Lettori vaginali e no

Ho già parlato in passato delle Memorie di una vagina, un blog intelligente e ironico che seguo pur senza esserne seguace, perché mi avvicina senza moralismi a quel mondo femminile attraente e incomprensibile per noi maschi liquidi 2.0 o liquidati con 6.1.0. Ma in perenne tensione verso quello che ci attira e a volte anche ce lo tira.

La Vagina è una blogger lontana dalla nostra cerchia di scrittori aspiranti un po’ sfigati – vabbè, parlo per me, voi non lo siete –. Comunque siete aspiranti a un posto al sole nell’editoria, a una visibilità riconosciuta che oltrepassi lo zoccolo duro, sarebbe meglio dire lo zoccoletto, dei 30-40 lettori abituali, acquisiti col baratto del io leggo te e tu leggi me.

Memorie di una vagina è un blog seguitissimo. A numeri però, a ben vedere, anche alcuni blogger della mia cerchia non se la cavano male, eppure restano al palo, come se non avessero lettori.

Nell’ultimo suo post, la nostra vaginale blogger, dice en passant in fondo all’articolo che sta per arrivare il libro, e non lo dice a un gruppo di scrittori che la segue, che non esiste proprio, ma a tutti quelli che semplicemente la seguono da sempre.

Spero non verrò accusato di plagio se vi riporto le parole che lei stessa usa per dire dell’imminente pubblicazione. Parole tanto leggere nel tono quanto pesanti nella sostanza, rispetto alle nostre sempre pesanti e drammatiche nel tono quanto leggere e afone alla prova dei lettori.

 

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

 

Quand’è che fuggiremo dalla nostra cerchia, Associazione protezione aspiranti scrittori, per parlare dei nostri romanzi a lettori veri, che non gliene frega niente scrivere ma solo leggere?

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Editoria 2.0 a pagamento?

Come inizia?

Una squadra di professionisti dell’editoria valuta ogni manoscritto. Per lo più gratuitamente.

Come prosegue?

C’è una campagna di crowdfunding che ha lo scopo di fare conoscere le potenzialità del progetto-libro al pubblico dei lettori. A quel punto, se credi nel progetto, lo puoi preordinare. La campagna punta a raggiungere un certo numero di prevendite (da 100 a 200 copie prepagate, cartacee oppure on line).

Come finisce?

Se si raggiunge l’obiettivo di copie prevendute, allora il progetto si realizza: il libro viene stampato e distribuito a chi l’ha richiesto.

 

Ma questa non è la classica editoria a pagamento che sostituisce all’autore che prepagava un certo numero di copie (di solito tra le 100 e le 200), circa 100-200 lettori che prepagano una singola copia del libro al posto suo?

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Senza limite

Al limite, prendi una mia frase e scrivila sul muro della scuola Santa Rosa, dove stanno i matti.

Anonimo

 

Post scriptum: La pazzia compare quando si supera un limite sociale invalicabile. Tutto quanto vive oltre quel limite, in un dato periodo storico, è considerato segno di pazzia. Ma chi ci osserva da oltre quel limite, ci vede soddisfatti al di qua del limite, e ci considera come altrettanti e poco ambiziosi matti. Per questo nel perimetro della Scuola Santa Rosa si può scrivere da entrambi i lati delle mura esterne che la racchiudono. Quelli che scrivono da fuori dovrebbero, in base alle convenzioni sociali in un dato periodo storico, essere i mentalmente sani. Ma per me sono altrettanti e più ambiziosi matti.

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Come creare un personaggio

Vi ho detto ieri della parodia di Maurizio Crozza incentrata sullo scrittore Mauro Corona, imitazione che è piaciuta a tanti e che potete trovare facilmente in rete, se siete curiosi, digitando il nome dei due interessati.

Interpellato dai giornali, Corona, nei giorni successivi l’ha presa sportivamente e con ironia: «Non ho visto la sua performance ma ovviamente mi fa piacere. Un mucchio di gente farebbe carte false per farsi imitare da Crozza. Lo seguo da sempre, dai siparietti su Ballarò, mi piace molto e sono onorato che abbia scelto me, l’ultimo degli ultimi; vuol dire che sono diventato un personaggio».

Ecco l’obiettivo dello scrittore nel 2017: diventare un personaggio!
Badate bene, non inventare un personaggio – come spiegano vecchi e anacronistici manuali di scrittura creativa –, ma diventarlo.

E la frase così com’è stata riportata dalla stampa è di una verità assoluta, andrebbe studiata nelle università: un mucchio di gente farebbe carte false per farsi imitare da Crozza. Credo anch’io che debbano essere false le carte per trasformare uno scrittore nella parodia di uno scrittore.
Le carte di Pasolini, Calvino, Sciascia, Moravia non saranno state poi così false se Noschese non si sognò mai di imitarli. Imitò Andreotti e Mike Bongiorno. Pasolini e Calvino mai. Quando invece scrivi carte false, poi il finale della tua storia non può che essere scontato: finirai da Crozza a fare il personaggio. Corona superficiale e inutile come un Montezemolo, un Formigoni, un Razzi qualunque. Altro che cultura, meditazione, ritorno alla natura.

