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Le leggi immodificabili della natura

Bisognerebbe scrivere un romanzo ambientato ai nostri giorni, anzi precisamente oggi, che racconti di un personaggio con un ruolo lavorativo e sociale insignificante e trasparente, fenomeno diffusissimo in Italia, non dovrebbe essere difficile immedesimarsi nel suo compito di guardiano di una fabbrica dismessa e da smantellare, capannoni industriali una volta pulsanti di macchinari e operai, ridotti ora a esoscheletri silenziosi e immensi, testimonianza di un’industrializzazione fallita. Cattedrale nel deserto attraversato da strade provinciali dritte recluse tra filari di pioppi a perdita d’occhio su una pianura immensa e grigia a trecentosessanta gradi, arterie che portano nel nulla. Vie poco trafficate, dove le buche non vengono più riparate da tempo dagli amministratori locali, comuni che si ritrovano a fare i conti con una deindustrializzazione selvaggia e inattesa. In questo universo silenzioso e immutabile, sentinella solitaria e inutile, perché non c’è materiale da rubare oltre il cancello della ex ditta di materie plastiche, eccetto l’eternit che non verrà mai rimosso dai tetti, il nostro «eroe» passa le giornate metodicamente imbrigliato nella sua solitudine, riceve ancora uno stipendio che può giocarsi in poche ore del sabato alle slot machine dei bar frequentati da pensionati e vedove nel paese più vicino, cinque chilometri di curve e zanzare, dove italiani e cinesi se ne stanno andando per far posto ai nuovi italiani, extracomunitari e profughi, sistemati alla bell’e meglio negli alberghi della zona grazie al contributo statale.

In questo paesaggio naturale dove all’orizzonte terra e cielo si fondono nel grigio, tra copertoni bruciati, prostitute e trans per i pochi clienti che ancora giungono su Suv chiassosi dalle città limitrofe dove ancora qualche attività terziaria sopravvive – Rovazzi si spande a palla tra i campi di granturco –, tra semiassi di trattori abbandonati, il nostro custode intrattiene qualche timido approccio con l’edicolante del paese, una sensuale giunonica sfuggita a un film di Fellini, e con il matto del paese, detto Il Santo, che nell’acme delle sue ricorrenti crisi minaccia l’ira di Dio su uomini e bestie, predicando dal teatro a semicerchio nella piazza principale, costruito negli anni di prosperità per celebrare un festival letteratura che non è mai giunto alla seconda edizione.

Nel frattempo la natura si è ripresa gli spazi progettati dall’uomo: le radici, le erbacce, i facoceri notte dopo notte riconquistano i territori intorno alla fabbrica che già in passato li avevano visti comandare sull’area. Il nostro vigilante avverte ogni notte i grugniti dei cinghiali, sempre più minacciosi e superbi, e i fruscii delle fronde, che sembrano canti minacciosi di sirene intraprendenti.

La calma piatta di questo territorio viene turbata un giorno dall’arrivo di militari, carabinieri e troupe televisive sulle tracce di un omicida fuggito di galera e che ha già colpito a un bivacco di prostitute, colpevoli di essersi trovate sulla sua via di fuga. Improvvisamente il custode viene intervistato dalle tv, anche se non ha nulla da dichiarare, ma il suo racconto delle sensazioni notturne nella fabbrica abbandonata ispira quel clima horror di cui si nutre la cronaca nera, mentre il ricercato nel frattempo ha colpito ancora mettendo a segno una rapina in una delle ultime ville del paese.

La popolazione locale si sente minacciata, la ditta vuole rimuovere il custode dalla fabbrica isolata tra i campi per evitare guai peggiori. Questo è vissuto dal protagonista come l’anticamera del licenziamento e si oppone. Un giornalista segue il suo caso ed evita la rimozione, ma l’uomo viene armato per salvaguardare la sua sicurezza. Portando una pistola alla cintola ora si sente importante, il paladino del paese; fa colpo sulla giunonica, si infrattano di notte in uno dei tanti capannoni della ditta. E in quel momento si ritrovano davanti il pregiudicato: l’uomo non ha intenzioni minacciose, non è armato, sembra solo divertito dall’amplesso.

