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Corso contro il tempo

Che valore ha per lei un’ora della sua vita?

L’uomo con la cravatta fucsia ben annodata al colletto della camicia bianca, mi ha posto la domanda a bruciapelo subito dopo essersi presentato agli otto sfigati come me – ma avremmo dovuto essere dieci, due hanno rinunciato all’iscrizione –, nella piccola aula al quarto piano di un palazzo di piazza De Angelis a Milano.
Mi chiedo solo ora come ho fatto ad autoconvincermi che necessitavo di un corso sulla gestione del tempo, una volta alla settimana per due ore di lezione in dodici incontri, cento euro a botta. Sto al minuto dieci della prima lezione e già mi ha messo in crisi con la sua domanda.

Che valore ha un’ora della mia vita? Speravo fosse lui a dirmelo e lui lo chiede a me. Mi passano per la testa varie risposte, tutte velocissime, nessuna che si ferma per soccorrermi.
Potrei dirgli cento euro, equiparando il mio valore al suo. Ma non è la risposta giusta, sarebbe anche polemica. Soprattutto è falsa perché è una cafonata estranea al mio carattere: non ho mai monetizzato nulla nella mia vita, figurarsi un’ora del mio tempo, a meno che non si tratti di lavoro.

Tergiverso, prendo tempo. O perdo tempo? Prendere tempo, perdere tempo: per la prima volta mi stupisco di queste parole. Il tempo si può perdere come fosse un ombrello o prendere come una birra dal frigo? Forse fa parte della strategia del corso indurmi a riflettere su parole che non ho mai valutato con attenzione. Sento che qualcosa sta maturando in me. Ma lui sta ancora aspettando la mia risposta, non posso indugiare ulteriormente.

Da tre anni gestisco quotidianamente un blog senza neanche un obiettivo, solo per perdere tempo e farlo perdere a chi legge. Mi sento anche un po’ in colpa, non dico con la società, perché non è che abbia tutto questo successo mass mediatico, ma con quei pochi che mi seguono inutilmente, che forse dovrebbero anche loro pensare a un corso di gestione efficace del tempo. Il corso verterà anche sugli obiettivi da realizzare nel tempo, ma più avanti, dopo che avremo capito quanto vale un’ora della mia vita. Ma perché non chiederlo al vicino?

Potrei rispondere dipende. Mi viene in mente Márquez, il colonnello Aureliano Buendía di fronte al plotone di esecuzione. Un’ora, ma anche un minuto, in quella situazione ha un valore altissimo, assoluto. Mentre per un bambino di tre anni che nemmeno più ricorderà i suoi primi anni di vita non ha nessun valore. Ma non mi posso certo mettere a filosofeggiare, spendendo e facendo spendere agli altri cento euro inutilmente.

Anche lui ha capito che non risponderò mai alla sua domanda ed è passato al mio vicino, che probabilmente è un manager – sto tra sette manager, mi sarebbe piaciuto perdere un po’ di tempo con i due che hanno rinunciato al corso, saremmo stati bene assieme – con la seconda, che a me sembrano domande preparate: valgono più i soldi o il tempo?

Allora c’entravano i soldi, potevo dire cento euro. Ma forse no, sono confuso. Ho fatto bene a stare zitto. Comunque sappiate che i soldi si possono immagazzinare, il tempo no; tutto si può comprare, il tempo no; siamo tutti diversi, ma il tempo è dato uguale per tutti; soprattutto il tempo è finito, un giorno moriremo tutti, meglio sfruttarlo bene finché ce ne abbiamo ancora un po’ a disposizione. Mi tocco scaramanticamente e penso che ho due ore in meno di vita. E cento euro in meno in tasca.

Compito per la prossima lezione: scrivere cosa farai, da oggi, per utilizzare meglio il tuo tempo.

Aiutatemi, cosa farò?

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Matti in scatola

Io, da bambino, in una scatola, per gioco, mi ci sono chiuso.

