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Ma l’autoeditore sa essere autoironico?

Un autore indipendente all’apice del successo

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Lettera all’autoeditore

Cari autori in self-publishing,

ieri pensavo a voi, alle difficoltà che avete ogni santo giorno per essere trattati alla pari dai vostri concorrenti editori. Perché – diciamocelo – da questa contrapposizione, editoria tradizionale versus self-publishing, non ve ne viene niente di buono. Vi guardano dall’alto in basso, vi giudicano poco professionali, a volte vi deridono. Lo so, ve ne fregate, ma fino a un certo punto: perché poi state sempre a parlar male dell’editore che pubblica roba indegna, mentre voi…

Per quanto ancora potrete sopportare questa situazione? Non dico quelli poco attrezzati, che non rivedono i proprio scritti, non sanno nemmeno cosa sia l’editing, scrivono storie adolescenziali infarcite di sgrammaticature. Non parlo di loro che lasciamo nel loro brodo primordiale. Parlo di voi, che invece cercate di essere professionali. E, soprattutto, di dimostrare con il duro lavoro quotidiano di essere all’altezza di un prodotto editoriale di qualità.

I migliori tra di voi hanno capito che per essere trattati alla pari nel mondo editoriale, non intendo solo nel rapporto con gli editori, ma anche librai, distributori, giornalisti, scrittori tradizionali, blogger letterari di una certa importanza, occorre cambiare le definizioni, il paradigma, l’idea che gli altri operatori dell’editoria devono farsi di voi. Ed ecco quindi il primo timido passo linguistico: da autopubblicati ad autoeditori. Chissà chi è il primo di voi che ha pensato questo termine che sposta la questione – secondo voi – dalla scrittura al processo di produzione del libro, che deve seguire la filiera dell’editore tradizionale per stargli, anche socialmente, alla pari.
Vorrei conoscerlo proprio quello che ha pensato al termine «autoeditore». La terminologia è fondamentale, il modo in cui ci definiamo, soprattutto se inclusi in una minoranza magari derisa, segregata, offesa (non è esattamente il vostro caso, ma ci siamo capiti: in certi dibattiti, in rete o reali, l’autopubblicato e i numeri delle sue vendite vengono completamente ignorati, cosa vuoi che sia, dicono quelli che appartengono alla repubblica delle lettere).

All’inventore dell’autoeditore vorrei dire: ma sei sicuro che introducendo questo neologismo hai risolto il problema? Una volta esisteva il netturbino, lo spazzino. Nel tempo si è trasformato, per legge e cultura, in operatore ecologico: ma sempre la spazzatura per la strada toglie, e in molte città attualmente non è più tanto attivo. Comunque, non siamo qui per discutere dei problemi della nettezza urbana. Resta il fatto che il termine ha avuto successo, e noi per fortuna eleviamo quell’«operatore ecologico» al rango di altre faccende ecologiche, e quel segnale di un censo inferiore insito nel termine «netturbino» o «spazzino», che liquidava sbrigativamente un lavoro degno, ma che nessuno desiderava per i propri figli, ora è completamente svanito.

Ma «autoeditore»? Davvero è la soluzione che parifica la vostra attività a quella dell’editore senz’auto? Andate a una di quelle conferenze dove gli editori parlano dei loro guai di fronte a un vasto pubblico, cercate di prendere la parola, e poi dite al microfono che siete un autoeditore. Minimo minimo chiameranno la sicurezza. La differenza tra editoria e autoeditoria non sta nel sostantivo, che è identico, ma nell’aggiunta di quell’elemento auto- che vi chiude in voi stessi, come autoreferenziale, autocitazione, autocommiserarsi, autoerotismo – quanti termini negativi, tranne l’ultimo, che almeno giunge a un risultato –. Quell’«auto-» lì, proprio non va. Per questo vorrei conoscere chi ha coniato il termine, di cui vi riempite la bocca, per poi fare le solite cose che facevate prima. Ma la colpa è sua, tutta di lui, o di lei (siamo per le pari opportunità), che non fa altro che ribadire, anche linguisticamente, che siete altro, che quello che vi distingue non è l’editoria, ma che fate da soli.

