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L’antiscrittore

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Prima di pensare, impara a scrivere.

Chi riesce a dire con venti parole ciò che può essere detto in dieci, è capace pure di tutte le altre cattiverie.

Scrivere è un modo di stare zitti senza essere interrotti.

Un buon libro è un compagno che ci fa passare dei momenti infelici.

Ci sarà un tempo in cui le bestie parleranno, oggi scrivono.

Lo scrittore è essenzialmente un uomo che si rassegna alla solitudine.

Scrivere: librarsi sopra l’abisso fregandosene dalla grammatica.

Non lasciar passare neanche un giorno senza scrivere un romanzo.

Quando mi viene l’idea per una storia, mi metto a scriverla. Prima di iniziare, però, mi faccio sempre una domanda: “Cosa rende questa storia tanto futile da essere scritta?”

Mi piace chi sceglie con cura le parole da non dire.

Ci sono crimini peggiori del bruciare libri. Uno di questi è scriverli.

Bisognerebbe sempre avere qualcosa di noioso da leggere in treno.

Scrivere è sempre mostrare qualche cosa in modo che poi passi inosservato.

Ciò che mi trattiene dallo scrivere un capolavoro è il timore che non me ne chiedano subito un altro.

Non si scrive perché si ha qualcosa da dire ma perché non si ha nulla da dire.

L’arte dello scrivere è aggiungere, aggiungere, aggiungere.

Non scrivere né per te né per gli altri, né per l’oggi né per il domani, né per il guadagno né per la gloria: insegui il tuo piccolo niente.

Quando uno scrive per sua personale soddisfazione e scrive tutto quello che sa è sicuramente un cattivo scrittore.

 

 

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Tetrapiloctomia

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Arte di spaccare il capello in quattro, riscontrabile nei blog di scrittura di prima, seconda e terza fascia, in cui la discussione verte su questioni tipo: «Viene prima la trama o il personaggio?». Oppure: «È più importante il personaggio o lo stile?». Ma anche: «Meglio puntare sullo stile o sulla trama?». Tetrapiloctomici sono i dibattiti sulla morte del congiuntivo e se e quando uno scrittore può definirsi scrittore. Infine, tetrapiloctomiche con sfumature di ossimorica oligarchico-popolare sono la querelle cartaceo-digitale, quella che verte intorno alla supremazia dei filtri editoriali rispetto alla loro assenza e le questioni legate al raggiungimento del successo editoriale grazie al metodo fiocco di neve in contrapposizione all’ispirazione tout-court. Se inserito finto distrattamente all’interno di un post o di un commento, il termine tetrapiloctomia serve a comunicare in modo sottile e pervasivo agli astanti il connubio intellettuale tra lo scrivente e il semiologo Umberto Eco, creando quella sudditanza psicologica che prende popolarmente il nome di autorevolezza.

[voce creata su richiesta di Darius Tred]

 

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Marchetta alla Rocchetta per non parlar del self

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Un giorno mi sono guardato allo specchio, mi sono puntato il dito contro e ho detto: «Tu non devi più scrivere del self». Perché?, mi ha risposto quell’altro io. «Tu fa’ come ti dico. Zitto, zitto, zitto! Non fiatare». Poi per essere sicuro di non fiatare ho scritto anche a Michele. «»Michele, se dovessi scrivere di self, sei autorizzato a mandarmi a quel paese». Ok, va bene, ricevuto.
Perciò oggi, madonna mia che caldo che fa, non scriverò nemmeno sotto tortura, dovessero infilzarmi, ve lo giuro non ne parlerò. È che stamattina alzandomi, ieri sera ho mangiato la pasta con le acciughe, era salata madonna mia com’era salata, stamattina alzandomi ho dato una sbirciatina, ma solo una sbirciatina, nulla di più. Io non ne vorrei parlare, ma come faccio: è lui che mi ha provocato. Mi provoca un bruciore allo stomaco, ho la bocca tutta salata, che ce l’abbiamo la Rocchetta in frigo? Come non c’è? È finita, oddio e come si fa? Mo’ scendo a prenderla, ma il supermercato è chiuso, stanno facendo l’inventario. Madonna mia, ma l’inventario non si fa il 2 di gennaio? E chi l’ha detto? L’inventario si fa quando c’è bisogno di farlo, noi lo facciamo oggi, ma lei che vuole? Voglio la Rocchetta, ho mangiato le acciughe ieri e ho finito la Rocchetta. E ché, la chiede a noi? Vada da un altro. Ma l’editore non lo voglio. Che c’entra ora l’editore? Il giornale, quello sì. Lei mi pare un matto. No, è che stamattina in rete ho letto un post e mi sono detto che io non ce la faccio. Non ce la fa a che? A trattenermi. Ma che, deve evacuare? Non la faccia qui, davanti al supermercato! Guardi che chiamo i carabinieri. Mi dia la Rocchetta, la prego, con l’acqua in bocca non si può parlare. Ah, ah! Non si può parlare ma si può sempre scrivere. E quindi alla fine parlerà. Oddio, posso scrivere me l’ero scordato. E mo’ come si fa, mi tocca scrivere. Dio che lingua salata. Cambio supermercato, vado dalla concorrenza. È aperto, entro. Che aria fresca, questo è molto meglio. Qui ci sta pure l’aria condizionata. Scusi il reparto acque? Grazie mille. Voi non state facendo l’inventario, vero? Che inventario? No, è perché nell’altro supermercato stanno facendo l’inventario e non mi danno la Rocchetta. Voi c’avete la Rocchetta? Certo che c’abbiamo la Rocchetta. Abbiamo la Rocchetta, la San Pellegrino, l’Uliveto, plin plin. Lei che vuole, la Rocchetta? Tieni la Rocchetta. Ah, salvatore! Me la bevo subito – glu glu – ah, che fresca! – glu glu. Rinfrescato, rigenerato, rilassato, ora la sete mi è passata. Che dici, Michele, tu che sei l’intenditore per antonomasia. Che è antonomasia? Antonomàsia o antonomasìa? Dai non scherziamo, Michele. Non ho parlato del self, che dici, sei d’accordo che non ne ho parlato, ma col gusto pieno della vita? Prendo sei Rocchette tanto che ci siamo.