Il custode uccide l’uomo e poi anche la donna. Li seppellisce all’interno della fabbrica. Il giorno dopo l’edicola resta chiusa, le ricerche della donna risultano vane, la colpa viene fatta ricadere sull’evaso, che sembra svanito nel nulla. L’uomo rimedia ancora qualche intervista, ipotizza che i due potessero essere divenuti amanti, in fondo era una donna esuberante e tutto è possibile con personaggi così particolari e fantasiosi. Man mano che i fatti di cronaca si allontanano, i giornalisti scemano, le ricerche della donna e del delinquente si diradano, le erbacce salgono lungo il filo spinato della fabbrica, i facoceri e i loro cuccioli minacciano le colture con sempre maggior frequenza. Alle elezioni si presenta un movimento nuovo che vuole rimettere in moto il territorio, da tempo abbandonato a sé stesso. Anche gli immigrati se ne sono andati da questa fetta d’Italia senza speranza.

Il custode, tornato anni dopo davanti alla fabbrica di cui era l’unica presenza, non prova alcuna emozione o pentimento per il duplice omicidio che ha commesso. Il Santo, ormai vecchio, tiene il suo consueto sermone. Qualche ora dopo, in piena notte, a qualche chilometro di profondità nel sottosuolo, la terra silenziosa si sveglia energicamente per andare a scoprire cosa è successo nel frattempo in superficie a millenni di distanza. Troverà che piante e facoceri dominano ancora incontrastati, secondo le leggi immodificabili della natura.

 

Eh sì, ci vorrebbe qualcuno che avesse voglia di scriverla una storia, non dico questa, più o meno come questa.

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Mio cugino

Mio cugino è eclettico.

Mio cugino ha cinquant’anni, si taglia i capelli da solo come viene viene, e porta gli zoccoli. Mio cugino vive con i genitori, ha una laurea scientifica ed è diplomato in chitarra classica al conservatorio. Mio cugino tiene concerti gratuiti negli androni dei palazzi e fa risuonare la musica barocca nella tromba delle scale delle case popolari. Mio cugino è impiegato comunale, una volta ha vinto un concorso che poi è stato annullato perché bisognava assumere un candidato con la raccomandazione.
Mio cugino non ha mai avuto una ragazza.

Mio cugino dice che il tagliaerba più ecologico è un gregge di pecore nel prato. Mio cugino è pubblicista. Mio cugino gestisce senza guadagnarci nulla sei siti che trattano di iniziative ecologiche perché ci crede fermamente. Mio cugino è soprannominato dottor Divago perché quando parla apre tante finestre di Windows, ognuna con un argomento, ma poi non ne chiude neanche una, e finisce che si impalla. Mio cugino ha sempre ragione lui.

Mio cugino spiega ai bambini delle elementari come piantare un seme per avere l’ombra dagli alberi tra vent’anni, così faremo tutti a meno dei condizionatori. Mio cugino va a tutte le mostre d’arte che ci sono a Milano e poi le racconta in un blog in centomila battute che nessuno leggerà. Mio cugino fa cinquanta chilometri al giorno in bicicletta per andare e tornare dal lavoro sia che ci sia il sole sia che piova. Una volta è anche caduto e l’hanno portato d’urgenza in ospedale.

Mio cugino crede nell’Immacolata concezione e gli sta antipatico Sallusti. Mio cugino non sopporta i concerti classici dove mettono i microfoni su lunghe aste proprio davanti ai musicisti. Mio cugino porta un bicchiere con sé ovunque vada, perché è da cafoni bere l’acqua direttamente dalla bottiglia. Mio cugino dal 2006 misura le precipitazioni atmosferiche nel suo giardino e poi confronta i suoi dati con l’osservatorio idrogeologico di Canzo. Mio cugino conta le lucciole e dice che dieci anni fa ne vedeva anche undici tutte assieme, ora invece volano solitarie, tra qualche anno non ce ne saranno più se non facciamo qualcosa per l’ambiente. Mio cugino non mangia quasi niente ma gli piace lo spumante dolce. Mio cugino è stato appena operato di cataratta senile ma non vuole mettere il collirio, infatti vede tutto velato.

