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Thriller paratattico con sviluppo allo scrittore che volete voi

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Il thriller paratattico di oggi è al contempo facile e difficile. Se amate un autore, se la sua voce vi penetra l’anima, se le sue storie e i suoi personaggi vi tengono aggrappati al romanzo fino all’ultima pagina, è probabile che la sua scrittura sia fra quelle inconfondibili della letteratura. Forse vi è addirittura capitato che leggendolo sia venuta anche a voi la voglia di scrivere. Si tratta ora di rendergli un omaggio riproponendo il solito brano di partenza, arido e oggettivo, con lo stile che è la cifra del vostro faro letterario.
Paradossalmente, se ci pensate un attimo, è più facile imitare lo stile di un grande autore che di un altro meno riconoscibile. Insomma, è più facile scrivere alla Proust che alla Asimov.

Lo so cosa avete immediatamente pensato, un po’ scandalizzati: Asimov, nel suo genere, è grande quanto Proust. Vi do ragione, tant’è che l’amore per i libri me l’ha insegnato il biologo scrittore, e non ho letto mai il secondo. Ma è un fatto che sia più riconoscibile l’autore della Recherche rispetto a quello della Fondazione. Perciò sarà pure difficile e impegnativo, ma so che voi riuscirete a farmi leggere il thriller paratattico scritto anche alla Isaac Asimov, all’Agatha Christie, alla Stephen King o alla chi volete voi, pur senza dichiararlo.
Lasciate quindi che siano i lettori stessi a indovinare tutti questi omaggi. E soprattutto, partecipate numerosi, senza timidezze ingiustificate, perché c’è sempre un libro in palio e nessuna controindicazione.

Ecco a voi il thriller paratattico alla chi volete voi. Buon lavoro.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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Due brutte storie a Parigi

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Quella di ieri sera a Parigi è stata una brutta storia, che verrà commentata per giorni e giorni in tanti modi diversi, da riempire un’enciclopedia Treccani. Ma pochi di quei commenti saranno degli approfondimenti che ci faranno capire qualcosa del perché accadano fatti tanto tragici, la maggior parte sarà solo spazzatura internazionale da aggiungere alla nostra.
Quando succedono tragedie di questa portata mi domando perché non chiedono mai agli scrittori di parlarne, qualcuno che non sia esperto di terrorismo internazionale, ma di natura umana. Forse perché inquadrerebbero la faccenda da una prospettiva diversa e scomoda?

Lascio a voi la risposta e occupiamoci dell’altra brutta storia parigina, quella di Montmartre, che per fortuna ha un lieto fine.

Una delle ultime volte che ho accennato all’argomento vi ho preannunciato che sarei ricorso a qualche giudice esterno per decretare il vincitore. Mi sono perciò rivolto a Salvatore Anfuso;, chiedendogli due righe di motivazione per il vincitore. Ovviamente il nostro giudice esterno non ha tenuto conto della richiesta e ha svolto un lavoro tanto inutile quanto colossale. Non sarebbe bastato tutto lo spazio sul mio blog per pubblicarlo, ragione per cui ai (pochi) partecipanti al thriller paratattico con sviluppo in seconda persona singolare invierò privatamente il suo insindacabile giudizio. Vi riporto solo le ultime due righe della sua «monumentale relazione», sintesi finale di un lungo delirio.

«Adesso, amico/a caro/a, e ricordatelo che siamo amici dopo che avrai letto quanto segue, devo comunicarti se hai vinto, oppure… no. No. La risposta è no, non hai vinto mi dispiace. Ritenta però, sarai più fortunato/a. Rimane irrisolta la questione: il libro, a chi lo diamo? Io, un’idea ce l’avrei… Lo diamo al giudice: che ne dici?».

1) Dico di no.
2) Dico che La teoria idraulica delle famiglie verrà aggiudicata nel prossimo thriller.
3) Dico che il prossimo thriller andrà in onda lunedì prossimo.
4) Dico che, dopo questa brutta storia, potete anche non essere più amici dell’Anfuso.