Vi comprate un terreno, spesso virtuale, ficcate paletti per terra, cingete l’area di filo spinato, e state dentro. Bravi, anziché confrontarvi alla pari con un editore, vi crogiolate nell’autolesionismo, nell’autoinganno, nell’autocertificazione collettiva dell’esservi tutti fatti da soli. Lo capite che è proprio la vostra mente la prima che vi autoaccusa di non essere editori, professione a cui dite invece di aspirare?
Il problema allora qual è? Il problema è di togliere quell’auto di mezzo, girate a piedi, entrate nei saloni del libro e quando siete davanti alla hostess per il dibattito su Editoria e crisi dell’editoria, cosa fare?, non dite alla ragazza che vorreste partecipare al dibattito in quanto siete autoeditori. Dite che siete Giovanni Menestruzzi Editore, Carlo Fontecchia Editore – se questi sono i vostri nomi ovviamente. E se non siete nella lista, sicuramente non siete nella lista dei partecipanti al convegno, aggiungete che siete «Editori presso voi stessi».

Sentite come suona bene? Così pieno, fiducioso, programmatico, dinamico. Quell’autoeditore sa già di malaticcio, di triste, di sfigato, di autoambulanza. Dite invece «editore presso me stesso», e la forza di quelle esse, di quelle erre, di quelle pi (dammi una e, dammi una di) vi aprirà tutte le porte. I signori Einaudi, Garzanti, Feltrinelli non erano forse editori presso se stessi? E che diamine, pubblicate libri o costruite padelle? Togli l’auto- e aggiungi te stesso, meglio ancora pubblica con uno pseudonimo. Potrai essere Carlo Carlino pubblicato da Giovanni Menestruzzi Editore, editore presso se stesso. Tutta un’altra musica, faranno la fila per avervi al tavolo dei relatori, sia come autore pubblicato da un editore sia come editore che pubblica un autore. Vi ascolteranno e vorranno conoscere  le vostre strategie editoriali vincenti. Ma anche perdenti, non importa.

Convertiti ora al nuovo paradigma, sii tu il primo editore presso te stesso con tanto di sede legale e operativa. Il terreno è vergine, praterie incontaminate per una definizione di sicuro successo. Su Google al momento dell’uscita di questo post, c’è soltanto una ricorrenza che l’attesta. Domani ci sarò  io, il secondo, dopodiché…

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Rivelazioni estive

L’ondata di caldo che avvolge l’Italia non si placa, i turisti boccheggiano ovunque alla ricerca di un po’ di refrigerio, di una bibita ghiacciata, eppure Mauro Corona riesce a presentare la sua ultima fatica letteraria – Quasi niente, scritto a quattro mani con Luigi Maieron – in una gremitissima piazza Vescovado giovedì 3 agosto a Caorle, località balneare della riviera veneta, vestito da montanaro, maglietta, jeans, scarponi, l’inseparabile bandana, e l’immancabile bottiglia di vino rosso a sostituire l’acqua per bagnarsi le labbra di tanto in tanto. Come dire, trentacinque gradi alle dieci di sera e non sentirli.

Nemmeno io avrei voluto sentirlo, è che sono stato trascinato da una fiumana di traspirazione collettiva per i locali e le viuzze del centro storico di Caorle, e sbucato nella piazza da una stradina laterale, immediatamente la sua bandana diventa un punto di riferimento proprio davanti a me. Impressionante: lui mi è di spalle e davanti ha un pubblico schierato come un plotone di esecuzione su file e file di sedie di plastica. Mi ricorda le infinite file di ombrelloni perfettamente allineati tipiche delle spiagge adriatiche. Chi come me è giunto tardi all’incontro peggio per lui, dovrà accontentarsi di restare ai margini, in piedi, in fondo, ai lati, o dietro il palco.

L’editore lo presenta, microfono alla mano, coadiuvato dal giornalista Toni Capuozzo che ha il pregio o il compito, non si sa, di metterlo in buona luce sotto ogni angolazione – mass mediatica, letteraria, umana, artistica, ertana, spirituale –. Tutto calcolato perché lo scrittore emerga naturalmente, in tutta la sua singolarità di mente libera, fuori degli schemi, politicamente non corretta, che poi è il miglior modo per parlar del libro tra un goccetto e l’altro. E la temperatura già elevata s’impenna ancor di più.

