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Di poker e di concorsi letterari

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«Partecipare ai concorsi serve a vincere salami e soldi, non serve per essere pubblicati dagli editori. Gli unici premi seri per gli editori sono: il Premio Calvino, che è decisamente autorevole, e il Premio Teramo, che è autorevole, e che dà anche un sacco di soldi. Ma i concorsi in genere non sono strade utili, mentre può esserlo frequentare le riviste (perché così trovi dei lettori) e cercare il contatto con qualche autore che ti piace, che ti interessa, per fargli leggere le tue cose, se lui lo accetta, perché può essere formativo. Ma questo è banale, nel senso che anche nel mondo del poker si entra in questo modo: nel mondo della letteratura come nel poker si entra solo per cooptazione. Ed esattamente come nel poker c’è chi viene cooptato perché è bravo, e chi perché è spennabile».

Giulio Mozzi

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Di fame e di fama

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Ieri l’altro ho scritto a proposito del primo concorso letterario indetto da Eataly, che grazie al prestigioso marchio alimentare di Farinetti, un piccolo Baricco in erba potrà allontanare i morsi della fame, sfamandosi una tantum.
Scherzavo, ovviamente. E mi sbagliavo. Con l’acquisto del 22,5% della scuola Holden (circa 800.000 euro), tramite la Eataly Media, Farinetti ha sfamato una tantum anche il Baricco grande.

«Mangi meglio, scrivi meglio», lo slogan di Eataly per la cessione gratuita dei diritti dei piccoli Baricco.
«Scrivo meglio, mangio meglio», lo slogan di Baricco per la cessione a pagamento delle quote ai grandi Farinetti.

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Ricchi premi e cotillons

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Sfogliando il «Corriere della Sera» di martedì 21 gennaio, leggo una pubblicità di Eataly, l’azienda del food made in Italy di Farinetti, dove a tutta pagina si invitano quelli che si sentono un po’ scrittori a partecipare al primo concorso letterario di Eataly in collaborazione con la scuola Holden.
Mangia, scrivi… Eataly, il nome del concorso che «chiede di scrivere un racconto che abbia come sfondo Eataly, come protagonista, ambientazione, punto di partenza o arrivo. Insomma, Eataly dev’essere uno degli elementi narrativi».
C’è tempo fino al 31 maggio per inviare il proprio elaborato e i migliori 40 racconti verranno pubblicati con la scuola Holden e verrà data loro grande visibilità in tutti i negozi Eataly.
Per i primi tre classificati c’è addirittura in palio un montepremi di 1700 euro complessivi: un buono spesa di 1000 euro nei negozi Eataly per il primo classificato; un buono di 500 euro per i corsi della scuola Holden al secondo; e infine, per il terzo 200 euro di buoni spesa sullo store online di Eataly.
Cosa aspetti a partecipare? Diventa uno scrittore con Eataly!, questo l’invito finale dell’azienda del gusto. Mangi meglio, scrivi meglio.

Che bella iniziativa! Non si vive di solo pane, anche la cultura è cibo per la mente, forse più importante del fosforo nel pesce.

Però io, che volete farci, sono un po’ diffidente. Anzi, la mia è paranoia pura. Di concorsi letterari ne ho frequentati molti – ne ho già parlato in passato –, ma molti di più non li ho frequentati; e tutti quelli che non ho frequentato erano proprio quelli alla Eataly.

La formula è sempre identica: un’organizzazione chiede di scrivere qualcosa che la riguardi, anche solo in parte. Tu lo fai, e come te lo fanno molti altri. Una marea di partecipanti. Sembra tutto molto bello. Ci sono ricchi premi in palio. Ricchi premi? Insomma, se c’è dietro un’azienda del caffè mille euro in caffè, se c’è una software house mille euro in software, se vendo alimentari mille euro in alimenti. Niente soldi veri, di quelli che ti servirebbero per pagare le bollette. Forse perché sanno che gli scrittori fanno la fame, e allora ti premiano con le briciole, in questo caso briciole made in Eataly, che è gusto per il palato.

Ma non è questo il punto. Il punto è che le suddette organizzazioni grazie a iniziative come questa fanno marketing al brand e ottengono consensi, piacciono alla gente che piace, si ergono a promotori della cultura: insomma, appaiono più virtuose e belle di quello che già sono agli occhi dei consumatori. E tra poco troverai nei loro punti vendita persino un libro che parla in modi originali proprio di loro.
Ma il problema non è neanche questo. Il problema sta nei regolamenti, nei dettagli, nelle clausole per partecipare, clausole e dettagli che mi fanno sempre dire di no a questo tipo di concorsi.

