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Ubi maior

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Passeggiando sulla battigia fresca, questa mattina ho incontrato il famoso scrittore U.E. in mutande. Non era proprio in mutande, era in bermuda color cachi. E deambulava assorto nel suo ultimo progetto editoriale. All’inizio non ero sicuro che fosse veramente lui, così in bermuda color cachi, a Varazze, con quelle gambette da scrittore esile, pardon; esili le gambette, perché lo scrittore è di quelli robusti, non solo in senso figurato. Mi sono sempre chiesto come riescano esili gambette a reggere il peso culturale di scrittori tanto robusti.
Superata la sorpresa, messo a fuoco – anzi focalizzato – il personaggio, mi accingo quindi a rivolgergli la parola, sperando che si lasci intervistare. Conto sull’effetto spiaggia per far breccia e ottenere da lui risposte meditate a domande improvvisate. Ma non faccio tempo ad aprir bocca che mi precede:
«Helgaldo, I suppose».
L’intervista è già andata a farsi fottere. E io che volevo chiedergli per voi una cosa sul romanzo, l’incipit, il dialogo, il pdv, D’Annunzio e la letteratura, to be Beckett or not to be, Mike Bongiorno, twitterfacebookpinterest, semantica e semiotica, i fumetti, piuttosto che il congiuntivo parliamo come mangiamo, messaggio e messaggiato, chi è il lettore e chi l’autore…
«Senta Helgaldo…», mi fa lui, allargando un po’ le braccia. «Siamo al 14 di agosto: vogliamo darci un taglio?»
… fra Gugliemo da Baskerville…
«Si prenda anche lei un giorno di vacanza…»
… Adso.
«Un selfie, e la finiamo lì!?». Mi inquadra e scatta. Quello con la faccia cupa sarei io.
Come vuoi tu, caro U.E ridens, ubi maior minor cessat.

P.S. Domani, causa U.E., questo blog non andrà in onda. Buon Ferragosto a tutti.

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I gabbiani

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Alle 10.57 di una mattina qualsiasi in spiaggia a Varazze, quando credi che oggi non avrai nulla da segnalare di rilevante o simpatico sul tuo «Diario di una vacanza», a un centinaio di metri dalla battigia, in un mare incolore e liscio, avviene un cambiamento dapprima impercettibile, e poi, mentre passano i minuti, sempre più evidente e angosciante.
Senza che nessuno dei bagnanti se ne renda conto, perso nella sua vacanza solitaria in compagnia di parenti, amici e sconosciuti, a un centinaio di metri dalla spiaggia si è posato un gabbiano, che ora galleggia come una boa che segnala di fare attenzione. Credo si sia posato sul pelo dell’acqua alle 10.57, lo so, perché avevo appena guardato l’ora. Quando sono tornato a osservare il mare, l’ho visto, prima non c’era. Come sia planato lì non lo so. Mentre lo noto ne arriva un secondo, un terzo, altri due o tre. Galleggiano affiancati. Ne arrivano altri, questi li vedo scendere, lenti ad ali distese. Mi sorprende la loro sagoma che appena tocca l’acqua, posandosi, ritrae le ali in un attimo, perdendo l’aspetto da volatile, per trasformarsi in un fagotto insignificante che galleggia.
Ce ne sono un centinaio che si dondolano sull’acqua e altri stanno arrivando. In poco più di dieci minuti sono raddoppiati, se n’è accorto anche qualche solitario nuotatore al largo che incuriosito vi si avvicina lentamente. Da questa parte della spiaggia nulla è cambiato. Gli umani sono intenti ai loro smartphone, o tentano di rimorchiare.
Invece io, l’avrete già capito, ho istintivamente accostato la presenza silenziosa dei volatili al largo agli Uccelli di Hitchcock, film che peraltro non è tra i miei preferiti. Ma da scrittore non posso fare a meno di notare lo strano fenomeno – magari non è affatto strano, anzi probabilmente avviene spesso che dei gabbiani, che ora veramente costituiscono una massa compatta notevole si comportino in questo modo – gravido di un’indefinita minaccia.
Mi metto dalla loro parte, e cerco di immaginare la loro prospettiva del mondo, mondo rovesciato, dove noi siamo gabbiani e loro razza dominante.
Stanno solo riposandosi o preparano un attacco? Riflettono un piano, o forse non hanno pensieri, come macchine inoperose quando la fabbrica non è in moto?
Ho colto un movimento alla mia destra, improvviso, un battito d’ali. Posato sull’orlo di un lettino vuoto c’è un fagotto a forma di gabbiano. Mi guarda dal suo occhio senza vita o sta osservando i turisti che ha di fronte che non l’hanno ancora notato? Mi sporgo in avanti uscendo dal cono dell’ombrellone che mi ripara dal sole, un raggio mi colpisce e chiudo gli occhi. È solo un attimo, vedo i gabbiani che si alzano in volo tutti insieme al largo, giro la testa verso il lettino. Il gabbiano è scomparso. Maledetto. Devo dirlo agli altri. Metto un piede sulla sabbia cocente. Un batter d’ali sopra la mia testa. Vicinissimo. Un grido disumano.
Il mio.

