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Il tram della notte

Milano è sempre vivace, anche di notte. L’ultima corsa notturna dei suoi tram, verso l’una di notte, porta verso le periferie gente che ha ancora voglia di birra e di divertimento; oppure di arrivare a casa in fretta e coricarsi dopo una giornata torrida e da dimenticare. Li vedo salire in massa alla prima fermata dopo il capolinea: io sono già accomodato per i fatti miei vicino al finestrino, con un libro spalancato in mano, immerso nelle pagine.

Questa vita notturna mi piace. Un po’ leggo, un po’ osservo intorno senza mai incrociare sguardi. Ci si imbatte in personaggi strani, a volte. Mi chiedo se sono quelli giusti per il romanzo che non scriverò mai. Chi sono, cosa fanno, perché si spostano di notte, da dove vengono. Cerco di immaginare le loro case, i quadri che hanno alle pareti. Alcuni non possiedono quadri, ma direttamente l’urlo originale di Munch. Mi chiedo se dormono su un divano sfondato – giurerei di sì per molti di loro –; e ancora, se hanno qualcuno che li aspetta a casa: qualcuno sarà stato appena lasciato e sale sul tram con mezza birra ciondolante in mano, più altre cinque in corpo e nell’anima. Questi i pensieri che si inframmezzano tra un paragrafo e l’altro di Gadda, rallentandone la lettura.

Non me ne sono accorto, ma una coppia si è ricavata un angolo di tram poco distante da me. Non proprio un angolo per la verità: una nicchia. Lei ha trovato posto a sedere e lui è in piedi, vicinissimo, che le parla quasi appiccicato. Lui gesticola, è di spalle, non so che faccia abbia. Ma da dietro sembra un armadio a sei ante. Lei invece, quando lui traballa leggermente per gli strappi improvvisi del tram, mi appare di tre quarti. Sarà a due metri, un metro e mezzo da me, sulla diagonale. Se inclina leggermente la testa in avanti tocca la pancia di lui, tanto lui le sta a contatto. Per guardarlo in faccia, deve reclinare il capo all’indietro, mi sembra un po’ soffocata dalla postura del suo uomo.

Che è il suo uomo si capisce da come ridono e gesticolano. Con la mano destra che non si tiene al tram, lui tenta di colpirla con degli schiaffetti sulle guance. Lei si ritrae, si difende, ride. Torno al mio Gadda: «”Mària Vergine!”, come ammettendo di poter essere sospettata del contrario. No, la servente no la gera de Marino, no la gera dei Castelli Romani…». E sento un ciaff!

Allora alzo gli occhi dal Pasticciaccio, e vedo che seguitano i colpi e le parate. Mi rituffo nella pagina e un altro ciaff!, più sonoro questo. Guardandola ora lei non ha più lo stesso sorriso, ma è quasi sorpresa. Alza gli occhi all’uomo e non tenta più di difendersi. Lui prima fa una finta, e poi prova una carezza che non è gradita, perché lei ritira il viso, allora la carezza si trasforma in uno schiaffo, leggero ma voluto. Lei alza lo sguardo, muove le labbra, ora smettila sembra dire, e stringe a sé la borsa. Non giocano più. Ma lui la opprime con la sua muscolatura e c’è sempre quella mano libera che vuole giocare a schiaffi, anche se ora gioca ormai da sola. Forse qualcuno guarda, gli altri proprio non li vedono. E io riabbasso gli occhi al libro, ma di leggere non ho più voglia.

Ogni tanto torno su di loro, lui parla dall’alto, si esprime soprattutto con lo sguardo che io non vedo, lei non vorrebbe più trovarsi lì, imprigionata sul sedile. Non può né alzarsi, né alzare il viso, perché quando lo fa lui agita la mano e questo è sufficiente per far sì che lei debba proteggersi, ma ridacchiando, ma non con un bel sorriso sincero. Non sono fatti miei, in fondo non sta succedendo niente, una coppia che scherza per i fatti suoi e se guardassi l’uomo con espressione interrogativa quell’armadio so cosa mi direbbe in faccia: fatti i cazzi tuoi. Desidero che scendano, come vorrei scendessero.