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Thriller paratattico con sviluppo in seconda persona singolare

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Con tutti i thriller paratattici che hai ideato finora, adesso non ricordi più se quello che lanci oggi è inedito o l’hai già proposto nei mesi scorsi. Bravo, complimenti per la trasmissione.
Ti rammenti di quello a base di metafore e di similitudini, il grottesco e il giornalistico, quello a filastrocca e con cambio di registro. Ce n’è anche uno al contrario e forse forse uno in stile glamour. Ma uno sviluppo con il punto di vista in seconda persona, l’hai già preso in considerazione in passato o è una novità assoluta?
Se non te ne ricordi, sei però pregato di non giustificarti come al solito con alibi risibili. Soprattutto evita di nasconderti dietro i cinquecento post finora pubblicati. Confessa invece che l’Alzheimer avanza a grandi passi e non sai più quel che scrivi.
E se è ovvio che non ti puoi ricordare di tutto quello che hai pubblicato in passato, devi comunque ammettere che per il thriller, dai!, non è giustificato un vuoto di memoria. Anche solo per rispetto di quei poveracci a cui lo propini settimanalmente, e che lo affrontano con pazienza e rassegnazione pur di darti una soddisfazione morale, fingendo di apprezzarti.

Comunque, arrivato a questo stadio di demenza, che differenza fa se l’hai già proposto in una puntata precedente? Signore e signori, prego, vogliate gradire il thriller di Hitchcock con sviluppo in seconda persona singolare. Diamogli del tu.
Saluti e baci.

Ma non ti sembra di dimenticare qualcosa, Helgaldo? Ah, già. Il thriller di partenza. Come volevasi dimostrare. Saluti e baci l’hai già detto?

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

 

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Thriller paratattico, giudizio sovrano

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Che il thriller paratattico sia solo un pretesto per mettersi a scrivere e a sproloquiare di scrittura è fin troppo evidente. Alla scrittura provvedete voi con le vostre versioni al limite della follia, spesso spassosissime da leggere. Invece un discorso sulla scrittura, in una sorta di pseudo-manualistica casereccia volta a trovare un «vincitore» per ogni giro di valzer, tocca per ora al sottoscritto, che in stile Renzi si è eletto da sé sommo giudice della tenzone. Non è detto però che in futuro non decida di nominare un giudice tra voi, magari a rotazione, un Orsini o una Boschi. Anche questo può essere un ottimo e divertente esercizio. Siete perciò avvisati.

Ma prima di svelare il vincitore di oggi, eccovi l’incipit del libro, pregiato premio alla fatica di scrivere, fatica che spero sia stata divertente.

A Windsor quella sera c’era il banchetto ufficiale, e mentre il presidente francese si affiancava a Sua Maestà la famiglia reale si schierò alle loro spalle, e la processione si avviò lentamente verso la sala Waterloo.
«Adesso che possiamo parlarne a quattrocchi,» disse la regina sorridendo a destra e a sinistra mentre avanzavano tra gli ospiti sfolgoranti «vorremmo tanto chiederle la sua opinione sullo scrittore Jean Genet».

Helgaldo di Jean Genet non ne sa nulla, a fianco di Sua Maestà rischierebbe una figuraccia. Quello che invece sa è prendere le distanze dal fiume di titoli cinematografici che sono diventati i protagonisti assoluti dei vostri thriller.
Vi ricordo, tirandovi le orecchie, che il protagonista della versione di Hitchcock, salvo diversa indicazione – e anche in questo siete ora avvisati –, resta sempre la nostra fragile creatura vagante per Montmartre con trama conseguente.

Sviluppare il thriller in una direzione o in un’altra vuol dire rifargli il trucco. Ora, truccarsi – lo dico alle signore – non significa cospargersi il viso di rossetti, ombretti, ciprie, fondotinte in quantità industriali fino a diventare irriconoscibili. Al contrario, vuol dire eseguire leggeri tocchi che possano migliorare la forma dell’ovale, valorizzandone i pregi, nascondendo qualche imperfezione, oppure lavorare proprio sull’imperfezione per rendere il viso gradevole e particolare. Anche nel trucco, come nella scrittura, il togliere può essere più efficace che l’aggiungere. Per i maschietti può valere il discorso della palestra. Palestra sì, ma palestrati mai. Non è un bel vedere.

Versioni troppo cariche, dunque. Divertenti come divertenti possono essere certe commedie erotiche all’italiana con le barzellette alla Pierino e i seni al vento spiati dalle serrature. Capisco che ci si possa far prendere la mano dalle parole in libertà, ma se non si è al pari dei Márquez il rischio è di mostrare sulla pagina una caricatura più che un viso, un omone Michelin più che un uomo.