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Bambini e relax

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Per chi vuole fare il romanziere l’analisi dei gruppi è importante come quella degli individui, anzi forse è più importante perché se ne possono trarre regole generali diverse, e utili per ciò che si sta scrivendo, a seconda dell’angolo da cui si esamina l’oggetto dell’osservazione.

Dico questo perché oggi guardavo i bambini in spiaggia. La frase più frequente che ho sentito pronunciare dagli adulti nei loro confronti è «guarda dove vai invece di guardare sempre in giro», che la dice lunga sul modo che hanno i più piccoli di vivere la vacanza. Li trovo estremamente attivi, non è certo una stranezza questa, però non sempre ne mettiamo a fuoco la motricità. Innanzitutto i bambini sono sempre indaffarati, vanno e vengono non si sa da dove e per dove. Le bambine in particolare si muovono a gruppi di quattro-cinque, con la più piccola che resta inesorabilmente indietro, come i barattoli legati all’auto degli sposi.
Ci sono bambini alti come un elfo (credo che un elfo misuri pressappoco un bambino, un bambino e mezzo) che vanno avanti e indietro come degli stagionale dell’edilizia tra il punto dove stanno edificando e il rubinetto per sciacquarsi la sabbia dai piedi. Poiché è l’unico rubinetto ad altezza di elfo invisibile, riescono a superare disinvoltamente la fila in attesa senza che nessuno li noti o si lamenti. Dove poi vadano, e perché trasportino queste grandi masse d’acqua con il secchiello è il mistero dei misteri.
C’è poi Gabriele, ombrellone di sinistra fila 5, faccia da futuro broker, che utilizzando il lettino da spiaggia e un asciugamano con pesciolini e cavallucci, costruisce un riparo per il suo pinguino gigante gonfiabile. La cura e le effusioni che ci mette fanno impallidire gli adulti che lo circondano, incapaci di tanta generosità e dedizione verso qualcosa di inanimato che non sia il proprio smartphone.
Anche il non far niente viene vissuto in modo attivo. Trascinata per un braccio dalla madre spazientita, una bimbetta di cinque-sei anni inzuppata d’acqua, impossibilitata a fare altro si rifugia nel nirvana di un inno glorioso che recita «ciccio bello, ciccio bello, ciccio ciccio ciccio bello» ad libitum.
L’iperattività fanciullesca è serissima. Ho visto bambini sotto il sole e la sabbia cocente correre da sinistra a destra del campo visivo e poi tornare indietro senza alcuna ragione, inseguendo figure cavalcate dalla loro fantasia; cercare con angoscia in fondo alla sacca dei giocattoli il più scalcinato tra questi, quello quasi completamente fuori uso, e una volta avutolo tra le mani riacquistare tutta la serenità infantile, come se avessero ottenuto il bacio che vale un sì al loro primo appuntamento con l’altro sesso. E credo che tutti mi capiate.
Strano come la loro attività ipercinetica mi rilassi, mentre il mio relax dolce far niente, in fondo sia stressante. Domani porto secchiello e paletta anch’io.

P.S. Leggo solo ora nella hall dell’albergo l’avviso che se voglio qualcosa di rilassante potrei provare con la riflessologia plantare: «Spesso ci dimentichiamo dei nostri importantissimi piedi e dedicarci per un poco a loro con un leggero massaggio, permette di valorizzarli al meglio», dice il messaggio. Segue dettagliatissimo listino prezzi. Devo ammettere che non ho un grande rapporto con le mie estremità inferiori. Siamo piuttosto freddi da quando non riesco più a succhiarmi l’alluce. Ma venti euro per un rapporto di mezzora, neppure tanto intimo visto che prevede la presenza di un estraneo, mi pare troppo. Confermo quindi paletta e secchiello per domani.

