In esilio

«Quando ci si sente incapaci di scrivere, ci si sente esiliati da se stessi».

Harold Pinter

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Responsabilmente

Scrivere è prendersi la responsabilità del testo. Ma la responsabilità è anche una fregatura. Lo dice Marina Guarneri nel suo ultimo post sul suo taccuino-blog.

Affidiamo alla scrittura il compito di dire bene le cose, dice. Le parole che scegliamo con cura devono convincere il lettore, centrare l’obiettivo che si prefigge l’autore, giungere al destinatario nel modo non solo giusto, ma addirittura «esatto». Dice anche che gli scritti sono sentenze senza appello – in questo si aggrappa ai suoi trascorsi giuridici –, che devono portare chi legge sulla stessa lunghezza d’onda di chi scrive. Il lettore deve procedere sullo stesso asse mentale che ha portato alla creazione della storia.

La sua conclusione è che le parole devono fare bene il loro mestiere e accreditarsi da sole senza bisogno di una bàlia che le giustifichi o le spieghi. Non posso che essere d’accordo.

La quasi totalità dei commenti al suo post, invece, va in tutt’altra direzione. Il che mi piace perché mi pone come al solito, snobisticamente, nel partito dei pochi – io, Marina e forse un’altra anima nera –.

Il coro dei commenti è unanime e ben intonato. E il lettore?, si chiede. Come la mettiamo con il lettore e le sue infinite interpretazioni soggettive? La responsabilità – dicono – non pesa sull’autore che scrive, ma sul lettore che legge dando significati diversi al libro e traendone emozioni che possono variare addirittura rileggendo lo stesso libro a distanza di anni.
Impossibile quindi mettere le briglie al lettore, ingabbiarlo nel nostro obiettivo. Dieci lettori, dieci interpretazioni da un unico libro. E questa può essere addirittura una ricchezza del testo.

Questo slittamento di responsabilità dall’autore al lettore, e poi alla critica, non mi trova d’accordo. Mi chiedo: perché scrivere se non si ha potere sul destinatario? Se poi lui va per la sua strada e legge il suo libro e non il mio?

Gli scrittori alla Guarneri, che cercano disperatamente di trasmettere con parole accurate il proprio pensiero perché venga colto in modo preciso – poi si può essere in totale disaccordo con questo pensiero, ovviamente – peccano di superbia e di immodestia. Gli altri, quelli che accettano come naturale le tante divergenze nella lettura, quand’anche i ribaltamenti di significato, rispetto agli obiettivi che si era prefissato l’autore, mi sembrano invece umili e modesti. Per loro la soggettività del lettore è un dato di fatto, una variabile indipendente su cui non si può intervenire. Accettano che qualcuno li capisca e che la maggior parte li interpreti.

Cara Marina, tu però continua a essere immodesta e superba, insegui con accanimento il desiderio di condurre tu il gioco, stabilire le regole, tirare i dadi facendo sempre dodici e vincere sempre la partita. Scrivi con la stessa cura maniacale di Manzoni, di Kafka, di Poe, di Hemingway, di Calvino, di tanti.

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibile) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Tu credi che Eco scelga queste parole perché il lettore possa prendere altre strade se non la sua? Sii immodesta come lui. Lascia che siano gli scrittori modesti quelli in balìa dei lettori.

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Scrivere da matti

«Tutti quelli che scrivono sono un po’ matti. Il punto è rendere interessante questa follia».

François Truffaut

 

Post scriptum: da quando abbiamo distribuito le matite per renderli innocui i nostri pazienti scrivono, scrivono, scrivono. Ho letto anche qualcuno dei loro sfoghi: compensano con l’estensione la mancanza di profondità. Nulla di interessante, quindi. Ce ne sono però due o tre, da monitorare con attenzione, che scrivono poco o niente: questi sono i più a rischio per sé e per gli altri, bisognerà  sedarli farmacologicamente.

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Oltre il finestrino

Banchina bagnata. Gocce di pioggia sul finestrino formano una costellazione trasparente. Alcune grosse, irregolari. Altre più piccole, tondeggianti. La banchina è finita.

Alberi, graffiti sui muri, pannelli solari. Prati coltivati. Frumento, grano. Catone Trasporti, filari di betulle. Campi squadrati, vegetazione spontanea, rovi. Una cascina diroccata. Roggia, ruscello. Una ciminiera si erge a righe orizzontali bianche e rosse in lontananza. I binari convergono, treno merci, ferraglia, cisterne, stazione. Solo 2 cl S1.

