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L’aforisma rivelatore

L’aforisma è l’ultima frontiera della scrittura. I grandi, specie del passato, hanno spesso avvertito l’esigenza di confrontarsi con questa forma breve che compendia in poche parole una delle tante contraddizioni umane che potrebbero diventare materia di un intero saggio o di un romanzo.

Per lo scrittore l’aforisma è la sfida estrema, quella che non si può sbagliare. Se la sua mente pecca di lucidità o la penna di tecnica, ecco che la sentenza aforistica crolla miseramente, si sgonfia, svapora. E il lettore non si illumina leggendola.

In tutto questo è la retorica a giocare un ruolo decisivo, l’unico mezzo a disposizione di chi scrive per rendere efficace ed evidente l’intuizione che vuole trasmetterci. Insomma, l’aforisma è una materia per pochi, e aggiungerei anche fuoriclasse, gli unici che possono permettersi questo genere letterario.

Mi stupisce quindi l’aver trovato in rete una quindicenne che oltre a cimentarsi nei racconti – e che racconti, considerata la sua età!, credo sia una rarità che Helgaldo faccia un complimento simile dopo averne letti due-tre a caso, visto che a lui di solito non piace nulla – mi stupisce, ripeto, che senta anche l’esigenza di scrivere aforismi. Certo, qualcosa è ancora da perfezionare, da asciugare, e avrà il tempo dalla sua: ma già tentare è un po’ riuscirci. Ecco un bell’esempio fresco e spontaneo e inaspettato di quella «immodestia positiva» di cui ho parlato qualche giorno fa, che può portare solo alla buona scrittura, e forse all’eccellenza.

Piccoli talenti crescono.

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Diversamente liberi

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«Se diciamo “uomo libero”, pensiamo alla libertà di pensiero, mentre con “donna libera” si tende a pensare al libertinaggio».

Dacia Maraini

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Ti amo

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Avere un buon lessico ti fa risparmiare parole. Era questo il fulcro del post di ieri, rivolto a evidenziare la perdita di capacità linguistica nei giovani dopo l’arrivo sul mercato del digitale che ha tolto spazio ai libri, per altre forme di lettura. Un ragazzino dotato di smartphone, può utilizzarlo anche per leggere un libro, ma il libro stesso si trova in concorrenza sul telefonino con altre proposte di lettura molto più intriganti. Mail, Facebook, sms, videogiochi, filmati, immagini fotografiche. Anche queste sono letture, ma letture che pur dicendo di aumentare la creatività dei giovani, ne impoveriscono la capacità linguistica. Ed è difficile immaginare una creatività slegata da un lessico ricco di sfumature. Come diceva Tenar nei commenti al post, il linguaggio dei ragazzi non solo ne risulta impoverito, ma anche omologato (questo non l’ha detto, ma l’ho dedotto dalle percentuali che mostrava).

Da scrittori, o aspiranti tali, il tema non ci tocca. O forse sì. Perché una certa omologazione investe tutti, compreso il sottoscritto.

Nella lingua scritta, poi, il risparmio di parole è intrinseco. Già scrivendo utilizziamo meno parole del parlato, e un segno stilistico di maturità di uno scrittore è saper gestire, dosare, economizzare i termini per dare densità al testo. Non dico gli scrittori, ma gli aspiranti tali devono fare un po’ di autocritica. Post chilometrici potrebbero essere ridotti a pochi righe efficacissime, racconti formato saga potrebbero trovare densità maggiore se ripensati in funzione del risparmio, facendo emergere le idee anziché annacquandole in un fiume di parole. Ma non è di questo che vorrei parlarvi.

Darius Tred, un blogger della mia cerchia non è d’accordo con quello che ho chiamato paradosso della ricchezza linguistica, per cui più sei ricco meno parole spendi. E mi ha, penso provocatoriamente, posto di fronte a un caso limite – la provocazione è che di per sé stesso è un caso limite non troppo attinente con l’argomento – o forse no. Ecco cosa ha scritto:

«Se devo scrivere una lettera d’amore alla mia dolce metà potrei sì limitarmi a scrivere “ti amo”: messaggio senz’altro essenziale. Ma non so se efficace: con ogni probabilità, deluderei l’aspettativa di chi legge».