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Cristo ha proseguito

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La giornata vacanziera odierna è stata caratterizzata da leggeri spruzzate di pioggia per nulla rinfrescanti. Le gocce stentate e calde hanno avuto come unico effetto quello di allontanare i turisti accalorati dall’immersione in mare, spingendoli a vagare come relitti umani lungo strade e stradine del paese che li ospita.
Anziché unirmi alla marea peripatetica, ho preferito però darmi a lettura alte, cioè Chi.
La copertina di questo numero della Crusca dei vip – per solo un euro – mi propone very scoop, che poi siano anche veri è un’altra faccenda. Ma il verbo di Signorini è sicuramente la bussola ufficiale della cultura italiana odierna: per sapere dove stiamo andando, e soprattutto dove finiremo, in quanto scrittore non posso ignorare i temi lanciati dalla sua rivista se voglio che il mio futuro romanzo racconti uno spaccato veritiero della nostra cara Italia.

Anche se la copertina del numero in edicola questa settimana punta tutto sulle immagini scandalo di Gisele Bündchen, che in effetti entra in burqa nella clinica estetica – è scandalosa la circostanza che appaia per una volta vestita dalla testa ai piedi –, della bibbia di Signorini mi colpisce il filo che unisce le nozze di Scialpi (ex cantante sanremese degli anni 80), che a fine mese si sposerà in America con Roberto, al matrimonio celebrato in questi giorni alle isole Borromee tra Beatrice Borromeo e Pierre Casiraghi. Non vi svelerò naturalmente chi sia Roberto, lo scoprirete solo acquistando Chi, e già vi vedo correre in edicola bramosi di sapere.
Però vi informo che Signorini, o Chi – che poi è la stessa cosa – si chiede in un imprevisto rimorso di coscienza, se queste nozze «reali» non siano uno schiaffo alla povertà e alla crisi che perseguita gli italiani, dato il lusso sfrenato che le ha contraddistinte; all’opposto, Scialpi e Roberto opteranno per una cerimonia «low-profile». Meno male. Almeno i gay, a differenza dei nobili, fanno parte del popolo italiano in crisi nera. Resta poi da capire se PR è il nome o la professione di Casiraghi (questo Chi non ce lo dice) e se il rimorso di coscienza dell’Alfonso nazionale non sia controbilanciato dall’esclusiva giornalistica ottenuta per il servizio fotografico. Domande a cui il vostro umile Helgaldo non sa rispondere.
Ma nel lasciarvi non posso non sottoporre alla vostra attenzione il brillante incipit dell’editoriale di questa settimana: «Cari lettori, care lettrici, se, come me, pensavate che “la zuppa di nozze” si fosse fermata a Venezia anziché a Eboli, vi siete sbagliati di grosso».
Vedete che ho ragione, la cultura italiana sta cambiando. E il suo nuovo messia è Signorini. Ero rimasto che a Eboli Cristo si fosse fermato. Mi sbagliavo. E che alle nozze avesse provveduto, oltre al resto, anche alla zuppa non lo sapevo proprio.

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Sauna e fauna

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Nel mare Egeo la fresca brezza del meltemi in questo istante accarezza la pelle abbronzata dei turisti. Qui in Liguria, invece, non c’è un refolo di vento, anche anonimo, in grado di rompere l’accerchiamento di questo clima soffocante che da giorni toglie il fiato a turisti e autoctoni.
Da buon milanese sono fuggito verso il mare portandomi appresso altre centinaia di migliaia di concittadini e tutta l’umidità meneghina. Quindi mi ritrovo in una piazzetta di Varazze, a qualche chilometro da Genova, insieme con i miei compaesani – di liguri non v’è traccia se non nei negozietti di souvenir – a boccheggiare come a Milano. Bello andare in vacanza per sentirsi appiccicaticci come a casa.