Fuori gli scrittori, spazio ai personaggi!

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Il nuovo Moccia

Da tempo ormai mi chiedevo quando sarebbe successo, perché che sarebbe successo, prima o poi, questo era sicuro. Non potevo però prevedere il quando, il dove, né grazie a chi. Perciò quando l’altro ieri Maurizio Crozza, in Fratelli di Crozza, è apparso nei panni di Mauro Corona, per quanto mi riguarda ero già preparato da tempo.

La prima volta che ho visto Corona in tv, ospite di Daria Bignardi, in realtà era la seconda volta che me lo trovavo davanti. La prima era stata durante la diretta di Marco Paolini dal Vajont nell’anniversario della tragedia, una delle pagine teatrali più felici del dopoguerra italiano. In quell’occasione, se rivedete i minuti finali dello spettacolo, noterete che tra il pubblico è inquadrato per qualche istante questo strano individuo, con una bandana in testa e l’aria da montanaro di Erto – una delle frazioni colpite dall’alluvione.

Quando dalla Bignardi si presentò lo stesso montanaro, io che conosco la rappresentazione teatrale a memoria, carotaggi compresi, l’ho beccato subito. «Ma quello lì l’ho già incontrato sulla diga!», mi sono detto. La mia attenzione in quell’intervista fu davvero massima. Questo Mauro Corona era finito nello studio della Bignardi per parlare di betulle e aceri, di montagna e libri, di scrittura e valori umani. E tanto più parlava, soprattutto di scrittura, tanto più mi affascinava con la sua personalità. Parlò di cultura contadina, di una grande passione per la lettura – «ho letto due tir di libri prima di mettermi a scrivere» –, di tanto altro. Il tutto espresso in maniera semplice e profonda, al punto che io, che non mi faccio certo condizionare dall’autore di grido ospite da Fazio, il giorno dopo sono andato in libreria per acquistare un libro di Corona: scelto a caso, come al solito, non l’ultimo che teneva in mano dalla Bignardi durante la trasmissione. Aspro e dolce, il titolo, se ben ricordo. Un buon titolo, mi ero detto, un’antitesi classica per andare sul sicuro. Il libro era una confessione fiume del suo rapporto drammatico con il vino e l’alcol. Mi aspettavo molto da quel libro, qualche riflessione interessante e non banale sull’argomento. Insomma, un testo che fosse sorprendente come il personaggio che l’aveva scritto, personaggio non costruito a tavolino.

La delusione fu enorme, non mi ripresi: un semplice elenco cronologico di sbornie, senza mai un guizzo, né una riflessione lucida che fosse una. Libro più orrendo di questo credo di non averlo mai letto. Da quel giorno Mauro Corona ne ha fatta di strada in libreria, ma soprattutto nei salotti televisivi. Come il prezzemolo lo trovi ovunque, dal telegiornale della notte alla poltrona della D’Urso, dalla telefonata a Cruciani della Zanzara al programma giornalistico di Floris.

Caricatura di se stesso, mi chiedevo da tempo quando sarebbe diventato rappresentazione comica dello scrittore in quanto tale. L’altra sera, da Crozza, si è consumato l’atto finale. Ora è perfetto: se in passato la parodia dello scrittore è confluita su Moccia – che torna in questi giorni prepotentemente sul mercato con il terzo libro della sua saga, e farà sfracelli – attualmente è Corona la sintesi plastica dello scrittore che si parla addosso in toni involontariamente comici.

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Pagina sì, pagina no

Nel suo ultimo post Darius Tred utilizza un dialogo di Michael Crichton, tratto dal Mondo perduto, per sviluppare alcune riflessioni sulla superiore ricchezza della parola rispetto all’immagine. Se vi interessa l’argomento, andatevelo a leggere.

Qui invece vorrei riprendere il brano perché è emblematico del mio rifiuto di certa scrittura che porta come conseguenza anche a rifiutare certi generi letterari – quasi tutti per la verità –.
Che sia Crichton o l’aspirante scrittore in self-publishing, una pagina come quella riportata sotto mi ricorda nella migliore delle ipotesi i dialoghi filosofici, dove Socrate parla parla per spiegare la sua filosofia e l’interlocutore si limita a rispondere con monosillabi affermativi, dato la logica stringente che guida la discussione.

La letteratura invece è un’altra cosa: arriva a una qualche verità attraverso l’immaginazione, l’istinto, il paradosso, il conflitto e chissà quante altre cose. E questo non avviene tramite verità sbattute in faccia all’interlocutore, ma nascoste tra le pieghe del romanzo, ragion per cui si potranno sbizzarrire i critici letterari a ricercarne le verità sommerse. La pagina letteraria, poi, è dinamica, viva, creativa. Mai saccente. Personaggi umani, non supereroi inflessibili, non trovano a volte le parole, mentono, non sanno spiegarsi, sono contraddittori, non ascoltano o fraintendono chi parla. Mi piace questo della vita e quindi anche della letteratura. Questo cerco e per fortuna trovo.
In queste ore, per esempio, lo sto trovando in tutte le pagine che ho letto finora della Coscienza di Zeno, che a dispetto del titolo non è un repertorio di teorie psicoanalitiche freudiane.