Il ti amo è deludente? Ho pensato a come viene espresso il sentimento umano più misterioso, quello che ci rende incerti, specie quando ci sconvolge. Ti amo, te quiero, je t’aime, I love you. Credo che in tutte le lingue del mondo l’espressione sia brevissima, telegrafica, economica. Ci sarà un motivo universale per sintetizzare tanta grandezza in così poche sillabe?

Mi è venuto in mente un appuntamento estivo con un’amica da sempre. Alle otto di sera davanti al teatro Strehler a Milano. Quando è giunta ha trovato un tavolino, due sedie, una tovaglia, una cena pronta, una bottiglia, io già seduto. Ho stappato la bottiglia è le ho dato un bigliettino. C’era scritto t’amo. Non ha detto nulla, ma le sue labbra si sono avvicinate alle mie, il famoso apostrofo rosa tra quelle due parole. Sarò stato fortunato perché sono bastate, in quella situazione, a dire tutto quello che dovevo dire. Non solo essenziale ma anche efficace. In certi casi l’efficacia sta nel non dire altro perché hai già detto tutto.

Dell’Appartamento di Wilder ho già parlato. Dobbiamo aspettare due ore per sentire solo nell’ultima battuta del film quello che era chiaro fin dall’inizio: «Miss Kubelik, io l’amo. Ha sentito cosa ho detto?». «Fai le carte e poi ridimmelo».

Se una dolce metà di fronte a un messaggio così essenziale resta delusa dalla lettura le possibilità sono solo due: o non è poi così dolce, o è dolce solo per metà.

E voi signore e signori, quando vi hanno scritto o detto t’amo, se ve l’hanno scritto o detto perché può anche essere che questo non si sia mai verificato pur facendo coppia con qualcuno, l’avete ritenuto troppo essenziale e deludente?

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Tre righe e un attimo

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Finalmente un bel post, stimolante, di quelli che non danno soluzioni predigerite, ma indicano una via per la scrittura al tempo stesso semplice e profonda: mi riferisco alla riflessione apparsa sabato scorso sui Libri di Sandra, dove la scrittrice e blogger Sandra Faè decide di cambiare passo, come se tutto quello prodotto finora non sia altro che il preludio a una scrittura più consapevole, senza però rinnegare la strada già percorsa.

Ve la faccio breve. La Faè sceglie un racconto di un Nobel recente, Alice Munro, ne legge tre righe di incipit e si rende conto di quanto sia piacevole la scelta del tempo verbale usato dalla scrittrice canadese, ma soprattutto che i fatti vi vengono narrati senza tante giustificazioni, puntando dritto all’essenza delle cose, evitando i perché e i percome così frequenti nelle nostre prose. E confessa che se fosse stata al posto della Munro avrebbe divagato, si sarebbe certamente persa in preamboli inutili al fine di giustificare gli accadimenti piccoli e grandi della storia.

Invece ora vuole provarsi in una scrittura più asciutta e consapevole, dove non ci si perda. I Nobel per la letteratura, a ogni latitudine e di tutti i tempi, possono piacerci o no, ma sicuramente non si sono mai persi nella scrittura. Giusto quindi provare ad emularli almeno nell’approccio.

Penso che tre righe di un Nobel, se lette con intelligenza come ha fatto Sandra, valgano più di un intero corso di scrittura creativa, scuola Holden inclusa. E che in fondo basti un attimo per decidere di cambiare passo e non perdersi più tra le parole come fanno in troppi.

