Archivi tag: Donne

L’aforisma rivelatore

L’aforisma è l’ultima frontiera della scrittura. I grandi, specie del passato, hanno spesso avvertito l’esigenza di confrontarsi con questa forma breve che compendia in poche parole una delle tante contraddizioni umane che potrebbero diventare materia di un intero saggio o di un romanzo.

Per lo scrittore l’aforisma è la sfida estrema, quella che non si può sbagliare. Se la sua mente pecca di lucidità o la penna di tecnica, ecco che la sentenza aforistica crolla miseramente, si sgonfia, svapora. E il lettore non si illumina leggendola.

In tutto questo è la retorica a giocare un ruolo decisivo, l’unico mezzo a disposizione di chi scrive per rendere efficace ed evidente l’intuizione che vuole trasmetterci. Insomma, l’aforisma è una materia per pochi, e aggiungerei anche fuoriclasse, gli unici che possono permettersi questo genere letterario.

Mi stupisce quindi l’aver trovato in rete una quindicenne che oltre a cimentarsi nei racconti – e che racconti, considerata la sua età!, credo sia una rarità che Helgaldo faccia un complimento simile dopo averne letti due-tre a caso, visto che a lui di solito non piace nulla – mi stupisce, ripeto, che senta anche l’esigenza di scrivere aforismi. Certo, qualcosa è ancora da perfezionare, da asciugare, e avrà il tempo dalla sua: ma già tentare è un po’ riuscirci. Ecco un bell’esempio fresco e spontaneo e inaspettato di quella «immodestia positiva» di cui ho parlato qualche giorno fa, che può portare solo alla buona scrittura, e forse all’eccellenza.

Piccoli talenti crescono.

7 commenti

Archiviato in Moleskine

Diversamente liberi

foto_dance

«Se diciamo “uomo libero”, pensiamo alla libertà di pensiero, mentre con “donna libera” si tende a pensare al libertinaggio».

Dacia Maraini

22 commenti

Archiviato in Note a piè di pagina

Ti amo

foto_amanti_hd_1

Avere un buon lessico ti fa risparmiare parole. Era questo il fulcro del post di ieri, rivolto a evidenziare la perdita di capacità linguistica nei giovani dopo l’arrivo sul mercato del digitale che ha tolto spazio ai libri, per altre forme di lettura. Un ragazzino dotato di smartphone, può utilizzarlo anche per leggere un libro, ma il libro stesso si trova in concorrenza sul telefonino con altre proposte di lettura molto più intriganti. Mail, Facebook, sms, videogiochi, filmati, immagini fotografiche. Anche queste sono letture, ma letture che pur dicendo di aumentare la creatività dei giovani, ne impoveriscono la capacità linguistica. Ed è difficile immaginare una creatività slegata da un lessico ricco di sfumature. Come diceva Tenar nei commenti al post, il linguaggio dei ragazzi non solo ne risulta impoverito, ma anche omologato (questo non l’ha detto, ma l’ho dedotto dalle percentuali che mostrava).

Da scrittori, o aspiranti tali, il tema non ci tocca. O forse sì. Perché una certa omologazione investe tutti, compreso il sottoscritto.

Nella lingua scritta, poi, il risparmio di parole è intrinseco. Già scrivendo utilizziamo meno parole del parlato, e un segno stilistico di maturità di uno scrittore è saper gestire, dosare, economizzare i termini per dare densità al testo. Non dico gli scrittori, ma gli aspiranti tali devono fare un po’ di autocritica. Post chilometrici potrebbero essere ridotti a pochi righe efficacissime, racconti formato saga potrebbero trovare densità maggiore se ripensati in funzione del risparmio, facendo emergere le idee anziché annacquandole in un fiume di parole. Ma non è di questo che vorrei parlarvi.

Darius Tred, un blogger della mia cerchia non è d’accordo con quello che ho chiamato paradosso della ricchezza linguistica, per cui più sei ricco meno parole spendi. E mi ha, penso provocatoriamente, posto di fronte a un caso limite – la provocazione è che di per sé stesso è un caso limite non troppo attinente con l’argomento – o forse no. Ecco cosa ha scritto:

«Se devo scrivere una lettera d’amore alla mia dolce metà potrei sì limitarmi a scrivere “ti amo”: messaggio senz’altro essenziale. Ma non so se efficace: con ogni probabilità, deluderei l’aspettativa di chi legge».