Auto parcheggiate a lisca di pesce. Nuovi muri graffitati e sbriciolati. Una strada asfaltata, capannoni industriali a perdita d’occhio. Una linea ferroviaria scorre parallela, si innalza. Sopraelevata. Ponte, piloni nell’ombra. Villette a schiera. Banchina deserta e asciutta. C’è il sole. Do not cross the railway lines.

Grano che cresce, piantine sottili. Carcassa di autobus azzurro, segnali stradali ammassati, traliccio nel campo. Case, case, villette, tegole basse, palazzi. Una parabolica, un’altra. Audi bianca che riflette i raggi del sole, sullo sfondo il fogliame danzante nel vento. Un treno taglia l’aria improvviso. La costellazione di gocce è svanita, ne restano cinque nell’angolo in basso a sinistra. Divieto di accesso.

Binari morti prendono vita, entusiasti si lanciano avanti. Trattore nei campi. File di auto in coda come scatole di latta su un nastro d’asfalto. Distese di grano e di terra. Due giovani neri su una panchina in banchina. Un nano incerto sulla direzione da prendere nel sottopassaggio. Altro treno, ma lento.

Sterpaglie, sfumature di verde. Buio improvviso, pallida luce. Un palazzo con disegni a losanghe. Tag nere offendono i muri bianchi in stazione. Uscita/exit a destra e a sinistra. Parallelepipedo grigio con balconi minuscoli. Lenzuoli ad asciugare. Buio. Buio profondo. Scompartimento riflesso nel buio. Me stesso riflesso, sguardo perplesso. A caratteri cubitali BAD DEAL. Palazzi di vetro, Unipol Sai sospesa nel cielo. Divieto di sosta ai pedoni. Vietato attraversare i binari. Qui tutto è vietato alla gente. Immigrato che si tiene tra le mani la testa, sta forse piangendo.

Nuovi binari si aggiungono ad altri binari usciti dal nulla. Il mio binario è ora uno dei tanti, insignificante binario, binario perso tra gli altri. Vorrei viaggiare su quelli rimasti liberi e vuoti che portano altrove. Stazione. La gente che aspetta.

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Da autoeditore ad autore

Autoeditore, autopubblicarsi, autodidatta, autogestione, autonomia, automobilitarsi, autopromozione, autoaffermazione, autoesaltazione, autosuggestione, autostima, autocompiacimento, autocitazione, autoritratto, autobiografia, autoreferenziale, autoanalisi, autoassolversi, autocommiserarsi, autoinganno, autolesionismo, autogol, autodemolizione, autoaffondamento, autodistruzione, autopsia, autore.

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Dante e il robot

La luce del sole si dissolve sulla finestra di vetro è il titolo di una raccolta poetica pubblicata in Cina. Il volume, in libreria in questi giorni, è composto da 139 poesie ed è pubblicato a cura della Cheers Publishing, non cercatelo quindi alla Feltrinelli o alla Mondadori.
L’altra caratteristica dell’opera, che la rende interessante per qualcuno, è che il poeta che ha prodotto questi versi non è altro che un robot, Microsoft Little Ice. L’algoritmo ha memorizzato i testi scritti da 500 poeti nell’arco di 90 anni e ha prodotto 10.000 poesie da cui sono state selezionate le più valide, confluite poi nella pubblicazione da leggere, presumo, in cinese.

Di questa notiziola l’unico aspetto che mi colpisce è che l’intelligenza artificiale produce testi nuovi, e forse originali, a partire da testi già esistenti, rielaborandoli. D’altra parte un calcolatore – ma esiste ancora questa parola? – non può agire senza partire da una massa di dati, in questo caso parole, rime, metrica.
Sono però convinto che il cervello umano funzioni allo stesso modo e la scrittura creativa del poeta non sia altro che rielaborazione inedita di stimoli ed esperienze, parole e metrica, di chi l’ha preceduto. Dante e Microsoft Little Ice hanno operato con la stessa modalità, in un insieme creativo di citazioni di citazioni.

De Sanctis dice che «la “divina commedia” non è un concetto nuovo, né originale, né straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a un mondo meravigliato. Anzi il suo pensiero giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni, leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti, canzoni».

Adesso non dite che scrivere è dire la stessa cosa con parole diverse, che invece è la traduzione; o peggio, che tutto è stato già scritto e può cambiare solo la forma in cui scriverlo.
Dante e Microsoft Little Ice hanno in comune questa origine meravigliosa: creano il nuovo a partire dai concetti di tutti. Forse è per questo che amo i classici – gli elaboratori elettronici non l’ho ancora deciso, ma esiste ancora questa perifrasi? –. Non ho mai sentito i classici dire che scrivono perché vogliono esprimere se stessi. Che vogliono esprimere se stessi lo dicono solo gli autori per hobby.
Il dramma è che poi attuano la minaccia, purtroppo. Viva Dante e i robot.