Forse mi hanno ascoltato perché lui le si allontana leggermente e lei può finalmente alzarsi, e io mi rituffo dentro il libro abbassando il capo, perciò lui non lo vedo mentre mi sfila via. Vedo solo la sua mano destra e forte che tiene stretta la sinistra di lei, che lo segue docile con un sorriso disegnato sulle labbra, ma pietrificato, smorto, e due occhi neri impauriti e imploranti una grazia per una punizione che sente arriverà. Per quale colpa poi?

Non vi dirò se erano italiani o stranieri, vi dico solo che erano un uomo e una donna. Tanto basta. Ora ci vorrebbe uno scrittore, o una scrittrice, che si prendesse l’onore e l’onere di raccontare questi fatti in un romanzo. E se pensate che di romanzi che già parlano di queste cose ce ne sono troppi in giro, per cui è inutile aggiungerne un altro, vi dirò che proprio per questo è utile aggiungerlo.

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Domande (forse) per scrittori

È possibile sentire più intimità nell’estraneità che in un incontro tra amanti?

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Oltre il finestrino

Banchina bagnata. Gocce di pioggia sul finestrino formano una costellazione trasparente. Alcune grosse, irregolari. Altre più piccole, tondeggianti. La banchina è finita.

Alberi, graffiti sui muri, pannelli solari. Prati coltivati. Frumento, grano. Catone Trasporti, filari di betulle. Campi squadrati, vegetazione spontanea, rovi. Una cascina diroccata. Roggia, ruscello. Una ciminiera si erge a righe orizzontali bianche e rosse in lontananza. I binari convergono, treno merci, ferraglia, cisterne, stazione. Solo 2 cl S1.

Auto parcheggiate a lisca di pesce. Nuovi muri graffitati e sbriciolati. Una strada asfaltata, capannoni industriali a perdita d’occhio. Una linea ferroviaria scorre parallela, si innalza. Sopraelevata. Ponte, piloni nell’ombra. Villette a schiera. Banchina deserta e asciutta. C’è il sole. Do not cross the railway lines.

Grano che cresce, piantine sottili. Carcassa di autobus azzurro, segnali stradali ammassati, traliccio nel campo. Case, case, villette, tegole basse, palazzi. Una parabolica, un’altra. Audi bianca che riflette i raggi del sole, sullo sfondo il fogliame danzante nel vento. Un treno taglia l’aria improvviso. La costellazione di gocce è svanita, ne restano cinque nell’angolo in basso a sinistra. Divieto di accesso.

Binari morti prendono vita, entusiasti si lanciano avanti. Trattore nei campi. File di auto in coda come scatole di latta su un nastro d’asfalto. Distese di grano e di terra. Due giovani neri su una panchina in banchina. Un nano incerto sulla direzione da prendere nel sottopassaggio. Altro treno, ma lento.

Sterpaglie, sfumature di verde. Buio improvviso, pallida luce. Un palazzo con disegni a losanghe. Tag nere offendono i muri bianchi in stazione. Uscita/exit a destra e a sinistra. Parallelepipedo grigio con balconi minuscoli. Lenzuoli ad asciugare. Buio. Buio profondo. Scompartimento riflesso nel buio. Me stesso riflesso, sguardo perplesso. A caratteri cubitali BAD DEAL. Palazzi di vetro, Unipol Sai sospesa nel cielo. Divieto di sosta ai pedoni. Vietato attraversare i binari. Qui tutto è vietato alla gente. Immigrato che si tiene tra le mani la testa, sta forse piangendo.

Nuovi binari si aggiungono ad altri binari usciti dal nulla. Il mio binario è ora uno dei tanti, insignificante binario, binario perso tra gli altri. Vorrei viaggiare su quelli rimasti liberi e vuoti che portano altrove. Stazione. La gente che aspetta.

