lettori abituali, acquisiti col baratto del io leggo te e tu leggi me.

Memorie di una vagina è un blog seguitissimo. A numeri però, a ben vedere, anche alcuni blogger della mia cerchia non se la cavano male, eppure restano al palo, come se non avessero lettori.

Nell’ultimo suo post, la nostra vaginale blogger, dice en passant in fondo all’articolo che sta per arrivare il libro, e non lo dice a un gruppo di scrittori che la segue, che non esiste proprio, ma a tutti quelli che semplicemente la seguono da sempre.

Spero non verrò accusato di plagio se vi riporto le parole che lei stessa usa per dire dell’imminente pubblicazione. Parole tanto leggere nel tono quanto pesanti nella sostanza, rispetto alle nostre sempre pesanti e drammatiche nel tono quanto leggere e afone alla prova dei lettori.

 

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

 

Quand’è che fuggiremo dalla nostra cerchia, Associazione protezione aspiranti scrittori, per parlare dei nostri romanzi a lettori veri, che non gliene frega niente scrivere ma solo leggere?

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Editoria 2.0 a pagamento?

Come inizia?

Una squadra di professionisti dell’editoria valuta ogni manoscritto. Per lo più gratuitamente.

Come prosegue?

C’è una campagna di crowdfunding che ha lo scopo di fare conoscere le potenzialità del progetto-libro al pubblico dei lettori. A quel punto, se credi nel progetto, lo puoi preordinare. La campagna punta a raggiungere un certo numero di prevendite (da 100 a 200 copie prepagate, cartacee oppure on line).

Come finisce?

Se si raggiunge l’obiettivo di copie prevendute, allora il progetto si realizza: il libro viene stampato e distribuito a chi l’ha richiesto.

 

Ma questa non è la classica editoria a pagamento che sostituisce all’autore che prepagava un certo numero di copie (di solito tra le 100 e le 200), circa 100-200 lettori che prepagano una singola copia del libro al posto suo?

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Come creare un personaggio

Vi ho detto ieri della parodia di Maurizio Crozza incentrata sullo scrittore Mauro Corona, imitazione che è piaciuta a tanti e che potete trovare facilmente in rete, se siete curiosi, digitando il nome dei due interessati.

Interpellato dai giornali, Corona, nei giorni successivi l’ha presa sportivamente e con ironia: «Non ho visto la sua performance ma ovviamente mi fa piacere. Un mucchio di gente farebbe carte false per farsi imitare da Crozza. Lo seguo da sempre, dai siparietti su Ballarò, mi piace molto e sono onorato che abbia scelto me, l’ultimo degli ultimi; vuol dire che sono diventato un personaggio».

Ecco l’obiettivo dello scrittore nel 2017: diventare un personaggio!
Badate bene, non inventare un personaggio – come spiegano vecchi e anacronistici manuali di scrittura creativa –, ma diventarlo.

E la frase così com’è stata riportata dalla stampa è di una verità assoluta, andrebbe studiata nelle università: un mucchio di gente farebbe carte false per farsi imitare da Crozza. Credo anch’io che debbano essere false le carte per trasformare uno scrittore nella parodia di uno scrittore.
Le carte di Pasolini, Calvino, Sciascia, Moravia non saranno state poi così false se Noschese non si sognò mai di imitarli. Imitò Andreotti e Mike Bongiorno. Pasolini e Calvino mai. Quando invece scrivi carte false, poi il finale della tua storia non può che essere scontato: finirai da Crozza a fare il personaggio. Corona superficiale e inutile come un Montezemolo, un Formigoni, un Razzi qualunque. Altro che cultura, meditazione, ritorno alla natura.

Fuori gli scrittori, spazio ai personaggi!

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Il nuovo Moccia

Da tempo ormai mi chiedevo quando sarebbe successo, perché che sarebbe successo, prima o poi, questo era sicuro. Non potevo però prevedere il quando, il dove, né grazie a chi. Perciò quando l’altro ieri Maurizio Crozza, in Fratelli di Crozza, è apparso nei panni di Mauro Corona, per quanto mi riguarda ero già preparato da tempo.

La prima volta che ho visto Corona in tv, ospite di Daria Bignardi, in realtà era la seconda volta che me lo trovavo davanti. La prima era stata durante la diretta di Marco Paolini dal Vajont nell’anniversario della tragedia, una delle pagine teatrali più felici del dopoguerra italiano. In quell’occasione, se rivedete i minuti finali dello spettacolo, noterete che tra il pubblico è inquadrato per qualche istante questo strano individuo, con una bandana in testa e l’aria da montanaro di Erto – una delle frazioni colpite dall’alluvione.

