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Post per soli uomini

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La nona novella della seconda giornata del Decameron – l’ho letta proprio ieri – inizia con un gruppo di mercatanti italiani che si ritrova a tavola in una locanda parigina. Di argomento in argomento i commensali finiscono per parlare delle rispettive consorti, rimaste ad aspettarli in patria. E danno tutti per scontato sia delle loro mogli, sia delle donne in generale, tranne Bernabò da Genova, d’esser al pari degli uomini pronte al tradimento appena se ne presenti l’occasione.

Per dimostrare l’infedeltà congenita nelle donne, il ragionamento fatto agli altri convitati da Ambruogiuolo da Piagenza è stupefacente: l’uomo, malgrado sia l’essere più perfetto del creato, non riesce a sottrarsi alla smania di concupire qualunque pulzella gli dovesse capitare a tiro. Figurarsi poi la donna, creatura geneticamente e forse anche moralmente inferiore all’uomo. Dal che ne nasce una scommessa tra Ambruogiuolo e Bernabò, dove il primo sostiene che riuscirà a sedurre la moglie del secondo, il quale invece ne proclama l’assoluta fedeltà e integrità morale.

Come andrà a finire non ve lo voglio svelare, sperando di avervi così incuriositi al punto da leggervi per conto vostro la novella.

Voglio invece soffermarmi sulle compagnie di uomini. Guarda un po’, mi sono detto: metti insieme un po’ di uomini nel Trecento come oggi, e si finisce sempre per parlar di donne, anzi di femmine. Ragion per cui il post odierno ha il potere di trasferire i blogger maschi che passano di qui fin nell’albergo creato dal Boccaccio. Messi assieme di che cosa mai parleranno? Di politica e di tasse? O di femmine e di tette? Non si sa, care lettrici.

Quindi oggi mi dispiace tanto, ma siete escluse dalla discussione. Avverrà solo tra maschi. Potrete però accomodarvi nei tavoli attorno al nostro e origliare quello che gli uomini 2.0 dicono di voi. E mettergli al massimo un mi piace o un non mi piace sotto i commenti, se vi aggrada. Di più non potrete fare.

Pazientate per un po’: tra qualche giorno ci sarà un post per sole donne – invertiremo le parti –, e allora scopriremo quello che le donne 2.0 dicono di noi mentre siamo in interminabili partite di calcetto affaccendati, in modo che le pari opportunità siano ristabilite.

Intanto mischio le carte, e come fa Calvino nel Castello dei destini incrociati, per aprire la discussione estraggo Il misogino. Avrei potuto proporvi Il maschilista, ma mi pare un tipo d’uomo in via d’estinzione, démodé. Trovo infatti in calo il machismo alla luce del sole, e in espansione la misoginia strisciante. Ottimi padri di famiglia con prole femminile in casa, ma che superato l’uscio odiano le donne ben oltre quanto ci racconta il best seller di Larsson.

C’è tra di voi qualche coraggioso blogger che se la sente di discutere con me di loro? Quanto meno confessate pubblicamente la percentuale di misoginia strisciante nei vostri scritti…

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Rowling’s list

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La signora Rowling, madre di Harry Potter, ci informa che anche lei come tutti noi, è stata rifiutata dagli editori. Nel 2013, sotto lo pseudonimo di Robert Galbraith mandò un poliziesco ad almeno due editori – ma chissà quanto sarà lunga la sua lista – senza rivelarsi. La rifiutarono. Il primo disse che non lo trovava abbastanza commerciale, l’altro che per via di una ristrutturazione aziendale non poteva prendere iniziative autonome.
Se ce lo rivela, lo fa per noi. La signora vuole incoraggiare tutti gli aspiranti scrittori editor-cestinati. È una cara signora la Rowling, nessuno spirito di vendetta verso chi non l’ha apprezzata, ma generosità nei nostri confronti, di questo si tratta.
Chissà se ci sono altri nomi  nella lista, editor che verranno mandati alla camera a gas. Ma non si è tolta nessun sassolino dalla scarpa, no. L’ha detto solo pensando a noi, per motivarci. Come non ammirarla?