 

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Fai le carte e poi ridimmelo

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C’è chi sabato sera è uscito a cena con gli amici, chi si è scatenato in balli e bevute sfrenate, chi ha deciso di restarsene al computer per dare forma al suo romanzo, chi se n’è andato al cinema, e chi come me è rimasto sul divano perché stavano trasmettendo per l’ennesima volta L’appartamento con Jack Lemmon e Shirley MacLaine, la mia amatissima Miss Kubelik, la ragazza dell’ascensore apparentemente inaccessibile e invece alle prese con i compromessi della vita in quanto amante del capufficio, a sua volta amata in segreto dal grigio C.C. Baxter, detto Cicci bello, l’impiegato-inquilino dell’appartamento sempre a disposizione per le scappatelle degli alti dirigenti del suo ufficio. Commedia e tragedia, agro e dolce, amore platonico e vita vera. Potremmo definirla una storia rosa perché finisce bene, ma nera perché attraversa il cinismo e la scarsa stima di sé, anche se alla fine c’è un riscatto.

Amo Miss Kubelik fin da piccolo e ancora adesso, con fazzoletti metaforici, mi perdo nelle sue scelte superficiali, autodistruttive, umanissime, comprensibilissime. Mi ritrovo anche nel mite Baxter, servile e puro, carrierista e leale, succube ed eroe.

Mi stupisce sempre la ricchezza inesauribile di questa storia, accumulo di dettagli densi di significato. Lo specchietto per i trucchi crepato, dove a Miss Kubelik piace riflettersi, un oggetto banale che fa da specchio all’anima. Mi chiedo quali oggetti femminili nel romanzo che stai scrivendo abbiano tanta forza interiore anziché essere solo accessori esterni e superficiali.

«Io l’amo»: detto solo alla fine, come ultima battuta a disposizione, quando qualsiasi azione del protagonista sta mostrando da più di un’ora, fin dalla prima apparizione di Miss Kubelik, questo sentimento senza bisogno di spiegarlo. Mi chiedo quali parole vengano lasciate in fondo al romanzo che stai scrivendo per avere più potenza e non essere solo un suono  scontato e grossolano dei sentimenti.

L’incipit in media res, con tutti i personaggi che entrano in scena dopo essere già stati più volte in scena nell’appartamento prima che la storia inizi, così da riscaldarlo con le forme dei loro corpi premuti sul divano, con gli orecchini persi tra i cuscini e le bottiglie di champagne gettate nella spazzatura. Mi chiedo quali stanze della casa di cui stai scrivendo nel romanzo non siano invece intonse e fredde, con i mobili Ikea ben allineati e mai vissuti, solo mobilio esterno fornito dallo sponsor a vite che a trent’anni non hanno ancora iniziato a respirare.

Una pistola di cui si parla e che non si vede, ma che poi spara, deformando per un istante interminabile i lineamenti dolci della MacLaine nell’attimo più bello, quando intuisce che è Baxter l’uomo che ama nello stesso istante in cui lo perde. Mi chiedo se la pistola del romanzo che stai scrivendo non sia nient’altro che una semplice banale arma da fuoco ben in vista e rozzamente utilizzata solo per sparare.

Ce ne sarebbero tante, ma così tante da scriverci un romanzo: una racchetta da tennis come scolapasta, un frigorifero da acquistare la notte di Natale, un corpo da lasciare nel testamento a un museo, una partita di ramino. Ma per la verità non è di questo che vuole parlare il post di oggi, ma dell’amore immenso che ho per Miss Kubelik, dell’amore malato che lei ha per gli uomini sbagliati, capuffici di cinismo, dell’uomo giusto che è già da sempre lì presente. E vorrei per una volta essere io quello che dice: «Io l’amo, ha sentito?». Fai le carte e poi ridimmelo.

Ecco, bisognerebbe che qualcuno lo scrivesse.