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Le cinque fasi della trama

Come quasi tutti sanno le fasi in cui si articola una trama sono cinque: dire, fare, baciare, lettera, testamento.

Si inizia col dire, e se ci pensate questo è talmente logico che a una lettura superficiale potrebbe sembrarvi finanche banale. L’incipit è dire, questo è un punto fermo irremovibile: poi non dite che non ve l’avevo detto.
Ovviamente, potete dirlo in tanti modi, e qui sta alla vostra fantasia e bravura trovare il modo più efficace di dirlo. Purtroppo i primi capitoli di molte trame – specie in self-publishing, questo me lo dovete concedere – dicono troppo o troppo poco. Invece bisognerebbe dire il giusto, né troppo né troppo poco. Non fate gli splendidi se non ve lo potete permettere lungo tutta la prima parte della trama; peggio ancora non siate tirchi, il pericolo opposto, e dire invece pochissimo, magari solo le vocali, «aiuo, iao iai iui eo!», perché il lettore difficilmente vi seguirà fino in fondo alla pagina. Se la vostra trama inizia con una coppia rimasta chiusa in ascensore, dite: «Aiuto, siamo rimasti chiusi dentro!», usate cioè tutti i fonemi che conoscete. Attenzione: non tutti sulla stessa riga possibilmente, non fatevi prendere da eiaculazione precoce (vale anche per le autrici) come ho visto fare una volta – purtroppo – nel self-publishing.

Bene, ora che nella prima fase avete detto tutto il dicibile, meglio ancora se dite l’indicibile, e dire l’indicibile vi proietterebbe nell’olimpo della letteratura mondiale e nazionale, anche regionale, ma lo so, non è facile dire l’indicibile, entreremmo nel campo della poesia, anche un po’ enfatica, adesso sarebbe lungo il discorso sulla poesia affrontato in questo post dove già abbiamo cinque fasi della trama, che già inizio centro fine a voi crea delle difficoltà enormi. Enormi, credetemi, in base a molti, moltissimi libri in self-publishing che ho sfogliato. E allora vi chiedo lo sforzo, so che non tutti ci possono riuscire, ma tutti ci dovete provare, di seguirmi in ognuna delle cinque fasi anziché tre. E passiamo alla seconda.

Ecco, prima hai detto? Bene, ora fai. Il fare: uno scarto repentino, un’accelerazione fulminante, seconda quarta. Una molla narrativa: dovete fare. Il lettore si era adagiato nel dire, ora lo prendete alla gola col fare. Improvvisamente. Il protagonista stata dicendo alla madre passami il sale? Ora, prende il sale, se lo getta scaramanticamente alle spalle, si toglie le calze, si taglia le unghie, apre la finestra e si lancia nel vuoto senza paracadute. Il lettore lo segue oltre il davanzale, adrenalina. Non chiedetevi il perché il percome, tranquilli. Meglio sarebbe che si tagliasse le unghie mentre cade nel vuoto, ma bisognerebbe cambiare il punto di vista in corsa, e già non è che con il punto di vista siamo messi bene, che si fa una confusione totale tra punto di vista onnisciente, saccente, primo della classe, so tutto io, e punto di vista immerso nella sicilianità, non vedo non sento non parlo. Questo l’ho trovato spessissimo nel self-publishing.

Passiamo al terzo punto: dire, fare, ora baciare. Baciare è il conflitto, la parte centrale, quella più lunga, articolata, tortuosa, finanche tortosa se ci si bacia a una festa di compleanno di lei. Qui il protagonista ha lui tutto in mano, è veramente protagonista, non come quei protagonisti, sempre nel self-publishing che sono annoiati, non sanno cosa fare, se la passano male, sono dei perdenti, sono depressi, perché non fanno niente ma dicono dicono dicono. Quindi capite perché i vostri romanzi non funzionano: non avete tenuto conto delle prime due fasi: dire-fare.

Ora siamo al climax. La torta, ricordate? Ha detto una frase, il protagonista? Ti voglio bene… mi manchi… ti amo dal primo momento che ti ho detto ti voglio bene… dal primo momento che ti ho detto che mi manchi, attenzione non fate l’errore di cambiare verbo – è il dire che comanda la prima parte –: poi nella seconda fase vi buttate dalla finestra senza dialogo.
Potremmo anche dire: dire è dialogo (cinque capitoli di dialogo), fare è non parlo più (cinque capitoli che ti butti dalla finestra). Ovvio che devi essere uscito prima dall’ascensore… L’ascensore è un esempio, ovviamente. È salire, è scendere, a volte resti bloccato. Ma non pensiamo ora all’ascensore, non perdiamo di vista la trama. Dove siamo? Al baciare, mi seguite?