Il ti amo è deludente? Ho pensato a come viene espresso il sentimento umano più misterioso, quello che ci rende incerti, specie quando ci sconvolge. Ti amo, te quiero, je t’aime, I love you. Credo che in tutte le lingue del mondo l’espressione sia brevissima, telegrafica, economica. Ci sarà un motivo universale per sintetizzare tanta grandezza in così poche sillabe?

Mi è venuto in mente un appuntamento estivo con un’amica da sempre. Alle otto di sera davanti al teatro Strehler a Milano. Quando è giunta ha trovato un tavolino, due sedie, una tovaglia, una cena pronta, una bottiglia, io già seduto. Ho stappato la bottiglia è le ho dato un bigliettino. C’era scritto t’amo. Non ha detto nulla, ma le sue labbra si sono avvicinate alle mie, il famoso apostrofo rosa tra quelle due parole. Sarò stato fortunato perché sono bastate, in quella situazione, a dire tutto quello che dovevo dire. Non solo essenziale ma anche efficace. In certi casi l’efficacia sta nel non dire altro perché hai già detto tutto.

Dell’Appartamento di Wilder ho già parlato. Dobbiamo aspettare due ore per sentire solo nell’ultima battuta del film quello che era chiaro fin dall’inizio: «Miss Kubelik, io l’amo. Ha sentito cosa ho detto?». «Fai le carte e poi ridimmelo».

Se una dolce metà di fronte a un messaggio così essenziale resta delusa dalla lettura le possibilità sono solo due: o non è poi così dolce, o è dolce solo per metà.

E voi signore e signori, quando vi hanno scritto o detto t’amo, se ve l’hanno scritto o detto perché può anche essere che questo non si sia mai verificato pur facendo coppia con qualcuno, l’avete ritenuto troppo essenziale e deludente?

33 commenti

Archiviato in Moleskine

Tre righe e un attimo

foto_grafico

Finalmente un bel post, stimolante, di quelli che non danno soluzioni predigerite, ma indicano una via per la scrittura al tempo stesso semplice e profonda: mi riferisco alla riflessione apparsa sabato scorso sui Libri di Sandra, dove la scrittrice e blogger Sandra Faè decide di cambiare passo, come se tutto quello prodotto finora non sia altro che il preludio a una scrittura più consapevole, senza però rinnegare la strada già percorsa.

Ve la faccio breve. La Faè sceglie un racconto di un Nobel recente, Alice Munro, ne legge tre righe di incipit e si rende conto di quanto sia piacevole la scelta del tempo verbale usato dalla scrittrice canadese, ma soprattutto che i fatti vi vengono narrati senza tante giustificazioni, puntando dritto all’essenza delle cose, evitando i perché e i percome così frequenti nelle nostre prose. E confessa che se fosse stata al posto della Munro avrebbe divagato, si sarebbe certamente persa in preamboli inutili al fine di giustificare gli accadimenti piccoli e grandi della storia.

Invece ora vuole provarsi in una scrittura più asciutta e consapevole, dove non ci si perda. I Nobel per la letteratura, a ogni latitudine e di tutti i tempi, possono piacerci o no, ma sicuramente non si sono mai persi nella scrittura. Giusto quindi provare ad emularli almeno nell’approccio.

Penso che tre righe di un Nobel, se lette con intelligenza come ha fatto Sandra, valgano più di un intero corso di scrittura creativa, scuola Holden inclusa. E che in fondo basti un attimo per decidere di cambiare passo e non perdersi più tra le parole come fanno in troppi.

