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Cinque stelle

Anch’io, come tutti immancabilmente, sono approdato alla pubblicazione. Non ve lo aspettavate, eh? C’è chi lo fa in self, chi con un piccolo editore, chi con un big dell’editoria. Pensi, scrivi, correggi, editi, giri di bozze, corse contro il tempo. Incomprensioni, litigi, preoccupazioni, chi me l’ha fatto fare, e infine eccoti sugli scaffali delle librerie reali o virtuali. Piacerà il libro? Non piacerà? Arrivano poi i primi giudizi, il responso dei lettori, le famigerate stelle su Amazon. Quando ne troviamo cinque siamo felici, se ce n’è solo una si finisce dallo psicologo, che ti indirizza dallo psichiatra. Infine ti ricoverano alla Scuola Santa Rosa quando non sei più recuperabile per la società.

Soprattutto, quando si giunge alla pubblicazione ci si arriva con un nome in copertina. E questo è il mio problema. Quello che uso nel blog, si sa, è fittizio, uno pseudonimo. Sulla copertina del romanzo l’editore non lo accetta, lì bisogna mettere il nome vero, quello che è stato registrato all’anagrafe, con tanto di biografia per dare credibilità al volume. Non posso perciò parlarvi del mio romanzo, crollerebbe tutta questa fortificazione a difesa dell’anonimato, una delle poche libertà che mi restano nella vita, oltre che nella rete. Però, se non posso parlarvi della mia pubblicazione, posso almeno riportarvi le varie recensioni che ho ottenuto finora su Amazon. In fondo si scrive non per la gloria eterna, ma per le cinque stelle elargite da amici e parenti. Ma vi assicuro che di amici non ne ho e i parenti mi evitano da tempo. Allora le opinioni che seguono sono quelle che tutti vorremmo avere, sincere e spassionate: quelle al mio libro provengono da lettori di cui non conosco l’esistenza, a cui non debbo a mia volta una recensione al loro libro, ma che hanno in comune una caratteristica: l’hanno letto per davvero. Di questi tempi mi pare addirittura un sogno.

 

⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ BELLISSIMO ROMANZO
di Isabella2011  il 23 giugno 2017

Mi è piaciuto molto. Ho iniziato a leggerlo dopo la merenda e l’ho finito prima di cena. Bellissimo!!! E ho capito tutto!!! Ora però devo colorare il disegno sul quaderno prima di andare a letto, se no domani per punizione la maestra non mi porta in giardino a giocare a girotondo.

 

⭐️ SI BLOCCA…
di Urbano Vigile  il 23 giugno 2017

Il libro è molto pesante. Dopo un po’ che leggo, le pagine smettono di scorrere. Allora devo spegnere il Kindle e riaccenderlo. Però mi ritorna a pagina 1. Si impalla sempre allo stesso punto. Questo inconveniente capita anche ad altri?

 

⭐️⭐️ LETTURA SCORREVOLE, MA ALTRI DIFETTI
di Democrito  il 24 giugno 2017

Purtroppo no, beato te.

 

⭐️ MEGLIO PUNTARE SU UN CLASSICO
di Ebenezer Scrooge  25 giugno 2017

Il libro non è male, la storia si legge d’un fiato fino in fondo, l’unico difetto è il prezzo: 99 centesimi per un esordiente sono un’esagerazione. Perché spenderli, quando mi offrono Guerra e pace a 0,15 centesimi e Cantico di Natale scaricabile gratuitamente?

 

⭐️ CREATIVAMENTE DELUDENTE
di Ad Contrarium  27 giugno 2017

Quando leggo un giallo preferisco partire dal fondo e capitolo dopo capitolo vedersi infittire il mistero. Lo so, è un modo singolare di leggere. Man mano che procedevo verso l’inizio però il mistero scemava. L’incipit poi svela tutto. Deludente.

 

⭐️⭐️⭐️ DIALOGHI POCO EFFICACI
di Medi Odito  il 27 giugno 2017

La trama non è male, ma pagine e pagine fitte di dialogo usando il linguaggio dei segni per sordomuti rallentano troppo la vicenda. Non dico che non vadano bene, eh, ma insomma…

 

⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ PROSA FANTASTICA
di Giulio Franchini  il 28 giugno 2017

Il ritmo è incalzante, i dialoghi stupendi, i colpi di scena straordinari. Credo proprio che abbiamo fatto un buon lavoro di editing. Ciao!