Grilloz

 

Post scriptum: Invitiamo sempre i nostri pazienti a riandare con la mente all’infanzia, per ritrovare quella perduta felicità che la Recherche non può certo offrire. Perciò, quando stamattina un matto ha inaspettatamente sporcato il muro della Scuola Santa Rosa con quella frase sbucata dal nulla ho vietato agli inservienti di rimuoverla. Chissà se altri ospiti, leggendola, faranno riemergere dall’inconscio qualche episodio dei primi anni di vita che ridia loro serenità, anche se per qualche ora soltanto. Tentiamo, non nuoce.

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La metamorfosi

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Destatosi da sogni inquieti, una mattina Gregor Samsa si ritrova trasformato in un immondo insetto, scusa tanto irreale da far sembrare vera quella di Donald Trump alla Casa Bianca. Così conciato, con quelle zampette esili e ingovernabili, l’addome piatto, e nudo come un verme anche se si sta parlando di uno scarafaggio, decide perciò di non presentarsi in ufficio. Il che è un grosso problema perché vive in una famiglia monoreddito – è lui che mantiene i suoi due vecchi e la sorella –. E il primo ministro dichiara alla stampa che la cassa è vuota e chi sta sotto la soglia di povertà sono fatti suoi.

Come scarafaggio però non è niente male: di dimensioni gigantesche, se non si facesse schiacciare dalla solita angoscia del lunedì mattina, se pensasse veramente positivo, se guardasse al bicchiere mezzo pieno, trasformando le difficoltà in opportunità, le sfide in soluzioni, i problemi in risorse; se seguisse i consigli di Montemagno su Youtube, potrebbe tranquillamente presentarsi al Circo Barnum, esibendosi dopo il gemello siamese e prima della donna barbuta. Tra pagina Facebook, Instagram e Twitter, i follower e i soldi arriverebbero a palate.

Invece il suo problema, pare incredibile, è andare in retromarcia sulle zampe. Come se a noi interessassero le manovre in spazi ristretti degli scarafaggi. I suoi genitori e la sorella nel frattempo si sono svegliati, e tra una fetta tostata e l’altra del Mulino Bianco, cominciano a preoccuparsi del fatto che Gregor non va al lavoro. Lo chiamano e lui, sforzandosi di parlare con voce umana, cerca di tranquillizzarli dall’altra parte della porta. Ma non aprite quella porta.

Nel frattempo, visto che un fattorino doveva aspettarlo in stazione e non lo ha visto arrivare, l’azienda ha mandato il procuratore a controllare il suo stato di salute. Gregor cerca di alzarsi dal letto, ma il suo nuovo corpo gli impedisce movimenti repentini e mentre i genitori intrattengono il procuratore che inizia a spazientirsi, Gregor balza giù cadendo pesantemente a terra. Cerca di rassicurare tutti, aggiungendo che presto uscirà dalla stanza, ma la sua voce somiglia più a quella del navigatore satellitare che a quella di un essere umano.

Il procuratore si irrita, ritiene di essere preso in giro e avverte Gregor che se continua su questa strada verrà licenziato, da precario col cavolo che te la prenderai comoda, fannullone del cartellino. Inoltre si lamenta con i genitori del rendimento scarso sul lavoro del loro figlio, affermando che negli ultimi mesi è peggiorato professionalmente, forse c’entra anche wattsapp e certi siti porno navigati in orario di lavoro. A questo punto Gregor, con uno sforzo immenso, riesce ad aprire la porta con ciò che non è più la sua bocca.

Il procuratore sopraffatto dall’orrore scappa dalla casa precipitandosi giù per le scale. La madre, vedendo la trasformazione del figlio, sviene mentre il padre lo ricaccia indietro colpendolo con un giornale, Libero di Feltri, che riporta in prima pagina a titoli cubitali La patata bollente. Gregor si rintana sotto il letto rifiutando il quotidiano, a tutto c’è un limite: troppo volgare quel giornale, sono uno scarafaggio, non mi potete dare in pasto qualsiasi schifezza. Poi Gregor, esausto, si addormenta. Sogna di essere il titolista di Libero. Quando si sveglia, per fortuna è tornato scarafaggio, prova un’immensa felicità e trova anche del latte vicino al letto ma non riesce a berlo, i suoi gusti alimentari sono ora di tutt’altra specie. Altrimenti questa storia non si chiamerebbe La metamorfosi.

