Flussi di coscienza

Quello che mi piace del mio blog è che funziona come un albero di ciliegie, una tira l’altra. La ciliegia dell’altro giorno è stato un post, programmato un attimo prima di scriverlo e pubblicarlo, dove invitavo a non accettare l’idea che tutto sia  già stato scritto, per esempio sull’amore. Pochi giorni dopo mi arriva una mail da chi vuole restare anonimo, che calamitato dall’argomento, racconta un suo episodio personale che per qualcuno risulta essere trito, per altri è un cliché, ma c’è anche chi dice no, insomma idee divergenti che si intrecciano. La mail poi è stata scritta senza punteggiatura, forse per simulare un flusso di coscienza, ma forse non era questo l’intento. Ora, a qualcuno questo pseudo-flusso piace, ad altri piace meno. Qualcuno osserva che togliere la punteggiatura non è necessario per creare un flusso di coscienza, si poteva ottenere di meglio «copiando» per esempio la scrittura di Cartongesso, un romanzo narrato interamente con la tecnica del flusso mentale. Altra ciliegia: la discussione si sposta allora dall’amore all’uso del flusso di coscienza: nulla di programmato.

Quindi oggi parliamo del flusso di coscienza, tema su cui non ho mai riflettuto sul blog ma nemmeno al di fuori, e ne parliamo proprio perché qualcuno che legge questo blog ha sollevato l’argomento nei commenti. Partendo dall’amore siamo giunti così, senza seguire nessuna programmazione trimestrale, mensile, settimanale, targhe pari e targhe dispari, al flusso di coscienza in base al solo stimolo dei commenti al post. Cari blogger, anziché dannarvi per essere seguiti siate voi a seguire i vostri lettori, drizzate le antenne e andate dietro ai commenti, perché spesso sono più stimolanti quelli dei vostri stessi post.

Ma lasciamo perdere le antenne del blogger e torniamo al flusso di coscienza.

Dunque, Cartongesso. Segnalato da Michele Scarparo come ottimo esempio per capire come servirsene, mi sono incuriosito e mi sono precipitato nelle recensioni che ha ricevuto il libro su Amazon. Come mi aspettato sono discordanti: c’è chi parla di genialità, e chi invece rivuole indietro i soldi. Direi che a questo punto è meglio leggersi qualche riga di incipit – ne bastano poche – per decidere in cuor proprio se questo benedetto flusso di coscienza può piacere o no.

L’avete letto? Bene, proseguiamo.

Riprendiamo adesso l’anonimo di ieri, che a quanto dice non era così consapevole di aver prodotto questa tecnica di scrittura. In questo modo possiamo confrontare i due testi, e decidere quello che più ci piace. Uno segue la punteggiatura, l’altro l’ha eliminata. Si possono definire entrambi flussi di coscienza? Michele giustamente osserva che la lettura del secondo brano, quello del post, pone delle difficoltà di comprensione, che invece nel primo non esistono. Quindi conta anche la leggibilità di quanto è scritto: se il cervello «scoperchiato», grazie a questa tecnica, riesce a trasferire i suoi pensieri nella mente del lettore come un testo più tradizionale. Vorrei quindi chiedervi di dare un giudizio sulle due forme di scrittura – una professionale e l’altra spontanea – in base a come affronteremmo la scrittura in rapporto anche all’efficacia della comunicazione e non solo alla bellezza estetica del linguaggio.

Calma e gesso. Tanto che ci siamo cerchiamo di ampliare il discorso. Sull’onda dei primi due testi ho iniziato a cercarne altri, per avere un confronto, un termine di paragone, o meglio un’unità di misura. E quale testo potevo spulciare se non il padre di tutti i flussi di coscienza, cioè l’Ulisse di Joyce?

L’Ulisse, con mio gran stupore, non inizia con un flusso di coscienza: no, no. Inizia come il più tradizionale dei romanzi. Non avendolo letto, ipotizzo che la sua famosa tecnica del cranio scoperchiato copra alcune parti del romanzo, ma non la sua totalità. Diciamo che Joyce la utilizza quando ne ha bisogno. E allora vi riporto di seguito un passaggio dove il flusso di pensiero è presente, in modo da poter meglio giudicare gli altri due testi anche in base a quello che vi comunica quest’ultimo.