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Nullologia culinario-editoriale

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Quando bloggando tanto
non dici alcun perché
sei come un cuoco affranto
che piange sul caffè.

Consigli di scrittura
qui dentro non ne do
qua parlo di cottura,
vi affumico un bel po’.

Di niente vi alimento
con tre parole o quattro,
vocaboli disciolti
nel sugo dentro al piatto

Se hai palato per la lingua
e la rima è una gustosità,
spadellami un mi piace
che social ti farà.

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Bella ballerina bolognese beve bourbon

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Il commento odierno di Salvatore Anfuso al mio post di ieri sugli aggettivi utili a definire una buona prosa – avevo suggerito che dev’essere semplice e necessaria –, aggiunge una considerazione vissuta in prima persona, e che si avvicina all’ossessione profonda che accomuna gli scrittori con la esse maiuscola, e che non tutti mettono al primo posto quando si accostano alla letteratura. «Con Mozzi – dice Salvatore – facevamo un giochino: bella ballerina beve bourbon a Bologna. Ecco, questo giochino infantile riassume il tutto: uno scrittore è sostanzialmente uno a cui piace giocare con le parole».

Giocare con le parole, forse è questa la pietra angolare della scrittura. Se non ami giocare con le parole, cosa che invece avviene spesso in questo blog, non saranno i manuali di scrittura all’americana che ti sorreggeranno nell’impalcatura del libro. L’architetto del libro, lo scrittore, cerca geometrie perfette tra le parole, ed è questo l’intreccio base che rende il suo romanzo solido, che determina quel due più due fa cinque di cui abbiamo già parlato nei giorni scorsi.

Un anno fa, quando questo blog era ancora un puntino nell’universo web (non che ora sia cambiato di molto), avevo proposto un esercizio in stile Mozzi, che poi non è altro che Umberto Eco… Se siete scrittori sublimi, superbi, stratosferici, schilleriani scriverete storie sempre straordinarie… Solo Salvatore si arrischiò nella prosa in quell’occasione. Vi ripropongo di nuovo lo stesso gioco, almeno mi renderò così conto se nel frattempo il blog è cresciuto.

Chi volesse prendere confidenza con le regole del gioco può farci un salto, altrimenti giochiamo qui oggi con quest’altro incipit e una prosa rigorosamente in B.

«Bella ballerina bolognese beve bourbon…»

Chi gioca, anzi bighellona con noi?

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Thriller paratattico sviluppato con il tuo stile

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Un fatto è un fatto, o detto in un modo che piace agli scrittori, un particolare tipo di trama.

Data una trama, o un fatto, il modo di raccontarlo cambia invece da scrittore a scrittore. Fornite la stessa trama a dieci scrittori e otterrete dieci diverse narrazioni della stessa storia. Che cos’è che cambia da uno scrittore a un altro, in questo caso? Cambia lo stile, le parole che ognuno sceglie per raccontare il medesimo fatto.

Il thriller paratattico di oggi vi chiede perciò di raccontare il fatto, o trama, della ragazza che si è persa per Montmartre per poi svegliarsi nello studio di un dentista, con il vostro stile, il vostro modo unico di raccontare i fatti, mediante le parole che più vi sono congeniali. Se la volta scorsa vi avevo chiesto una versione che riprendesse lo stile di un autore noto, e siete stati tutti bravissimi a farlo, spero che oggi non vorrete rinunciare all’appuntamento con voi stessi, mostrando al mondo qual è l’impasto e gli ingredienti della vostra scrittura, del vostro modo personale di cucinare le parole.