 

8 commenti

Archiviato in Moleskine

Fai le carte e poi ridimmelo

foto_assi_hd_4

C’è chi sabato sera è uscito a cena con gli amici, chi si è scatenato in balli e bevute sfrenate, chi ha deciso di restarsene al computer per dare forma al suo romanzo, chi se n’è andato al cinema, e chi come me è rimasto sul divano perché stavano trasmettendo per l’ennesima volta L’appartamento con Jack Lemmon e Shirley MacLaine, la mia amatissima Miss Kubelik, la ragazza dell’ascensore apparentemente inaccessibile e invece alle prese con i compromessi della vita in quanto amante del capufficio, a sua volta amata in segreto dal grigio C.C. Baxter, detto Cicci bello, l’impiegato-inquilino dell’appartamento sempre a disposizione per le scappatelle degli alti dirigenti del suo ufficio. Commedia e tragedia, agro e dolce, amore platonico e vita vera. Potremmo definirla una storia rosa perché finisce bene, ma nera perché attraversa il cinismo e la scarsa stima di sé, anche se alla fine c’è un riscatto.

Amo Miss Kubelik fin da piccolo e ancora adesso, con fazzoletti metaforici, mi perdo nelle sue scelte superficiali, autodistruttive, umanissime, comprensibilissime. Mi ritrovo anche nel mite Baxter, servile e puro, carrierista e leale, succube ed eroe.

Mi stupisce sempre la ricchezza inesauribile di questa storia, accumulo di dettagli densi di significato. Lo specchietto per i trucchi crepato, dove a Miss Kubelik piace riflettersi, un oggetto banale che fa da specchio all’anima. Mi chiedo quali oggetti femminili nel romanzo che stai scrivendo abbiano tanta forza interiore anziché essere solo accessori esterni e superficiali.

«Io l’amo»: detto solo alla fine, come ultima battuta a disposizione, quando qualsiasi azione del protagonista sta mostrando da più di un’ora, fin dalla prima apparizione di Miss Kubelik, questo sentimento senza bisogno di spiegarlo. Mi chiedo quali parole vengano lasciate in fondo al romanzo che stai scrivendo per avere più potenza e non essere solo un suono  scontato e grossolano dei sentimenti.

L’incipit in media res, con tutti i personaggi che entrano in scena dopo essere già stati più volte in scena nell’appartamento prima che la storia inizi, così da riscaldarlo con le forme dei loro corpi premuti sul divano, con gli orecchini persi tra i cuscini e le bottiglie di champagne gettate nella spazzatura. Mi chiedo quali stanze della casa di cui stai scrivendo nel romanzo non siano invece intonse e fredde, con i mobili Ikea ben allineati e mai vissuti, solo mobilio esterno fornito dallo sponsor a vite che a trent’anni non hanno ancora iniziato a respirare.

Una pistola di cui si parla e che non si vede, ma che poi spara, deformando per un istante interminabile i lineamenti dolci della MacLaine nell’attimo più bello, quando intuisce che è Baxter l’uomo che ama nello stesso istante in cui lo perde. Mi chiedo se la pistola del romanzo che stai scrivendo non sia nient’altro che una semplice banale arma da fuoco ben in vista e rozzamente utilizzata solo per sparare.

Ce ne sarebbero tante, ma così tante da scriverci un romanzo: una racchetta da tennis come scolapasta, un frigorifero da acquistare la notte di Natale, un corpo da lasciare nel testamento a un museo, una partita di ramino. Ma per la verità non è di questo che vuole parlare il post di oggi, ma dell’amore immenso che ho per Miss Kubelik, dell’amore malato che lei ha per gli uomini sbagliati, capuffici di cinismo, dell’uomo giusto che è già da sempre lì presente. E vorrei per una volta essere io quello che dice: «Io l’amo, ha sentito?». Fai le carte e poi ridimmelo.

Ecco, bisognerebbe che qualcuno lo scrivesse.

11 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Elena Ferrante nome cognome

foto_parapendio_hd_1

Non potete immaginare quanto sia difficile mantenere l’anonimato nell’era dei social e del tutto in piazza. Persino quest’umile scrivente fatica sempre più a restare innominato.
Qualcosa sfugge inevitabilmente: nelle risposte a una mail firmata frettolosamente con il nome di battesimo; nel bisogno a volte di allargarsi con qualcuno e dire qualcosa di me; nelle procedure informatiche che ti chiedono con sempre maggior frequenza chi veramente sei per essere portate a termine, e qualche volta spediscono informazioni in automatico in giro per la rete. Senza contare che incrociando tre indizi su Internet si ottiene una prova provata di quello che fai, di dove lo fai, che sei tu l’assassino.
Già era caduto il mito di Banksy, ora è la volta di Elena Ferrante. Io stesso vacillo, fatte le debite e indebite proporzioni.