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Le cinque fasi della trama

Come quasi tutti sanno le fasi in cui si articola una trama sono cinque: dire, fare, baciare, lettera, testamento.

Si inizia col dire, e se ci pensate questo è talmente logico che a una lettura superficiale potrebbe sembrarvi finanche banale. L’incipit è dire, questo è un punto fermo irremovibile: poi non dite che non ve l’avevo detto.
Ovviamente, potete dirlo in tanti modi, e qui sta alla vostra fantasia e bravura trovare il modo più efficace di dirlo. Purtroppo i primi capitoli di molte trame – specie in self-publishing, questo me lo dovete concedere – dicono troppo o troppo poco. Invece bisognerebbe dire il giusto, né troppo né troppo poco. Non fate gli splendidi se non ve lo potete permettere lungo tutta la prima parte della trama; peggio ancora non siate tirchi, il pericolo opposto, e dire invece pochissimo, magari solo le vocali, «aiuo, iao iai iui eo!», perché il lettore difficilmente vi seguirà fino in fondo alla pagina. Se la vostra trama inizia con una coppia rimasta chiusa in ascensore, dite: «Aiuto, siamo rimasti chiusi dentro!», usate cioè tutti i fonemi che conoscete. Attenzione: non tutti sulla stessa riga possibilmente, non fatevi prendere da eiaculazione precoce (vale anche per le autrici) come ho visto fare una volta – purtroppo – nel self-publishing.

Bene, ora che nella prima fase avete detto tutto il dicibile, meglio ancora se dite l’indicibile, e dire l’indicibile vi proietterebbe nell’olimpo della letteratura mondiale e nazionale, anche regionale, ma lo so, non è facile dire l’indicibile, entreremmo nel campo della poesia, anche un po’ enfatica, adesso sarebbe lungo il discorso sulla poesia affrontato in questo post dove già abbiamo cinque fasi della trama, che già inizio centro fine a voi crea delle difficoltà enormi. Enormi, credetemi, in base a molti, moltissimi libri in self-publishing che ho sfogliato. E allora vi chiedo lo sforzo, so che non tutti ci possono riuscire, ma tutti ci dovete provare, di seguirmi in ognuna delle cinque fasi anziché tre. E passiamo alla seconda.

Ecco, prima hai detto? Bene, ora fai. Il fare: uno scarto repentino, un’accelerazione fulminante, seconda quarta. Una molla narrativa: dovete fare. Il lettore si era adagiato nel dire, ora lo prendete alla gola col fare. Improvvisamente. Il protagonista stata dicendo alla madre passami il sale? Ora, prende il sale, se lo getta scaramanticamente alle spalle, si toglie le calze, si taglia le unghie, apre la finestra e si lancia nel vuoto senza paracadute. Il lettore lo segue oltre il davanzale, adrenalina. Non chiedetevi il perché il percome, tranquilli. Meglio sarebbe che si tagliasse le unghie mentre cade nel vuoto, ma bisognerebbe cambiare il punto di vista in corsa, e già non è che con il punto di vista siamo messi bene, che si fa una confusione totale tra punto di vista onnisciente, saccente, primo della classe, so tutto io, e punto di vista immerso nella sicilianità, non vedo non sento non parlo. Questo l’ho trovato spessissimo nel self-publishing.

Passiamo al terzo punto: dire, fare, ora baciare. Baciare è il conflitto, la parte centrale, quella più lunga, articolata, tortuosa, finanche tortosa se ci si bacia a una festa di compleanno di lei. Qui il protagonista ha lui tutto in mano, è veramente protagonista, non come quei protagonisti, sempre nel self-publishing che sono annoiati, non sanno cosa fare, se la passano male, sono dei perdenti, sono depressi, perché non fanno niente ma dicono dicono dicono. Quindi capite perché i vostri romanzi non funzionano: non avete tenuto conto delle prime due fasi: dire-fare.