La mia capacità di ascolto regge solo pochi minuti, gocce di sudore mi scendono dalla fronte, rigano il viso, scivolano sul collo, lambiscono la maglietta. Eppure il pubblico è adorante, ride a ogni arguzia del nostro scrittore-scalatore, specie su suggerimento dell’editore che mima un applauso, l’unico in effetti che sta davvero lavorando in questa torrida serata. Mi sembra di stare in tv, nello studio televisivo con il pubblico a comando per dare il suo gradimento spontaneo alla trasmissione.

Per quei pochi minuti in cui l’ho potuto ascoltare, considerazioni generali non se ne possono fare, bisognerebbe seguire il tracannamento di tutta la bottiglia di rosso a fianco di Corona, ammesso che non ne chieda una seconda. Alcuni spunti però sono doverosi.

Il primo, serve una divisa, il look, l’essere riconosciuti immediatamente, non conta aver letto o no il libro attuale, i precedenti libri dell’autore. In una località di mare, dove tutti passeggiano in pantaloncini corti, camicia di lino bianca e panama, tu devi mantenere inalterata la tua identità montanara-scalatrice, non puoi rinunciare alla mitica bandana, morire sotto l’afa pur di evitare la terrificante domanda: ma quello, chi cazzo è? Perciò chi di voi è montanaro lo sia per sempre e chi è cenerentola indossi solo scarpette di vetro. Il brand non è un profilo Facebook o la capacità di promuovere un buon libro, ma l’essere riconosciuto da tutti, da chi legge e da chi non ha mai voluto entrare in una libreria.

Per riempire mezza piazza di potenziali lettori devi perlomeno essere un Corona – Fabrizio o al limite Mauro – e rientrare in un circuito turistico di iniziative gratuite aperte a tutti, magari in una località marittima affollata, magari estiva, magari te lo becchi per caso come è capitato a me, ma riconosci subito chi è che sta parlando (non importa invece di che cosa stia parlando). Quegli autori semi sconosciuti, o del tutto sconosciuti, che restano delusi per la scarsa affluenza di pubblico in una piccola libreria di periferia, carina eh ma insomma, promuovendosi solo sui social, facciano le debite proporzioni e smettano di piagnucolare se racimolano dieci spettatori e vendono una sola copia del loro fantastico libro: ne siano soddisfatti e non ci rompano ulteriormente.

Corona promuove Quasi niente. Sono d’accordo anch’io che è si tratti di quasi niente. Anzi, quello che dice è niente, di quei niente che fanno scattare gli applausi di rito e occasionali. Per entrare subito nel cuore del suo libro Corona cita La Rochefoucauld che ha detto che nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto. Si può essere d’accordo o no con l’aforisma, ma da lì parte tutta una sequela di banalità che prendono a pretesto la sua sconfitta inaspettata al Campiello di tre anni fa, per informarci che nella vita i fallimenti fanno solo bene perché permettono a chi ci odia di gioire, e a noi stessi di fortificarci nella sconfitta.

Se ce lo dice un montanaro che ha rinunciato alla frescura dei suoi alpeggi per predicare la necessità del fallimento sociale sul lungomare bollente di ieri, popolato di turisti località Caorle, è sicuramente una rivelazione fondamentale e irripetibile. Domani comunque si replica a Jesolo. Attenzione, posti solo in piedi.

 

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Quando l’autore viene dopo

Qualche giorno fa mi sono ritrovato tra le mani uno di quei libri realizzati tramite una campagna di crowdfunding. Parliamo quindi di un’edizione cartacea, la modalità di lettura che preferisco, e allora l’ho aperto pieno di speranze, con la voglia di rimanere sorpreso in positivo. E invece mi sono imbattuto subito in qualcosa di irritante. Mi chiedo allora che tipo di sensibilità io abbia rispetto ai libri in generale. Evidentemente alta, poiché certe scelte non passano inosservate.