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Elena Ferrante nome cognome

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Non potete immaginare quanto sia difficile mantenere l’anonimato nell’era dei social e del tutto in piazza. Persino quest’umile scrivente fatica sempre più a restare innominato.
Qualcosa sfugge inevitabilmente: nelle risposte a una mail firmata frettolosamente con il nome di battesimo; nel bisogno a volte di allargarsi con qualcuno e dire qualcosa di me; nelle procedure informatiche che ti chiedono con sempre maggior frequenza chi veramente sei per essere portate a termine, e qualche volta spediscono informazioni in automatico in giro per la rete. Senza contare che incrociando tre indizi su Internet si ottiene una prova provata di quello che fai, di dove lo fai, che sei tu l’assassino.
Già era caduto il mito di Banksy, ora è la volta di Elena Ferrante. Io stesso vacillo, fatte le debite e indebite proporzioni.

Elena Ferrante, alias Anita Raja. Traduttrice, moglie di Domenico Starnone, collaboratrice di a/o. Identificata non grazie all’analisi linguistica dei suoi testi, che sarebbe giocare ad armi pari in una sorta di ti vedo non ti vedo dalle infinite interpretazioni; ma spulciando la dichiarazione dei redditi e confrontando i picchi delle entrate di Anita Raja con i picchi delle vendite di Elena Ferrante. Ed ecco che coincidono.

C’è voluto Il Sole 24Ore, giornale economico in crisi finanziaria per togliere a molti lettori il privilegio di immaginarsi ognuno a suo modo Elena Ferrante, scrittrice economicamente e finanziariamente solida.

Probabilmente il mondo si divide tra quelli che vogliono sapere e quelli che non vogliono sapere. Il giornalista protagonista dello scoop non ha chiesto il permesso dei secondi, di quelli che hanno scelto i romanzi della Ferrante per la storia che racconta e non per il nome riconoscibile in copertina. Elena Ferrante coincide con i suoi libri. Finzione più finzione.

I primi, quelli che vogliono sapere, hanno vinto la partita. Ora sanno. Realtà meno finzione.

Sento già le loro critiche alla Raja: collaboratrice di casa editrice, moglie di Starnone, traduttrice, una della casta editoriale, una della cricca, i soliti noti. E il mondo dei libri ora è un po’ più angusto.

Speriamo che un demente non si metta in testa di scoprire chi fosse Omero. Bisognerebbe modificare tutte le copertine e l’Odissea non avrebbe più il fascino che ha avuto per millenni. Si direbbe infine che Omero è un altro della cricca, il solito noto.

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Letture nocive

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Provo a riassumere. Nel 2013 fece scalpore la vicenda delle due ragazzine di 14 e 15 anni che si prostituivano ai Parioli per potersi comprare vestiti e telefonini. La vicenda coinvolse circa 60 clienti della Roma bene, tra i quali era spuntato anche qualche nome di spicco. Uno dei clienti alla sbarra nel processo è stato ieri condannato, in aggiunta al penale, a risarcire anche i danni morali a una delle minori. L’accusa aveva proposto una somma di 20.000 euro, ma il giudice in via equitativa l’ha ridotta a 1000, convertita nell’acquisto di 30 libri sulle donne che il reo dovrà far pervenire alla ragazza. È probabile che la sostituzione dei libri alla vile moneta serva per far capire alla ragazza il valore vero della propria identità – ricevere ulteriore denaro in aggiunta a quello ottenuto dalle prestazioni sessuali non avrebbe di certo contribuito a farla riflettere sulla gravità dei suoi comportamenti –.

Si può pensarla in vari modi. Sicuramente quei 30 libri, ma in generale i libri, bisognerebbe farli leggere a quegli uomini che pagano per fare sesso con delle minorenni. Però temo che sia fatica sprecata. Per altri versi i libri sono inutili anche in mano a ragazzine che non hanno mai pensato che la lettura sia un’alternativa valida al piacere di vestiti firmati e telefonini dell’ultima generazione. Considerando poi che nella lista dei 30 libri calati dall’alto c’è Oriana Fallaci, Hannah Arendt, Emily Dickinson, Marguerite Yourcenar mi chiedo se la giudice che l’ha stilata si renda conto che questo è il modo più efficace e scientifico per eliminare ogni speranza che una ragazzina incontri una parte di sé grazie ai libri.

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