Ora siamo al climax. La torta, ricordate? Ha detto una frase, il protagonista? Ti voglio bene… mi manchi… ti amo dal primo momento che ti ho detto ti voglio bene… dal primo momento che ti ho detto che mi manchi, attenzione non fate l’errore di cambiare verbo – è il dire che comanda la prima parte –: poi nella seconda fase vi buttate dalla finestra senza dialogo.
Potremmo anche dire: dire è dialogo (cinque capitoli di dialogo), fare è non parlo più (cinque capitoli che ti butti dalla finestra). Ovvio che devi essere uscito prima dall’ascensore… L’ascensore è un esempio, ovviamente. È salire, è scendere, a volte resti bloccato. Ma non pensiamo ora all’ascensore, non perdiamo di vista la trama. Dove siamo? Al baciare, mi seguite?

Baciare. O ti bacia o non ti bacia. Ecco il conflitto nella sua essenza. Te la dà o non te la dà? Di solito nel self-publishing non te la dà. Nell’editoria tradizionale se ne può parlare: hai un contratto, dei soldi, gli paghi tu la cena di compleanno e la torta con l’anticipo dell’editore? Allora forse te la dà. Forse. Però potrebbe avere quell’aria interrogativa per via del dilemma: si sarà tagliato le unghie? Tu gli dici che l’hai fatto, se non ci crede gliele fai vedere (è importante anche il vedere nella seconda fase, ma questa parentesi non leggerla ora, la leggi dopo se no ti perdi la progressione della frase, perché voi o c’è il soggetto, il verbo, il complemento, altrimenti non mi seguite più), ecco l’importanza del fare, e lei ti bacia.

Che ti bacia o non ti bacia, baciare orienta le ultime due fasi. Ora c’è lettera, ricordi? Se c’è lettera le stai scrivendo («perché non mi hai baciato?»). Quindi: dire, fare, baciare, lettera – lei non ti bacia. Sempre. Se ti bacia è finita la storia, la gente se ne va, è rimasta delusa, le trame che finiscono bene non piacciono a nessuno, neppure nel self-publishing. Per questo lei non ti bacia, è funzionale alla trama, cioè il suo rifiuto serve per introdurti alla lettera. Ecco, in questa fase sei tu che scrivi: ta-tan! Finalmente entra in gioco la scrittura. Sai scrivere una lettera a chi non ti ha baciato? Allora sei uno scrittore, è il tuo momento. Ma non scrivere una lettera da sfigato del self-publishing dove dici dici dici. Un po’ dici, un po’ fai, un po’ baci. Ricapitoli per il lettore quello che la trama ha mostrato finora. In lettera fai letteratura, in un certo senso. Ripercorri i processi mentali che ti hanno portato a lanciarti nel vuoto tagliandoti le unghie a fianco del narratore che sa tutto lui, dopo essere uscito dall’ascensore. In lettera bisognerebbe parlare anche del tecnico dell’ascensore della ditta Mammoli che è corso a riparare il guasto. È un personaggio di secondo piano, è vero. Il protagonista poi è rimasto chiuso al terzo, non si incontra con il tecnico, non lo vede proprio. Però ci parla, attraverso l’interfono dell’ascensore nella prima fase, quella del dire. «Siamo rimasti chiusi dentro», oppure se preferisci «iao iai iui eo», ma io lo sconsiglio, anche perché il tecnico non capirebbe.

Scritta la lettera dovresti imbucarla. Busta, francobollo, mittente, destinatario, buca delle lettere. Questo è fare: compro la busta? lecco il francobollo? metto il mittente? il destinatario? vado alla posta? Ė tutto fare. Quindi? Quindi devi scriverlo nella fase due. Fai una digressione, scriverai la lettera dopo il baciare, nella lettera. Ma la logistica della busta è un flashforward nella fase due, che fa sempre colpo, non come nel self-publishing che non fa mai colpo perché hai solo la fase uno dove dici che comprerai una busta, dici che comprerai il francobollo, dici che metterai il mittente, il destinatario. Dici anche con un inciso troppo marcato che andrai alla posta a imbucarla. Poi non lo fai, e non chiudi la storia della lettera. Scriverai la lettera e poi non potrai imbustarla. E tutta la trama vacilla, non chiude. E il lettore lo capisce, e soprattutto non perdona.