Baciare. O ti bacia o non ti bacia. Ecco il conflitto nella sua essenza. Te la dà o non te la dà? Di solito nel self-publishing non te la dà. Nell’editoria tradizionale se ne può parlare: hai un contratto, dei soldi, gli paghi tu la cena di compleanno e la torta con l’anticipo dell’editore? Allora forse te la dà. Forse. Però potrebbe avere quell’aria interrogativa per via del dilemma: si sarà tagliato le unghie? Tu gli dici che l’hai fatto, se non ci crede gliele fai vedere (è importante anche il vedere nella seconda fase, ma questa parentesi non leggerla ora, la leggi dopo se no ti perdi la progressione della frase, perché voi o c’è il soggetto, il verbo, il complemento, altrimenti non mi seguite più), ecco l’importanza del fare, e lei ti bacia.

Che ti bacia o non ti bacia, baciare orienta le ultime due fasi. Ora c’è lettera, ricordi? Se c’è lettera le stai scrivendo («perché non mi hai baciato?»). Quindi: dire, fare, baciare, lettera – lei non ti bacia. Sempre. Se ti bacia è finita la storia, la gente se ne va, è rimasta delusa, le trame che finiscono bene non piacciono a nessuno, neppure nel self-publishing. Per questo lei non ti bacia, è funzionale alla trama, cioè il suo rifiuto serve per introdurti alla lettera. Ecco, in questa fase sei tu che scrivi: ta-tan! Finalmente entra in gioco la scrittura. Sai scrivere una lettera a chi non ti ha baciato? Allora sei uno scrittore, è il tuo momento. Ma non scrivere una lettera da sfigato del self-publishing dove dici dici dici. Un po’ dici, un po’ fai, un po’ baci. Ricapitoli per il lettore quello che la trama ha mostrato finora. In lettera fai letteratura, in un certo senso. Ripercorri i processi mentali che ti hanno portato a lanciarti nel vuoto tagliandoti le unghie a fianco del narratore che sa tutto lui, dopo essere uscito dall’ascensore. In lettera bisognerebbe parlare anche del tecnico dell’ascensore della ditta Mammoli che è corso a riparare il guasto. È un personaggio di secondo piano, è vero. Il protagonista poi è rimasto chiuso al terzo, non si incontra con il tecnico, non lo vede proprio. Però ci parla, attraverso l’interfono dell’ascensore nella prima fase, quella del dire. «Siamo rimasti chiusi dentro», oppure se preferisci «iao iai iui eo», ma io lo sconsiglio, anche perché il tecnico non capirebbe.

Scritta la lettera dovresti imbucarla. Busta, francobollo, mittente, destinatario, buca delle lettere. Questo è fare: compro la busta? lecco il francobollo? metto il mittente? il destinatario? vado alla posta? Ė tutto fare. Quindi? Quindi devi scriverlo nella fase due. Fai una digressione, scriverai la lettera dopo il baciare, nella lettera. Ma la logistica della busta è un flashforward nella fase due, che fa sempre colpo, non come nel self-publishing che non fa mai colpo perché hai solo la fase uno dove dici che comprerai una busta, dici che comprerai il francobollo, dici che metterai il mittente, il destinatario. Dici anche con un inciso troppo marcato che andrai alla posta a imbucarla. Poi non lo fai, e non chiudi la storia della lettera. Scriverai la lettera e poi non potrai imbustarla. E tutta la trama vacilla, non chiude. E il lettore lo capisce, e soprattutto non perdona.

E adesso il finale. Hai spedito la lettera? Lei non risponde, e tu lo sai che lei non ti risponderà mai. Forse da morto quando è già troppo tardi. L’ideale sarebbe che la lettera di risposta arrivasse mentre ti stai buttando nel vuoto, suonano alla porta, la tua mamma va ad aprire ed è il postino che le consegna la lettera con ricevuta di ritorno. Poi la mamma, con la busta in mano, ti cerca per casa e non ti trova, dove sei finito, pensa. L’unica cosa sensata che ti rimane da compiere – hai appena scritto la lettera, se sciolto, vai spedito, sei ispirato, hai la penna in mano – è fare testamento. Che è un finale già visto ma sempre memorabile. Poi vai a tavola, chiedi il sale, porta le forbici. Sipario.

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