 

⭐️ IMPRESSIONANTE
di George Eitinfor  il 29 giugno 2017

Romanzo distopico impressionante.

 

⭐️ DAVVERO IMPRESSIONANTE
di Rossella Delle Querce  il 29 giugno 2017

Romanzo di formazione davvero impressionante.

 

⭐️⭐️⭐️ NÉ CARNE NÉ PESCE
di Antonio Cavacciuolino  il 29 giugno 2017

Questo romanzo è un tentativo riuscito solo in parte di accontentare quanti più lettori possibili, però mischiare tutti i generi letterari lo rendo alla fine un polpettone indigesto.

 

⭐️⭐️⭐️⭐️ UN GRANDE ROMANZO PER L’ESTATE
di Eminens Scola  il 30 giugno 2017

I personaggi femminili sono mere comparse, insignificanti sullo sfondo della vicenda, mai decisivi nella trama. Finalmente un romanzo come Dio comanda! Lo consiglio a tutti.

 

Non ⭐️ NON COMPRATELO!
di femminista74  il 30 giugno 2017

La storia in sé non sarebbe male. La protagonista è simpatica e il tema del riscatto sociale ben trattato. Mi infastidisce solo che dopo ogni stupro lui le faccia delle coccole, chiamandola per giunta amore. Ma quando mai?

 

⭐️ INATTENDIBILE
di Benedetta Isteria  il 1 luglio 2017

Ma che cazzo di libro avete letto?

 

⭐️⭐️ INSOMMA…
di Aldogiovanni Giacomo  il 2 luglio 2017

La parte più divertente di questo romanzo sono, come sempre, i commenti su Amazon.

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La storia con le parti noiose

Disse una volta Alfred Hitchcock che un romanzo in self-publishing è una storia con le parti noiose. Non so se il maestro del thriller abbia ragione – di libri noiosi è ricca l’editoria tutta –. Certo è che un bravo editor, ma forse anche uno cattivo, tende a tirarci una riga sopra alle parti noiose, mentre il povero autoeditore, povero nel senso che non può permettersi né l’editor buono né quello cattivo, non può autosuicidare il suo capolavoro cassandolo per intere pagine. Così capita che il personaggio principale parcheggi l’auto, scenda, raggiunga il marciapiede, citofoni, poi ricitofoni, poi il cancello scatta. Lui entra, sale le scale se l’ascensore è rotto, se invece prende l’ascensore vuol dire che non è rotto, sale al terzo piano, se lo richiude alle spalle, estrae le chiavi dalla tasca, le mette nella toppa, apre la porta, entra e se la richiude alle spalle. Percorre l’anticamera, si toglie il cappotto se è inverno, la giacca se è primavera, la camicia se è estate. Mettiamo che sia estate: apre il frigorifero, prende una birra ghiacciata, la stappa, poi si siede in poltrona, fissa la copia di Munch appesa alla parete sopra il Divano Sofà artigiani della qualità, e a questo punto ripensa a tutta la sua vita, a quanto sia stata infelice, distratta, inutile e noiosa. E qui finisce il primo capitolo. Il resto del libro è il resoconto dettagliato che ha portato fino a quella birra che ora è mezza vuota. All’ultimo capitolo il protagonista infine si alza, appoggia la birra, apre la finestra, si affaccia, e fissa il sole che tramonta all’orizzonte. Passano tre minuti e quando l’ultimo spicchio di sole è tramontato tra i palazzi grigi di fronte, lui guarda la strada, i passanti, le aiuole, i cani che fanno i loro bisognini sul marciapiede con padroni al seguito con paletta e sacchettino. Poi resta lì immobile, e la luna calava. Fine della storia.

Il povero self-publisher voleva comunicare la noia del protagonista, e c’è perfettamente riuscito. Quindi ha scritto un capolavoro, come gli ha anche confermato tra le righe il suo beta-lettore, sottoclasse del lettore che paga per leggere ma che può abbandonare il libro quando vuole. Il beta-lettore, lettore di serie B, invece non può. In base a una legge non scritta ma moralmente vincolante deve leggere tutto fino all’ultima riga. Non solo leggere, anche approvare, possibilmente con entusiasmo sincero, all’ennesimo capolavoro dell’autoeditore, il terzo della saga. Può però segnalare imperfezioni di stile: una virgola mancante qua, un congiuntivo sbagliato là, un’apostrofo scritto come l’avete appena letto, di cui il self-publisher lo ringrazierà in un post sull’apposito blog, affermando che senza i suoi beta-lettori non avrebbe potuto giungere al termine di una fatica letteraria immane, durata ben sei mesi o sei anni, il tempo non porta consiglio, tra scrittura e riscrittura.