 

«Mr Bloom camminava inosservato per un vialetto lungo file di angeli rattristati, croci, colonne spezzate, tombe di famiglia, speranze di pietra che pregavano con gli occhi al cielo, cuore e mani della vecchia Irlanda. Più sensato spendere i soldi in qualche opera di carità per i vivi. Pregate per la pace dell’anima di. C’è qualcuno che veramente? Piantala e falla finita con lui. Scaricato. Come il carbone giù per una botola di cantina. Poi lo ammucchiano insieme per guadagnar tempo. Il giorno dei morti. Il ventisette sarà alla sua tomba. Dieci scellini per il giardiniere. Le tiene sgombre dalle erbacce. Vecchio anche lui. Piegato in due con le cesoie, a tagliare. Vicino alla porta della morte. Che si è spento. Che si è dipartito dalla vita. Come se l’avessero fatto di loro volontà. Buttati fuori, tutti quanti. Che ha tirato le cuoia. Più interessante se vi dicessero chi erano. Il tal dei tali, carrozziere. Io rappresentante di linoleum. Io ho concordato con i creditori cinque scellini a sterlina. Oppure una donna con la casseruola. Io faccio un ottimo stufato irlandese. Elegia di un cimitero di campagna dovrebbe chiamarsi quella poesia di chi è Wordsworth o Thomas Campbell. Entrato nel riposo dicono i protestanti. La tomba del vecchio Murren. Il grande medico lo ha chiamato nella sua casa di cura. Be’ questa per loro è la sua terna consacrata. Bella residenza di campagna. Intonacata e ridipinta a nuovo. Luogo ideale per farne una fumatina e leggere il Church Times. Gli annunci matrimoniali non cercano mai di abbellire. Corona rugginosa appesa ai ganci, ghirlande bronzate. Miglior valore allo stesso prezzo. Però, i fiori sono più poetici. L’altro finisce per diventare noioso, non appassendo mai. Non esprime nulla. Immortalles».

 

Spero di aver trascritto il brano esattamente, ma se anche avessi dimenticato qualcosa, saltato una riga, storpiato un sostantivo, riuscireste a rendervene conto? Perché, potete dire quello che volete, ma questo flusso di coscienza è duro, molto distante sia dal primo sia dal secondo brano. Anzi, a mio parere getta una luce diversa su entrambi, perché il secondo mi pare avere più parentele con Joyce di quanto faccia Cartongesso.

E per concludere questa panoramica vi segnalo altri tre esempi di romanzi della letteratura italiana interamente basati su un flusso di coscienza, o di pensiero, con modalità più simili al primo brano che non a Joyce: Il male oscuro di Berto, Uno nessuno e centomila di Pirandello, Manuale pratico di giornalismo disinformato, di cui vi invito a leggere qui e qui e qui qualche riga, ne bastano poche per capire il meccanismo, per aggiungere altri elementi di giudizio articolato sulle possibilità espressive di un flusso di coscienza.

Mi rendo conto, infine, che la lunghezza di questo post e le relative deviazioni ipertestuali lo stiano rendendo improponibile. Ci sarebbe anche un altro genere di flusso, questo mio, basato sulle immagini più che sulla coscienza. Vi chiedo, per come è reso, se anche quest’ultimo abbia qualcosa in comune con l’argomento di cui stiamo parlando.

Si attendono con fiducia giudizi, opinioni, punti di vista, osservazioni personali sia in qualità di lettori sia, soprattutto, di scrittori che hanno usato/usano/useranno il flusso di coscienza per le proprie storie. Grazie.