Elena Ferrante, alias Anita Raja. Traduttrice, moglie di Domenico Starnone, collaboratrice di a/o. Identificata non grazie all’analisi linguistica dei suoi testi, che sarebbe giocare ad armi pari in una sorta di ti vedo non ti vedo dalle infinite interpretazioni; ma spulciando la dichiarazione dei redditi e confrontando i picchi delle entrate di Anita Raja con i picchi delle vendite di Elena Ferrante. Ed ecco che coincidono.

C’è voluto Il Sole 24Ore, giornale economico in crisi finanziaria per togliere a molti lettori il privilegio di immaginarsi ognuno a suo modo Elena Ferrante, scrittrice economicamente e finanziariamente solida.

Probabilmente il mondo si divide tra quelli che vogliono sapere e quelli che non vogliono sapere. Il giornalista protagonista dello scoop non ha chiesto il permesso dei secondi, di quelli che hanno scelto i romanzi della Ferrante per la storia che racconta e non per il nome riconoscibile in copertina. Elena Ferrante coincide con i suoi libri. Finzione più finzione.

I primi, quelli che vogliono sapere, hanno vinto la partita. Ora sanno. Realtà meno finzione.

Sento già le loro critiche alla Raja: collaboratrice di casa editrice, moglie di Starnone, traduttrice, una della casta editoriale, una della cricca, i soliti noti. E il mondo dei libri ora è un po’ più angusto.

Speriamo che un demente non si metta in testa di scoprire chi fosse Omero. Bisognerebbe modificare tutte le copertine e l’Odissea non avrebbe più il fascino che ha avuto per millenni. Si direbbe infine che Omero è un altro della cricca, il solito noto.

25 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

Letture nocive

foto_libri_chiesa

Provo a riassumere. Nel 2013 fece scalpore la vicenda delle due ragazzine di 14 e 15 anni che si prostituivano ai Parioli per potersi comprare vestiti e telefonini. La vicenda coinvolse circa 60 clienti della Roma bene, tra i quali era spuntato anche qualche nome di spicco. Uno dei clienti alla sbarra nel processo è stato ieri condannato, in aggiunta al penale, a risarcire anche i danni morali a una delle minori. L’accusa aveva proposto una somma di 20.000 euro, ma il giudice in via equitativa l’ha ridotta a 1000, convertita nell’acquisto di 30 libri sulle donne che il reo dovrà far pervenire alla ragazza. È probabile che la sostituzione dei libri alla vile moneta serva per far capire alla ragazza il valore vero della propria identità – ricevere ulteriore denaro in aggiunta a quello ottenuto dalle prestazioni sessuali non avrebbe di certo contribuito a farla riflettere sulla gravità dei suoi comportamenti –.

Si può pensarla in vari modi. Sicuramente quei 30 libri, ma in generale i libri, bisognerebbe farli leggere a quegli uomini che pagano per fare sesso con delle minorenni. Però temo che sia fatica sprecata. Per altri versi i libri sono inutili anche in mano a ragazzine che non hanno mai pensato che la lettura sia un’alternativa valida al piacere di vestiti firmati e telefonini dell’ultima generazione. Considerando poi che nella lista dei 30 libri calati dall’alto c’è Oriana Fallaci, Hannah Arendt, Emily Dickinson, Marguerite Yourcenar mi chiedo se la giudice che l’ha stilata si renda conto che questo è il modo più efficace e scientifico per eliminare ogni speranza che una ragazzina incontri una parte di sé grazie ai libri.

14 commenti

Archiviato in Moleskine

Post dove si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine

foto_fiori_testa

Ispirato da una novella del Boccaccio, dove gli uomini discorrono di donne al modo degli uomini, abbiamo costruito una serie di post che mettono a confronto l’universo maschile e femminile, universi che raramente si toccano. Si è trattano di un gioco, o poco più. Eravamo allora alla fine della seconda giornata del Decameron, il classico che sto lentamente assaporando in questo periodo estivo.