Mio cugino non ha una pagina Facebook, non ha mai posseduto un telefonino, non gli piacciono le foto in digitale. Mio cugino sarebbe il protagonista perfetto di un romanzo che racconti una qualche verità. Mio cugino è meglio di me perché crede ancora di poter cambiare il mondo.

Che poi, a pensarci bene, mio cugino non è neppure mio cugino.

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Metà piena, metà vuota

Ricevo e pubblico senza aggiungere una virgola:

 

Mia dolce metà,

quando ti ho lasciato la mano nel parcheggio e sono salito in macchina sono rimasto a guardarti mentre facevi il giro e passandomi davanti mi hai suonato salutandomi mi sono messo in moto e ho guidato fino a casa coinvolto ancora da tutta l’eccitazione del nostro incontro ho preso una birra mentre accendevo il computer sentivo ancora il profumo della tua pelle e il tuo corpo sul mio la mia bocca era umida del tuo sapore e non ho voluto bere la birra che me l’avrebbe portato via e ho avuto la gran voglia di cercare il tuo nome su google e di vederti sullo schermo eri persa tra altre donne che hanno il tuo stesso nome ma tu sei diversa e sorridevi con lo stesso sorriso di quando facciamo l’amore in quella camera ho cliccato sulla foto perché volevo ingrandirla e mi è apparsa una pagina e scorrendo con la rotella del mouse per ritrovarla c’era un video stupidamente preso dalla felicità del nostro incontro appena concluso ci ho cliccato sopra ed è partito c’eri tu con una musica romantica di Vasco in sottofondo che sorridevi sempre c’erano tante foto non finivano più ma non eri sola c’era sempre lui vicino a te abbracciati ridevate facevate le boccacce vi baciavate al mare al lago in montagna al ristorante sul vaporetto in spiaggia a Vienna al tramonto il video durava un casino scusami se non l’ho visto fino in fondo ma cazzo sei sempre tu e tuo marito nelle foto non mi sembra che te la passi così male come mi dici dopo che abbiamo fatto sesso per due ore quando sfiniti guardiamo il lampadario di Murano della camera d’albergo non mi sembra che stai tanto in crisi che non parlate più vivete come due fratelli non fate sesso che lui è la tua prigione a me sembra invece la tua metà piena mentre io ti vedo solo per tre ore al lunedì pomeriggio in un motel con il portiere che mi dà le chiavi e mi dice che la camera deve essere libera massimo per le sette le prime volte non ce lo diceva ho capito allora che sono solo un uomo da materasso il tuo sfizio del lunedì che durerà finché durerà e allora mi bevo la birra per allontanare il tuo sapore mi sento morire e vorrei immediatamente scriverti una mail di quanto mi fa male averti visto con tuo marito che neanche sapevo com’era in un video così cretino che però per voi dev’essere importante significherà molto se l’avete messo su youtube perché tutti quelli che conoscete possano vedere come vi volete bene ora l’ho visto anch’io solo geloso di rabbia e ti lascerei oggi stesso se avessi la forza invece lunedì verrò come al solito al parcheggio del motel e non ti dirò nulla mentre saliremo in stanza e più ti sorriderò a letto e peggio mi sentirò dentro starò di merda e me lo merito non mi merito altro questo è tutto quello che mi merito volevi leggere qualcosa di nuovo e originale sull’amore Helgaldo te la dico io allora una cosa nuova sull’amore vorrei che quando in quel letto mi parlerà del suo matrimonio a rotoli dopo avere scopato per due ore mentre guardiamo il soffitto il lampadario si staccasse e mi cadesse in testa vorrei morire così nudo come un verme per amore di una donna che torna a casa prima delle sette per preparare la cena alla sua dolce metà piena.