E adesso il finale. Hai spedito la lettera? Lei non risponde, e tu lo sai che lei non ti risponderà mai. Forse da morto quando è già troppo tardi. L’ideale sarebbe che la lettera di risposta arrivasse mentre ti stai buttando nel vuoto, suonano alla porta, la tua mamma va ad aprire ed è il postino che le consegna la lettera con ricevuta di ritorno. Poi la mamma, con la busta in mano, ti cerca per casa e non ti trova, dove sei finito, pensa. L’unica cosa sensata che ti rimane da compiere – hai appena scritto la lettera, se sciolto, vai spedito, sei ispirato, hai la penna in mano – è fare testamento. Che è un finale già visto ma sempre memorabile. Poi vai a tavola, chiedi il sale, porta le forbici. Sipario.

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Citazione, che passione / 2

«Il paradosso dello scrittore in cima alle classifiche è che tutti gli altri lo guardano dall’alto in basso».

Fabio Volo

 

«Straordinario è morire, non vivere».

Dante Alighieri

 

«Gli scrittori si dividono in due categorie».

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

 

«Va’ dove ti porta il navigatore».

Susanna Tamaro

 

«Le parole per me sono importanti».

Harpo Marx

 

«Perché non scrivi?».

Michelangelo Buonarroti

 

«Il politico è molto più disciplinato dello scrittore perché a differenza di quest’ultimo si impegna solo sulla carta».

Donald Trump

 

«I libri, abbiamo gli illusi per scriverli e i sognatori per leggerli».

Jeff Bezos

 

«Self-publishing inutile. Tanto nel lungo periodo saranno tutti morti».

Marina Berlusconi

 

«Se sapessimo esattamente quello che stiamo scrivendo, non lo chiameremmo scrivere».

Alberto Angela

 

«Odio i romanzi dove non succede niente, mi piacciono solo le trame ripiene di suspense».

Antonino Cannavacciuolo

 

«Se devo essere Franchini, di Vita da Strega ero il ghostwriter».

Antonio Franchini

 

«L’unica nostalgia della mia vita è e rimarrà sempre il c’era una volta».

Hans Christian Andersen

 

«Olet».

Mauro Corona

 

«Come scrittore capisci che sei arrivato primo quando tutte le lettrici ti vogliono dare il numero».

Paolo Giordano

 

«Per diventare scrittore ho dovuto uccidere mio padre».

Alexandre Dumas figlio

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Doppia copia, di Flaubert e Faé Helgaldó

Si abbracciarono al di sopra della tavola, quando scoprirono che erano entrambi copisti, Bouvard in un’azienda commerciale, Pécuchet al ministero della Marina.

 

Gustave Flaubert

 

 

Sandra Faè è una scrittrice mai emergente, che pubblica con una piccola casa editrice di Firenze, GoWare. Mille copie vendute su Amazon o zero, fa lo stesso: resta sempre in un sottobosco letterario. Stanca di questa prospettiva, decide di imbucarsi a una festa privata a casa di Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale Mondadori, per incontrare qualche personalità dell’editoria a cui far leggere l’ultimo suo inedito, destinato inizialmente alla solita GoWare. Per imbucarsi meglio acquista una borsa di Prada da urlo, sperando che l’aiuti a confondersi tra gli ospite. Mette il manoscritto nella borsa e in effetti riesce a entrare alla festa dove nessuno le rivolge la parola. A un faccia a faccia con Dacia Maraini, entrambe le donne scoprono di avere la stessa borsa. Sandra legge nel pensiero della famosa scrittrice: e tu chi cavolo sei? Disperata si butta sui cocktail.