L’incipit qui sopra ci racconta proprio questo. La sobrietà della scrittura, tutte parole semplici in frasi piane, valorizza l’incedere regale della maestà, e la domanda stralunata, detta in modo naturale senza giri di parole, acquista una forza superiore e apre le porte alla curiosità e alla narrazione.

Ma parliamo ora della vincitrice, di donna infatti si tratta. Ho dovuto decidere tra Marina e Sandra, sono state loro a contendersi la palma. Di Marina mi è piaciuta la scelta di limitarsi a un genere cinematografico, l’horror. Un altro aspetto importante della scrittura è, a mio avviso, creare una qualche regola per ciò che si dovrà scrivere. Questa scelta preventiva è l’approccio giusto per sviluppare una vena creativa superiore. Se tutte le scelte sono infatti possibili, non c’è creatività. Ma se il mio mondo alternativo è governato da una qualche regola – anche la storia di Montmartre è un piccolo mondo alternativo – maggiore sarà l’apprezzamento da parte di chi legge. Quindi ho apprezzato la versione di Marina. Però, ripeto, è troppo titolocentrica.

Sandra invece si è limitata in questo aspetto. Storco un po’ il naso perché non si è data una regola. Però ha coperto la falla, mettendoci poco trucco. Ed è risultata più elegante. Riconosco ancora la trama di partenza. Brava.
Non le rimane ora che comunicarmi un indirizzo dove farle giungere il libro.

Già, il libro. Alan Bennett, La sovrana lettrice, Adelphi. Libro quasi senza trucco. Cioè il trucco nella scrittura c’è ma non si vede. Se lo scrittore è bravo, non deve vedersi, infatti.

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Thriller paratattico con sviluppo per cinefili

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Ho come il sospetto, l’ombra del dubbio, che intorno al trhiller paratattico ci sia in atto un sabotaggio. La giovane e innocente di Montmartre, che entrò per fatalità nel club dei trentanove alcolizzati, che provò un nodo alla gola nell’acqua gelida della Senna, mentre quella feccia sulla riva si concedeva un cocktail per un cadavere, non ne può più di tutto questo intrigo internazionale: «Io confesso di non farcela più a sopportare questo carico di stress, ho problemi di psycho, prima o poi finirà con un omicidio, voglio rescindere il contratto», avrebbe dichiarato all’uomo che sapeva troppo. Immediata la paura sul palcoscenico. È infatti notorious a tutti che senza la sua partecipazione il thriller non può andare in scena. Per ora è partita la caccia al ladro, l’altro uomo della storia, il dentista, che sembra abbia sottratto mezza corona dal budget. Per poi volatilizzarsi come gli uccelli.

Il ripescaggio dei titoli di Hitchcock, ovviamente, è consentito.

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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Thriller paratattico con titolo a nove colonne

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Un post su un blog non è un articolo di giornale. Ed è per questo che i titoli dei post sono tutto meno che accattivanti. Piatti come un esponente del Nuovo centro democratico, si limitano per lo più a una manciata di parole volte a informare sull’argomento che verrà trattato, senza mai un colpo di reni linguistico. Eppure lo sanno tutti che per catturare l’attenzione dei lettori non c’è niente di meglio che una titolazione spumeggiante e fantasiosa, magari giocata su qualche figura retorica da copywriter di razza. Invece niente, solo titolazioni da verbale di condominio o da congresso medico. Un grigiore da periferia degradata nel cuore dell’autunno. Ma oggi finalmente abbiamo la possibilità di riscattarci, di riesumare il titolista sepolto in noi.

Una titolazione classica, si sa, è costituita da tre elementi: l’occhiello, il titolo vero e proprio (di solito evidenziato in corpo maggiore) e il sommario. A volte si aggiunge anche quello che in gergo è definito catenaccio. Ma limitandoci allo schema base, immaginiamo ora di dover titolare il nostro thriller e diamoci dentro con l’arte della titolazione.

Per essere compreso da tutti, e mettervi alla pari ai nastri di partenza vi do anche le misure, cioè il numero di battute, da non superare in nessun caso, pena l’eliminazione. Un bel vincolo alla creatività, giusto perché possa esplodere.

Occhiello (15 battute, spazi inclusi)
Titolo (25 battute, spazi inclusi)
Sommario (80 battute, spazi inclusi)

Una bella sfida, non c’è che dire. Riuscirete a sintetizzare in modo accattivante il nostro solito thriller paratattico al pari di un redattore di lungo corso, di una vecchia volpe dei titoli sparati a nove colonne?