 

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Metà piena, metà vuota

Ricevo e pubblico senza aggiungere una virgola:

 

Mia dolce metà,

quando ti ho lasciato la mano nel parcheggio e sono salito in macchina sono rimasto a guardarti mentre facevi il giro e passandomi davanti mi hai suonato salutandomi mi sono messo in moto e ho guidato fino a casa coinvolto ancora da tutta l’eccitazione del nostro incontro ho preso una birra mentre accendevo il computer sentivo ancora il profumo della tua pelle e il tuo corpo sul mio la mia bocca era umida del tuo sapore e non ho voluto bere la birra che me l’avrebbe portato via e ho avuto la gran voglia di cercare il tuo nome su google e di vederti sullo schermo eri persa tra altre donne che hanno il tuo stesso nome ma tu sei diversa e sorridevi con lo stesso sorriso di quando facciamo l’amore in quella camera ho cliccato sulla foto perché volevo ingrandirla e mi è apparsa una pagina e scorrendo con la rotella del mouse per ritrovarla c’era un video stupidamente preso dalla felicità del nostro incontro appena concluso ci ho cliccato sopra ed è partito c’eri tu con una musica romantica di Vasco in sottofondo che sorridevi sempre c’erano tante foto non finivano più ma non eri sola c’era sempre lui vicino a te abbracciati ridevate facevate le boccacce vi baciavate al mare al lago in montagna al ristorante sul vaporetto in spiaggia a Vienna al tramonto il video durava un casino scusami se non l’ho visto fino in fondo ma cazzo sei sempre tu e tuo marito nelle foto non mi sembra che te la passi così male come mi dici dopo che abbiamo fatto sesso per due ore quando sfiniti guardiamo il lampadario di Murano della camera d’albergo non mi sembra che stai tanto in crisi che non parlate più vivete come due fratelli non fate sesso che lui è la tua prigione a me sembra invece la tua metà piena mentre io ti vedo solo per tre ore al lunedì pomeriggio in un motel con il portiere che mi dà le chiavi e mi dice che la camera deve essere libera massimo per le sette le prime volte non ce lo diceva ho capito allora che sono solo un uomo da materasso il tuo sfizio del lunedì che durerà finché durerà e allora mi bevo la birra per allontanare il tuo sapore mi sento morire e vorrei immediatamente scriverti una mail di quanto mi fa male averti visto con tuo marito che neanche sapevo com’era in un video così cretino che però per voi dev’essere importante significherà molto se l’avete messo su youtube perché tutti quelli che conoscete possano vedere come vi volete bene ora l’ho visto anch’io solo geloso di rabbia e ti lascerei oggi stesso se avessi la forza invece lunedì verrò come al solito al parcheggio del motel e non ti dirò nulla mentre saliremo in stanza e più ti sorriderò a letto e peggio mi sentirò dentro starò di merda e me lo merito non mi merito altro questo è tutto quello che mi merito volevi leggere qualcosa di nuovo e originale sull’amore Helgaldo te la dico io allora una cosa nuova sull’amore vorrei che quando in quel letto mi parlerà del suo matrimonio a rotoli dopo avere scopato per due ore mentre guardiamo il soffitto il lampadario si staccasse e mi cadesse in testa vorrei morire così nudo come un verme per amore di una donna che torna a casa prima delle sette per preparare la cena alla sua dolce metà piena.

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Cane non mangia cane

Ricevo e volentieri pubblico:

Questa della correzione tutte le volte che si vuole è una delle ragioni per cui il self-publishing è considerato una risorsa. Una volta ho letto un e-book e come al solito non ho potuto fare a meno di trovare errori su errori; una volta segnalati, l’autore mi ha ringraziato e mi ha detto: tanto posso correggere l’e-book. Poi me lo ha rispedito con le correzioni come se io dovessi andare a ricontrollarle. Le correzioni non hanno efficacia retroattiva, se io leggo un testo pieno di errori il mio testo rimane pieno di errori.
Quella dei selfer è un’illusione.

 

Non so se quella dei selfer è un’illusione, resta il fatto che cade l’occhio anche a me, quando mi avventuro in qualche anteprima pubblicata in self-publishing, sui refusi in serie. Il singolo refuso può essere fastidioso, ma è fisiologico, e ci si può passare sopra. Mi infastidisce invece quando ne trovo quasi in ogni pagina. Ultimamente, leggendo l’anteprima di un romanzo mi sono imbattuto in almeno un refuso in ogni capitolo, capitoli molto brevi peraltro. Mi chiedo quale sia l’urgenza di pubblicare in modi così poco curati, giustificandola con la possibilità di poter rilasciare edizioni più corrette delle opere in un secondo momento. Non andrò certo a rileggermi un libro solo perché ho la possibilità di averne una successiva versione senza errori di stampa.

