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Filosofia zen alla pubblicazione

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I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Editoria 2.0 a pagamento?

Come inizia?

Una squadra di professionisti dell’editoria valuta ogni manoscritto. Per lo più gratuitamente.

Come prosegue?

C’è una campagna di crowdfunding che ha lo scopo di fare conoscere le potenzialità del progetto-libro al pubblico dei lettori. A quel punto, se credi nel progetto, lo puoi preordinare. La campagna punta a raggiungere un certo numero di prevendite (da 100 a 200 copie prepagate, cartacee oppure on line).

Come finisce?

Se si raggiunge l’obiettivo di copie prevendute, allora il progetto si realizza: il libro viene stampato e distribuito a chi l’ha richiesto.

 

Ma questa non è la classica editoria a pagamento che sostituisce all’autore che prepagava un certo numero di copie (di solito tra le 100 e le 200), circa 100-200 lettori che prepagano una singola copia del libro al posto suo?

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Loro e noi

Un’espressione molto usata dai blogger di scrittura – «zona comfort» – risuona nei blog da non troppo tempo, ma ha avuto notevole fortuna. Non so chi per primo l’abbia usata per delimitare il confine, il recinto, il rifugio all’interno del quale ognuno di noi si sente protetto nella scrittura. Forse c’è stata una convergenza di pensiero da più punti della rete che l’ha resa popolare a partire da una certa data. Abbandonare questa «zona comfort», avventurarsi in nuove esperienze, diventa per molti un fatto positivo per non incancrenirsi in facili formule di scrittura ripetitive e sempre meno espressive. La «zona comfort» di cui si parla è perciò legata inequivocabilmente alla scrittura. Bene.

C’è però una zona comfort, più estesa, di cui pochi parlano: è il blog stesso, quel contenitore dove ognuno di noi pubblica racconti, informazioni, riflessioni sulla scrittura, l’editoria, la vita. Dove si propongono meme, scritture collettive, dove ci si commenta a vicenda. Dove ci si fa anche i complimenti a vicenda, inchinandosi più degli altri finché il mento non tocca il pavimento, vada per la rima.

C’è una blogger però, non dico che sia l’unica, nessuno si offenda, che l’altro giorno ha pubblicato un post-verità, almeno secondo il mio criterio di verità. È Sandra Faè, e nel suo blog I libri di Sandra, confessa – ma sarebbe meglio dire informa – di aver iniziato a frequentare le presentazioni stampa, insomma le occasioni dove quelli che stanno nell’editoria ufficiale (autori, editor, librai, addetti alla comunicazione) si incontrano per dibattere, parlare o semplicemente firmare le copie del libro. Mi sembra di capire che lì i discorsi, le riflessioni, gli incontri interpersonali hanno un altro tono rispetto alla comunità blog. Ed è lì che può scattare la scintilla per un aspirante scrittore, anche se ha alle spalle già parecchi libri pubblicati, ma che in pochi conoscono.
Finché non sei in quel gruppo, a contatto con quella realtà – Sandra la definisce loro contrapposti a noi – è come trovarsi a cantare in una sagra di paese che non è il festival di Sanremo. Nulla contro le sagre e a favore del più importante incontro-scontro discografico nostrano, qualcuno dirà che anche nella sagra può cantare una voce splendida, mentre al festival ufficiale della canzone italiana ci vanno cani e porci. Resta però il fatto che il mercato discografico italiano non gira intorno alle sagre ma alle manifestazioni ufficiali. Intendiamoci: ai saloni del libro c’è chi vi partecipa da operatore del settore, scrittore e no, e tutti gli altri da semplici lettori di libri. I primi sono loro, gli altri siamo noi.
Il problema di Sandra, e di tutti quelli che fanno come lei – e ce ne sono – è che potrebbe essere respinta da questo mondo, e respinta per motivi che non hanno nulla a che fare con la sua bravura come scrittrice. Uscendo dalla zona comfort dei blog dove siamo tutti amici (io ne ho pochi perché sono poco accomodante, ma meno siamo meglio stiamo), potremmo rischiare di trovarci soli, con loro poco disposti ad ascoltarci, a perdere tempo per noi. Ma chi viaggia incontra brutto tempo, si sa. Più sicuro quindi starsene a casa, protetti e con tutti i comfort a disposizione.

Tanto per spiegare meglio il concetto porto due esempi, uno letterario e l’altro personale. Terminato Billy Budd, affronto La coscienza di Zeno. Libro che non ebbe molta fortuna inizialmente, ma James Joyce dice «mi sarà sempre grato il pensare che il caso m’ha concesso l’occasione di avere avuto parte, per quanto minima, alla accoglienza che un pubblico suo e internazionale ha fatto a Svevo negli ultimi anni di vita. A me rimane la memoria d’una persona cara e un’ammirazione di lunga data che con gli anni anziché affievolirsi, matura». Poteva andare in tanti modi per Svevo, ma un fatto è certo: Joyce, uno dei maggiori scrittori del Novecento lo stimava. Ed è questo il riconoscimento più prezioso, anche se La coscienza di Zeno e il suo autore fossero rimasti sconosciuti. Joyce però sapeva e apprezzava, e questo per la consapevolezza di Svevo come scrittore è stato importante. Perché se almeno uno di loro non ti riconosce dei loro, è tutto un’illusione.