Ci troviamo ora all’inizio della quarta giornata e Filostrato, il giovane incaricato di scegliere l’argomento delle dieci novelle, impone a tutti i narratori di ragionare di «coloro li cui amori ebbero infelice fine». Si passa perciò dall’amenità di certe novelle bollenti, alla serietà degli amori infelici.
Faccia un passo avanti chi è intrigato da questo argomento e non ha qualcosa da dire al proposito, magari ispirato dalla propria stessa esperienza o da quella delle vite di chi lo circonda a casa, sul luogo di lavoro, tra gli amici. Scommetto che settecento anni dopo la stesura del Boccaccio, le storie degli amori infelici, mancati, amaramente conclusi non sono mai concluse.
In attesa delle vostre ve ne racconto io una vera, o verosimile.

Però al modo del Boccaccio, vivendo molte delle persone che sono coinvolte in questa triste storia d’amore, il nome di lei – Raffaella – e quello di lui – Pietro – sono di fantasia.

Raffaella è una ragazza intelligente, bella e provocante, di quella provocazione che non se ne rende conto. Per dirne una, è la migliore studentessa del liceo. E unire bellezza, seduzione e studio non è proprio da tutti. Quindi è ammirata, e forse ancor di più desiderata. Ma lei non è interessata a chi la desidera, sarebbe troppo semplice. E già in questa considerazione si annida un seme tragico che svilupperà una pianta velenosa.

Uno che non dovrebbe essere interessato alle donne in generale, e a Raffaella in particolare, è invece Pietro. Pietro infatti è un seminarista, uno di quei ragazzi che spinto anche da una famiglia cattolica e fervente, la madre soprattutto, è stato destinato fin da piccolo alla carriera ecclesiastica, non si sa in base a quale filosofia di vita. Pietro, tra l’altro, è proprio il tipo d’uomo tenebroso e affascinante, sprecato per il convento.

Attorno a Pietro si muove tutta una comunità che vede in lui un dono fatto a Dio, come se Dio avesse bisogno delle nostre offerte per sentirsi amato. Il risultato di questo desiderio è che tutti contano i giorni che mancano alla sua definitiva consacrazione religiosa.

Piccola digressione: siete scrittori, e va bene. Pensate un po’ se tutti quelli che vi circondano sul lavoro e a casa non facessero altro che chiedervi quando sarà in libreria il vostro romanzo. C’è di che stressarsi. E allora la mia personale visione di questa vocazione è che Pietro fugge in convento proprio per non subire la pressione esterna e vivere tranquillo. E poi la sua sarà anche vocazione, ma a me pare così sfacciata, senza mai un tarlo, che mi viene da pensare male – penso sempre male quando ho di fronte qualcuno che ha delle certezze assolute –.

Sembrerebbe che Pietro e Raffaella non debbano mai intersecarsi. Ma Raffaella, di tanto in tanto come altri della comunità va in convento a trovare Pietro.

Ora, se avete letto qualche novella del Boccaccio che ha per protagonisti frati ed eremiti, gente vicina a Dio, saprete benissimo che ai religiosi piace mettere «lo diavolo in inferno» quando una giovane donna va da loro a confessarsi. Così Pietro e Raffaella, a pochi giorni dai voti definitivi, volenti o nolenti – ma secondo me volenti – si concedono prima un’avventura boccaccesca in senso stretto tra le mura sacre, e poi decidono di scappare da Dio, dalle convenzioni sociali, dalle comunità ipocrite, dal mondo che stabilisce ruoli ben definiti. E tutti quelli che si presentano infervorati in duomo per la consacrazione con il vescovo scoprono in quel momento che Pietro è assente, sedotto da una donnaccia, per non dire peggio. Nascosto non si sa dove per sfuggire all’ira della famiglia.

Giunti a questo punto della storia sembra che l’amore trionfi. Le notizie che arrivano dalla Toscana, dove Pietro e Raffaella sono andati a vivere in esilio sono confortanti. Pietro è un uomo che sa il fatto suo, e con la stessa passione inflessibile con cui sarebbe finito prete si trasforma in marito e padre devoto. Cinque figli, sfornati uno di seguito all’altro forse per risarcire Dio di un mancato religioso. Un lavoro come rappresentante di commercio e grandi capacità organizzative fanno sì che la coppia progredisca tra mille difficoltà, ma fiera di essersi costruita un’esistenza come se l’erano immaginata.

