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Onda lunga

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«Il problema dei titoli in perdita è un problema di tempo. Un editore non fa mai, mai, un libro pensando che ci perderà. Fa un libro pensando che magari ci perderà nel breve-medio periodo, ma ci guadagnerà nel lungo periodo».

Gian Arturo Ferrari

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Non chiamatele raccomandazioni

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Qualche giorno fa ho seguito in tv quella nota trasmissione che riprende il viaggio in auto da Milano a Roma, e forse ritorno, di due personaggi famosi che alternandosi alla guida si raccontano a vicenda.

Nella puntata che ho visto viaggiavano Erri De Luca, lo scrittore, e Geppi Cucciari, la soubrette – come lei stessa si definisce ironicamente –.
In generale guardo poca tv, a meno che non vi appaiano personaggi che vivono professionalmente di parole: in questo caso entrambi mi sembravano interessanti, e c’è sempre qualcosa da rubare se si ascolta con attenzione.

Per esempio, la Gialappa’s, che commenta e interviene come voce fuori campo interagendo con i viaggiatori, ha posto una serie di domande irriverenti a Erri De Luca. Gli ha chiesto, tra l’altro, se avesse mai approfittato della sua fama di scrittore per trarne dei vantaggi.
De Luca ha ammesso candidamente di sì: mi sono servito della mia celebrità per segnalare agli editori opere di alcuni giovani scrittori che secondo me meritavano la pubblicazione.

A me pare uno dei modi più intelligenti, validi e corretti per giungere a pubblicare passando per la porta principale. Non capisco perché mai nessuno della mia cerchia dice di voler percorrere questa strada: mandare il proprio romanzo, se di valore, direttamente a uno scrittore affermato che possa aiutarlo a decollare, il romanzo non l’esordiente.
Invece no, non si vuole chiedere l’aiuto di nessuno, forse per non doverlo poi ringraziare. La meritocrazia non è in contraddizione con questa pratica, perché poi il romanzo deve meritarselo l’aiuto.

Certo, non bisogna inviare a Erri De Luca una storia di fantascienza: non è nelle sue corde e quindi non può valutarne l’originalità, la bellezza, i riferimenti al genere.
Però ci sarà qualcuno anche per la fantascienza…

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Repubblica delle lettere

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Repubblica delle lettere, territorio culturale omogeneo delimitato da confini fumosi ma invalicabili dall’eterogeneità. Abitata da intellettuali di estrazione umanistico-letteraria, custodi di una certa tradizione editoriale, alla repubblica delle lettere si accede solo in due modi: per cooptazione, giurando fedeltà incondizionata alle prassi editoriali consolidate e al gusto letterario del cooptante; oppure piazzando bene un romanzo organico a qualcuno dei giurati del Premio Calvino, nota gara letteraria che ha dato la celebrità allo scrittore Italo Calvino, vincitore della prima edizione del concorso stesso, da cui il nome definitivo del concorso. Se genericamente la repubblica delle lettere indica il mondo della cultura, spesso la locuzione acquista valore spregiativo, teso a sottolinearne il senso di consorteria e una certa superficialità letteraria mascherata da grande competenza culturale. In questo caso la repubblica delle lettere va intesa come variante alta e specifica nell’ambito editoriale della più generale repubblica delle banane, applicabile invece alle situazioni più disparate e disperate (governo dello Stato, vertici societari dell’Inter, leadership del centrodestra).

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1 milione di euro

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L’anticipo che in qualche caso un autore seriale italiano già affermato riesce a ottenere dal proprio editore in vista del libro successivo.

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Proposte editoriali decisamente indecenti

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«Agli editori, se volete pubblicare un libro, gli dovete fare una proposta che gli editori non possono rifiutare. Tutto qui».

L’ho letto sul blog di Paolo Nori, e ho pensato a tutte quelle volte che ho chiesto a una donna di metterci assieme. Quelle che mi hanno dato picche, ora che ci penso, gli avevo fatto una proposta poco interessante, che potevano rifiutare. Infatti è stata rifiutata. Quelle che mi hanno detto sì, ora che ci penso, gli ho fatto una proposta troppo bella perché la potessero rifiutare.
Con l’editoria forse è lo stesso. Resta il fatto che dopo un po’ di mesi o anni me ne sono andato, abbandonando l’editore.

Ho detto l’editore?

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Autoeditoria

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Che cos’è il self-publishing? È l’autore che si fa il libro da solo, senza il filtro dell’editore. E che cos’è l’autoeditoria allora? È l’editore che si fa il libro da solo, senza il filtro dell’autore.

In effetti l’editore Castelvecchi ha pubblicato tre saggi all’insaputa dei loro autori: Stefano Rodotà, Tito Boeri, Matteo Renzi sono caduti dalle nuvole quando gli hanno chiesto un commento sull’ultimo libro che avevano scritto. «Scusi, ma cosa dice? Quale libro? Non mi risulta di avere scritto nulla. Ma di quale editore stiamo parlando?». Sarà andata più o meno così la conversazione con Silvia Truzzi del Fatto quotidiano che li informava sulla loro più recente pubblicazione.