 

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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Poesia del quotidiano

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Di parole non sarò mai sazio. Desidero possederle, piegarle al mio volere, farmele a tutte le ore. Le cerco con frenesia smaniosa, senz’altro fine che quello di soddisfare il mio piacere. Ebbene, lo confesso: sì, sono un maniaco, un vizioso delle parole. Quando ne metto tre o quattro l’una in fila all’altra mi sembra di volare, che cos’altro potrei desiderare di più? Non riesco a resistere al loro fascino, le coltivo con cura assillante. Un coltivatore diretto della parola, ecco cosa sono. Di più, un drogato. Statemi perciò alla larga se non volete essere contagiati anche voi da questa strana dipendenza. Questa dipendenza dalle parole è un virus che mi ammorba e non mi molla. E a ben guardare è tutta colpa loro, non certo mia, se sono ridotto in questo stato.

Sì, ora che ci penso sono loro, le parole, che mi inseguono, che non mi lasciano in pace, che mi ronzano attorno e mi provocano. E io che cosa posso farci, sono di carne, dovrei forse far finta di niente quando cercano di sedurmi come sirene? In fondo anche Ulisse ha resistito al loro richiamo solo perché era legato all’albero maestro, ma io? Io sono libero di muovermi, di incontrarle, ho le mani sciolte io. E poi finisce in tragedia.
Voi direte che esagero. E se vi dimostrassi che vi sbagliate, che non esagero affatto, che se sono ridotto in questa condizione non è per colpa mia?

Prendete per esempio la Stampa di ieri, 15 ottobre. Voi cosa fareste con in mano il quotidiano? Che domanda, dareste una sbirciata, una sfogliata innocente. C’è una manovra da 27 miliardi in prima pagina e, sotto, la guerra ai lupi da parte della Francia. C’è poi la recensione di un libro di Veltroni, poveraccio, e magari voi vi mettereste a leggerla. Che bella vita la vostra, semplice e intelligente. Purtroppo per me non è così.

Con in mano la Stampa di ieri, 15 ottobre, il mio cervello pensa tutta un’altra cosa. Il mio cervello si domanda – guarda te che domande si fa il mio cervello – se riesco a ricavare una poesia automatica da tutte quelle parole scritte sul giornale. Una poesia, capite? Io sospetto che dentro quel giornale si nasconda una poesia, ben camuffata. E che sia mio compito stanarla. No, dico, vi sembro normale?

E così, tanto per vedere se ho ragione, decido di trascrivere di ogni pagina le prime parole dell’articolo a sinistra. Parto dalla prima pagina per finire alla pubblicità nell’ultima. Le pagine sono quarantotto – i giornali vanno a multipli di otto, lo sapete? – e io mi applico, con tutti i problemi che ci sono al mondo, a trascrivere le prime parole di ogni pagina nell’articolo a sinistra. Se siete di Torino magari l’avete sotto mano quel giornale e potete controllare di persona anche voi. Ma non fatelo, per carità, poi non la smettereste più, diventereste dipendenti dalle parole come me.

Lo so, ora siete curiosi di conoscere i «versi» che ho trascritto. Ve li dico solo perché siete voi, e ci frequentiamo ormai da tempo. Però mi raccomando, che non vi venga in mente di imitarmi. Non ne uscireste sani. Perché le parole hanno vita propria, come per magia. Ma è magia nera.

 

Per cambiare basta un’azione

Li abbiamo bloccati,
non è finito.

Se non ci fosse Roma
fanno di tutto per riconquistare
l’ultima informativa.

Renzi si presenta,
alla fine il ddl sulle unioni.
Arrivati quasi al traguardo
sono quattro i pilastri.

L’Italia può presentarsi,
la Francia suggerisce:
il rumore è intermittente,
finalmente.

Per la sua «prima»
Agnese e Matteo.

Una Hillary Clinton
crepe nei muri,
all’inizio doveva essere.

Ma il reato di estorsione,
in Francia, l’ultimo lupo.
Boom di richieste.

Da una parte,
chiusura debole
a proposito dei pagamenti.

E come nella fiction
qualche anno fa,
una lunga fila di taxi.

Oggi è la giornata mondiale:
va’ dove ti porta il cuore,
finiscono stasera.