Però intanto il suo libro è andato a ruba dopo aver saputo che Garbraith è Rowling, non prima. Questo la signora non l’ha detto, sempre pensando a noi, per non demotivarci. Che delicatezza.

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Invidia del pene e della vagina

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«Pirotecnica produzione di fluidi organici a km zero». Memorie di una vagina definiva così sul suo blog l’eiaculazione. E io ho invidia del pene, anzi della vagina, per essere preciso. Quando trovo frasi brillanti come questa le trascrivo e me le tengo, sicuro che prima o poi ne parlerò. Oggi ne parlo.

L’invidia, si sa, non è un sentimento sano. Non crediate però che inseguo desideri materiali; o sbavo per la fortuna, il benessere, il successo altrui. No, l’unica invidia vera che provo nei confronti del mio prossimo è l’ammirazione per la sua scrittura quando è bella e migliore della mia, ammirazione accompagnata dal desiderio irraggiungibile di possederla nella stessa misura.

Non ci sarei mai arrivato a immaginare i fuochi d’artificio (li vedete con la mente?) uniti alla più moderna ecologica dei trasporti (yogurt fatti in casa). Campi semantici diversi, lontanissimi tra loro, che si fondono per descrivere in modo unico e ironico, ma preciso, un terzo elemento. Neanche in mille anni sarei capace di parole simili.
Se l’erba del vicino è sempre più verde della tua, questa è la prova di quanto il mio prato sia poco curato rispetto all’erbetta fresca e «tappetosa» (chiederò alla Crusca) del blogger a fianco.

Invidia del pene, dunque. Per fortuna è un’invidia senza tempo e senza barriere culturali e sessuali. Romanzieri classici e moderni, blogger e cantautori, drammaturghi e saggisti, uomini e donne (non fate facili ironie: anche in quel programma trovo frasi da segnarmi).

Quando incontro prose efficaci è un dramma. Prima l’ammirazione, poi la rabbia, infine lo sconforto. Perché non ho lo stesso talento nel decidere che parole usare, perché «loro» ne hanno infinite più di me, perché le sanno combinare in modi che a me non mi verrebbe in mente, perché me ne devo rendere sempre conto e soffrirne così tanto?

Io sono quello che scrive ancora, come da studente, con il vocabolario a fianco per controllare l’ortografia delle parole. Per questo post ho controllato come si scrive nell’ordine: eiaculazione, semantico e drammaturghi. Non ne ero troppo sicuro. Ma vi rendete conto di chi state leggendo? E stendo un velo pietoso sui concetti, altrimenti dovrei chiudere il blog in questo stesso istante.

Per confessare fino in fondo, ebbene sì, provo invidia a volte pure per la vostra scrittura, state in campana. Tanto pene, tanta pena. Anche vagina.

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Carver come non l’avete mai letto

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In primis, mi scuso con tutti voi e soprattutto con Lei, signora, per le parole che troverete in questo post, che sono di una mediocrità imbarazzante nel tentativo di riproporre a modo mio quello che Lei ha scritto così bene a modo Suo. Ma non potevo certo usar le Sue, perché come ben sa non ne ho il diritto. Anche legale. E così dovrete accontentarvi di questa mia prosa piatta e indecorosa all’opposto della Sua infinitamente alta. Che comunque vi potete immaginare per conto vostro, se avete quel tanto di stile e fantasia che contraddistingue chi professa una sensibilità letteraria non comune e afferma di essere scrittore.
Ma veniamo al fatto.