Nei giorni seguenti Gregor gestisce meglio le sue zampette e decide di nascondersi sotto un divano, così da permettere alla sorella di portargli del cibo più appropriato al suo nuovo stato e di pulire la stanza. Gregor passa le sue giornate ascoltando i discorsi dei familiari che sono sempre più cupi, ma non a causa dei problemi economici che il perdurare dello stato di Gregor hanno aggravato come lui suppone. In realtà discutono animatamente, con trasporto, di Occidentali’s Karma. Possiamo dire, con sollievo, che i guai della vita, a guardarli bene sono transitori, tutto passa, panta rei.

Le giornate di Gregor, monotone, lo vedono confinato tra le quattro pareti, sembra di stare al Grande fratello ma senza la tettona che ti la sventola la patata, sempre lei, davanti alle antenne. Però c’è un aspetto positivo: Gregor ora scorrazza per la stanza, arrampicandosi anche sui muri per provare le sue nuove abilità. Per qualche ora si trasforma nell’Uomo ragno.

Grete, la sorella, pensa allora che sia la volta buona per togliere alcuni mobili dalla stanza e con la scusa di lasciargli più spazio li vende all’incanto. Un giorno, però, Gregor vede la madre prendere un quadro a cui è molto affezionato, L’urlo di Munch, esce da sotto il divano e quando la madre lo vede grida terrorizzata e fugge dalla stanza. Il fatto era che il quadro era sempre stato appeso a rovescio, e ora si è resa finalmente conto del pessimo gusto di Gregor, che la insegue e il padre vedendo il figlio-insetto scorrazzare per la casa, gli tira una mela che va a conficcarsi nella sua corazza. Un’allegoria di Guglielmo Tell a rovescio.

Gregor ferito torna nella sua stanza e rimane bloccato per diverse settimane, mentre la mela marcisce nella sua schiena. I giorni passano, le mamme invecchiano, e la situazione per Gregor si fa insostenibile. Decide di diventare scrittore, aspirante self-publisher, titolo del libro: L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo. Una biografia-romanzo. I genitori nel frattempo hanno subaffittato l’appartamento: una sera Grete decide di suonare il violino per i nuovi inquilini. Gregor abbandona per un attimo la scrittura ed esce dalla stanza, perché la porta è rimasta aperta, e appena viene visto il padre lo ricaccia in camera, ma i nuovi inquilini, terrorizzati e disgustati dalla visione dell’insetto, decidono di andarsene senza pagare l’affitto.

A questo punto Grete è costretta a trovarsi un nuovo impiego, zona Olgettina, e Gregor è solo, abbandonato. Il padre, che lo odia peggio che un laziale Totti, e la madre che lo teme come Equitalia, decidono che è necessario sbarazzarsi del figlio-scarafaggio, perché sarà sempre più un ostacolo alla loro vita e gli impedirà di rialzarsi dal collasso economico in cui sono precipitati.

Gregor dopo aver sentito la discussione della sua famiglia sul suo futuro, capisce di essere un peso morto per i suoi e per la società, di non avere più alcuna speranza di essere protetto e aiutato. Si lascia quindi andare verso un declino inesorabile: non mangia e smette di scrivere fino a perdere le forze e morire. La sua famiglia, dopo averne scoperto la carcassa, si sbarazza del suo esoscheletro e comincia una nuova vita. Si trasferiscono, quindi, in un appartamento più piccolo e iniziano a sperare di poter sposare la figlia, forse con un ricco industriale. Ma non ce n’è affatto bisogno. Mondadori pubblica il suo inedito inconcluso, trovato per caso tra i rifiuti. L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo scala le classifiche sbalzando Il codice Montemagno. Dove sarebbe mai potuto giungere Samsa se avesse completato l’opera, questo il rammarico nel mondo delle lettere.

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Storia d’amore di tre uomini

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Bisognerebbe scrivere la storia d’amore di tre uomini.