La vendetta però li bracca. Dico solo, per farvi capire, che hanno faticato a trovare un sacerdote disposto a unirli in matrimonio dopo i loro precedenti peccaminosi, segno che i legami sociali e familiari non ti danno tregua. Tutto questo provoca un logoramento lento, come una goccia che batte, batte, batte sempre nello stesso punto della mente.

Se siete pervenuti fino a questo sviluppo della storia ne approfitto per dirvi che rivedo Raffaella venticinque anni dopo. Venticinque anni fa, prima di andarsene lontano, mi ringraziò di essere stato l’unico a non condannare il suo amore per Pietro; e incontrarla ora qui in Toscana, dove sono capitato in vacanza, mi fa un gran piacere e mi rasserena. Gli anni sono passati per tutti, e alcuni segni di tante sofferenze ne hanno deformato l’anima più che il corpo. Mentre mi presenta la sua figlia più piccola, mi confessa la fatica di sopportare le ingiurie e le maledizioni che ancora giungono dalla comunità di allora. Mi pare che dopo tanto tempo, un matrimonio e cinque figli, l’idea del «peccato» consumata in quel convento sia ancora presente e le si agiti dentro.

Non rinuncio neppure in questa occasione alla verità e le chiedo se rimpiange qualcosa di una gioventù che sarebbe stata più spensierata se non avesse scelto Pietro, estirpandolo dalla sua presunta vocazione. Dopo tanti anni la mia domanda è una cartina al tornasole se sia stata o no compiuta la scelta giusta. La risposta che ricevo è sconcertante, dal mio punto di vista: «Caro Helgaldo, tornassi indietro rifarei tutto come allora, non cambierei una virgola, Pietro è l’uomo della mia vita». Chissà perché in tutti questi anni mi ero immaginato una risposta molto tormentata, quasi opposta.

Lascio quindi Raffaella a Pietro e alla sua famiglia, rincuorato che l’amore esiste e sa affrontare con coraggio e determinazione le prove più dure, senza guardare indietro. Un grande abbraccio ci unisce e ci separa, concludo così un capitolo sull’amore da tenere bene a mente per eventuali storie a lieto fine.

Due settimane dopo ricevo una telefonata: Raffaella è morta, si è impiccata nella notte, senza un gemito, senza nessuno che abbia sentito nulla e che sia potuto intervenire.

Mentre osservo le operazioni di sepoltura al cimitero non posso non notare i figli in lacrime, il marito glaciale, i parenti soddisfatti e rimborsati. Alla fine ha vinto il mondo così com’è, ha perso Raffaella e un po’, permettetemi, anche il sottoscritto che può solo affidare la propria amarezza all’inutilità di questo blog.

6 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Helgaldo vs Marina, uomini vs donne

foto_amanti_hd_2

Con il Post per soli uomini e il successivo Post per sole donne siamo partiti da uno spunto di Boccaccio per approdare al dispetto odierno tra Helgaldo e Marina Guarneri, i due mitici gestori di una gran massa di interventi maschili e femminili tesi a giudicare, osservare, commentare, dileggiare due universi paralleli, ma che tendono per fortuna e inesorabilmente nella vita di tutti i giorni a intersecarsi.

Il nostro è stato un giocoso gioco estivo lontano, ma non slegato, dalle classiche riflessioni tipiche dei blog di scrittura con cui ci confrontiamo tutti i giorni. Ma il caldo, la vacanza, la voglia di spiaggia e relax di questi giorni mi hanno spinto ad alleggerire il blog, già di per sé leggero, con una discussione su un tema che solo in apparenza è leggero.

Interventi filosofici, romantici, scanzonati, ironici, retorici, biografici: abbiamo di tutto negli oltre cento commenti che avete giorno dopo giorno aggiunto generosamente. Vale per tutti che parlare di uomini e donne, di amore, amicizia, comprensioni, incomprensioni, tradimenti, fallimenti, sesso sia il sale della vita, quindi anche della vita romanzata. Di questi due post resterà nel tempo il vostro intervento a formare insieme con tutti gli altri una sorta di archivio, di repertorio, di patrimonio, da saccheggiare il giorno in cui uno di voi si troverà a corto di dinamiche tra un lui e una lei (e l’immancabile altro, se puntate al tradimento).