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Qualcosa di nuovo sull’amore

Questa cosa che tutto è già stato scritto da Omero, da Dante, da Shakespeare, e perciò quello che possiamo fare noi che siamo venuto dopo, molto dopo, consiste solo nel trovare nuove forme per dire le stesse cose che sono state dette da quelli che hanno avuto la fortuna di essere venuti prima, ma sarà poi vera fortuna?, ecco a me questa storia non mi convince affatto.

Prendiamo per esempio l’amore, un tema universale, che figurati cosa si può dire di nuovo sull’amore. Innanzitutto ci sono le mail, che prima non c’erano. Non è che Dante poteva scrivere una mail a Beatrice. E poi c’è la rete, che prima non c’era, e puoi comunicare un sentimento forte, qui e ora, a un altro essere dall’altra parte del mondo, lì e ora. E anche questo non c’era, non è che Dante poteva scrivere una mail a una Beatrice indiana, americana, peruviana, australiana, groenlandese, che nemmeno sapeva che esistessero altri continenti. Per lui c’era solo inferno, purgatorio e paradiso. Quindi, perché negarlo, siamo messi meglio noi, nelle lettere d’amore rispetto a Omero, Dante, Shakespeare, questo bisogna pur dirlo per onestà intellettuale o almeno geografica.

Eh, ma uno dice: sì, però loro hanno scritto parole memorabili sull’amore, che noi neppure a starci cent’anni riusciremmo a esprimere, non è una questione di mail, di continenti, di progresso tecnologico. Ma infatti, dico io, non è una questione di mail, ma nemmeno di Dante. Non è che possiamo qui e ora intendere l’amore come lo viveva Dante pensando la sua Beatrice. «La sua Beatrice», questo è l’amore per Dante in una certa fase della sua vita.
Qui e ora, addì 20 luglio 2017, non è che dobbiamo parlare «alla sua Beatrice» in altri modi ma con lo stesso spirito, ma possiamo parlare – l’amore non è mai un dovere è sempre un potere – alla nostra Elisa, Martina, Simona, Paola, scegliete voi il nome che più vi sta a cuore, ma vale anche per le signore, scegliete i Marchi, i Giovanni, gli Stefani che più vi ispirano, inoltre Beatrice
non avrebbe potuto rispondere perché non sapeva scrivere, ma se avesse saputo scrivere chissà a chi avrebbe scritto, non è detto proprio a Dante, magari a un ragazzino, un garzone di bottega, e soprattutto cosa gli avrebbe detto o confessato, mi sono perso nella frase ma sicuramente voi che cogliete sempre tutto al volo avrete compreso ugualmente.

Perciò oggi, 20 luglio 2017, dopo la lettura di questo post – io lo dico per voi perché questo è un consiglio di scrittura che non lo trovate sui manuali a pagamento mentre io ve lo offro gratuitamente, perché l’amore è gratuito, e sull’amore a pagamento ci possiamo, se volete, se interessa, tornarci un’altra volta; dicevo, dopo la lettura di questo post potete (non è certo un obbligo) scrivere una mail d’amore alla persona che amate, oppure – che è ancora meglio, cosa nuova e inaspettata – a una persona che potreste amare, ma non glielo avete mai detto per i tanti motivi per cui certe cose non si dicono. E potreste immaginare, perché uno scrittore che non ha immaginazione dovrebbe fare il politico che lavora con le parole ma non con il cuore e la fantasia, potreste immaginare di andare al primo appuntamento con il destinatario della vostra mail. E raccontargli nella mail il vostro stato d’animo mentre andate al primo appuntamento, i vostri timori e le vostre speranze che nasceranno da questo primo incontro, che magari avete fissato davanti a uno stadio vuoto, al cancello 22, per esempio, in modo che se lei o lui verrà all’ora stabilita, vorrà già dire qualcosa sull’amore, di nuovo e non verbale, che né Dante, ma nemmeno Omero, e neppure Shakespeare hanno detto a Beatrice e a tutte le altre. Che al cancello 22 dello stadio vuoto, oggi 20 luglio 2017, ci siete solo voi e lei o lui, o lui per lui, o lei per lei. E quello che vi dirà lei o lui, se verrà, ma anche se non verrà, ma vi scriverà per mail il motivo o i motivi per cui non è venuto, non è potuto venire, non se l’è sentita di venire, sono sicuro come del mio stesso nome – io mi chiamo Helgaldo – che non l’ha vissuto né detto né raccontato nessuno in tutta la storia dell’umanità da Adamo ed Eva in poi, che anche loro qualcosa si saranno pur detti al primo appuntamento davanti al cancello 1 del giardino che Dio gli aveva appositamente progettato, che se se lo fossero scritto sapremmo qualcosa in più sull’amore.