Bisognerebbe che recensendo un libro, in self o tradizionale, chi ne parla aggiungesse un bollino rosso per quelli dove i refusi sono presenze costanti. Come dire, se volete comprarlo fate pure. Però, per onestà, ci vorrebbe un altro giro di bozze prima di chiedere dei soldi ai lettori. Noto stranamente che i selfer sono sempre molto scandalizzati dai refusi che incontrano leggendo libri di case editrici, ma non hanno la stessa sensibilità, non li ho mai sentiti lamentarsi dei refusi presenti nelle opere di altri selfer. Cane non mangia cane?

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Il diavolo e l’acquasanta

I punti di interscambio della metropolitana di Milano, e le relative brevi attese dei convogli, offrono al lettore attento, sempre in guardia, inaspettati incontri con le parole. Alla stazione Cadorna, per esempio, in questi giorni ci si può imbattere in due pubblicità sugli enormi cartelloni che tappezzano le fermate di M1 e M2, che solo a una prima lettura superficiale e distratta non hanno nulla in comune tra loro.

La prima è di Gram, nota azienda gelatiera, che invoglia il lettore-consumatore a un assaggio del suo celebre gelato, grazie a un concept semplicissimo, a caratteri cubitali: «Imperfetto, ma vero».
Qualche cartellone più in là, invece, i copywriter di Visit-Corsica.com invitano ad assaggiare l’isola francese nel cuore del Tirreno con la campagna «Naturalmente in Corsiva!».

L’istinto mi ha portato a trascrivere i due concept in due momenti diversi, anche se ravvicinati – in più punti della stazione sotterranea incontriamo ossessivamente le due pubblicità –, ma la teofania mi è apparsa chiara e intera solo quando girandomi ho visto i due cartelloni affiancati nel breve tratto di banchina che serve per spostarsi dalla linea verde direzione Abbiategrasso alla linea rossa direzione Duomo.

In quel punto l’apparente diversità merceologica, grafica e dei testi viene annullata: le due pubblicità risultano strutturalmente identiche. A parte il richiamo alla natura, che vale per entrambe, da lettore ma anche da scrittore quello che mi interessa è l’identica costruzione del concept. Tre parole, la prima lunga, poi una cortissima, infine il vocabolo che deve colpire l’immaginazione. Stesso schema.
Ma chi di voi dovesse percorrere frettolosamente quel breve tratto di pavimentazione, si fermi un attimo a osservare la collocazione spaziale delle parole all’interno del cartellone. Noterà che la prima è isolata, solitaria, e dopo un a capo, sbandierato a sinistra vengono le altre due parole.

Dubito che le campagne siano state affidate alla stessa agenzia pubblicitaria che abbia copincollato la modalità di visione dell’una per l’altra. Mi viene quindi da supporre che esistano strutture linguistiche e rese grafiche che funzionano meglio di altre nel raggiungere efficacemente l’attenzione del consumatore-lettore con accresciuta efficacia.

Se è possibile per la pubblicità questa precisione sul target, grazie anche a determinate conoscenze tecniche, dovrebbe essere possibile anche per un romanzo destinato alla catena inversa lettore-consumatore. Sicuramente la lettura è l’amo per giungere all’acquisto: viaggio, gelato o libro il principio è identico. Lo dico soprattutto per quelli che producono sinossi disordinate e strilli pretenziosi e deboli per i propri libri. Messe al posto giusto, tre semplici parole sono sufficienti.

Ottimale sarebbe poi leggere un bel libro su una stupenda veranda, la sera al tramonto, in Corsica, gustando un gelato prodotto a regola d’arte.

Buone vacanze da Helgaldo

 

Dio detta all’uomo. Il diavolo direttamente scrive.
Qualcuno in tempi lontani, con felice sintesi, ha contratto il nome Helgaldo in Hell, o Hel: demone minore dei blog, sempre polemico, accigliato, fastidiosamente professorale, si picca di insegnare ai comuni mortali – il diavolo non lo è, mortale – i segreti della buona scrittura. Come se lui avesse mai scritto qualcosa di acquistabile e leggibile. Sempre pronto a ingannarvi per farvi precipitare, ad allontanarvi dalla retta via della pubblicazione. Non seguitelo.