Le clausole di Eataly e di tutti gli altri (case editrici comprese) recitano in questo o quel punto del regolamento – una volta all’articolo 9, un’altra al 13 – che «le opere potranno essere utilizzate dall’Organizzazione del concorso senza nulla pretendere da parte dei partecipanti e la cessione dei diritti da parte degli autori è gratuita e totale».
Questo per consentire la pubblicazione dei volumi antologici, senza che nessuno possa pretendere un compenso, certo. Chissà poi se il volume avrà un prezzo con cui finanziare qualche attività (si spera benefica) o verrà intascato da chi pianifica l’evento. Intanto tu hai ceduto il tuo lavoro, l’opera del tuo ingegno, che sembra qualcosa di piccolo, senza importanza, quasi ridicolo. Però è l’unica cosa che uno scrittore può cedere di tutto ciò che fa.

Questo genere di Organizzazioni, con la O maiuscola, si appropriano della tua opera per farne ciò che vogliono, quando vogliono, se vogliono.
Vuol dire che domani potresti vederti la tua idea trasformata in pubblicità, in comunicazione. Le tue parole, estrapolate dalla prosa, potrebbero diventare uno slogan azzeccato, un headline efficace e tu non potresti far altro che dire agli amici che quella frase era tua, e adesso non l’è più.
Direte: ma figurati se Eataly e tutti gli altri sono interessati a queste cose, magari mi rubassero le idee, vorrebbe dire che valgono qualcosa.
Lo so, magari non lo fanno. Se non lo fanno, però, perché non scrivono nei regolamenti «la cessione gratuita è limitata agli utilizzi inerenti alle finalità del concorso stesso, e i diritti restano in ogni caso proprietà dei rispettivi autori», come mi piace leggere nei concorsi seri che rispettano la creatività di chi partecipa? E invece no, dicono che delle tue idee i proprietari diventano loro.

Se nelle parole degli scrittori si annidano le idee, conviene investire qualche euro per portarsele a casa regalando in cambio un piatto di lenticchie?
Bòne, le lenticchie!

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Perché i concorsi letterari

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1. Perché hanno una scadenza, e questo ti costringe a darti una mossa e a metterti a scrivere adesso invece di rimandare a domani, dopodomani, fra tre giorni…

2. Perché c’è un premio in palio. Se scrivi bene potrebbe essere tuo. Sappi che si scrive anche per denaro: Truman Capote diceva di essere assolutamente incapace di scrivere qualcosa che non gli verrà pagato. Inizia a pensare come lui, è una motivazione in più – e potente – per scrivere; e si aggiunge alle altre nobili che già ti fanno onore.

3. Perché spesso i concorsi hanno un tema prefissato. Se scrivi solo di quello che ti piace non potrai mai sapere quanto sia potente la tua immaginazione. La creatività, ricorda, nasce all’interno della gabbia in cui è costretta, non dalla libertà di spaziare all’infinito. Affronta il tema del concorso come farebbe un professionista della scrittura su commissione. Se ti abitui a temi imposti dall’esterno, svilupperai poi meglio le tue idee future su progetti liberi.

4. Perché dovrai scrivere storie di lunghezza prefissata. Sviluppare una trama in duemila, cinquemila, diecimila o centomila caratteri non è la stessa cosa, richiede approcci differenti alla scrittura. Se non hai vincoli di spazio non saprai mai come rendere efficaci le tue storie. Il Calvino dei racconti è diverso da quello dei romanzi. Anche se il tuo stile di scrittura si adatta meglio a un certo numero di battute a te più congeniale, sperimentandolo su storie di varie lunghezze lo renderai flessibile.

5. Perché se hai un tema su commissione, una scadenza, un limite di spazio e una somma di denaro per cui scrivere, fai esattamente ciò che fanno tutti gli scrittori. In casa editrice esistono piani editoriali ben precisi riguardo a tutti questi aspetti. Credi che Conan Doyle fosse contento di sfornare storie di Sherlock Holmes una dietro l’altra? Fa’ come lui, pur nel tuo piccolo: prendilo come un lavoro, il più bel lavoro al mondo dopotutto.

6. Perché sei costretto a pagare una tassa di iscrizione. Se pensi che la tua opera non valga la tassa di iscrizione, probabilmente non la varrà. Quando ti ritrovi tra le mani uno scritto di valore dovresti investire su di esso. Se la tassa è 20 scegli un premio che ti darà 20 volte tanto. Anche Proust ha pagato di tasca propria per pubblicare La strada di Swann, la prima parte della Ricerca del tempo perduto. Proust credeva nel valore delle sue parole. Si tratta di ben pochi euro, in fondo: non fare lo spilorcio e rinuncia a una pizza.

7. Perché se ottieni un premio, una segnalazione, un riconoscimento pubblico avrai la prova che ciò che scrivi piace. Si scrive per i lettori, degli sconosciuti che possono però comprenderci e apprezzarci. C’è magia più grande? Sarai più consapevole delle tue potenzialità, saprai di essere sulla giusta strada e avrai ancor più voglia di impegnarti duramente per superare i tuoi limiti attuali.