Mi domando come concepisce il libro un autore che si affida a un editore in crowdfunding. Già detto così, editore in crowdfunding, mi pare un ossimoro degno di analisi anche psicologica. Mi sorge il dubbio che questo genere di scrittore di fronte a un hamburger e a una fiorentina attribuisca a entrambi la stessa qualità. Per carità, adoro gli hamburger, ogni tanto mi viene una voglia irrefrenabile di McDonalds; ma questo non elimina la differenza tra i due tipi di carne: l’importante è avere la coscienza di quello che si sta mangiando, perché la qualità in certi casi è un fatto oggettivo, inutile negarlo… va be’, negazionisti a oltranza ce ne saranno sempre.
Ma abbiamo divagato, torniamo ora al libro in questione.

Dunque, apro questo libro, e qual è la prima cosa che leggo? Il nome dell’editore, a mo’ di titolo, seguito da due pagine di presentazione del crowdfunding: cos’è, cosa non è. In fondo a queste due pagine la firma di chi presumo gestisca questa collana editoriale. Dopodiché ecco apparire il primo capitolo del romanzo. In quelle due pagine, che dovrebbero introdurmi al romanzo che ho tra le mani, non trovo alcun riferimento né all’autore né alla trama né al tema. E questo mi dispiace, anzi mi irrita: sembra che per l’editore conti solo il crowdfunding in sé e per sé.

Mi chiedo se questa organizzazione dei contenuti, questa gerarchia del testo, sia un’infelice scelta legata solo al volume in cartaceo. Spero almeno nell’edizione digitale, una sorta di doppio binario. Invece no, la gerarchia digitale del testo è replicata esattamente. Prima il crowdfunding, dopo il romanzo. Così vado su internet e sfoglio l’anteprima di altri romanzi a caso della stessa collana. Cambiano i romanzi, i generi, gli autori, gli argomenti, si passa dal giallo al fantasy, dal rosa al romanzo di formazione, ma quelle due pagine vengono riproposte identiche, tali e quali, come un disco rotto. Sempre premesse a tutto, in senso letterale messe prima di qualsiasi altra considerazione.

Se questo discorso, per come lo sto impostando, vi sembrerà bizzarro, strampalato, misterioso, non si capisce bene dove va a parare, ma chi se ne frega di quelle due pagine all’inizio, probabilmente siete per l’hamburger e non avete mai badato alla qualità di un libro. Sto parlando di un minimo di qualità, non della fiorentina.
Prendo allora qualche libro a caso dalla mia libreria, chi mi segue lo sa che mi piace verificare sul campo ciò che affermo. A campione, perché s’impara sempre qualcosa su come si fanno i libri.

Ora tra le mani ho On writing di Stephen King. Nella mia edizione la prima cosa che leggo è una «Prima prefazione», c’è scritto proprio così a mo’ di titolo, scritta da King stesso; seguita da una «Seconda prefazione», sempre del Nostro, e da una «Terza prefazione», anch’essa dell’autore. Segue poi On writing. L’editore si riserva solo le ultime due pagine della pubblicazione per elencare gli ultimi saggi presenti nella stessa collana.
Passiamo a E così vuoi lavorare nell’editoria di Alessandra Selmi, Editrice Bibliografica. Aprendo il libro la prima cosa che troviamo è un’«Introduzione. Del perché di questo libro», lunga tre pagine, redatte direttamente dall’autrice.
Ippolita, invece, è un collettivo che pubblica con Laterza La rete è libera e democratica. Falso Anche qui s’incontra una «Premessa» di ben 11 pagine, scritte in terza persona dal collettivo stesso.

Insomma, tutte le volte che c’è un paratesto è funzionale a quello specifico testo: lo introduce, lo approfondisce, lo amplia, ne puntualizza alcuni aspetti interessanti, lo arricchisce. Ed è giusto far così, non è forse l’autore e quello che nasce dalla sua mente che conta in ogni libro, libro diverso da tutti gli altri proprio perché unico è l’autore che lo scrive?
Prima l’autore e poi l’autore e poi l’autore. L’autore è sovrano. L’editore verrà dopo, meglio ancora se non verrà, se resterà invisibile. Tanto più si renderà invisibile, tanto meglio risalterà chi il libro l’ha scritto e ideato, che è il motivo vero e profondo dell’esistenza di quello specifico testo.