Creatore malefico di bugie, di storie senza capo né coda, di citazioni ed esperienze inventate di sana pianta, mai accadute: ne è una dimostrazione questo breve frammento, buono per sedurre gli sprovveduti e gli ingenui, predica corrotta. Non è vero niente dei fatti che racconta, tutto nel suo blog è racconto, falsità, a partire dal nome stesso di chi ne è autore. Basta una semplice verifica empirica per rendersene conto: è vero che in rete c’è la conferma che le due campagne pubblicitarie citate esistono, e ci sarà in giro per Milano qualche cartellone pubblicitario che le attesta. Provate invece a percorrere quel breve tratto indicatovi con certosina precisione, dove dovrebbero essere accostate: non troverete niente.

La costruzione letteraria, l’inganno che si regge sulla precisa descrizione fisica, testimoniale ma di una testimonianza falsa, ha come scopo infiltrarsi nella vostra immaginazione, come un soldato guastatore oltre le linee nemiche. Basterà camminare e giungere sul luogo indicato come ho fatto io per veder crollare i castelli di carta su cui è costruito questo testo, vuoto pneumatico di pensiero e verità. Da dove sto scrivendo – editoria, appunti di scrittura, fiction. Soprattutto fiction, signori miei. Solo fiction. Ma non le sentite le risate dell’improbabile «lezione» di scrittura?

Nel frattempo lui ghigna dai bassifondi, dalle fogne in cui vive, della vostra appassionata lettura. Il consiglio che vi dà è del tutto inservibile, pindarico, stravagante. L’occhio del critico, invece, svela il vero scopo della pseudo-riflessione che vi ha abbagliato per un attimo facendovi solo perdere tempo.
La sua furbizia infernale consiste nell’usare parole di un contesto, e grazie alle infinite combinazioni della vita, trasferirle in un altro.

«Naturalmente un manoscritto» è questo quello che lui ha in testa, il prologo del Nome della rosa, dove Eco finge il ritrovamento delle memorie di Adso da Melk. Finzione letteraria, motore della storia celato dietro a quel «Naturalmente in Corsica!». Per deridervi.
«Imperfetto, ma vero» è invece quel romanzo che Hell vorrebbe farvi scrivere, ma che lui di certo non scriverebbe mai, in contrasto con le leggi di tutti i manuali di scrittura che propongono giustamente le regole per costruire il romanzo perfetto, tanto perfetto da sembrare vero, e di cui si sente spesso la mancanza nella letteratura odierna. E a cui invece vi prego di tendere.

Instillare l’idea sottile e traslata che nell’imperfezione stia il vero, è tipica dei demoni. Non seguite quell’invito, anche se nascosto dietro altra innocente materia, non leggete i cartelloni, non apprendete da essi i segreti del marketing, pensate solo con la vostra testa. Non traete lezioni da chi non ha lezioni da offrirvi. Dissociatevi da questo blog, salvate la vostra scrittura dall’eterno Nulla. Vade retro, Helgaldo.

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Scribacchino

«Scrittore professionista le cui vedute sono in disaccordo con le nostre».

Ambrose Bierce

 

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Qualcosa di nuovo sulla morte