Perciò ecco a voi il thriller paratattico.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Buono stile a tutti.

Post scriptum. Quella di oggi è l’ultima volta del thriller paratattico su questo blog. Ma non preoccupatevi, non ci fermiamo, potrete continuare a giocare con nuove varianti a partire dai prossimi giorni su Scrivere per caso, il blog di Michele Scarparo, dove il nostro esercizio di stile troverà nuova linfa grazie a un nuovo maestro di cerimonie.

Ma perché questo cambio improvviso di residenza al thriller? Sarò sincero: inizio ad avvertire i segnali di una perdita di creatività nel proporvi nuove versioni del thriller, e ho pensato che la soluzione migliore per non far perdere smalto, vigore e divertimento all’esercizio consiste nell’affidarlo a un nuovo conduttore che saprà indicarvi nuove sfide. E poi mi piaceva l’idea di realizzare un fatto più unico che raro nella storia dei blog di scrittura: il passaggio di una rubrica fissa, con tante visite e commenti, da un blogger a un altro blogger, in spregio a certi esperti di social network che ucciderebbero per un like in più.

Un passaggio di testimone, una staffetta, un’eredità, definitela voi come più vi aggrada; ma l’importante è che il thriller paratattico abbia una seconda vita da attaccare alla prima. Se come per i gatti le vite saranno infine sette, vorrà dire che gireremo per decenni, perdendoci all’infinito sempre negli stessi vicoli bui e minacciosi di Montmartre, ma ogni volta osservandoli in modo nuovo.

Ah, quasi dimenticavo: continuerà a esserci un libro in premio, alla gioia di regalarvi un libro non rinuncio di certo, ovviamente scelto a caso, il cui vincitore d’ora in poi verrà decretato su Scrivere per caso. Scelto a caso, Scrivere per caso: se tutto questo non vi pare logico, non so più che cos’è logico.

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Di thriller e di idraulica

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Chiedendo di riscrivere la volta scorsa il consueto thriller paratattico secondo lo stile di un autore noto, temevo di ritrovarmi quasi senza partecipanti data la difficoltà oggettiva nell’eseguire l’esercizio. Insomma, ero preoccupato che la sessione andasse buca, lasciandomi con il cerino in mano. È stato quindi un sollievo non solo constatare che gli habitué del thriller non hanno battuto ciglio, e pubblicato prontamente le loro versioni; ma si è anche avuta la gradita sorpresa, permettetemi di sottolinearlo, che a questa banda di pazzi se ne aggiungesse un altro, Seme Nero, per nulla intimidito dalla prova di stile di non facile esecuzione. Bene, la famiglia si allarga, e questo non può che rendere ancora più interessanti gli appuntamenti che verranno.

Nell’attesa di sapere quale sarà la prossima variante del brano di Hitchcock, chiedo ora a tutti di dire a quale autore si sono ispirati in questa prova.
Per quanto mi riguarda, la versione che ho postato aveva la pretesa, non so quanto riuscita, di narrare l’avventura della ragazza sperduta per Montmartre, copiando la prosa di Giuseppe Berto nel Male oscuro. Se non conoscete questo romanzo e volete immergervi in un flusso di coscienza fuori dai canoni, ve lo raccomando. Adesso tocca a voi presentare il vostro «padre putativo».

E ora veniamo al vincitore – che questa volta c’è un vincitore – che si aggiudica il libro in palio che non era stato assegnato la volta precedente: Teoria idraulica delle famiglie, di Elisa Casseri.

Data la difficoltà dell’esercizio, sappiate che non ho badato a spese per cercare un giudice di livello adeguato alla bisogna. Senza nulla togliere ad altri blogger, che spero si aggiungeranno in futuro in questo simpatico ruolo giudicante, ho ceduto l’onore e l’onere di decretare un vincitore a Tenar, la nostra Inchiostro, fusa e draghi. E lei, pur apprezzando tutte le versioni pubblicate, ha trovato un gradino sopra le altre quella di Iara che inizia con «Mi svegliai nel cuore della notte con i sudori freddi e le mani tremanti».

Questa la motivazione: «L’autrice inserisce la vicenda in una cornice fortemente caratterizzata e riconoscibile, sia per atmosfere che per lessico. L’autrice, tuttavia, non si limita alla riproduzione di uno stile, ma riesce a creare un breve racconto autoconclusivo coerente e fruibile. Il contrasto tra l’atmosfera sporca e la rivelazione finale funziona anche al di fuori del contesto dell’esercizio di stile».

Nel ringraziare Tenar per la simpatia e la generosità che ha mostrato nel prendersi cura del nostro thriller, complimenti a Iara per averla «sedotta» con la sua versione.

E ora affilate le penne e l’ingegno, che si torna presto a battagliare.

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