E passiamo ai romanzi. Sto leggendo Gadda, Il pasticciaccio nell’edizione Garzanti. Il libro si apre con una «Presentazione» di tre pagine scritta da Piero Gelli. L’argomento: i libri della collana Garzanti? Le strategie editoriali della casa editrice? Ma certamente no! Parla del Pasticciaccio, di cos’altro dovrebbe occuparsi? E poi potete anche leggervi il romanzo.

Gianni Celati, invece, redige una lunga «Introduzione a Bartleby lo scrivano», per Feltrinelli. Inutile mostrarvi altri casi, i libri sui vostri scaffali sono la prova evidente di quello che sto dicendo. Magari poi le saltate queste introduzioni, è un diritto del lettore saltare gli apparati e incontrare direttamente il testo. Ma se l’editore ha premesso quelle pagine al testo principale, è perché aveva in mente una sua gerarchia del libro, gerarchia volta a mettervi nelle condizioni di leggere con più profondità il testo. Un segno tangibile della sua filosofia di pubblicazione sempre rivolta all’autore e al lettore.

Perciò non capisco il motivo per cui un editore consideri più importante la sua attività di editore in quanto editore, al punto da premetterla in ogni sua pubblicazione, all’attività dello scrittore, che è il motivo per cui i lettori comprano i libri. Non posso credere che il crodwfunding si presenti solo così: l’autore secondario alla modalità di pubblicazione. Non dite che posporre o premettere sono la stessa cosa. Hamburger e fiorentine non lo sono.

Ora una domanda: c’è qualche editore in crowdfunding che non sente la necessità di dichiararlo in testa al libro? Perché non dirlo in fondo, come nelle ultime pagine del libro ogni editore elenca le uscite recenti della sua collana? Se ci fosse un editore simile, segnalatemelo per favore. Non posso pensare che per il crowdfunding la modalità di pubblicazione sia più importante di chi viene pubblicato.

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Filosofia zen alla pubblicazione

121

I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Editoria 2.0 a pagamento?

Come inizia?

Una squadra di professionisti dell’editoria valuta ogni manoscritto. Per lo più gratuitamente.

Come prosegue?

C’è una campagna di crowdfunding che ha lo scopo di fare conoscere le potenzialità del progetto-libro al pubblico dei lettori. A quel punto, se credi nel progetto, lo puoi preordinare. La campagna punta a raggiungere un certo numero di prevendite (da 100 a 200 copie prepagate, cartacee oppure on line).

Come finisce?

Se si raggiunge l’obiettivo di copie prevendute, allora il progetto si realizza: il libro viene stampato e distribuito a chi l’ha richiesto.

 

Ma questa non è la classica editoria a pagamento che sostituisce all’autore che prepagava un certo numero di copie (di solito tra le 100 e le 200), circa 100-200 lettori che prepagano una singola copia del libro al posto suo?

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Loro e noi

Un’espressione molto usata dai blogger di scrittura – «zona comfort» – risuona nei blog da non troppo tempo, ma ha avuto notevole fortuna. Non so chi per primo l’abbia usata per delimitare il confine, il recinto, il rifugio all’interno del quale ognuno di noi si sente protetto nella scrittura. Forse c’è stata una convergenza di pensiero da più punti della rete che l’ha resa popolare a partire da una certa data. Abbandonare questa «zona comfort», avventurarsi in nuove esperienze, diventa per molti un fatto positivo per non incancrenirsi in facili formule di scrittura ripetitive e sempre meno espressive. La «zona comfort» di cui si parla è perciò legata inequivocabilmente alla scrittura. Bene.

C’è però una zona comfort, più estesa, di cui pochi parlano: è il blog stesso, quel contenitore dove ognuno di noi pubblica racconti, informazioni, riflessioni sulla scrittura, l’editoria, la vita. Dove si propongono meme, scritture collettive, dove ci si commenta a vicenda. Dove ci si fa anche i complimenti a vicenda, inchinandosi più degli altri finché il mento non tocca il pavimento, vada per la rima.