Perciò questa è cosa nuova sull’amore, mai nessuno l’ha scritta, ne sono sicuro, perché se non la scrivete proprio voi e proprio oggi 20 luglio 2017 non verrà mai alla luce. E poiché è una cosa nuova, ed è la vostra esperienza sull’amore, se non la scrivete, domani non lamentatevi che non si può dire nulla di nuovo in nessun campo. Perciò dovete scriverla, ma non per pubblicarla. Non dovete scrivere qualcosa di nuovo sull’amore per pubblicarlo, perché sarebbe qualcosa di nuovo a scopo commerciale. Scrivetelo e basta, e poi speditelo. Solo così, se rischierete tutto questo, mettendoci cuore e cervello e onestà di sentimenti, potrebbe anche succedere che ne esca qualcosa degno di Omero, Dante, Shakespeare, quindi della letteratura alla pari di un sonetto o un verso, anche se sarà contenuto in una vile mail. Ma se seguirete le indicazioni di cui sopra scoprirete che una mail non è altro che un supporto come lo è stato il papiro o la carta, per esprimere concetti nuovi. E in più del tutto vostri, che li avete nell’anima ed è il momento di esprimerli, cari scrittori.

 

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Sharm el-Sheikh

Quelli che amano viaggiare, bisognerebbe che viaggiassero con il corpo e con la mente. Invece mi è venuto da pensare che in tanti, lo si capisce dalle foto che mettono su Facebook da Sharm el-Sheikh con la loro faccia che fa sempre le boccacce con dietro il mega hotel di lusso, viaggiano col corpo. La mente è rimasta a casa.

Per la verità avrei voluto mettere questa storia del corpo e della mente in un apposito post, intitolato Pensieri oziosi e casuali, dove sarebbero apparsi tra una serie di pensieri, magari sotto forma di aforismi, un po’ così, senza un ordine preciso, esattamente in linea con la non programmazione editoriale di questo blog.

Però non so, quando l’ho pensato mi era parsa una buona idea e invece oggi, sarà colpa del caldo, ora però piove e sta rinfrescando, non mi sembra più un’idea tanto originale. E così scrivo solo di corpo e mente, ma volevo legarli al tema del viaggio. Ecco, oggi parlo di corpo e mente in rapporto ai viaggiatori. Direte: ma cosa c’entra il viaggio con un blog di scrittura? Be’, la scrittura è un viaggio, il libro è un viaggio, chissà quante volte l’avete sentito questo luogo comune del viaggiare con la mente grazie ai libri. Scrittori e lettori sono viaggiatori. Con la mente, ovviamente.

Il corpo invece non viaggia, resta a casa, ed è un peccato, come quelli che vanno a Sharm el-Sheikh. Se i libri fossero scritti più col corpo e meno con la mente secondo me non avrebbero quelle pagine così piatte, senza odore, senza sapore, immobili. Viaggia e ti sporcherai le scarpe, sotto il sole suderai, al freddo batterai i denti. E un po’ tutto questo andrà a inquinare la pagina di vitalità. Macché, scrivono tutti da casa, in pantofole, con tutti i comfort come nel cinque stelle a Sharm el-Sheikh. È chiaro che se scrivi da casa, in pantofole, davanti al computer, col programma di scrittura dedicato ad hoc, non ci saranno odori, sapori, sensazioni. Che poi si nota, eccome se si nota, nelle storie tutte uguali, tutte plastificate, tutte scontate come l’hotel cinque stelle a Sharm el-Sheikh. Storie esotiche già dimenticate appena chiuso il libro. A volte anche a metà libro.

