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Dove si parla del mercato editoriale e di chi lo abita

In esilio

«Quando ci si sente incapaci di scrivere, ci si sente esiliati da se stessi».

Harold Pinter

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Consiglio criminale

«Avrei potuto scrivere meglio, ma se lo facevo non mi avrebbero pubblicato».

Raymond Chandler

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Da autoeditore ad autore

Autoeditore, autopubblicarsi, autodidatta, autogestione, autonomia, automobilitarsi, autopromozione, autoaffermazione, autoesaltazione, autosuggestione, autostima, autocompiacimento, autocitazione, autoritratto, autobiografia, autoreferenziale, autoanalisi, autoassolversi, autocommiserarsi, autoinganno, autolesionismo, autogol, autodemolizione, autoaffondamento, autodistruzione, autopsia, autore.

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Dante e il robot

La luce del sole si dissolve sulla finestra di vetro è il titolo di una raccolta poetica pubblicata in Cina. Il volume, in libreria in questi giorni, è composto da 139 poesie ed è pubblicato a cura della Cheers Publishing, non cercatelo quindi alla Feltrinelli o alla Mondadori.
L’altra caratteristica dell’opera, che la rende interessante per qualcuno, è che il poeta che ha prodotto questi versi non è altro che un robot, Microsoft Little Ice. L’algoritmo ha memorizzato i testi scritti da 500 poeti nell’arco di 90 anni e ha prodotto 10.000 poesie da cui sono state selezionate le più valide, confluite poi nella pubblicazione da leggere, presumo, in cinese.

Di questa notiziola l’unico aspetto che mi colpisce è che l’intelligenza artificiale produce testi nuovi, e forse originali, a partire da testi già esistenti, rielaborandoli. D’altra parte un calcolatore – ma esiste ancora questa parola? – non può agire senza partire da una massa di dati, in questo caso parole, rime, metrica.
Sono però convinto che il cervello umano funzioni allo stesso modo e la scrittura creativa del poeta non sia altro che rielaborazione inedita di stimoli ed esperienze, parole e metrica, di chi l’ha preceduto. Dante e Microsoft Little Ice hanno operato con la stessa modalità, in un insieme creativo di citazioni di citazioni.

De Sanctis dice che «la “divina commedia” non è un concetto nuovo, né originale, né straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a un mondo meravigliato. Anzi il suo pensiero giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni, leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti, canzoni».

Adesso non dite che scrivere è dire la stessa cosa con parole diverse, che invece è la traduzione; o peggio, che tutto è stato già scritto e può cambiare solo la forma in cui scriverlo.
Dante e Microsoft Little Ice hanno in comune questa origine meravigliosa: creano il nuovo a partire dai concetti di tutti. Forse è per questo che amo i classici – gli elaboratori elettronici non l’ho ancora deciso, ma esiste ancora questa perifrasi? –. Non ho mai sentito i classici dire che scrivono perché vogliono esprimere se stessi. Che vogliono esprimere se stessi lo dicono solo gli autori per hobby.
Il dramma è che poi attuano la minaccia, purtroppo. Viva Dante e i robot.

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Citazione, che passione / 1

Presento al pubblico per la nona volta questo saggio di un repertorio italiano di citazioni storiche e letterarie. Gli imitatori ch’esso ha avuto, sono molti, e anche qualcuno poco discreto nel saccheggiarlo; ma quando cinquant’anni fa, nel 1894, uscì in luce la prima edizione di questo libro, nella patria letteratura poco esisteva in tal genere e forse la miglior cosa era quel catalogo della «Grande esposizione universale di Rettorica usata antica e moderna», che lo scrittore bizzarro che si celava sotto lo pseudonimo di Yorick (avv. P. Coccoluto Ferrigni) pubblicò nell’Almanacco del Fanfulla pel 1873. Ma se il dilettante di umorismo poteva divertirsi di più leggendo di quella Esposizione che doveva inaugurarsi il giorno delle Calende Greche per chiudersi soltanto il giorno del Redde rationem, e restare aperta al pubblico tutti i giorni dal mattino della vita fino all’ora dei delitti (prezzo del biglietto d’ingresso: un obolo… di Belisario), non sarà immodestia di pensare che il ricercatore, pure divertendosi meno, consulterà con qualche maggior profitto il repertorio mio. Non vi si troveranno frasi peregrine o inedite, ché anzi uno dei requisiti per poterle ammettere in questo repertorio, è che siano frasi generalmente conosciute. E allora perché il repertorio, se tutti o quasi tutti le conoscono? Ma se tutti ripetono con compiacenza, e si valgono liberamente di simili motti, sentenze, modi di dire, passati ormai nel dominio comune, e diventati per così dire la moneta spicciola della erudizione e della letteratura, non sempre tutti ne conoscono l’autore, l’origine, e talora neppure l’esatto significato. Anche poi di frasi più conosciute, e che ognuno sa essere di autori notissimi, non sempre si ricorda con precisione da quali passi delle loro opere siano tolte, ciò che pure è curiosità scusabile, anzi ragionevole. E perciò non si faccia meraviglia il lettore se incontrerà dei versi di Dante, del Petrarca, o di altri valentuomini dello stesso peso, versi che ogni persona, mediocremente colta, sa a memoria: ma è egli sicuro di ricordarsi con esattezza il canto, il sonetto ecc. cui appartengono? E neppure si meravigli se accanto a queste gemme del nostro tesoro letterario, troverà delle ciance scipite, degli orribili versi tolti dai melodrammi più in voga o dai drammi di repertorio e perfino dalle più scollacciate operette, giacché alla scelta delle frasi citate non ha presieduto nessun criterio etico o estetico, ma soltanto quello della maggiore o minore notorietà. Anche quelle scorie si citano spesso, e ricorrono nella conversazione, talora adattate ad altri significati dal primitivo, anche più di frequente di sentenze più nobile e più gravi, perciò il pubblico ha il diritto di trovarle qui, e di sapere il loro stato civile. Insomma questo che io faccio è un vero Manuale del perfetto citatore, da cui si deve apprendere l’arte di citare esattamente, arte più difficile che comunemente non si creda, poiché