Il primo dei tre al 31 di dicembre del 2016, per la precisione alle ore 22.30, ha 34 anni, lavora per una onlus di livello internazionale, ama viaggiare e starsene a contatto con la natura.
Dieci anni fa ha conosciuto una ragazza di un anno più grande di lui, amica degli amici, durante un viaggio in Amazzonia, fatto tutti insieme appassionatamente. Scoprendosi anime gemelle, di ritorno da quell’esperienza sono andati subito a vivere insieme. Lei lavora in un ristorante di Milano, ristorante di livello internazionale, precisamente nelle cucine. Parla quattro lingue, fatica undici mesi all’anno giorno e notte per diventare chef, e ama prendersi poi trenta giorni di libertà assoluta, non necessariamente ad agosto, e tuffarsi insieme al suo compagno nella natura selvaggia di un paese lontano. Africa, Cina, Australia, Canada, Burundi (se sapessi dov’è il Burundi). Entrambi sognano di partire un giorno, meta uno di quei paesi, e di non fare più ritorno, lasciandosi tutta la civiltà alle spalle, come Ulisse oltre le colonne d’Ercole. Questo sogno comune è la loro forza. Li tiene uniti nelle difficoltà, dà un obiettivo e un senso alla loro convivenza, li aiuta a dissetarsi nell’amore dell’altro quando arrivano quei momenti di siccità di coppia che conoscete bene.
E così avviene che circa sei mesi fa, nell’ennesimo viaggio in Kenia tra giraffe ed elefanti, nel posto più bello del mondo, a fianco di una pozza d’acqua limpida dove gli animali della savana vengono ad abbeverarsi lungo tutta la giornata, animali che si possono ammirare da dietro le vetrate di un famoso hotel, proprio lì lei riceve un’offerta di lavoro come chef, tanto è simpatica e in sintonia con il luogo e con le genti, ed è una proposta indecentemente bella, tanto è appagante e inaspettata. E così ritornano in Italia per sistemare tutto quello che va sistemato per poi partire in un qualsiasi momento del nuovo anno.
Ma ecco la sorpresa. Lui, che non avrebbe difficoltà a svolgere il suo lavoro da qualunque buco del mondo basta che ci sia un collegamento a internet, prima le chiede di pensarci bene, di valutare i pro e i contro; poi, quando lei ribatte che ci sono solo pro in quest’offerta di vita nuova, allora l’invita a raggiungere al più presto possibile il suo sogno, che lui arriverà dopo, con calma, appena sistemate due o tre questioni di lavoro e familiari che devono essere regolarizzare prima della partenza.
Però i mesi successivi, mentre lei si prepara al grande viaggio, piena di entusiasmo per la nuova vita che li aspetta, lui sembra disinteressato, non cambia di una virgola la sua quotidianità. E si finisce che dopo l’acquisto del biglietto solo andata per una persona, non se ne parla più. Non è che le cose girino male, la tenerezza è quella di prima, forse anche l’amore. Ma è come se ci fosse un velo che offusca il futuro, e non fa più intravedere il sogno come comune, che da sogno di coppia si trasforma giorno dopo giorno in sogno da vivere da soli. E così si arriva al 31 di dicembre, cioè oggi, dove sono al mare con gli amici, come ogni anno, e bisogna festeggiare l’anno nuovo e augurarsi tutto il bene reciproco.
Il mare d’inverno, lo dice anche una canzone famosa, quest’anno per la prima volta gli appare in bianco e nero, e anche se il sole basso disegna sulla spiaggia due ombre che si allungano, quella di lui sembra stranamente più corta di quella di lei, che invece è affusolata, lunghissima, infinita.
Così lui è talmente triste, che per vincere la tristezza inizia a bere e alle 22.30, quindi proprio in questo istante è ubriaco fatto, non sta in piedi e stramazza nel letto, perdendo coscienza, addormentandosi in un sogno nero, così che non può salutare con lei la fine del vecchio anno, né augurarle buon viaggio con il nuovo.