Al tempo del liceo, ora il mio caso personale, avevo un amico «genio» in matematica. Dialogava con il professore con parole oscure al resto della classe, e finì ovviamente alla facoltà di matematica. Poi non solo si laureò con il massimo dei voti e nei tempi stabiliti, ma partì per l’estero dove ebbe una cattedra universitaria di matematica teorica. Ma non volle restare in zona comfort, ammesso che questa carriera possa definirsi confortevole e banale. Decise di andare in un gruppo di lavoro in Australia dove le migliori menti matematiche erano riunite in quel momento. Nella zona comfort sei bravissimo, un genio ti definiscono gli altri che geni non sono. Messo però tra altri geni diventi uno dei tanti, magari quello meno geniale del gruppo, ma è lì che devi comunque stare, se davvero quello è il mondo in cui vuoi muoverti e comunicare.

Finché staremo sempre qui, bene tra noi, ci troveremo sempre in zona comfort. E non saremo mai scrittori.

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Onda lunga

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«Il problema dei titoli in perdita è un problema di tempo. Un editore non fa mai, mai, un libro pensando che ci perderà. Fa un libro pensando che magari ci perderà nel breve-medio periodo, ma ci guadagnerà nel lungo periodo».

Gian Arturo Ferrari

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Non chiamatele raccomandazioni

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Qualche giorno fa ho seguito in tv quella nota trasmissione che riprende il viaggio in auto da Milano a Roma, e forse ritorno, di due personaggi famosi che alternandosi alla guida si raccontano a vicenda.

Nella puntata che ho visto viaggiavano Erri De Luca, lo scrittore, e Geppi Cucciari, la soubrette – come lei stessa si definisce ironicamente –.
In generale guardo poca tv, a meno che non vi appaiano personaggi che vivono professionalmente di parole: in questo caso entrambi mi sembravano interessanti, e c’è sempre qualcosa da rubare se si ascolta con attenzione.

Per esempio, la Gialappa’s, che commenta e interviene come voce fuori campo interagendo con i viaggiatori, ha posto una serie di domande irriverenti a Erri De Luca. Gli ha chiesto, tra l’altro, se avesse mai approfittato della sua fama di scrittore per trarne dei vantaggi.
De Luca ha ammesso candidamente di sì: mi sono servito della mia celebrità per segnalare agli editori opere di alcuni giovani scrittori che secondo me meritavano la pubblicazione.

A me pare uno dei modi più intelligenti, validi e corretti per giungere a pubblicare passando per la porta principale. Non capisco perché mai nessuno della mia cerchia dice di voler percorrere questa strada: mandare il proprio romanzo, se di valore, direttamente a uno scrittore affermato che possa aiutarlo a decollare, il romanzo non l’esordiente.
Invece no, non si vuole chiedere l’aiuto di nessuno, forse per non doverlo poi ringraziare. La meritocrazia non è in contraddizione con questa pratica, perché poi il romanzo deve meritarselo l’aiuto.

Certo, non bisogna inviare a Erri De Luca una storia di fantascienza: non è nelle sue corde e quindi non può valutarne l’originalità, la bellezza, i riferimenti al genere.
Però ci sarà qualcuno anche per la fantascienza…

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Repubblica delle lettere

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Repubblica delle lettere, territorio culturale omogeneo delimitato da confini fumosi ma invalicabili dall’eterogeneità. Abitata da intellettuali di estrazione umanistico-letteraria, custodi di una certa tradizione editoriale, alla repubblica delle lettere si accede solo in due modi: per cooptazione, giurando fedeltà incondizionata alle prassi editoriali consolidate e al gusto letterario del cooptante; oppure piazzando bene un romanzo organico a qualcuno dei giurati del Premio Calvino, nota gara letteraria che ha dato la celebrità allo scrittore Italo Calvino, vincitore della prima edizione del concorso stesso, da cui il nome definitivo del concorso. Se genericamente la repubblica delle lettere indica il mondo della cultura, spesso la locuzione acquista valore spregiativo, teso a sottolinearne il senso di consorteria e una certa superficialità letteraria mascherata da grande competenza culturale. In questo caso la repubblica delle lettere va intesa come variante alta e specifica nell’ambito editoriale della più generale repubblica delle banane, applicabile invece alle situazioni più disparate e disperate (governo dello Stato, vertici societari dell’Inter, leadership del centrodestra).

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1 milione di euro

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L’anticipo che in qualche caso un autore seriale italiano già affermato riesce a ottenere dal proprio editore in vista del libro successivo.

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