Se invece esci e viaggi con il corpo, ti basterà giungere in stazione e non c’è bisogno di fare neanche il biglietto per Milano. Basta sedersi e aspettare e il viaggio poi succede. Oggi, che non avevo niente da fare, per esempio, me ne sono andato in stazione e sono rimasto lì a guardare la gente che aspettava che la pioggia diradasse. Ho sentito il fresco dell’aria che arrivava a spazzare via il torrido, i goccioloni che si abbattevano sui tetti dei treni prima di partire. Il rumore della pioggia battente che sale di timbro e copre tutti gli altri suoni stazionari, nel senso di tipici della stazione, e poi svanisce all’improvviso. Ho visto nuvole grigie passare sopra la mia testa, e me ne stavo lì.

Soprattutto ho osservato una marea di persone di colore che mi sembrava di stare in Africa: uomini e donne, ragazze e bambine, seduti lì con me a guardare i goccioloni. Li ho osservati per la prima volta in vita mia e mi sono reso conto di una cosa: io di questa gente non so nulla. Ma quando dico nulla vuol dire nulla.

Due ragazze – a parte che le ragazze hanno pettinature bellissime e mi sono chiesto se vanno dai nostri parrucchieri Jean Louis David o frequentano solo parrucchieri in self-publishing –, avanzavano a fatica sotto il peso di un borsone enorme che ognuna reggeva per un manico. Cosa conterranno quei borsoni? Frutti tropicali, oggetti tipici dei loro paesi d’origine, romanzi in somalo, non so. Secondo me piatti tipici delle loro parti da condividere in compagnia. Magari amano gustarli in stazione mentre diluvia verso sera.

E poi le lingue: francese mischiato con chissà quali dialetti. Mi sono chiesto: ma ce l’avranno il congiuntivo? Se non l’avessero cambio immediatamente lingua, adottando quella loro. Cosa si diranno mai? Forse parlano di me. Se io non so nulla di loro, penso invece che loro sappiano ormai tutto di me. Cosa mangio e cosa leggo, dove vado e dove sto. Me li vedo che sanno tutto dei miei Promessi sposi mentre io non so nulla dei loro Alessandri Manzoni. Ce li avranno sicuramente i poeti e i Baricco nazionali. Magari più profondi e attuali dei nostri.

Ma torniamo ai nostri viaggiatori con il corpo, che questo post va un po’ su e un po’ giù come gli pare, basta che si muova, che viaggi. Un mio collega va a Sharm el-Sheikh, che mi pare una meta prediletta dell’Egitto, nazione che un po’ sta in Africa e un po’ no a seconda di come ci conviene. Lui va lì con il corpo, come tanti altri che vanno però a New York. Non esce dal suo hotel, tanto c’è tutto, è all inclusive. E quando se ne allontana per vedere il circondario è l’hotel stesso che lo porta in giro, come da dépliant turistico, per i luoghi tipici ed esotici egiziani. Lo chiamano turismo, viaggiare, conoscere il mondo. Ma che cos’è che conosciamo? Siamo rimasti con la mente a casa: viaggiamo con il corpo ma la mente sta guardando Un posto al sole alla tv.

Io a quelli che si sentono cittadini del mondo e dicono di essere in contatto con altre civiltà – un po’ come nella fantascienza – gli direi: dove sono i parrucchieri africani qui da noi, cosa c’è dentro i borsoni che si trascinano per le nostre strade, ce l’hanno il congiuntivo? Per viaggiare in Africa mi bastano due passi con il corpo fino alla stazione. Se domani la mia mente non rimane a casa per vedere Un posto al sole quasi quasi mi faccio raccontare dei loro poeti nazionali.