Il secondo dei tre al 31 di dicembre del 2016, per la precisione alle ore 22.30, ha 43 anni, sta festeggiando con la sua famiglia a tavola l’arrivo dell’anno nuovo. Ha due figli maschi e una moglie. Una famiglia normale, come tante. Un lavoro normale, come tanti. Viaggia molto, su e giù per l’Italia. E anche in tempi di crisi come questi riesce ancora a piazzare i rimorchi refrigerati o coibentati della sua ditta in tutte le aziende di trasporto, in tutti gli stabilimenti alimentari. E quando viaggia in autostrada con la sua famiglia e supera un tir, sfilandogli accanto, una volta su due gli senti dire che «quello lì gliel’ho venduto io al sciùr Brambilla». Non è uno che ha studiato molto, anzi ha solo il titolo di terza media. Ma i pivellini con la laurea alla Bocconi se li mangia col camogli all’autogrill. Bada al sodo perché il resto è chiacchiere e distintivo. Ha un solo vizio, anzi due. La birra doppio malto alla spina e le donne. Quelle sì, gli piacciono. Una in particolare incontrata davanti a un camogli un anno fa in una sosta in autostrada. Da allora è la sua amante, pressoché fissa. Niente grandi discorsi. Anche perché manca il tempo per concluderli.
Possono vedersi solo quando gira nelle aziende della sua zona, il che capita più o meno una volta al mese. La passa a prendere, si fiondano in un motel per qualche ora, e via col sesso. Ci sono cose della vita di lei che vorrebbe anche sapere, se non fosse troppo complicato dopo averle sapute. E anche rischioso. A casa ha sempre una moglie e due ragazzi, meglio stare sulle generali. E poi a lei va bene così, le piace che sia una storia solo di sesso. Siamo animali sensibili all’amore, dice una famosa canzone. Per ora solo animali, per l’amore non c’è il tempo. E in fondo lei è una donna libera, a cui piace essere sbattuta senza tante storie. Che poter essere un po’ puttane fregandosene dei moralismi, è la vera emancipazione femminile, dice lui.
E così alle 22.30 del 31 dicembre, cioè adesso, avrebbe una gran voglia di rinunciare al cotechino con le lenticchie per saltarle addosso, infilarle le mani sotto la camicetta, slacciarle il reggiseno e poi rovesciarla sul letto e farla godere, o godere almeno lui. Così se ne va in bagno con il cellulare e dopo avere chiuso a chiave le invia un messaggio per l’anno nuovo: «mi manchi tanto». Ma un attimo dopo si è già pentito di tanta ipocrisia. Macché mi manchi tanto? Se c’è una cosa che lei ama di lui è proprio la sua sincerità bambina, pensa lui, non dire mai una bugia agli altri per nascondere la verità a se stessi, via perciò con il secondo messaggio, molto più esplicito: «ti stropiccerei tutta se fossi qui con me».
Sarà ora il caso di ritornare a tavola, sono già le 22.35, non manca molto al nuovo anno e il cotechino si raffredda.

Il terzo dei tre al 31 di dicembre del 2016, per la precisione alle ore 22.30, ha 46 anni, e fa il copywriter non si ricorda più da quanto. Alcuni degli slogan più famosi che hai nella testa, alcuni dei prodotti più comuni chiusi nel tuo frigorifero, nascono nella sua agenzia. Vive in una grande città del nord, direi Milano, e soprattutto vive di parole. Dagli tre parole, come dice una famosa canzone, e ne farà una storia. Uno storyteller, si direbbe oggi. Lui preferisce definirsi, spero ironicamente, un paroliere di emozioni a pagamento. Emozioni sempre al servizio delle aziende, ovvio. Ma poiché crea emozioni finte per gli altri, non ne trova di autentiche per sé. E così, spesso quando non lavora, ma a volte anche quando lavora, si perde nelle chat d’incontri con vari nickname e incrocia donne fatali e bellissime, almeno virtualmente.
Da un mese circa però ne ha conosciuta una diversa dalle altre. È bastato un suo commento spiazzante e visionario, per incuriosire Karenina81. E da quel giorno si ritrovano in chat, parlando come tutte le altre coppie, vere o virtuali, non hanno mai più fatto dai tempi di Romeo e Giulietta. Lei è stupenda, ha una bella mente. Lui è preveggente, gli legge nei pensieri. Percepisce i giorni no di Karenina analizzandone le virgole. Passati amori, attuali delusioni, future speranze, riempiono le intercapedini delle loro esistenze, quegli spazi vuoti, autentiche voragini di sentimenti mancati, che nessuno ha mai sospettato esistere. E così senza mai vedersi, sentirsi, toccarsi, si amano due volti senza sguardi, due corpi senza forma, un essere uomo e un essere donna senza contorni limitati dall’essere uomo, dall’essere donna. Amore e innamoramento insieme.
E la promessa dell’ultima chat dell’anno vecchio che si sono fatti è stata quella di pensarsi e abbracciarsi virtualmente alla scoccare della mezzanotte. E ora che sono le 22.30 manca poco al pensiero più dolce di tutto il 2016, pensa lui.