Faccio la sauna nella minuscola camera d’hotel «arieggiata» da quattro pale appese al lampadario che girano lentamente come nei bar malfamati di Caracas, inondandomi di aria calda. Trattamento benessere incluso quindi nel prezzo del tre stelle, come non dirmi fortunato? In compenso l’area fitness & benessere fa visitatori uguali a zero.
Segue sauna da spiaggia: il libro lasciato aperto sul lettino, fila 5 posto 17, lo ritrovo dopo il bel bagno caldo in mare esattamente sulla stessa pagina. Neppure la grammatura leggera della carta minimum fax subisce svolazzi eolici in queste giornate d’aria stagnante. Spero quindi nel refrigerio serale, uno dei pochi servizi del turismo ligure non a pagamento, almeno per ora. Speriamo che la giunta Toti appena insediatasi in Regione mantenga le promesse fatte in campagna elettorale: meno tasse, più serate refrigerate free.
Però poi arriva la sera, e la notte, e mi ritrovo a vagare di bar in bar, di panchina in panchina, di caruggio in caruggio e qualsiasi cosa incontro sulla mia strada bolle. Bolle la birra, bolle la panchina riscaldata dal lato b di quello che se n’è appena allontanato per farsi una birra calda, lasciandomi sedere. Anche le vetrine dello shopping dei caruggi si stanno fondendo, neppure mostrassero pullover invernali e felpe di lana in saldo.
L’unica soluzione è fingersi morto. Restare immobile come una mosca sul vetro e guardarsi attorno cercando nei tratti della gente qualche caratteristica per costruire dei futuri personaggi da romanzo, giusto per non buttare via questa serata torrida. Macché, son tutti personaggi già autoconclusi. Ho incontrato nell’ordine: una bambina grassa con una maglietta raffigurante il logo di Batman deformato causa ciccia, le ali da pipistrello stirate al massimo, ben oltre la visione cinematografica in 16/9. Una donna cannone di 200 chili, ma poteva essere anche una ragazza – con corporature simili mi è difficile stabilire l’età delle persone – che prima si massaggia i piedi in mezzo alla strada e poi si allontana con il fidanzato che cerca inutilmente di cingerla col braccio. Quattro ragazzine in pieno sviluppo battonesco. Denominate immediatamente «gambe a spasso» grazie ai simpatici jeans a pantaloncino interdentale. Un papà che insegna al figlioletto ad andare sullo skateboard. In realtà si diverte solo il papà, il figlioletto si limita a rincorrerlo per tutta la piazzetta. La gente me compreso, lo confesso, tifa per lo skateboard – non vediamo l’ora che l’uomo si frantumi davanti al virgulto, ma dio per oggi non ci ascolta –. Quando poi quello che dovrebbe essere il più responsabile dei due dà il via libera al piccolo (avrà sì e no sei anni), ecco che al terzo tentativo quello ci lascia un pezzo di mento sulla pavimentazione liscia. Proprio vero: non c’è giustizia a questo mondo. Un chihuahua minuscolo, cioè più piccolo del più piccolo chihuahua che possiate immaginarvi si è addormentato come un bimbo tra le braccia della sua padrona. Due sessantenni – una è di colore – leopardate su zeppe vertiginose. Mi chiedo chi o cosa vadano cercando, evidentemente c’è mercato per chiunque. Un’altra donna, questa in tacchi a spillo mi sfreccia davanti in monopattino. Dulcis in fundo, un padre premuroso con al seno il suo bebè fasciato in un rebozo, che mi dicono essere una fascia porta neonati di origine messicana. Molto naturale, etnico e ascetico, il padre. Anche un po’ stronzo, aggiungo. È come il gioco dell’intruso nella Settimana Enigmistica applicato alla fauna di Varazze. Lo eleggo quindi a ciliegina sulla fauna.
Rientro in hotel ore 0.30, rimetto in moto le pale del soffitto, ma il mondo gira piano, troppo lentamente perché il meltemi giunga fino a me. Resta solo sauna e fauna.

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Diario di viaggio anch’io

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In un Tentativo di esaurimento di un luogo parigino, Georges Perec annota scrupolosamente giorno dopo giorno frammenti di vita quotidiana a piazza Saint-Sulpice a Parigi. Julio Cortázar, invece, descrive la sua lenta e anonima vacanza in pulmino con la compagna e scrittrice Carol Dunlop, da Parigi a Marsiglia, in un viaggio autostradale durato più di un mese, ne Gli autonauti della Cosmostrada ovvero Un viaggio atemporale Parigi-Marsiglia.
David Foster Wallace sale per una settimana a bordo della Nadir, nave da crociera, per descriverci in Una cosa divertente che non farò mai più la vita che scorre attorno ai viaggi extralusso caraibici per yankee annoiati e settantenni.

Se risultano intriganti loro perché non potrei risultare intrigante anch’io, fatte le debite proporzioni tra la loro e la mia scrittura, tra la loro e la mia vacanza, tra la loro e la mia qualsiasi sostantivo manchi a questa frase? Considerato il caldo e la maggior parte dei blogger in vacanza, chi se ne accorgerà di qualche zuccheroso post autobiografico su un banalissimo soggiorno ligure (non posso permettermi crociere, pulmini e neppure piazza Duomo-place Saint-Sulpice in autostop)?
Una vaga speranza di successo però la coltivo: e se diventassi famoso come quei mostri sacri della letteratura proprio a partire da questa sorta di diario vacanziero?
Inoltre i blog si imposero nel mondo di internet come diari personali negli anni zero. Darsi al diario di viaggio, in fondo è un po’ come tornare alle origini della blogosfera, un battesimo per me che fino a un anno fa ignoravo l’esistenza della rete.
A questo punto qualcuno starà pensando: «Ma dove cavolo vivevi fino a un anno fa?».
Eh! A saperlo…

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