Dunque mi trovo a Roma, un pomeriggio: io, Raymond e Tess. Domani, la coppia di scrittori terrà una conferenza all’università. Si parlerà di «creative writing», la moda del momento, quel tipo di insegnamento che permette di campare in America a tanti scrittori esordienti o affermati.
Ma domani è domani, io oggi sono a spasso con Carver e sua moglie. Raymond mi parla della raccolta di racconti che sta preparando, e che ahimè, sarà l’ultima della sua vita. Tra le altre cose me ne confida il titolo. E subito Tess si accalora, si fa paonazza, anzi di più. Inveisce, che lui senta bene quello che ha da dire, che se lo ficchi bene nella zucca: «Questo titolo non è di Raymond, è mio: l’ho inventato io». Lui, il grande scrittore, protesta altrettanto vigorosamente: «Non è vero, è mio». E intanto accompagna le parole battendo i piedi per terra. Mi sento davvero imbarazzata a vederli in competizione, non saprei in che altro modo definire questo duetto matrimoniale. Da una parte un grandissimo scrittore, dall’altra una poetessa grandissima scrittrice solo per i suoi allievi di «scrittura creativa». Mi vengono in mente le vette dell’Himalaya confrontate con la collina di Superga, tale è la loro differente abilità nella scrittura. Per un attimo resto nel dubbio che abbiano architettato uno scherzo nei miei confronti, e tra un secondo ci metteremo tutti e tre a ridere di questo siparietto inaspettato. E invece il marito salvato dall’alcol grazie alla devozione della moglie e la moglie devota al marito grazie all’immensità della sua prosa stanno davvero a graffiarsi sulla paternità del titolo dell’antologia. Infine ci salutiamo, dandoci l’appuntamento al giorno dopo, che spero sia diverso.

Il giorno dopo invece prosegue sullo stesso canovaccio. Basta che uno studente domandi a Carver, durante la conferenza, in che cosa consista il «creative writing», e la Gallagher interrompe il marito, rimbrottando lo studente. «Caro studente, è a me e non a lui che bisognava rivolgere la domanda sulla scrittura creativa, perché sono io quella che l’insegna». Carver resta ammutolito mentre la donna dà una spiegazione che produce come unico effetto la sensazione in tutto l’uditorio che la signora ami mettersi in mostra.

Tess rivendica anche l’idea del racconto che dà il titolo alla raccolta La cattedrale. Di chi sarà la paternità di quel racconto? Mi resta il dubbio che, insieme alla certezza delle parole grandiosamente scritte, la vita degli scrittori sia un racconto davvero minimalista. Firmato Fernanda Pivano.

Post scriptum Lo spirito e la testimonianza presentati in questo post sono della Pivano; le parole sciatte, e certi «abbellimenti della fantasia» che riescono ad abbruttire il tutto sono, ovviamente, responsabilità del sottoscritto. Poiché non potrò mai aspirare a Carver, lasciatemi almeno l’illusione di essere un po’ Tess.

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Grammaticalmente corretto e politicamente anche

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«Se è corretto dire la maestra e il maestro, l’operaia e l’operaio, sono corretti, sotto il profilo grammaticale e sociologico, anche l’architetta, l’avvocata o l’avvocatessa».

Nicoletta Maraschio

 

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È più migliore Jane Austen

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«Mia figlia, che ha undici anni e che è fresca di studi e che ha, tra l’altro, appena cominciato anche lei a legger dei libri da grandi, non è ancora arrivata al Gabbiano Jonathan Livingstone, è ancora ferma a Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen, che dopo averlo letto l’altro giorno mi ha detto che io scrivo dei libri strani. E io le ho chiesto strani in che senso e lei mi ha detto che la Austen, quando scrive un libro, scrive il libro e basta. E io le ho detto “Eh, anch’io quando scrivo un libro scrivo un libro e basta”. “No” mi ha detto lei “te ci metti anche un sacco di secondo me, un sacco di parentesi, parli parli. La Austen non ci mette mai tutti quei secondo me, tutte quelle parentesi, non parla, ma scrive il libro e basta”, mi ha detto La Battaglia (quando scrivo di lei, la chiamo La Battaglia), ma questo non c’entra, l’altro giorno l’ho presa e le ho detto “Battaglia, si può dire più migliore?” “No” mi ha risposto lei, “non si può”. Ecco. Quindi. Non si può».