L’alcol le dà la il coraggio di tentare un colpo. Sostituire le borse, in modo che Dacia Maraini possa leggere il suo libro. Fa lo scambio in un momento che la borsa si stacca dalla mano della scrittrice e lascia la festa di corsa. Rovistando nella borsa della Maraini a casa, si accorge che all’interno c’è un romanzo inedito della famosa scrittrice. Lo legge nella notte e alla mattina decide di partire con l’Orso, il marito, verso la Valtellina per isolarsi da connessioni internet, giornali, tv e riscrivere il romanzo a nome proprio.

Nelle tre settimane successive tra i monti Sandra lavora ossessivamente al romanzo, lasciando trama e personaggi, ma riscrivendo il testo secondo il suo stile. L’Orso tenta di dissuaderla da questa evidente illegalità, ma Sandra è intenzionata a proseguire. Nelle pause della lavorazione ogni tentativo dell’uomo di portarla alla ragione fallisce. Sandra vuole sfondare costi quel che costi. Anche un’accusa di plagio, di sottrazione di opera, la porterebbe paradossalmente sulle prime pagine dei giornali e da Fazio, dandole quella visibilità che da sempre viene negata a chi non ha entrature nel mondo dell’editoria. Il rapporto con l’Orso va in crisi, a nulla servono le cenette romantiche e i ricordi di quando le piaceva solo scrivere, momenti che il marito tenta di rammentarle. Quando chiede all’Orso, a stesura quasi terminata, di contattare qualche bravo avvocato esperto in copyright, presagendo le conseguenze del suo gesto, l’Orso tenta l’ultima carta: farò quello che vuoi ma contatterò anche un avvocato divorzista, è questo che vuoi al tuo ritorno a Milano? Sandra non risponde e si chiude nello studio per terminare il romanzo. Sente la porta che si chiude, l’Orso che avvia l’auto, la loro storia è terminata. A Sandra non resta ora che scegliere il titolo del «suo» romanzo. Difficili decisioni definitive.
Torna quindi a Milano, dove l’Orso ha già svuotato gli armadi, e manda il romanzo a GoWare. Nessuna notifica da carabinieri o avvocati, per ora. Ma qualche giorno dopo squilla il telefono, sarà la Maraini? No, è l’editore entusiasta del suo libro: ha deciso di investire tutto su di lei, tenta il colpo grosso per portarla, come lei ha sempre desiderato, anche sugli scaffali dell’Esselunga. Dovrà essere il caso editoriale dell’anno. Ora Sandra è sicura di finire davvero sulle prime pagine, e perdere tutto ciò che le è rimasto.

Difficili soluzioni definitive fa il botto. Scala le classifiche sulla Stampa e Il Corriere e si piazza al primo posto. C’è la fila dei giornalisti che la vogliono intervistare e la contatta anche la redazione di Che tempo che fa. Più si sale, più si andrà a fondo. L’Orso non si fa vivo. La settimana è piena di appuntamenti con i big dell’editoria. GoWare comunica a Sandra che è chiamata come relatrice a un dibattito nel padiglione autori del Salone del libro di Milano, a discutere di letteratura al femminile. L’altra relatrice sarà la Maraini. Sandra suda freddo, teme la gogna mediatica in presa diretta. Decide però di partecipare e andare incontro al suo destino. Va a letto e non vorrebbe più svegliarsi. Ma la mattina dopo GoWare telefona alle otto: per la seconda settimana Sandra è in classifica, al secondo posto: prima la Maraini, con Collegafigo, l’inedito di Sandra. Le viene un colpo, ma non può parlarne con nessuno, solo l’Orso sa e il suo telefono è sempre spento.