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Annotazioni in equilibrio precario

Tanti anni fa un mio amico, pessimo di penna ma ottimo con la matita nel ritrarre, mi raccontò di avere visto sull’autobus partito bruscamente alla fermata, un uomo grande e grosso e per giunta grasso al centro del pianale dell’automezzo che cercava di reggersi disperatamente a qualcosa per non cadere. Appena sfiorava una maniglia ecco che l’autobus sobbalzava facendolo barcollare all’indietro, allontanandolo dalla presa. E lui, tentando di controbilanciarsi provava a raggiungere il paletto più vicino, ma un altro scossone improvviso lo fletteva di lato e per restare in piedi doveva danzare con le gambe e con le braccia puntando allo schienale di un sedile che quasi raggiunto si allontanava beffardamente come l’onda di ritorno del mare, mentre il suo corpo cercava un nuovo e perpetuo punto di equilibrio per restare in piedi. Ondeggiando per tutto il tragitto fino alla fermata successiva.

L’immagine, o se preferite la scenetta, dell’uomo grasso perennemente in cerca di un punto di equilibrio, mi colpì molto allora, non l’ho più dimenticata. Mi sembra quasi una metafora della vita. Una metafora però semplice e casuale, trovata e non cercata, che si può raccontare come semplice fatto o come sintesi finale di fatti slegati tra di loro. Metafora che non necessita di spiegazioni. Del tutto naturale.

Però in questo racconto c’è anche l’osservazione, colui che coglie un fenomeno, che registra con una webcam mentale un’ombra, un passo, uno sguardo, una situazione. E anziché scordarseli poco dopo, li annota per il gusto di annotarli.

Gli scrittori, quelli veri che lo sono ventiquattrore al giorno, di situazioni simili ne scorgono  in continuazione. Alcune finiranno nei romanzi, la maggior parte invece resterà confinata in un umile taccuino che solo i critici, dopo le esequie, andranno a spulciare. Anche questa è letteratura, letteratura minore. A me sembra sia la parte migliore della commedia umana – anche della tragedia –, quella che veramente fa la differenza, la polpa più gustosa dell’essere scrittori.

Qualcuno mi dice che osservazioni di questo genere gliene capitano di continuo, ma poi se le dimentica e restano solo dei semi, delle sensazioni, nel suo cuore. Perché invece di lasciarli solo lì, che già va benissimo, non li affidiamo anche a una pagina che tutti possano arricchire e al contempo depredare?
Ho così pensato di crearla, decidete poi voi se e quando servirvene.

Una raccomandazione: questa non è prosa, ma solo annotazioni grezze anche se cariche di senso. Non è la bella scrittura o la spiegazione che conta in questo contesto, ma l’osservazione attenta di un fatto nudo e crudo. Dieci righe o tre parole, non importa.

Cercate di restare in equilibrio come quell’anonimo passeggero tra gli scossoni, mentre scrivete. E poi buttate le vostre osservazioni in quella pagina, come in una buca delle lettere: qualcuno verrà di sicuro a leggerle. Domani o fra cent’anni, a noi che ce ne importa?

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Il tram della notte

Milano è sempre vivace, anche di notte. L’ultima corsa notturna dei suoi tram, verso l’una di notte, porta verso le periferie gente che ha ancora voglia di birra e di divertimento; oppure di arrivare a casa in fretta e coricarsi dopo una giornata torrida e da dimenticare. Li vedo salire in massa alla prima fermata dopo il capolinea: io sono già accomodato per i fatti miei vicino al finestrino, con un libro spalancato in mano, immerso nelle pagine.

Questa vita notturna mi piace. Un po’ leggo, un po’ osservo intorno senza mai incrociare sguardi. Ci si imbatte in personaggi strani, a volte. Mi chiedo se sono quelli giusti per il romanzo che non scriverò mai. Chi sono, cosa fanno, perché si spostano di notte, da dove vengono. Cerco di immaginare le loro case, i quadri che hanno alle pareti. Alcuni non possiedono quadri, ma direttamente l’urlo originale di Munch. Mi chiedo se dormono su un divano sfondato – giurerei di sì per molti di loro –; e ancora, se hanno qualcuno che li aspetta a casa: qualcuno sarà stato appena lasciato e sale sul tram con mezza birra ciondolante in mano, più altre cinque in corpo e nell’anima. Questi i pensieri che si inframmezzano tra un paragrafo e l’altro di Gadda, rallentandone la lettura.