Passata la Madonna dell’Orto e seguiti per pochi passi i portici del centro svoltai poi su per la rampa che conduce all’ospedale e giunsi in breve dove il malato non si attendeva di vedermi: sulla balconata degli incurabili, stesi al sole. Mi scorse subito e non parve sorpreso. Aveva sempre i capelli cortissimi, rasi da poco, il viso più scavato e rosso agli zigomi, gli occhi bellissimi, come prima, ma dissolti in un alone più profondo. Giungevo senza preavviso, e in giorno indebito: neppure la sua Carlina, l’angelo musicante poteva essere là.
Il mare, in basso, era vuoto, e sulla costa apparivano sparse le architetture di marzapane degli arricchiti.
Ultima sosta del viaggio: alcuni dei suoi compagni occasionali (operai, commessi, parrucchieri) ti avevano già preceduto alla chetichella, sparendo dai loro lettucci. T’eri portato alcuni pacchi di libri, li avevi messi al posto del tuo zaino d’un tempo: vecchi libri fuor di moda, a eccezione di un volumetto di poesie che presi e ora resterà con me, come indovinammo tutti e due senza dirlo.
Del colloquio non ricordo più nulla. Certo non aveva bisogno di richiamarsi alle questioni supreme, agli universali, chi era sempre vissuto in modo umano, cioè semplice e silenzioso. Exit Fadin. E ora dire che non ci sei più è dire solo che sei entrato in un ordine diverso, per quanto quello in cui ci muoviamo noi ritardatari, così pazzesco com’è, sembri alla nostra ragione l’unico in cui la divinità può svolgere i propri attributi, riconoscersi e saggiarsi nei limiti di un assunto di cui ignoriamo il significato. (Anch’essa, dunque, avrebbe bisogno di noi? Se è una bestemmia, ahimè, non è neppure la nostra peggiore).
Essere sempre i primi e sapere, ecco ciò che conta, anche se il perché della rappresentazione ci sfugge. Chi ha avuto da te quest’alta lezione di decenza quotidiana (la più difficile della virtù) può attendere senza fretta il libro delle tue reliquie. La tua parola non era forse di quelle che si scrivono.

 

L’ultima visita di Montale a un poeta minore, l’amico Fadin, non la conoscevo. E voi? Mi è stata offerta ieri su un foglio volante, che vi ho trascritto. Parlavo d’amore nel post precedente, e oggi di quest’altro argomento, che strano! E poi d’estate, in pieno luglio, col sole. Lo stesso sole immortale e indifferente, ultima cura caritatevole ai malati di tubercolosi di un tempo. Si può parlare della morte dicendo qualcosa di nuovo, mai detto da nessun altro prima? Montale sembra che ci riesca.
Ma qui protagonista come al solito è la prosa. Resto ammaliato dalla sua scrittura, e poi perché? Mi stupisco che un nobel per la letteratura sappia scrivere con tanta espressività e ironia della morte stessa? Credo forse che gli abbiano dato il nobel solo per Ossi di seppia e al di fuori di quello non poteva essere un prosatore dello stesso livello di Hemingway, di Joyce, di Pirandello?

Quante invenzioni letterarie in questo breve ricordo. Molto più intense che in pagine e pagine di romanzo, anche di nobel affermati.

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Qualcosa di nuovo sull’amore

Questa cosa che tutto è già stato scritto da Omero, da Dante, da Shakespeare, e perciò quello che possiamo fare noi che siamo venuto dopo, molto dopo, consiste solo nel trovare nuove forme per dire le stesse cose che sono state dette da quelli che hanno avuto la fortuna di essere venuti prima, ma sarà poi vera fortuna?, ecco a me questa storia non mi convince affatto.

Prendiamo per esempio l’amore, un tema universale, che figurati cosa si può dire di nuovo sull’amore. Innanzitutto ci sono le mail, che prima non c’erano. Non è che Dante poteva scrivere una mail a Beatrice. E poi c’è la rete, che prima non c’era, e puoi comunicare un sentimento forte, qui e ora, a un altro essere dall’altra parte del mondo, lì e ora. E anche questo non c’era, non è che Dante poteva scrivere una mail a una Beatrice indiana, americana, peruviana, australiana, groenlandese, che nemmeno sapeva che esistessero altri continenti. Per lui c’era solo inferno, purgatorio e paradiso. Quindi, perché negarlo, siamo messi meglio noi, nelle lettere d’amore rispetto a Omero, Dante, Shakespeare, questo bisogna pur dirlo per onestà intellettuale o almeno geografica.