Il vero problema qual è a questo punto? Il vero problema è come hanno fatto ad aprirgli il portone di casa se in casa non c’era nessuno. Ma questo il beta-lettore si guarda bene dal farlo notare, in fondo sa che l’altro – il self-publisher – gli deve una lettura per quando scriverà il suo capolavoro che narra di una donna che torna a casa alla sera, parcheggia l’auto, blablablà e blablablà.

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Loro e noi

Un’espressione molto usata dai blogger di scrittura – «zona comfort» – risuona nei blog da non troppo tempo, ma ha avuto notevole fortuna. Non so chi per primo l’abbia usata per delimitare il confine, il recinto, il rifugio all’interno del quale ognuno di noi si sente protetto nella scrittura. Forse c’è stata una convergenza di pensiero da più punti della rete che l’ha resa popolare a partire da una certa data. Abbandonare questa «zona comfort», avventurarsi in nuove esperienze, diventa per molti un fatto positivo per non incancrenirsi in facili formule di scrittura ripetitive e sempre meno espressive. La «zona comfort» di cui si parla è perciò legata inequivocabilmente alla scrittura. Bene.

C’è però una zona comfort, più estesa, di cui pochi parlano: è il blog stesso, quel contenitore dove ognuno di noi pubblica racconti, informazioni, riflessioni sulla scrittura, l’editoria, la vita. Dove si propongono meme, scritture collettive, dove ci si commenta a vicenda. Dove ci si fa anche i complimenti a vicenda, inchinandosi più degli altri finché il mento non tocca il pavimento, vada per la rima.

C’è una blogger però, non dico che sia l’unica, nessuno si offenda, che l’altro giorno ha pubblicato un post-verità, almeno secondo il mio criterio di verità. È Sandra Faè, e nel suo blog I libri di Sandra, confessa – ma sarebbe meglio dire informa – di aver iniziato a frequentare le presentazioni stampa, insomma le occasioni dove quelli che stanno nell’editoria ufficiale (autori, editor, librai, addetti alla comunicazione) si incontrano per dibattere, parlare o semplicemente firmare le copie del libro. Mi sembra di capire che lì i discorsi, le riflessioni, gli incontri interpersonali hanno un altro tono rispetto alla comunità blog. Ed è lì che può scattare la scintilla per un aspirante scrittore, anche se ha alle spalle già parecchi libri pubblicati, ma che in pochi conoscono.
Finché non sei in quel gruppo, a contatto con quella realtà – Sandra la definisce loro contrapposti a noi – è come trovarsi a cantare in una sagra di paese che non è il festival di Sanremo. Nulla contro le sagre e a favore del più importante incontro-scontro discografico nostrano, qualcuno dirà che anche nella sagra può cantare una voce splendida, mentre al festival ufficiale della canzone italiana ci vanno cani e porci. Resta però il fatto che il mercato discografico italiano non gira intorno alle sagre ma alle manifestazioni ufficiali. Intendiamoci: ai saloni del libro c’è chi vi partecipa da operatore del settore, scrittore e no, e tutti gli altri da semplici lettori di libri. I primi sono loro, gli altri siamo noi.
Il problema di Sandra, e di tutti quelli che fanno come lei – e ce ne sono – è che potrebbe essere respinta da questo mondo, e respinta per motivi che non hanno nulla a che fare con la sua bravura come scrittrice. Uscendo dalla zona comfort dei blog dove siamo tutti amici (io ne ho pochi perché sono poco accomodante, ma meno siamo meglio stiamo), potremmo rischiare di trovarci soli, con loro poco disposti ad ascoltarci, a perdere tempo per noi. Ma chi viaggia incontra brutto tempo, si sa. Più sicuro quindi starsene a casa, protetti e con tutti i comfort a disposizione.

Tanto per spiegare meglio il concetto porto due esempi, uno letterario e l’altro personale. Terminato Billy Budd, affronto La coscienza di Zeno. Libro che non ebbe molta fortuna inizialmente, ma James Joyce dice «mi sarà sempre grato il pensare che il caso m’ha concesso l’occasione di avere avuto parte, per quanto minima, alla accoglienza che un pubblico suo e internazionale ha fatto a Svevo negli ultimi anni di vita. A me rimane la memoria d’una persona cara e un’ammirazione di lunga data che con gli anni anziché affievolirsi, matura». Poteva andare in tanti modi per Svevo, ma un fatto è certo: Joyce, uno dei maggiori scrittori del Novecento lo stimava. Ed è questo il riconoscimento più prezioso, anche se La coscienza di Zeno e il suo autore fossero rimasti sconosciuti. Joyce però sapeva e apprezzava, e questo per la consapevolezza di Svevo come scrittore è stato importante. Perché se almeno uno di loro non ti riconosce dei loro, è tutto un’illusione.