È giunto il giorno del Salone. Sandra si prepara e parte. Decide di prendere la borsa, per restituirla alla Maraini. Eccola al tavolo, la Maraini tarda – un contrattempo, dice l’organizzazione –. Sandra spera che non venga. Ma mentre sta già parlando del «suo» libro, l’altra arriva e le si siede a fianco. Sandra non ha neppure il coraggio di guardarla, poi guarda la borsa, questa è la sua sua, che la collega più famosa ha portato con sé. La prima domanda che fanno alla Maraini è se l’è piaciuto il libro di Sandra: bello, l’avrei voluto scriverlo io. Ma sono qui per parlare del mio, e non del suo. Ora si guardano e si dicono tutto con gli occhi. La conferenza è un successone. Sandra sta per andare via con l’editore quando, in fondo alla sala vede un Orso. Lo raggiunge, gli implora di tornare a casa. Non lo so – la sua risposta –, dovrei digerire prima l’ingannevole mondo dell’editoria, ti va un aperitivo?

 

Sandra Faé Helgaldó

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Di idraulici, scarpe, enigmi, soluzioni

Nell’attesa dell’idraulico che dovrebbe venirmi a riparare il naso che gocciola, volevo farvi notare che Karl Kraus, lo chiameremo d’ora in poi KK, disse una volta e poi non lo ripeté più, che l’artista è colui che da una soluzione sa trarre un enigma.
Dicesi aforisma questo genere di preposizione sotto forma di breve massima che vuole insegnarci una verità profonda o semplicemente divertirci, ma è preferibile che le due cose si accumulino. KK ne disse tante, questa è la prima che mi è capitata sotto il naso che gocciola. Ora, l’aforisma deve per forza contenere una qualche verità almeno intuitivamente esatta e applicabile nei vari campi artistici, compresa la scrittura. Se funzionasse su di noi, data una soluzione siamo capaci di costruirci attorno un enigma, cioè una trama, un mistero, un mondo indecifrabile, ecco che saremmo artisti anche senza pubblicazione, come esistono ministri anche senza portafoglio.

Innanzitutto potrei invertire l’aforisma di KK per vedere che succede: l’artista è colui che da un enigma sa trarre una soluzione. Be’, quasi tutti quelli che scrivono fanno esattamente questo, e lo potete verificare aprendo libri a caso in libreria, ma anche in self-publishing. Enigma, soluzione. Delitto, soluzione. Complotto, soluzione. Amore, soluzione. Caos, soluzione. Qualità dell’artista: bassa, secondo KK. Sei meno meno. L’artista ti spiega come è fatto il mondo. Un po’ come l’idraulico che viene tra poco a ripararmi il naso che gocciola.
Vi ho convinti? Mhm, mi sembrate scettici. Forse perché tutto quello che avete scritto finora è sempre iniziato con una trama aggrovigliata, un’idea confusa, un mondo fumoso e col tempo, grazie ai manuali di scrittura, ai consigli sui blog, primo secondo terzo atto, e poi l’editor e il beta, siete giunti infine stremati a un finale che sta in piedi, ma che fatica! E poi per dire cosa? State tranquilli lettori, eccovi la soluzione!

Torniamo ora all’aforisma originale: l’artista è colui che da una soluzione sa trarre un enigma. Soluzione, enigma. Soluzione, complotto. Soluzione, amore. Soluzione, caos. Qualità dell’artista secondo KK: alta. Sette più. Allora vuol dire che leggendo mi perdo, approdo al dubbio, smaschero la certezza, scoperchio il falso in cui vivo immerso da quando sono nato. L’artista è uno che non mi vuole affatto bene, che gode nel farmi stare male. Niente tranquillità, tutto è un mistero, e il naso continuerà a gocciolare perché l’idraulico non viene più ma non si sa il perché. Un po’ come Godot, aspetti aspetti e lui probabilmente nemmeno esiste e anche le mie scarpe mi stanno troppo strette.

Chissà per quale ragione se arriva l’idraulico, io mi metto le scarpe. Soluzione, enigma. Quindi, secondo me, cari lettori, l’aforisma di KK è intuitivamente esatto, ma non so dirvene il motivo.

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