Invece il passo di Crichton, pur scritto da un autore che ha venduto milioni di copie, pur nella brevità, è sufficiente per annoiarmi e convincermi che non è così che intendo la lettura e la scrittura. E allora vi domando: anche voi avete il mio stesso rifiuto – è una pagina brutta, che non merita – o, al contrario, la trovate interessante e bella, una pagina che può fare da modello per la vostra prosa?

 

«I processi comportamentali possono verificarsi con una velocità maggiore di quanto di norma si pensi. In diecimila anni gli esseri umani sono passati dalla caccia all’agricoltura al ciberspazio. Il comportamento procede a tutta velocità, e potrebbe rivelare una incapacità di adattamento. Nessuno lo sa. Anche se io personalmente ritengo che il ciberspazio rappresenti la fine della nostra specie.»
«E perché?»
«Perché implica la fine dell’innovazione», spiegò Malcolm. «Quest’idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un’isola in mezzo all’oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente e l’evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l’evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l’innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l’effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C’è un McDonald’s in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all’altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. […] Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L’uniformità globale.»

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Corso contro il tempo

Che valore ha per lei un’ora della sua vita?

L’uomo con la cravatta fucsia ben annodata al colletto della camicia bianca, mi ha posto la domanda a bruciapelo subito dopo essersi presentato agli otto sfigati come me – ma avremmo dovuto essere dieci, due hanno rinunciato all’iscrizione –, nella piccola aula al quarto piano di un palazzo di piazza De Angelis a Milano.
Mi chiedo solo ora come ho fatto ad autoconvincermi che necessitavo di un corso sulla gestione del tempo, una volta alla settimana per due ore di lezione in dodici incontri, cento euro a botta. Sto al minuto dieci della prima lezione e già mi ha messo in crisi con la sua domanda.

Che valore ha un’ora della mia vita? Speravo fosse lui a dirmelo e lui lo chiede a me. Mi passano per la testa varie risposte, tutte velocissime, nessuna che si ferma per soccorrermi.
Potrei dirgli cento euro, equiparando il mio valore al suo. Ma non è la risposta giusta, sarebbe anche polemica. Soprattutto è falsa perché è una cafonata estranea al mio carattere: non ho mai monetizzato nulla nella mia vita, figurarsi un’ora del mio tempo, a meno che non si tratti di lavoro.

Tergiverso, prendo tempo. O perdo tempo? Prendere tempo, perdere tempo: per la prima volta mi stupisco di queste parole. Il tempo si può perdere come fosse un ombrello o prendere come una birra dal frigo? Forse fa parte della strategia del corso indurmi a riflettere su parole che non ho mai valutato con attenzione. Sento che qualcosa sta maturando in me. Ma lui sta ancora aspettando la mia risposta, non posso indugiare ulteriormente.

Da tre anni gestisco quotidianamente un blog senza neanche un obiettivo, solo per perdere tempo e farlo perdere a chi legge. Mi sento anche un po’ in colpa, non dico con la società, perché non è che abbia tutto questo successo mass mediatico, ma con quei pochi che mi seguono inutilmente, che forse dovrebbero anche loro pensare a un corso di gestione efficace del tempo. Il corso verterà anche sugli obiettivi da realizzare nel tempo, ma più avanti, dopo che avremo capito quanto vale un’ora della mia vita. Ma perché non chiederlo al vicino?

Potrei rispondere dipende. Mi viene in mente Márquez, il colonnello Aureliano Buendía di fronte al plotone di esecuzione. Un’ora, ma anche un minuto, in quella situazione ha un valore altissimo, assoluto. Mentre per un bambino di tre anni che nemmeno più ricorderà i suoi primi anni di vita non ha nessun valore. Ma non mi posso certo mettere a filosofeggiare, spendendo e facendo spendere agli altri cento euro inutilmente.

Anche lui ha capito che non risponderò mai alla sua domanda ed è passato al mio vicino, che probabilmente è un manager – sto tra sette manager, mi sarebbe piaciuto perdere un po’ di tempo con i due che hanno rinunciato al corso, saremmo stati bene assieme – con la seconda, che a me sembrano domande preparate: valgono più i soldi o il tempo?

Allora c’entravano i soldi, potevo dire cento euro. Ma forse no, sono confuso. Ho fatto bene a stare zitto. Comunque sappiate che i soldi si possono immagazzinare, il tempo no; tutto si può comprare, il tempo no; siamo tutti diversi, ma il tempo è dato uguale per tutti; soprattutto il tempo è finito, un giorno moriremo tutti, meglio sfruttarlo bene finché ce ne abbiamo ancora un po’ a disposizione. Mi tocco scaramanticamente e penso che ho due ore in meno di vita. E cento euro in meno in tasca.

Compito per la prossima lezione: scrivere cosa farai, da oggi, per utilizzare meglio il tuo tempo.

Aiutatemi, cosa farò?

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