Ora, se sei giunto fino a questo punto della storia, caro scrittore e cara scrittrice, bisognerebbe che scrivessi i pensieri che passano nella testa di una donna in un minuto preciso del 2016.

Precisamente, dovresti scrivere i pensieri di quella donna che al 31 di dicembre del 2016, per la precisione alle ore 22.30, ha 35 anni, e il suo compagno è a letto completamente sbronzo in una camera d’albergo fronte mare, e in quel momento riceve due messaggi a distanza di un minuto dal suo amante che di nascosto incontra quasi tutti i mesi da circa un anno. E soprattutto a mezzanotte starà tra le braccia del suo Romeo virtuale, l’unico che potrà accompagnarla, senza mai farla sentire sola, in quel viaggio oltre le colonne d’Ercole verso la sua nuova vita nel 2017 in Kenia.

Lo so, questa storia è difficile da digerire. Figurarsi scriverla. Ma qualcuno, uno veramente bravo, dovrebbe almeno provarci, perché a suo modo è bella. Ricordandosi di aggiungere. ovviamente, che ogni riferimento a persone e a fatti reali è puramente casuale.

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È successo il successo

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In questi giorni è tempo di bilanci nei blog di scrittura: quanti visitatori, quanti utenti, i post più gettonati, le statistiche dell’anno passato, le buone intenzioni per il nuovo. Come per il riepilogo delle letture nel 2016 – che ho già drammaticamente trattato nei giorni scorsi –, anche questi nuovi dati quantitativi, più arduo analizzarne il significato qualitativo, mettono a dura prova il mio buonumore. Sono un blogger d’insuccesso, e non posso fare altro che prenderne atto.

Comunque parliamo del successo, inteso come sostantivo. Un sostantivo futuro – nuova figura grammaticale – perché il successo sta sempre davanti a noi. Nel passato stanno solo degli aspiranti scrittori, sconosciuti e frustrati, forse frustati.

Dovete sapere che i nostri aspiranti scrittori si riuniscono in un bar, bevono e si scambiano consigli e opinioni sui loro libri inediti. Quasi quasi ci assomigliano. Ce n’è uno, dovete immaginarvi la faccia di Alec Baldwin, che ha scritto un romanzo denso di poesia, interrotto poi a metà sulla frase «per il successo non ci sono scorciatoie». Ecco il tema: il successo.

Quando l’amico del bar, ha la faccia di Dan Aykroyd, ottiene un anticipo di 190.000 dollari sulla trilogia che sta scrivendo, scatta nel primo la rabbia e afferrata la macchina per scrivere elettronica la getta dalla finestra urlando che vuole il successo.
Capite anche voi che se ci trovassimo a pianterreno sarebbe un guaio, ma limitato. Ma dai piani alti di un palazzo quell’oggetto, dotato di un peso specifico, l’accelerazione, la forza di gravità, non è che ne sappia molto di fisica, per farla breve impatta la testa di una vecchietta sul marciapiede di sotto. E la vecchietta muore.

E allora bussano alla porta. Chi sarà, la polizia? No, è il diavolo che ha trovato un potenziale cliente. Anzi no: utente. Il diavolo ha fattezze femminili provocanti, ma secondo me farebbe la sua porca figura pure con l’immagine classica, coda e forcone, falce e martello. Voglio il successo, non mi interessa altro. Finalmente un vero scrittore, con le idee chiare su quello che dev’essere il suo futuro. Il patto sciagurato è sigillato non con il sangue, si vede che cambiano i tempi, ma con un bel rapporto carnale lì sul pavimento. Anche questo fa la sua porca figura.