Paolo Nori

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Donne e no

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Un lettore – o una lettrice – c’invia, senza indicarcene né la testata né la data, il ritaglio d’un giornale femminista che ci fulmina come campioni di «mentalità musulmana» e di «arroganza maschile» nei confronti dell’altro sesso. Non sappiamo se tutte le femministe siano donne, ma crediamo di poter escludere che tutte le donne siano femministe. A quelle che non lo sono non abbiamo scuse da fare perché rimproveri di questo genere non ce ne hanno mai mossi. Comunque, per prevenirne, ecco in riassunto la nostra filosofia. Sì, è vero: per l’uguaglianza non siamo perché a ciò che ci distingue dalle donne ci teniamo molto, e pensiamo che anche le donne ci tengano. Della parità siamo invece convinti assertori. E lo siamo perché solo il rapporto da pari a pari legittima e corrobora il nostro diritto di dire a una donna, quando fa la stupida: «Sei una stupida». Cosa che a dire il vero, con le donne non ci capita quasi mai. Ma con le femministe, quasi sempre.

Indro Montanelli, Contro corrente, 9 gennaio 1976

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Know-how dei vespasiani

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Come avevamo previsto – anche se non abbiamo mai avuto il coraggio di scriverlo –, la legge promulgata in Inghilterra, che abolisce tutte le discriminazioni fra i due sessi, rischia di dividere irreparabilmente il Paese. «È il giorno più felice della mia vita» ha detto la signora Cohen, succeduta alla signora Pankhurst nella guida del movimento femminista. «È il giorno più triste della mia vita» le ha fatto eco Lawrence Creal, quando ha visto entrare una frotta di donne nella sua birreria che da 250 anni le respingeva. Ma la battaglia più aspra è quella che si è accesa nel Consiglio comunale di Bradford, composto di quattro uomini e quattro donne. Queste ultime chiedevano libero accesso ai vespasiani, e lo hanno strappato. I giornali riferiscono che nell’appassionato dibattito esse sono riuscite a provare l’infondatezza delle obiezioni maschili e a dare «pratica dimostrazione» della facilità con cui si possono risolvere i «problemi tecnici» che l’operazione comporta: ma non ci dicono come hanno fatto. Peccato. È proprio questo know how che ci sarebbe piaciuto conoscere.

Indro Montanelli, Contro corrente, 2 gennaio 1976

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Social gang

bozza

Avrei voluto parlarvi di poesia automatica o di thriller paratattico. Però poi ho saputo che stamattina Il Giornale, quello noto per la macchina del fango, proprio quello, ha trattato l’argomento che avevo postato ieri sulla lettura al femminile, dandogli risalto. Lo ha addirittura richiamato in prima pagina, come potete vedere dall’immagine che ho postato. Che cosa dice l’articolo a pagina 25 a firma Eleonora Barbieri? Dal punto di vista delle opinioni il giudizio non si discosta granché da quello emerso nel post e nei vostri commenti. Commenti peraltro improntati tutti al buon senso e a smussare i toni.
Quello che invece c’è in aggiunta, e che mi ha colpito, è stata la cronaca che la questione ha suscitato. Nella mia ingenua curiosità di blogger avevo intuito che quel post trovato casualmente in rete tra quelli più cliccati in WordPress fosse utile per interrogarsi su una questione stimolante. E sempre ingenuamente ho creduto che fosse lo sfogo, giusto o eccessivo non sta a me dirlo, di una blogger-scrittrice toccata da un argomento che le stava molto a cuore e che investiva anche i suoi rapporti interpersonali, deboli ma ripetuti nel tempo, con un libraio di sua conoscenza. Mi sbagliavo.

Quell’osservazione politicamente non corretta di un direttore di libreria sembra invece essersi infilata in un’altra macchina che non sarà del fango ma che produce opinioni che agiscono di concerto con uno scopo specifico: attaccare un pensiero che non piace utilizzando il meglio delle armi social a disposizione della cultura. Com’è possibile  che contemporaneamente Michela Murgia, Grazia Verasani, Mariapia Veladiano e chissà quante altre, fino alla blogger che casualmente ho intercettato, si siano date appuntamento per commentare tutte allo stesso modo la notizia? Com’è nato e come si è diffuso in poche ore l’hashtag #LeMieScrittrici, che ora monta per la rete raccogliendo a strascico tutta una serie di considerazioni contro il malcapitato reo di avere espresso un’opinione  sincera ma sgradita?