Al tempo del liceo, ora il mio caso personale, avevo un amico «genio» in matematica. Dialogava con il professore con parole oscure al resto della classe, e finì ovviamente alla facoltà di matematica. Poi non solo si laureò con il massimo dei voti e nei tempi stabiliti, ma partì per l’estero dove ebbe una cattedra universitaria di matematica teorica. Ma non volle restare in zona comfort, ammesso che questa carriera possa definirsi confortevole e banale. Decise di andare in un gruppo di lavoro in Australia dove le migliori menti matematiche erano riunite in quel momento. Nella zona comfort sei bravissimo, un genio ti definiscono gli altri che geni non sono. Messo però tra altri geni diventi uno dei tanti, magari quello meno geniale del gruppo, ma è lì che devi comunque stare, se davvero quello è il mondo in cui vuoi muoverti e comunicare.

Finché staremo sempre qui, bene tra noi, ci troveremo sempre in zona comfort. E non saremo mai scrittori.

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Scrittori commerciali e no

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Due sono i tipi di scrittori: quelli commerciali e quelli non commerciali. Quelli commerciali scrivono romanzi richiesti dal mercato e quindi destinati a un preciso target di lettori, che amano trovare nelle pagine che acquistano i personaggi che amano di più, le storie e le trame che amano di più, il genere che amano di più, i temi che gli interessano di più. Quelli non commerciali non hanno una domanda di mercato, non hanno nessun target e scrivono per un lettore imprecisato, che non sai che storie ama, che personaggi predilige, che non segue nessun genere, che non sai a quali temi è interessato. Quelli commerciali gestiscono i propri lettori, dialogano con loro tramite social, conoscono gli umori generali del proprio pubblico, capiscono dalle vendite se il libro attuale è piaciuto di più o di meno di quello precedente, e così hanno elementi concreti per valutare come sarà più o meno accolto quello successivo. Quelli non commerciali sanno che ogni libro è un libro del tutto unico, e non sanno se il lettore che ha letto quello precedente leggerà anche questo che tratta una storia del tutto diversa, figuriamoci quello successivo. Quelli commerciali vendono di più, per questo gli editori vogliono che si continuino a sfornare: serve per sfamare la domanda di libri commerciali. Quelli non commerciali vendono di meno, per questo gli editori non sanno mai come andrà a finire e non esiste nessuna domanda di libri non commerciali. Quelli commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono i libri commerciali, e diventano, sempre a volte, libri non commerciali, classici della letteratura. Quelli non commerciali, a volte, sono così belli e potenti, che piacciono anche a quelli che non leggono libri non commerciali, e diventano, sempre a volte, classici della letteratura che vendono quanto i libri commerciali.

Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target vuol dire che sei uno scrittore commerciale. Quando scrivi un libro, se hai in mente un target, stai scrivendo per un target, punti al target, parli sempre di target e non sei uno scrittore commerciale, non sei altro che uno scrittore commerciale che si dà arie da scrittore non commerciale. Ma se sei uno scrittore commerciale e vendi poco o niente, non sei altro che uno scrittore non commerciale che si dà arie da scrittore commerciale.

Sono due i tipi di aspiranti scrittori: quelli aspiranti commerciali e quelli aspiranti non commerciali. Non è che ora ho voglia di ripetere tutta la storia, basta rileggere aggiungendo qua e là aspirante e togliendo qua e là vendite.

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L’antiscrittore

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Prima di pensare, impara a scrivere.

Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie.

Scrivere è un modo di stare zitti senza essere interrotti.

Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti infelici.

Ci sarà un tempo in cui le bestie parleranno, oggi scrivono.

Lo scrittore è essenzialmente un uomo che si rassegna alla solitudine.

Scrivere: librarsi sopra l’abisso fregandosene dalla grammatica.

Non lasciar passare neanche un giorno senza scrivere un romanzo.

Quando mi viene l’idea per una storia, mi metto a scriverla. Prima di iniziare, però, mi faccio sempre una domanda: “Cosa rende questa storia tanto futile da essere scritta?”