Quando dalla Bignardi si presentò lo stesso montanaro, io che conosco la rappresentazione teatrale a memoria, carotaggi compresi, l’ho beccato subito. «Ma quello lì l’ho già incontrato sulla diga!», mi sono detto. La mia attenzione in quell’intervista fu davvero massima. Questo Mauro Corona era finito nello studio della Bignardi per parlare di betulle e aceri, di montagna e libri, di scrittura e valori umani. E tanto più parlava, soprattutto di scrittura, tanto più mi affascinava con la sua personalità. Parlò di cultura contadina, di una grande passione per la lettura – «ho letto due tir di libri prima di mettermi a scrivere» –, di tanto altro. Il tutto espresso in maniera semplice e profonda, al punto che io, che non mi faccio certo condizionare dall’autore di grido ospite da Fazio, il giorno dopo sono andato in libreria per acquistare un libro di Corona: scelto a caso, come al solito, non l’ultimo che teneva in mano dalla Bignardi durante la trasmissione. Aspro e dolce, il titolo, se ben ricordo. Un buon titolo, mi ero detto, un’antitesi classica per andare sul sicuro. Il libro era una confessione fiume del suo rapporto drammatico con il vino e l’alcol. Mi aspettavo molto da quel libro, qualche riflessione interessante e non banale sull’argomento. Insomma, un testo che fosse sorprendente come il personaggio che l’aveva scritto, personaggio non costruito a tavolino.

La delusione fu enorme, non mi ripresi: un semplice elenco cronologico di sbornie, senza mai un guizzo, né una riflessione lucida che fosse una. Libro più orrendo di questo credo di non averlo mai letto. Da quel giorno Mauro Corona ne ha fatta di strada in libreria, ma soprattutto nei salotti televisivi. Come il prezzemolo lo trovi ovunque, dal telegiornale della notte alla poltrona della D’Urso, dalla telefonata a Cruciani della Zanzara al programma giornalistico di Floris.

Caricatura di se stesso, mi chiedevo da tempo quando sarebbe diventato rappresentazione comica dello scrittore in quanto tale. L’altra sera, da Crozza, si è consumato l’atto finale. Ora è perfetto: se in passato la parodia dello scrittore è confluita su Moccia – che torna in questi giorni prepotentemente sul mercato con il terzo libro della sua saga, e farà sfracelli – attualmente è Corona la sintesi plastica dello scrittore che si parla addosso in toni involontariamente comici.

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Cose d’oggi

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Scrivere è infinitamente più difficile di qualsiasi vivere. È più straziante, agonico, azzardato, ridicolo, canceroso di qualsiasi forma d’esistenza, anche condotta in maniera malandrina. Eppure scrivono tutti: carcerati e presentatori televisivi, attrici ed ex puttane d’alto o basso bordo, criminali in fuga e a piede libero, figli di padri morti ma celebri, politici che raffazzonano diari e quelle che Luigi Einaudi definiva «prediche inutili». Chi non ha scritto minaccia di farlo al più presto. Chi non sa usare penna o macchina, detta, confessa, incide su nastri.

Chi è «nato per lui», cioè per lo Scrivere si brucia i polmoni, digerisce angoscia, si rode il fegato, divora cuore e memoria, si ritiene traditore, ma non parla del suo Scrivere ad anima viva, a interrogazione precisa risponde negando, cerca di seppellirsi tra coltri di silenzio. Ma gli altri, gente e gentucola o gentaccia o «vip» in vena di scritture, gli altri si confidano, spediscono messaggi, annunciano l’imminente memoriale, si prenotano per la storia e per l’apparizione televisiva.
Leggo l’ultima lettera arrivatami da una cittadina toscana che per discrezione non nomino. È di un poeta, autore d’un librettino speditomi mesi fa. È anche «raccomandata». Il signore mi si rivolge con un iniziale «Ill.mo scrittore» e conclude la missiva con un minaccioso «Suo dev.mo». All’interno vi è il burocratico invito a occuparsi di lui pubblicamente, con tanto di segnalazione-recensione-giudizio. Ho sul tavolo e nel cestino della carta straccia (massimo strumento scrittorio almeno per me) mille e altri mille libri diversi – stampati a pagamento, prefati da professori sconosciuti ma anche da critici in vena di mercede – e la pena che ne sale mi dà alla testa.