L’exactitude de citer, c’est un talent beaucoup plus rare que l’on ne pense («l’esattezza delle citazioni è una virtù assai più rara che non si pensi»).

(Bayle, Dictionnaire, art. Sanchez, Remanques)

 

Giuseppe Fumagalli, Chi l’ha detto?

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Doppia copia, di Flaubert e Faé Helgaldó

Si abbracciarono al di sopra della tavola, quando scoprirono che erano entrambi copisti, Bouvard in un’azienda commerciale, Pécuchet al ministero della Marina.

 

Gustave Flaubert

 

 

Sandra Faè è una scrittrice mai emergente, che pubblica con una piccola casa editrice di Firenze, GoWare. Mille copie vendute su Amazon o zero, fa lo stesso: resta sempre in un sottobosco letterario. Stanca di questa prospettiva, decide di imbucarsi a una festa privata a casa di Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale Mondadori, per incontrare qualche personalità dell’editoria a cui far leggere l’ultimo suo inedito, destinato inizialmente alla solita GoWare. Per imbucarsi meglio acquista una borsa di Prada da urlo, sperando che l’aiuti a confondersi tra gli ospite. Mette il manoscritto nella borsa e in effetti riesce a entrare alla festa dove nessuno le rivolge la parola. A un faccia a faccia con Dacia Maraini, entrambe le donne scoprono di avere la stessa borsa. Sandra legge nel pensiero della famosa scrittrice: e tu chi cavolo sei? Disperata si butta sui cocktail.

L’alcol le dà la il coraggio di tentare un colpo. Sostituire le borse, in modo che Dacia Maraini possa leggere il suo libro. Fa lo scambio in un momento che la borsa si stacca dalla mano della scrittrice e lascia la festa di corsa. Rovistando nella borsa della Maraini a casa, si accorge che all’interno c’è un romanzo inedito della famosa scrittrice. Lo legge nella notte e alla mattina decide di partire con l’Orso, il marito, verso la Valtellina per isolarsi da connessioni internet, giornali, tv e riscrivere il romanzo a nome proprio.

Nelle tre settimane successive tra i monti Sandra lavora ossessivamente al romanzo, lasciando trama e personaggi, ma riscrivendo il testo secondo il suo stile. L’Orso tenta di dissuaderla da questa evidente illegalità, ma Sandra è intenzionata a proseguire. Nelle pause della lavorazione ogni tentativo dell’uomo di portarla alla ragione fallisce. Sandra vuole sfondare costi quel che costi. Anche un’accusa di plagio, di sottrazione di opera, la porterebbe paradossalmente sulle prime pagine dei giornali e da Fazio, dandole quella visibilità che da sempre viene negata a chi non ha entrature nel mondo dell’editoria. Il rapporto con l’Orso va in crisi, a nulla servono le cenette romantiche e i ricordi di quando le piaceva solo scrivere, momenti che il marito tenta di rammentarle. Quando chiede all’Orso, a stesura quasi terminata, di contattare qualche bravo avvocato esperto in copyright, presagendo le conseguenze del suo gesto, l’Orso tenta l’ultima carta: farò quello che vuoi ma contatterò anche un avvocato divorzista, è questo che vuoi al tuo ritorno a Milano? Sandra non risponde e si chiude nello studio per terminare il romanzo. Sente la porta che si chiude, l’Orso che avvia l’auto, la loro storia è terminata. A Sandra non resta ora che scegliere il titolo del «suo» romanzo. Difficili decisioni definitive.
Torna quindi a Milano, dove l’Orso ha già svuotato gli armadi, e manda il romanzo a GoWare. Nessuna notifica da carabinieri o avvocati, per ora. Ma qualche giorno dopo squilla il telefono, sarà la Maraini? No, è l’editore entusiasta del suo libro: ha deciso di investire tutto su di lei, tenta il colpo grosso per portarla, come lei ha sempre desiderato, anche sugli scaffali dell’Esselunga. Dovrà essere il caso editoriale dell’anno. Ora Sandra è sicura di finire davvero sulle prime pagine, e perdere tutto ciò che le è rimasto.