Il senso dei nordici per il thriller.
Florilegi di colore,
micosi unghie.
Il ritratto dell’Italia.

Quindici giorni senza
il sogno della ricchezza facile.
Il caffè di Raiuno…
L’apparenza fa prendere abbagli.

Dai «Magnifici tre» a «Chi l’ha visto?»
ricette e consigli:
ci sono altre due società,
i confini della nuova Europa

Serve una grande squadra.
Mentre negli States
un vertice depressionario.

Per cambiare basta un’azione.

 

No, dico. Meglio della poesia futurista passata. Meglio della poesia futurista futura. Da nobel in Svezia. Segnalatemi.

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Thriller paratattico con sviluppo per domande retoriche

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Ma ce ne libereremo mai di questa storia di Hitchcock o dovremo vedercela comparire ogni lunedì mattina per tutti i secoli a venire? Abbiamo davvero tutta questa voglia di giocare al thriller paratattico? Come non avete voglia di giocare con me? Che cavolo state dicendo? Non vi piace più questo meraviglioso brano che si può riorganizzare in mille modi? Ma state scherzando o parlate seriamente? Siete scrittori dalla prosa multiforme o vi accontentate di pensierini del tipo soggetto, verbo, predicato? Cosa, cosa? Sapete scrivere solo le storie che già scrivete? Ma siete pazzi? Son cose da vantarsi, queste? Ma lo sapete che se non provate ora a cambiare il modo di scrivere intanto che siete giovani esordienti vi ritroverete in futuro come Moccia e Camilleri, prigionieri della stessa storia dal lunedì alla domenica? Vi sembra bella questa prospettiva? Siete scrittori di prim’ordine o polverosi impiegati del catasto? E poi volete deludermi proprio ora che ho puntato tutto su di voi? Proprio adesso che qualcuno inizia a mettersi in gioco? Pensate forse che sia disposto a buttar via venti e passa variazioni solo per la vostra timidezza? Siete zuppa o pan bagnato? Avete voglia o no di mostrare gli attributi e far vedere a tutti che sapete scrivere a prescindere? Come non vi ricordate il brano di partenza? Ma non dovreste conoscerlo a memoria dopo tutti questi mesi? Quante volte l’avete avuto sotto gli occhi? L’avete perso? Volete allora che ve lo riscriva di nuovo? Qui sotto, proprio qui?

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Helgaldo

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Thriller paratattico con sviluppo alla cotto e mangiato

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Con oltre due milioni di libri venduti, la signora Benedetta Parodi è uno degli scrittori più letti e famosi in Italia. Alzi la mano chi non ha in casa un Cotto e mangiato, o non l’ha regalato alla mamma, alla zia, alla moglie, e perché no al marito, magari in occasione di un compleanno o di una festività.
Ovviamente la signora non è l’unica star di questo genere di pubblicazioni che tanto piacciono agli editori e alle loro tasche.
Antonella Clerici a sinistra e Carlo Cracco a destra completano questa divina trinità culinaria dai guadagni celestiali. Grazie a loro gli italiani, oltre a un popolo di santi e navigatori, si sono trasformati anche in cuochi stellati, in chef della domenica.
La tradizione è lunga e nasce da quel Pellegrino Artusi, che per primo, e in una sorta di self-publishing d’antan, iniziò questa rincorsa alla ricetta meglio presentata sulla pagina prima ancora che sulla tavola.

È quindi giunto il momento di riproporre il nostro consueto thriller paratattico alla Hitchcock con uno sviluppo alla cotto e mangiato.
Gli ingredienti per la suspense ci sono tutti. Occorrerà disporli nel modo migliore per rendere il thriller il più appetitoso possibile. Che la prova del cuoco scrittore abbia inizio. Buon appetito.

Una giovane donna si trova sperduta nel quartiere parigino di Montmartre, intorno a lei una scura coltre di buio. La giovane cammina fra i vicoli costeggiando un lungo muro, ha paura, entra finalmente in una casa. Sale le scale, comincia a intravedere una luce, si trova nel mezzo di un bar frequentato da uomini ubriachi. Gli uomini si avventano su di lei: la vogliono rapinare, forse abusarne. La donna urla di terrore, i maniaci la legano, la buttano in un fiume, aspettano sulla riva di vederla divorata dai topi. La donna sprofonda nell’acqua, comincia a dondolare. Si sente soffocare. Una mano la scuote, si sveglia, finalmente la voce amica del dentista: «Tutto fatto signora. Mezza corona, prego!».