Il successo arriva immediato. Soldi, fama, premi, servizi fotografici, lettori, ma soprattutto donne, tante belle donne sempre disponibili. E i colleghi della prima ora? Dimenticati.

Da questo momento non si parla più di scrittura. Il successo non c’entra nulla con la scrittura, pare capire. I critici non vogliono nemmeno stringergli la mano. I libri sono illeggibili, ma si vendono. E lui ora è infelice perché il successo non dà la felicità, ma dai?! Il contratto infernale dura dieci anni, anni che passano veloci, alla fine dei quali bisognerà pur dare al diavolo il suo compenso: l’anima.

Non vi sto a dire come va a finire questo terrificante cliché che ho visto l’altro ieri in tv. Ma ci sarà anche del vero, se è un cliché. Tutti questi numeri sgranati come da un rosario in questi giorni, sono una spia di quello che alla fine vogliono tutti: numeri sempre più alti, segni tangibili del successo di oggi, ma che devono impennarsi ulteriormente domani, se no non vale. Impennate che tra l’altro non hanno relazione alcuna con la penna: non sapendo perseguire il meglio, ci accontentiamo di inseguire il di più. Se i temi sono scontati, ci incoraggiano le visite, se il racconto è traballante ci rassicurano i like. A che servirebbero le statistiche sempre alla nostra portata, se non a misurare se il nostro patto col diavolo funziona meglio della nostra stesura?

Post scriptum: poi ieri ho visto un film su D’Annunzio da giovane. Anche qui, scrittura poca o niente. Ma successo tanto, soprattutto con le donne, tante belle donne sempre disponibili. E i colleghi di prima? Tutti a dire che è un bravo scrittore, ma non un genio. Anzi, copia spudoratamente dai geni. Quasi quasi assomiglia a quel mio post nell’anno vecchio.

Post scriptum 2: la vecchietta poi risorge.

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Storia di Natale veramente magica

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Strana creatura, lo scrittore. Crede di essere il mago in grado di far comparire il coniglio dal cilindro, lasciando gli spettatori a bocca aperta, senza parole. Invece, quando c’è un mago e un cilindro sappiamo già che da qualche parte salterà fuori un coniglio.

Quando penso alle mie storie, alle vostre storie, e anche alle storie di quelli che pubblicano i libri, alla fine mi rendo conto che sono tutte fantasie, mere finzioni, semplici giochi di prestigio. Lo scrittore è solo illusionista: per quanto bravo e preparato possa essere, da qualche parte ci sarà sempre un trucco, e il lettore lo intuisce a volte fin dalla prima pagina. Se l’illusionista è bravo, dal secondo capitolo. Se l’illusionista è il più grande illusionista al mondo, dall’ultima parola stampata sull’ultima pagina del libro.

I maghi veri invece sanno realizzare magie vere, non piccole illusioni. Sanno estrarre i conigli dalle malattie, dai dolori, dalle solitudini, dalle incomprensioni, dalle diversità. Magie fin dalla prima pagina del libro della vita. Questo Natale voglio offrirvi una storia di Natale ricca di magia vera e di maghi autentici. Maghi per nulla bravi con le parole, ma che sanno lasciarci come spettatori a bocca aperta, senza parole.

Auguro buon Natale a tutti, segnalandovi questa storia veramente magica.

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Lo scimpanzé sul tetto

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Uno aveva uno scimpanzé che gli scappava sempre e si andava a sedere sul tetto della sua villetta e non voleva scendere. E quello gli ordinava di venir giù, ma la scimmia scuoteva la testa e non si muoveva, neppure se gli mostrava una banana. Allora il padrone che faceva? Si sdraiava a terra nel giardino e si fingeva malato o morto. E subito lo scimpanzé saltava giù accorrendo disperato e lo accarezzava e consolava perché gli voleva bene.

Ho letto questa storia da qualche parte, non mi ricordo dove. E niente, volevo raccontarvela.

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