8. Perché se non ottieni niente, potrai sempre riprendere i tuoi scritti e rielaborarli, svilupparli e proporli nuovamente. Prima che Stephen King riuscisse a piazzare i suoi racconti giovanili, collezionò valanghe di rifiuti. Ogni sconfitta si trasformava in un’occasione di miglioramento. Sappiamo poi com’è finita. All’inizio forse i suoi lavori erano davvero brutti, forse lo sono pure i tuoi. Potrai migliorarli solo riscrivendoli invece di imprecare contro il mondo.

9. Perché la competizione è stimolante. Mentre te ne stai davanti alla partita, in qualche luogo c’è un altro concorrente al tuo concorso che si danna l’anima per trovare le parole giuste, per rendere la sua storia avvincente e originale. Chi pensi avrà più chance, tu o lui? Cerca di essere tu lui.

10. Perché l’attesa dei risultati è dolce; e quando più non te l’aspetti, ecco una lettera, una mail, una telefonata dalla segreteria del premio. Quell’attimo può regalarti un’emozione, un piccolo distacco dai problemi quotidiani. Per una volta non si parla di politica o di sport o di lavoro: si parla di te, della tua scrittura. Io so cosa vuol dire, so cosa si prova. Sono sicuro che anche tu proverai diversamente uguale.

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Concorsi letterari, cavie, esperimenti

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Navigando i social network, mi imbatto a volte in discussioni che riguardano i rapporti tra i molti aspiranti scrittori e i troppi concorsi letterari che affollano la penisola italiana.
La sintesi di tali dibattiti è un coro pressoché unanime di insulti ai concorsi stessi e ai giurati che li presiedono: truffe, combine, intrallazzi, amici degli amici sono le parole più frequenti che ricorrono nei post di chi partecipa alla discussione.
Quello che non ho ancora letto in questi forum sono le prove provate di tali misfatti. E poiché sono curioso per natura, e preferisco sbatterci il muso di persona, anni fa – lo racconterò come un flashback – ho deciso di concorrere anch’io, e provare direttamente sulla mia carne, come fossi la cavia in un esperimento, se ciò che si insinua sui premi letterari corrisponda a verità.
Ho scritto perciò un breve racconto e l’ho inviato al primo concorso disponibile nella mia zona. La storia, a mio giudizio, nasceva da un’idea interessante, ma non tale da giungere sul podio (c’erano dei premi in denaro per i primi tre classificati).
Attendo con pazienza i risultati, ma forse era impazienza perché un po’ ci speri, ammettilo, e un giorno ricevo una lettera dalla segreteria del premio dove mi si comunica che la mia opera ha ottenuto una segnalazione, cioè una pacca sulla spalla, un incoraggiamento a proseguire. Data la distanza, dieci chilometri da casa mia, mi presento alla premiazione. Quando arriva il mio turno, il presidente di giuria mi introduce dicendo «finalmente uno scrittore delle nostre zone!». Erano alla quarta edizione ma probabilmente il mio territorio non sfornava prima di me letteratura apprezzabile, nemmeno sotto forma di segnalazione. Erano felici che fossi lì, parevo io il vincitore, un effetto quasi comico. Però ne ho dedotto che almeno questo concorso non aveva il trucco. Decido quindi di allargare «l’esperimento» a tutto il nord Italia, e mi metto a scrivere con lena.
Scrivi oggi, scrivi domani (ero parecchio arrugginito), la scrittura migliora a vista d’occhio, e con le trame so che ci so fare. Il vostro devotissimo produce in un anno, un anno e mezzo, una dozzina di racconti brevi che manda in giro per l’Italia. Racconti che reputo di buon livello, che quando inizi a leggere poi corri fino in fondo.
Non voglio farla lunga: so di scrivere bene, so che produco trame valide, so che i miei racconti potrebbero essere da primo premio. E in effetti è ciò che avviene: vengono premiati tutti, prima o poi. Addirittura molti sono premiati ripetutamente. Esperimento ok, finito. Da allora non ho più scritto.
Qual è la conclusione di questo lungo post?
Che se scrivi bene, ma veramente bene, anche se esistono gli amici degli amici, gli intrallazzi, le combine, le truffe – e di fatto esistono – esistono anche i concorsi seri e soprattutto esistono bravi lettori in giuria che aspettano solo di apprezzare il tuo lavoro.
La maggioranza di chi partecipa ai premi letterari non vincerà mai nulla non perché non sia intrallazzato bene, ma perché non sa scrivere bene. Se la tua scrittura rientra invece nella sparuta minoranza di chi sa giocare al meglio con parole e trame, allora è solo questione di tempo: prima o poi le tue qualità letterarie verranno riconosciute e premiate. Matematico. Te lo dice uno che l’ha sperimentato.

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