Il fatto strano (spero straordinario e non quotidiano) è che anche l’editore è caduto dalle nuvole. Sembra che sia tutta colpa di un collaboratore – articolo indeterminativo – che aveva garantito l’accordo con i tre autori.
Per quanto ne so io un collaboratore con l’articolo indeterminativo è un poveraccio che lavora per la gloria più che per i soldi, che sono sempre troppo pochi. Date le mie conoscenze, faticherei a parlare con un editore per quanto piccolo. Invece esiste un collaboratore editoriale che telefona al professor Rodotà («Mi dai il permesso?»), all’economista Tito Boeri («Mi dai il permesso») e ultimo ma non ultimo al presidente del Consiglio («Dai Matteo, dammi il permesso!»). Uno che ha i numeri di tutti quelli che contano. E chi sei? Angelino Alfano, Gianluca Vacchi, Bruno Vespa?

Post scriptum: Dopo il self-publishing e l’autoeditoria voglio lanciare l’autoblogging. Domani pubblico, viste le mie conoscenze, un post sulla scrittura di 5000 parole, assemblando materiale da vecchi interventi di Michele Scarparo, Marina Guarneri, Sandra Faè. A loro insaputa, e anche mia.

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Manuale pratico di giornalismo disinformato

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Inizia con un morto ammazzato steso sul tavolo della cucina in casa di Ermanno Baistrocchi quel Manuale pratico di giornalismo disinformato, di Paolo Nori, di cui abbiamo già analizzato in passato una pagina impubblicabile, impubblicabile ovviamente se fosse stata scritta da noi, non certo da Nori.

Dico subito che Ermanno Baistrocchi, checché ne dica Nori, è Nori: personaggio e persona sono largamente sovrapponibili tranne che per i cadaveri adagiati in cucina. Per chi non lo conoscesse, aggiungo che Nori rientra nella categoria degli scrittori e non dei romanzieri (gli scrittori sono quelli che non gliene frega niente della trama, ndr). Non lasciatevi perciò fuorviare da un incipit tipico di una trama gialla, qui trama non ce n’è: il romanzo sta tutto nella confessione fiume resa dal Baistrocchi al magistrato prima del processo nel tentativo di giustificare la presenza del morto ammazzato all’interno della sua abitazione.
Ho detto che la storia è labile, impalpabile, inesistente. Eppure, pare strano, fatti e fatterelli della vita e della mente di Baistrocchi formano un intreccio rispettabilissimo. Insomma, si può scrivere di niente e risultare anche interessanti. L’unico problema, forse, è accettare lo stile dell’autore, quel finto trascurato in cui Nori eccelle.

So che qualcuno potrebbe trovarlo un po’ indigesto, anzi vomitarlo allegramente. Il consiglio, in questo caso, è di leggersi a sbafo qualche capitoletto (ce ne sono di brevissimi). Se lo stile di Nori piacesse, ecco allora che il Manuale pratico potrebbe diventare una lettura adatta per la spiaggia al posto del solito banale best seller Mondazzoli. Altrimenti lasciate perdere, anche per non correre il rischio di passare luglio e agosto rodendovi il fegato al pensiero che se Marcos y Marcos pubblica Nori-Baistrocchi, non capite perché non dovrebbe pubblicare il vostro distopico già rifiutato da tutti gli editori a cui l’avete spedito.

Chi di voi, più di altri, dovrebbe leggere questo romanzo? Sicuramente tutti gli aspiranti scrittori che volessero comprendere dall’interno le dinamiche redazionali ed editoriali con cui sono costretti a convivere gli scrittori italiani.

Il libro è ricco di consigli (veri) di scrittura – in fondo è un manuale pratico – ma anche di prese per il culo dei vari corsi di scrittura creativa che pullulano da noi e della fauna di aspiranti al successo letterario che li frequentano, sperando così di emergere per questa strada. Se doveste ritrovarvi raccontati in questo romanzo sappiate che è fiction, quindi è tutto vero.

Che altro aggiungere? Ah, sì. Troverete considerazioni caustiche su alcuni scrittori che vanno per la maggiore, senza mai nominarli ma riconoscibilissimi senza tema di smentita; osservazioni politicamente poco corrette sui festival letterari (altra moda diffusa in un Paese che legge sempre meno). Ci sarà il solito blocco dello scrittore come leitmotiv del romanzo, e udite udite troverete anche un lungo elenco di frasi fatte che entrerebbero di diritto nel thriller paratattico omonimo. Ma soprattutto – non perdetevela – c’è una spassosissima stroncatura del fenomeno del crowdfunding applicato ai libri. Imperdibile e divertente.

 

Post scriptum: il Manuale pratico di giornalismo disinformato non risparmia neppure giudizi non proprio benevoli su quegli aspiranti scocciatori che mandano sconclusionate mail a Baistrocchi-Nori, nel tentativo di farsi notare. Essendo uno di loro avrei gradito entrare anch’io nell’intreccio narrativo. Invece niente, non sono degno neppure di questo. Non mi resta che aggrapparmi all’ottimismo di Rossella O’Hara: in fondo, domani è un altro libro. E poiché nel caso di Nori, in fondo, letto uno ti puoi immaginare tutti gli altri, immagino già un mio cameo nel prossimo.

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