C’è una blogger però, non dico che sia l’unica, nessuno si offenda, che l’altro giorno ha pubblicato un post-verità, almeno secondo il mio criterio di verità. È Sandra Faè, e nel suo blog I libri di Sandra, confessa – ma sarebbe meglio dire informa – di aver iniziato a frequentare le presentazioni stampa, insomma le occasioni dove quelli che stanno nell’editoria ufficiale (autori, editor, librai, addetti alla comunicazione) si incontrano per dibattere, parlare o semplicemente firmare le copie del libro. Mi sembra di capire che lì i discorsi, le riflessioni, gli incontri interpersonali hanno un altro tono rispetto alla comunità blog. Ed è lì che può scattare la scintilla per un aspirante scrittore, anche se ha alle spalle già parecchi libri pubblicati, ma che in pochi conoscono.
Finché non sei in quel gruppo, a contatto con quella realtà – Sandra la definisce loro contrapposti a noi – è come trovarsi a cantare in una sagra di paese che non è il festival di Sanremo. Nulla contro le sagre e a favore del più importante incontro-scontro discografico nostrano, qualcuno dirà che anche nella sagra può cantare una voce splendida, mentre al festival ufficiale della canzone italiana ci vanno cani e porci. Resta però il fatto che il mercato discografico italiano non gira intorno alle sagre ma alle manifestazioni ufficiali. Intendiamoci: ai saloni del libro c’è chi vi partecipa da operatore del settore, scrittore e no, e tutti gli altri da semplici lettori di libri. I primi sono loro, gli altri siamo noi.
Il problema di Sandra, e di tutti quelli che fanno come lei – e ce ne sono – è che potrebbe essere respinta da questo mondo, e respinta per motivi che non hanno nulla a che fare con la sua bravura come scrittrice. Uscendo dalla zona comfort dei blog dove siamo tutti amici (io ne ho pochi perché sono poco accomodante, ma meno siamo meglio stiamo), potremmo rischiare di trovarci soli, con loro poco disposti ad ascoltarci, a perdere tempo per noi. Ma chi viaggia incontra brutto tempo, si sa. Più sicuro quindi starsene a casa, protetti e con tutti i comfort a disposizione.

Tanto per spiegare meglio il concetto porto due esempi, uno letterario e l’altro personale. Terminato Billy Budd, affronto La coscienza di Zeno. Libro che non ebbe molta fortuna inizialmente, ma James Joyce dice «mi sarà sempre grato il pensare che il caso m’ha concesso l’occasione di avere avuto parte, per quanto minima, alla accoglienza che un pubblico suo e internazionale ha fatto a Svevo negli ultimi anni di vita. A me rimane la memoria d’una persona cara e un’ammirazione di lunga data che con gli anni anziché affievolirsi, matura». Poteva andare in tanti modi per Svevo, ma un fatto è certo: Joyce, uno dei maggiori scrittori del Novecento lo stimava. Ed è questo il riconoscimento più prezioso, anche se La coscienza di Zeno e il suo autore fossero rimasti sconosciuti. Joyce però sapeva e apprezzava, e questo per la consapevolezza di Svevo come scrittore è stato importante. Perché se almeno uno di loro non ti riconosce dei loro, è tutto un’illusione.

Al tempo del liceo, ora il mio caso personale, avevo un amico «genio» in matematica. Dialogava con il professore con parole oscure al resto della classe, e finì ovviamente alla facoltà di matematica. Poi non solo si laureò con il massimo dei voti e nei tempi stabiliti, ma partì per l’estero dove ebbe una cattedra universitaria di matematica teorica. Ma non volle restare in zona comfort, ammesso che questa carriera possa definirsi confortevole e banale. Decise di andare in un gruppo di lavoro in Australia dove le migliori menti matematiche erano riunite in quel momento. Nella zona comfort sei bravissimo, un genio ti definiscono gli altri che geni non sono. Messo però tra altri geni diventi uno dei tanti, magari quello meno geniale del gruppo, ma è lì che devi comunque stare, se davvero quello è il mondo in cui vuoi muoverti e comunicare.

Finché staremo sempre qui, bene tra noi, ci troveremo sempre in zona comfort. E non saremo mai scrittori.

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