Avremmo potuto, io e Marina, concludere con una riflessione complessiva seria sull’argomento o un’intervista doppia in cui ognuno dice la sua su tutto. Abbiamo pensato invece di chiudere polemicamente lasciando una porta aperta a tutti voi.

Quello che leggerete tra breve è, come vi ho accennato all’inizio, un dispetto – non saprei in che altro modo definirlo – tra me e Marina. Ma che cos’è un dispetto? È una delle tante forme di scherzo popolare, diffusa nell’Italia centrale, dalla Toscana alle Marche, passando per Roma, dove due gruppi, due contendenti, si sfidano a suon di battute salaci e caustiche, nella speranza che alla fine l’avversario ceda e resti muto.

Non vi illustro il meccanismo perché da scrittori e lettori professionisti quali siete è facile intuirlo. Poiché avete partecipato alla discussione generale perché volevate la bicicletta, ora sia Helgaldo sia Marina vi faranno pedalare. Chiederemo a uno di voi maschi e femmine di partecipare per primi al dispetto, aggiungendo il suo alla catena nostra. A quel punto sarà lei/lui a chiedere a un/una blogger di sesso opposto la battuta nuova. Così a catena.
Vinca chi ha l’ultima parola.

 

Helgaldo
Se è vero come dice Marina che il post per sole donne risulta più interessante di quello per soli uomini, allora la donna più intelligente del post per sole donne è la signora Marco Amato…

Marina
… se è vero che la signora Marco Amato è la donna più intelligente del post per sole donne, allora nel post per soli uomini Helgaldo se lo è tenuto solo per fare numero…

Helgaldo
… sarà anche vero che nel post per soli uomini Helgaldo se lo è tenuto solo per fare numero, ma anche quando un uomo è un numero è sempre positivo, mentre quando lo è la donna è sempre irrazionale…

Marina
… Certo, quando un uomo è un numero è sempre positivo, mentre quando lo è la donna è irrazionale, ma se parliamo di numeri, è indubbio che sulle donne si possa contare di più…

Helgaldo
… è proprio vero Marina che sulle donne si può contare di più, e infatti tutte quelle che nel post per sole donne non misurano 90-60-90 stanno sempre a contarsi il giro vita, il giro seno, il giro coscia, il giro bilancia per piacere «intellettualmente» all’uomo.

Marina
… caro Helgaldo, se le donne del post per sole donne contano il giro seno, il giro vita, il giro coscia e il giro bilancia per piacere «intellettualmente» all’uomo, è per scremare gli uomini veramente intelligenti da quelli che si fingono tali nel tuo post per soli uomini…

Helgaldo
… Può essere che gli uomini con poco cervello presenti nel mio post per soli uomini fingano di essere intelligenti per non essere scremati da quelli veramente intelligenti, ma poiché alla fine di ogni amore vi chiedete sempre come avete fatto a mettervi con un uomo così stupido, vi sapete innamorare solo degli stupidi…

Marina
.. E allora, visto che noi donne sappiamo innamorarci solo degli stupidi, sono sicura che voi, invece, dopo avere capito di essere stati sottoposti a scrematura, non siete culturalmente attrezzati per innamorarvi di una donna intelligente…

 

Ora è il turno dei maschietti, cedo la battuta a… Marco Amato 😀

49 commenti

Archiviato in Moleskine

Post per sole donne

foto_yin_yang

Sono rimasta curva per un giorno intero su quel buco della serratura da cui spiarvi, cari maschi, alternandomi con altre signore curiose quanto me di sapere quali argomenti avreste sfoderato per parlare, tra voi, di noi… e invece si sono coraggiosamente fatti avanti soltanto un misogino prestato alla modernità e un nostalgico dell’era preistorica.

Risultato: un gran mal di schiena e poca soddisfazione!

Suvvia, uomini, ma l’arena era vostra ed Helgaldo ha lanciato una bella sfida con diversi input interessanti! Ma dove siete, già in vacanza, forse?