Alfred Hitchcock con Heldalgo

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Io speriamo che me la cavo, giudizio finale

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Io speriamo che me la cavo è la frase più famosa dell’omonimo libro del maestro Marcello D’Orta, frase ormai entrata di diritto nei modi di dire dell’italiano moderno, che ha dato l’abbrivio all’ultimo thriller paratattico di lunedì scorso.
Ringraziandovi per aver partecipato numerosi al nostro gioco, e prima di decretare il vincitore di questa tornata paratattica – ricordo a tutti che c’è un libro in palio – ne approfitto però per sviluppare qualche considerazione personale su questo genere di prosa.

Innanzitutto, io speriamo che me la cavo è la frase che conclude uno dei temi assegnati dal maestro ai suoi alunni. Se non ricordo male, vado a memoria, il tema verteva sul Giudizio universale. Perciò quel «io speriamo che me la cavo» risulta geniale e disarmante insieme, riferito a questo argomento, un giuzzo da guitto che troverà il padreterno divertito e ben disposto nei confronti di un’umanità che si salverà, se si salverà, per il rotto della cuffia. E bisognerà ringraziare i ragazzini di tutte le latitudini, vittime delle scelleratezze di noi adulti, se anche noi potremo sperare nel purgatorio anziché precipitare direttamente all’inferno. Solo a un ragazzino poteva venire in mente di chiedere la clemenza della corte in un modo tanto folgorante. Dante stesso, nella sua grandezza, per cavarsela di fronte a Dio ha dovuto sfoderare ben cento canti ispirati, e dedicare tutta la sua vita alla Divina Commedia.

Mi chiedo quanta spontaneità ci sia in realtà in quei temi. Troppo divertenti nelle loro deviazioni sintattiche, troppo acuti nel giudicare ingenuamente ma in profondità il mondo per essere del tutto naturali. Non conosco la genesi esatta di quelle composizioni elementari, ma quell’ingenuità bambina a me pare studiata. Un’ingenuità studiata ovviamente è un ossimoro bello e buono, un vero falso d’autore. Da questo punto di vista, non ho rintracciato lo stesso schema nei nostri lavori.

Avevo sì chiesto di ridiventare bambini, e l’avete fatto diligentemente. Ma non mi avevo chiesto di rinunciare a essere scrittori, e non capisco perché avete abdicato a questo ruolo.
Risultato: gli strafalcioni di grammatica ogni tre parole ne depotenziano l’effetto, la quasi assenza di frasi spiazzanti alla speriamo che io me la cavo, la costruzione forzata e innaturale del vissuto del narratore-alunno hanno reso le nostre composizioni abbastanza piatte, senza quei picchi di vitalità e di adultitudine che sono invece rintracciabili in molti temi dei ragazzini di Arzano.

Non dico che non ce la siamo cavata in qualche modo. In effetti ce la siamo cavata in qualche modo, ma il maestro D’Orta ci surclassa tutti. Anzi, per essere sinceri, ci declassa tutti. Morale, tutti rimandati al prossimo thriller paratattico. Siete contenti?

Dio mio, ma c’è da assegnare un libro…
Voi penserete: ma se siamo andati così male come stai dicendo, nessuno se lo merita, e slitta alla prossima puntata. E invece no, perché il nostro Michele Scarparo è stato l’unico che volontariamente non ha rinunciato al suo ruolo di scrittore. Certo, uno scrittore per caso, ma pur sempre scrittore dialettale.
Il suo sforzo è ben visibile sulla pagina, ha costruito la narrazione almeno centrandola sulla parte linguistica, ed è stato quindi tutto meno che spontaneo. Ha fatto cioè quello che tutti avremmo dovuto fare: il mestiere di scrivere.

Il libro che si è guadagnato – credetemi, è più una punizione che un premio – è di Jonathan Galassi, La Musa, Edizioni Guanda. Non resta ora che comunicarmi, caro Michele, un indirizzo fisico dove inviarti il romanzo. Poi sono fatti tuoi.

Ma dopo questa sonora bocciatura, ve la sentite ancora lunedì prossimo di cimentarvi in un’altra prova del fuoco? Non voglio spaventarvi, voglio solo vedere degli scrittori all’opera. Il prossimo thriller sarà quasi proibitivo. Ma quando il gioco si fa duro… spero che voi ve la caverete.

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