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.

Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è scriverli.

Bisognerebbe sempre avere qualcosa di noioso da leggere in treno.

Scrivere è sempre mostrare qualche cosa in modo che poi passi inosservato.

Ciò che mi trattiene dallo scrivere un capolavoro è il timore che non me ne chiedano subito un altro.

Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché non si ha nulla da dire.

L’arte dello scrivere è aggiungere, aggiungere, aggiungere.

Non scrivere né per te né per gli altri, né per l’oggi né per il domani, né per il guadagno né per la gloria: insegui il tuo piccolo niente.

Quando uno scrive per sua personale soddisfazione e scrive tutto quello che sa è sicuramente un cattivo scrittore.

 

 

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Autobiografico? No, grazie

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Basta, non se ne può più. Ancora con questa storia dell’autobiografico?! Ma chi è questo lettore, sempre lui, che implacabile chiede a tutti quelli che hanno scritto un libro: scusi, caro scrittore/trice, il suo libro è autobiografico? Non è che invece è un lettore immaginario della vostra fantasia infantile, e quindi autobiografico?

Se esiste veramente fuori il nome e anche il cognome, così lo affronto io e risolvo la faccenda una volta per tutte: smettila di chiedere a tutti i blogger che conosco se è autobiografico perché poi mi vanno in paranoia! E mi sfiniscono con questi post sull’autobiografico…

E l’incredibile è che ce ne sono alcuni che non hanno ancora pubblicato il libro, ma il lettore che già gli chiede se è autobiografico, quello è immancabile. Lettore immaginario, appunto.

 

Post scriptum: se poi un lettore in carne e ossa vi domanda se il vostro libro è autobiografico significa una sola cosa: che il vostro libro non vale più di voi.

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Brutti, sporchi e cattivi

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Brutti, sporchi e cattivi: sono quelli i libri che mi piacciono. L’Inferno di Dante è brutto, sporco e cattivo. Anche I Malavoglia. Il Decameron, ricco di frati che vogliono sollazzarsi con le monache e mogli che cornificano con sommo piacere mariti ricchi e vecchi è brutto, sporco e cattivo. Ci aggiungo Il giovane Holden di Salinger, bruttino, sporchino e cattivello e Le particelle elementari di Houellebecq bruttissimo, sporchissimo e cattivissimo. E venire trasformati in un insetto immondo non è forse l’esperienza più brutta, sporca e cattiva che ci possa capitare? Logico che si finisca nel bidone della spazzatura, che altro destino attendersi?

Pensandoci bene, un po’ brutti, sporchi e cattivi sono anche i loro autori: Dante doveva avere un bel caratterino; Houellebecq basta guardare quanto è devastato; Verga ha sempre quell’espressione arcigna; Salinger è un asociale conclamato; disadattato e malaticcio Kafka. Un bel campionario. Gente che ti negherebbe anche una semplice informazione stradale, figurarsi parlar con loro di letteratura, dei loro libri poi. Mi viene quasi da pensare che se uno scrittore non è brutto, sporco e cattivo non scriverà mai libri brutti, sporchi e cattivi, gli unici che meritano di essere letti.

Noi blogger-scrittori, invece, siamo tutti belli, puliti e buoni. Si vede dai post che scriviamo e dai commenti che lasciamo in casa altrui. Il tuo libro è bellissimo, grazie anche il tuo. Hai capito perfettamente cosa mi ha ispirato, prego sei per me un libro aperto. Costola dell’intervista doppia di televisiva memoria è la recensione doppia 2.0: il tuo è bello, anche il tuo è bello. O tripla: il tuo è bello, anche il tuo è bello, anche il vostro è bello. Anche i lettori – che spesso coincidono con i blogger che frequentemente coincidono con gli amici – sono tutti belli, puliti e buoni. Al confronto Heidi vive sotto la tangenziale e i Puffi sono bande di violenti. Il mondo editoriale è un’immensa stella, anzi cinque o meglio quattro per essere più credibile come recensione, sempre luminosa e accesa. Dei belli, puliti e buoni ovviamente il più buono, pulito e bello sono io. E un po’ me ne vergogno, per questo non scrivo libri. Signor Leopardi, che ne pensa degli scrittori social? Magnifiche sorti e progressive a te e a tutta la tua cerchia. Potrebbe almeno dirmi come arrivare in viale Cinque Maggio? Mi dispiace ma non leggo odi belle, pulite e buone.

 

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