Difficili soluzioni definitive fa il botto. Scala le classifiche sulla Stampa e Il Corriere e si piazza al primo posto. C’è la fila dei giornalisti che la vogliono intervistare e la contatta anche la redazione di Che tempo che fa. Più si sale, più si andrà a fondo. L’Orso non si fa vivo. La settimana è piena di appuntamenti con i big dell’editoria. GoWare comunica a Sandra che è chiamata come relatrice a un dibattito nel padiglione autori del Salone del libro di Milano, a discutere di letteratura al femminile. L’altra relatrice sarà la Maraini. Sandra suda freddo, teme la gogna mediatica in presa diretta. Decide però di partecipare e andare incontro al suo destino. Va a letto e non vorrebbe più svegliarsi. Ma la mattina dopo GoWare telefona alle otto: per la seconda settimana Sandra è in classifica, al secondo posto: prima la Maraini, con Collegafigo, l’inedito di Sandra. Le viene un colpo, ma non può parlarne con nessuno, solo l’Orso sa e il suo telefono è sempre spento.

È giunto il giorno del Salone. Sandra si prepara e parte. Decide di prendere la borsa, per restituirla alla Maraini. Eccola al tavolo, la Maraini tarda – un contrattempo, dice l’organizzazione –. Sandra spera che non venga. Ma mentre sta già parlando del «suo» libro, l’altra arriva e le si siede a fianco. Sandra non ha neppure il coraggio di guardarla, poi guarda la borsa, questa è la sua sua, che la collega più famosa ha portato con sé. La prima domanda che fanno alla Maraini è se l’è piaciuto il libro di Sandra: bello, l’avrei voluto scriverlo io. Ma sono qui per parlare del mio, e non del suo. Ora si guardano e si dicono tutto con gli occhi. La conferenza è un successone. Sandra sta per andare via con l’editore quando, in fondo alla sala vede un Orso. Lo raggiunge, gli implora di tornare a casa. Non lo so – la sua risposta –, dovrei digerire prima l’ingannevole mondo dell’editoria, ti va un aperitivo?

 

Sandra Faé Helgaldó

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crowdfunding + self-publishing 1729

C’è ora sotto stampa una curiosa opera intitolata L’arte delle bugie politiche formata da due volumi in quarto.
Le proposte sono:

I) Se l’autore incontra conveniente incoraggiamento, intende consegnare il primo volume ai sottoscrittori entro il prossimo mese di Gennaio.

II) Il prezzo di ambedue e volumi sarà per i sottoscrittori di lire 20, dieci da esser pagate subito, e le altre alla consegna del secondo volume.

III) Quelli che sottoscrivono per sei esemplari, ne avranno un settimo gratis; il che riduce il prezzo a circa 8 lire per volume.

IV) I sottoscrittori avranno i loro nomi e il luogo della loro dimora stampato sul volume in tutte lettere.

Per l’incoraggiamento di un’opera così utile, si è pensato fosse conveniente informare il pubblico del contenuto del primo volume, da uno che ha scorso con gran cura il manoscritto.

Jonathan Swift, Libelli

 

Post scriptum: eppure c’è chi crede che crowdfunding è self-publishing siano il nuovo che avanza.

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Filosofia zen alla pubblicazione

121

I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Sempre o sempre?

«Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente».

Robert McKee

Post scriptum: sempre?

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Lettori vaginali e no

Ho già parlato in passato delle Memorie di una vagina, un blog intelligente e ironico che seguo pur senza esserne seguace, perché mi avvicina senza moralismi a quel mondo femminile attraente e incomprensibile per noi maschi liquidi 2.0 o liquidati con 6.1.0. Ma in perenne tensione verso quello che ci attira e a volte anche ce lo tira.

La Vagina è una blogger lontana dalla nostra cerchia di scrittori aspiranti un po’ sfigati – vabbè, parlo per me, voi non lo siete –. Comunque siete aspiranti a un posto al sole nell’editoria, a una visibilità riconosciuta che oltrepassi lo zoccolo duro, sarebbe meglio dire lo zoccoletto, dei 30-40 lettori abituali, acquisiti col baratto del io leggo te e tu leggi me.

Memorie di una vagina è un blog seguitissimo. A numeri però, a ben vedere, anche alcuni blogger della mia cerchia non se la cavano male, eppure restano al palo, come se non avessero lettori.

Nell’ultimo suo post, la nostra vaginale blogger, dice en passant in fondo all’articolo che sta per arrivare il libro, e non lo dice a un gruppo di scrittori che la segue, che non esiste proprio, ma a tutti quelli che semplicemente la seguono da sempre.

Spero non verrò accusato di plagio se vi riporto le parole che lei stessa usa per dire dell’imminente pubblicazione. Parole tanto leggere nel tono quanto pesanti nella sostanza, rispetto alle nostre sempre pesanti e drammatiche nel tono quanto leggere e afone alla prova dei lettori.

 

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

 

Quand’è che fuggiremo dalla nostra cerchia, Associazione protezione aspiranti scrittori, per parlare dei nostri romanzi a lettori veri, che non gliene frega niente scrivere ma solo leggere?

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