Ieri avevo classificato il post nella categoria «moleskine», in pratica le mie riflessioni personali sull’editoria, oggi devo però cambiarla perché siamo di fronte a un «fenomeno editoriale» che coinvolge un certo numero di soggetti che agiscono insieme. Pensavo che il cameratismo fosse un fatto deplorevole e maschile. Guarda un po’ fin dove sono giunte invece oggi le pari opportunità.

Ma che vi risulti, le scrittrici italiane sul problema dei precari mostrano la stessa determinazione e sintonia?

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Io confesso

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Sulla mia bacheca di WordPress, nella sezione «Novità-Articoli più letti» mi imbatto per caso in un post dal titolo interessante: «Io non leggo le donne, perché dovrei nasconderlo?». Incuriosito, giungo così su Libroguerriero, il blog di Marilù Oliva, autrice impegnata in prima linea sul fronte del femminicidio e della parità tra i generi.

Innanzitutto potete leggervi l’articolo in questione, che è una lettera aperta al direttore di una grande libreria di Bologna, il quale parlando con una giornalista di Repubblica riguardo ai suoi gusti letterari, a una domanda specifica sulle scrittrici («Di autrici nemmeno una?») risponde: «Lo confesso, non ne leggo molte. E non volevo barare, né fare il politicamente corretto».

A onor del vero Brunella Torresin, l’autrice dell’intervista, non si scompone affatto per l’ammissione di colpa dell’interlocutore (uno che confessa è sicuramente colpevole di qualcosa), ma procede spedita verso la conclusione della chiacchierata, perché l’importante è arrivare a dire che Marco Mengoni sarà presente in libreria, dove si aspettano l’arrivo di mille persone, e questo sì che ha valore culturale, oltre che monetario.

Chi invece se la prende è la scrittrice del blog. Un po’ perché conosce personalmente l’uomo, un po’ perché si fida del libraio, un po’ perché è donna, un po’ perché è scrittrice: insomma, di po’ in po’ il vaso si riempie e poi l’acqua trabocca. Morale: avrebbe preferito sentire una piccola bugia – sì, leggo parecchie scrittrici – a una verità politicamente non corretta che rialza barriere culturali che invece andrebbero abbattute. Da qui scatta la perplessità, la contrarietà, l’indignazione verso chi ha, in quanto libraio, un ruolo nella diffusione della cultura. Probabilmente da domani cambierà libreria per i suoi acquisti.

Possiamo discutere se abbia fatto bene lui a dire quello che pensa, se abbia ragione lei a dire che non doveva dirlo, ma non è questo il punto che mi preme sottolineare.

Devo però ammettere, anzi confessare, che neppure io ne leggo molte di donne. Mi viene in mente solo Oriana Fallaci e Mary Shelley, e un po’ me ne sono sempre vergognato. Possibile che pur preferendo le donne nelle conversazioni, nelle amicizie, sul lavoro, nella vita, nei blog e anche nei personaggi letterari, quando poi entro in libreria non mi viene mai in mente di immergermi in una scrittura al femminile?

Vero è che prediligo i classici, gente morta da almeno cinquant’anni, e a quei tempi alle donne venivano date poche occasioni culturali; vero anche che non seguo la letteratura di genere dove la presenza femminile è oggi pari, se non superiore, a quella maschile.

Ma se non leggo scrittrici divento automaticamente un lettore maschilista, uno che non legge le donne in base a qualche preconcetto inconscio? Spero di no. Nel 2016 cercherò di colmare questa mia lacuna leggendo anche qualche scrittrice, come suggerisce, ma forse un po’ vorrebbe imporre, l’Oliva.

Resta comunque salvo, come dice Pennac, il diritto di non leggere (né uomini né donne). Sul dovere di non discriminare siamo invece tutti d’accordo, spero.

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