Se tutti questi ottimi signori prima di scrivere, leggessero romanzi e poesie pubblicati nell’ultimo secolo, la crisi libraria ed editoriale si trasformerebbe d’incanto in un «boom» stupefacente e diritti d’autore equipollenti. Esempio: due anni fa un noto ebdomario mi chiese di scrivere una paginetta sulle fiabe ormai in decadenza. Misi giù un articolo che aveva, come tema e titolo «C’era una volta la fiaba». Ebbene: ricevetti quarantadue lettere di ex insegnanti, maestrine con la penna rossa, zie di provincia, fanciulle smaniose, tutti maniaci del fiabesco che inneggiando – ma proprio in coro – dicevano: lei ha perfettamente ragione, la sua diagnosi è esatta, era ora che qualcuno sfoderasse questa sacrosanta verità, però, come può vedere dall’allegato dattiloscritto mio, la fiaba esiste ancora, è quella che le spedisco con preghiera di trovarmi un editore.

Tortura, vertigine malefica, terrore di non riuscire ad afferrare e restituire al «reale» attraverso trama, personaggi, climi, ecco cosa prova un romanziere (sempreché sia «nato per lui», cioè lo Scrivere). E inoltre: orrore per quanto ha già fatto, senso di inutilità per quel che sta facendo, un moto perpetuo di autocritica che ti sveglia di notte e anche al caffè, incapacità di esprimersi in una casuale cartolina.

«Loro», invece, buttano giù alacremente, felici di accumulare pagine, ignorando che ogni espressione è solo sofferenza e nello stesso un «horror vacui» tanto molesto quanto grottesco. «Loro» non sanno la pena certosina del «levare», anzi rimpinzano, si raccontano, trasformano in esperienza cattedratica le baggianate vissute, gli incidenti ridicoli, i letti frequentati, le conoscenze salottiere.
Io non so odiare, e talvolta la cosa mi secca. Ma in questo caso l’odio e la disperazione sono inevitabili, mi disumanizzano, mi fanno venir voglia di bruciare intere biblioteche, dove la sciocchezza e la vanità umane, rilegate e con sovraccoperta a colori, inflazionano la già stenta e rugosa «civiltà delle lettere». Mi curo e risano leggendo tre righe di Leopardi, un passo desolato di Landolfi, e in questo preciso momento una lettera di Mino Maccari a Italo Cremona (è del ’62) ove invita l’amico a portare un po’ di smog da Torino tra le arie troppo salubri del Cinquale d’allora.

E vorrei ricordare mio padre, vecchio militare. Tutti coloro che scrivono o pretendono scrivere o infliggono al prossimo le loro scritture evocano il padre. È paracarro inevitabile. Ma io lo faccio solo per recuperare un minimo di fiato. Dunque: mio padre, fino alla morte, faceva le tre o le quattro di notte avendo sul tavolo una serie di dizionari: dal Petrocchi al Panzini, dallo Zingarelli al Tommaseo. Controllava ogni parola passando di testo in testo, annotando col lapis lungo i bordi bianchi, con la pazienza e l’accanimento di chi conobbe le guerre di trincea. Questo esercizio, assurdo, ossessivo, mistico, da Bouvard e Pecuchet, è forse l’unica medicina contro lo scrivere banale.

«In finis» non dimentico un episodio che riguarda il mai Nobel classico, ovverosia Jorge Luis Borges. È uno dei rarissimi episodi inediti, dato che Borges cieco vive di interviste e racconta tutto a tutti. Alla buon’ora: fu avvicinato, il grande Borges, qualche tempo fa e, con un’infinità di cautele dovute a un cieco, gli fu chiesto: sarebbe di suo gradimento il dono d’una copia della grande Enciclopedia Garzanti? Borges annuì col suo sorriso dolce e sfatto, rispose: la palpeggerei con infinito godimento. Per chi sa, è una suprema lezione di scrittura. Per chi non sa, valga pure come storiella.

Ai tanti, ai troppi che scrivono, che sono disposti alla rovina pur di pubblicare, nulla si può consigliare. Nessuno gli leverà mai dal cranio la necessità e l’urgenza e il supremo grado storico del loro scritto. Anche questo pezzullo mi procurerà nuove missive che iniziando con un «Ill.mo» sosterranno: lei ha perfettamente ragione, finalmente qualcuno che ha il coraggio di dire la verità, però, come potrà vedere dall’allegato manoscritto, io sono della sua stessa specie e merito dunque una porzione dell’Olimpo letterario.

Come fargli capire che non c’è Olimpo, ma solo inferni, che lo scrivere non è diritto ma condanna?

Giovanni Arpino

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