Va be’, avete avuto la vostra occasione, ora toglietevi di mezzo e lasciate parlare noi. Sarete voi, questa volta, a spiare le nostre chiacchiere tra «comari», come quelle che si affacciavano sull’uscio di casa nelle strade vecchie di Trezza. (La tua premessa, Helgaldo, citava Boccaccio, io mi rifugio in un esempio classico di matrice sicula: il buon Verga de I Malavoglia).

Ma poiché siamo moderne e le donne, negli anni, si sono emancipate (eh sì, che guaio, è accaduto pure questo!) facciamo come le «amiche» di Silvia Ballestra che ogni mattina condividono un caffè al bar per parlare di sé e di quello che accade intorno a loro.

Vediamo chi raccoglierà questo mio invito a partecipare alla discussione.

Intanto anch’io ho qualcosa da dire, anzi da ridire.

Bravo Marco, carino il tuo intervento, la donna è un essere divino, celestiale, brillante e poi che fai? Sbandieri il numero uno dei luoghi comuni per difendere il tuo Ego maschio?
Perché mai la capitana che guida l’aereo dovrebbe essere considerata cazzuta? sol perché sa fare bene una cosa «da maschi»? Come dire che io considero splendido un uomo che sappia lavare bene i piatti o cambiare il pannolino a un neonato. Eppure non proverei alcun desiderio di portarmelo a letto se mi dimostrasse di avere due ovaie e le palle riuscendo a non confondersi di fronte a un programma quotidiano del genere: sistemare casa, fare la spesa, cucinare, andare a pagare le bollette alla posta, passare dal dottore per una ricetta, essere puntuale all’uscita della scuola dei ragazzi, fare trovare alla moglie, al rientro dal lavoro, lenzuola stirate e cena in tavola.
E Michele, d’accordo hai la mente da matematico, lavori con numeri e statistiche, ma tu riduci tutto a un freddo calcolo! Alla domanda di Helgaldo «lettore o lettrice?» mi apro in un sorriso: «lettrice, naturalmente» – rispondi e, dopo, continui parlando… di analisi economica?
«La maggioranza del mercato di chi acquista libri è formato da donne» – dici. Dunque la «donna» ti aiuta a vendere più copie? Le soddisfi (ops) per mero tornaconto?
Ma un po’ di trasporto emotivo, di sentimento, di «ah, le donne!» no?

Anch’io potrei giocarmi la carta dei luoghi comuni, uno fra tutti: l’uomo è protettivo, certo. Attentissimo: attento quando la propria donna esce, attento quando torna, attento quando guida e poi al primo raffreddore… dio ce ne scansi e liberi!
Invero ho un grande cruccio: vi rendete conto o no che questo è un mondo che va al contrario?
Spacciare per società in divenire una ricerca, voluta, di confusione: donne che si realizzano solo se vengono riconosciuti loro ruoli maschili, uomini che fanno di tutto per spogliarsi della loro mascolinità.
Ma come? L’ommo per essere ommo ha da puzzà e ci sono maschi che prendono l’appuntamento dall’estetista per farsi fare le sopracciglia a forma di ali di gabbiano? Si vestono come le Lollipop per seguire la nuova moda dello stilista di turno che propone le ballerine ai loro piedi o i pinocchietti con le svoltine che io indossavo a quindici anni?
Questi uomini moderni sono diventati surrogati del maschio-maschio. La società, le nuove idee progressiste mirano a eliminare le differenze di sesso e l’unico modo malato che rimane a molti per dimostrare la propria virilità è usare la violenza contro donne fragili e indifese?
Ci manca poco che chiedano alla ricerca scientifica di farsi venire le mestruazioni: sai che scontri epici in quei giorni, dentro casa!

E voi, signore? Maschio rude e peloso o faccia d’angelo con la messa in piega?
Qual è il ruolo che attribuite ai vostri uomini? Che tipo di maschi avete o vorreste avere accanto? Cosa vorreste dirgli che loro ancora non sanno? Insomma, esprimetevi liberamente. Parliamone insieme.
Tanto… loro non ci sanno ascoltare!

Chiedete al barista di Marina, vi aspetto seduta a un tavolo!

84 commenti

Archiviato in Moleskine