Eh, ma uno dice: sì, però loro hanno scritto parole memorabili sull’amore, che noi neppure a starci cent’anni riusciremmo a esprimere, non è una questione di mail, di continenti, di progresso tecnologico. Ma infatti, dico io, non è una questione di mail, ma nemmeno di Dante. Non è che possiamo qui e ora intendere l’amore come lo viveva Dante pensando la sua Beatrice. «La sua Beatrice», questo è l’amore per Dante in una certa fase della sua vita.
Qui e ora, addì 20 luglio 2017, non è che dobbiamo parlare «alla sua Beatrice» in altri modi ma con lo stesso spirito, ma possiamo parlare – l’amore non è mai un dovere è sempre un potere – alla nostra Elisa, Martina, Simona, Paola, scegliete voi il nome che più vi sta a cuore, ma vale anche per le signore, scegliete i Marchi, i Giovanni, gli Stefani che più vi ispirano, inoltre Beatrice
non avrebbe potuto rispondere perché non sapeva scrivere, ma se avesse saputo scrivere chissà a chi avrebbe scritto, non è detto proprio a Dante, magari a un ragazzino, un garzone di bottega, e soprattutto cosa gli avrebbe detto o confessato, mi sono perso nella frase ma sicuramente voi che cogliete sempre tutto al volo avrete compreso ugualmente.

Perciò oggi, 20 luglio 2017, dopo la lettura di questo post – io lo dico per voi perché questo è un consiglio di scrittura che non lo trovate sui manuali a pagamento mentre io ve lo offro gratuitamente, perché l’amore è gratuito, e sull’amore a pagamento ci possiamo, se volete, se interessa, tornarci un’altra volta; dicevo, dopo la lettura di questo post potete (non è certo un obbligo) scrivere una mail d’amore alla persona che amate, oppure – che è ancora meglio, cosa nuova e inaspettata – a una persona che potreste amare, ma non glielo avete mai detto per i tanti motivi per cui certe cose non si dicono. E potreste immaginare, perché uno scrittore che non ha immaginazione dovrebbe fare il politico che lavora con le parole ma non con il cuore e la fantasia, potreste immaginare di andare al primo appuntamento con il destinatario della vostra mail. E raccontargli nella mail il vostro stato d’animo mentre andate al primo appuntamento, i vostri timori e le vostre speranze che nasceranno da questo primo incontro, che magari avete fissato davanti a uno stadio vuoto, al cancello 22, per esempio, in modo che se lei o lui verrà all’ora stabilita, vorrà già dire qualcosa sull’amore, di nuovo e non verbale, che né Dante, ma nemmeno Omero, e neppure Shakespeare hanno detto a Beatrice e a tutte le altre. Che al cancello 22 dello stadio vuoto, oggi 20 luglio 2017, ci siete solo voi e lei o lui, o lui per lui, o lei per lei. E quello che vi dirà lei o lui, se verrà, ma anche se non verrà, ma vi scriverà per mail il motivo o i motivi per cui non è venuto, non è potuto venire, non se l’è sentita di venire, sono sicuro come del mio stesso nome – io mi chiamo Helgaldo – che non l’ha vissuto né detto né raccontato nessuno in tutta la storia dell’umanità da Adamo ed Eva in poi, che anche loro qualcosa si saranno pur detti al primo appuntamento davanti al cancello 1 del giardino che Dio gli aveva appositamente progettato, che se se lo fossero scritto sapremmo qualcosa in più sull’amore.

Perciò questa è cosa nuova sull’amore, mai nessuno l’ha scritta, ne sono sicuro, perché se non la scrivete proprio voi e proprio oggi 20 luglio 2017 non verrà mai alla luce. E poiché è una cosa nuova, ed è la vostra esperienza sull’amore, se non la scrivete, domani non lamentatevi che non si può dire nulla di nuovo in nessun campo. Perciò dovete scriverla, ma non per pubblicarla. Non dovete scrivere qualcosa di nuovo sull’amore per pubblicarlo, perché sarebbe qualcosa di nuovo a scopo commerciale. Scrivetelo e basta, e poi speditelo. Solo così, se rischierete tutto questo, mettendoci cuore e cervello e onestà di sentimenti, potrebbe anche succedere che ne esca qualcosa degno di Omero, Dante, Shakespeare, quindi della letteratura alla pari di un sonetto o un verso, anche se sarà contenuto in una vile mail. Ma se seguirete le indicazioni di cui sopra scoprirete che una mail non è altro che un supporto come lo è stato il papiro o la carta, per esprimere concetti nuovi. E in più del tutto vostri, che li avete nell’anima ed è il momento di esprimerli, cari scrittori.

 

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