Non me ne sono accorto, ma una coppia si è ricavata un angolo di tram poco distante da me. Non proprio un angolo per la verità: una nicchia. Lei ha trovato posto a sedere e lui è in piedi, vicinissimo, che le parla quasi appiccicato. Lui gesticola, è di spalle, non so che faccia abbia. Ma da dietro sembra un armadio a sei ante. Lei invece, quando lui traballa leggermente per gli strappi improvvisi del tram, mi appare di tre quarti. Sarà a due metri, un metro e mezzo da me, sulla diagonale. Se inclina leggermente la testa in avanti tocca la pancia di lui, tanto lui le sta a contatto. Per guardarlo in faccia, deve reclinare il capo all’indietro, mi sembra un po’ soffocata dalla postura del suo uomo.

Che è il suo uomo si capisce da come ridono e gesticolano. Con la mano destra che non si tiene al tram, lui tenta di colpirla con degli schiaffetti sulle guance. Lei si ritrae, si difende, ride. Torno al mio Gadda: «”Mària Vergine!”, come ammettendo di poter essere sospettata del contrario. No, la servente no la gera de Marino, no la gera dei Castelli Romani…». E sento un ciaff!

Allora alzo gli occhi dal Pasticciaccio, e vedo che seguitano i colpi e le parate. Mi rituffo nella pagina e un altro ciaff!, più sonoro questo. Guardandola ora lei non ha più lo stesso sorriso, ma è quasi sorpresa. Alza gli occhi all’uomo e non tenta più di difendersi. Lui prima fa una finta, e poi prova una carezza che non è gradita, perché lei ritira il viso, allora la carezza si trasforma in uno schiaffo, leggero ma voluto. Lei alza lo sguardo, muove le labbra, ora smettila sembra dire, e stringe a sé la borsa. Non giocano più. Ma lui la opprime con la sua muscolatura e c’è sempre quella mano libera che vuole giocare a schiaffi, anche se ora gioca ormai da sola. Forse qualcuno guarda, gli altri proprio non li vedono. E io riabbasso gli occhi al libro, ma di leggere non ho più voglia.

Ogni tanto torno su di loro, lui parla dall’alto, si esprime soprattutto con lo sguardo che io non vedo, lei non vorrebbe più trovarsi lì, imprigionata sul sedile. Non può né alzarsi, né alzare il viso, perché quando lo fa lui agita la mano e questo è sufficiente per far sì che lei debba proteggersi, ma ridacchiando, ma non con un bel sorriso sincero. Non sono fatti miei, in fondo non sta succedendo niente, una coppia che scherza per i fatti suoi e se guardassi l’uomo con espressione interrogativa quell’armadio so cosa mi direbbe in faccia: fatti i cazzi tuoi. Desidero che scendano, come vorrei scendessero.

Forse mi hanno ascoltato perché lui le si allontana leggermente e lei può finalmente alzarsi, e io mi rituffo dentro il libro abbassando il capo, perciò lui non lo vedo mentre mi sfila via. Vedo solo la sua mano destra e forte che tiene stretta la sinistra di lei, che lo segue docile con un sorriso disegnato sulle labbra, ma pietrificato, smorto, e due occhi neri impauriti e imploranti una grazia per una punizione che sente arriverà. Per quale colpa poi?

Non vi dirò se erano italiani o stranieri, vi dico solo che erano un uomo e una donna. Tanto basta. Ora ci vorrebbe uno scrittore, o una scrittrice, che si prendesse l’onore e l’onere di raccontare questi fatti in un romanzo. E se pensate che di romanzi che già parlano di queste cose ce ne sono troppi in giro, per cui è inutile aggiungerne un altro, vi dirò che proprio per questo è utile aggiungerlo.

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