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Millecentodieciuno

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Quella nel titolo non è una data mal scritta, ma la truce ecatombe statistica dei dattiloscritti inviati agli editori dagli aspiranti scrittori.
Ogni mille romanzi sottoposti all’editor, cento sono quelli leggibili, dieci quelli davvero interessanti, uno è pubblicabile.
Non lo dice Helgaldo di Da dove sto scrivendo, ma Giulio Mozzi, rinomato editor di casa editrice.

Premetto che concordo con la statistica, nel senso che non mi pare scandalosa né inverosimile. Mi chiedo solo se dati gli stessi testi in lettura a editor diversi siano poi coincidenti anche i leggibili, gli interessanti e il pubblicabile. Se così non fosse, e credo non sia, avremmo tutti qualche possibilità in più.
Resta comunque la domanda, che giro a voi in attesa di risposta: il vostro dattiloscritto, a che categoria appartiene?
Cosa vi rende sicuri che stia tra i cento leggibili tanto da rientrare in quel dieci per cento; così interessante da venire incluso nell’un per cento; e pubblicabile al punto che uno su mille ce la fa?

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(non) Una recensione

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Se Giulio Mozzi inizia il suo (non) Un corso di scrittura e narrazione con il buondì, è logico che lo termini con un arrivederci. In mezzo c’è tutto e niente, cioè esattamente quello che in un libro dev’esserci.
Ci sono preziosi consigli di scrittura camuffati da aneddoti; del tutto assenti regole, definizioni, classificazioni, trucchi da quattro soldi su come scrivere un romanzo. Proprio il contrario di quello che si trova nei manuali di scrittura creativa che ci tocca di solito leggere e scimmiottare nei blog.
Inframmezzato a tutto quello che non c’è, troviamo parecchie farneticazioni, messaggi in bottiglia indecifrabili, voli pindarici da allucinazione. Incomprensibili, ma di cui è consigliata la lettura.
C’è poi tanta vita dell’autore. Questa è la ciccia migliore.

Purtroppo per apprezzare questo «non manuale» bisogna avere tutta l’esperienza di Mozzi alle spalle, questo è il difetto maggiore del libro. Chi non sa nulla di com’è fatta una casa editrice, non è mai entrato in una redazione e non ha vissuto nell’editoria degli anni Ottanta e Novanta, non è in grado di capire a fondo il vero messaggio che lancia Mozzi sulla scrittura. Peccato, ci si perde il meglio.
Oggi tutti vogliono raggiungere il successo, la piena maturazione letteraria al primo libro, senza nessun tipo di gavetta, termine escluso dal proprio bagaglio di esperienze. Successo sì, quello lo vogliono. Ma gli anni per raggiungerlo no, non fanno parte del programma. Autori tutti virtuali, che non vogliono perdere tempo con la vita vera, che non vogliono sentirsi proporre le riflessioni su Manzoni o su Melville, che il Mozzi ci rifila. Riflessioni non convenzionali, espresse dalla parte di chi scrive e si immagina la fatica di scrivere che hanno fatto i grossi nomi, ma anche quelli piccoli, della letteratura, specie italiana.

Mozzi, soprattutto, dice la verità, e si capisce che dubita che gli si possa credere. Leggendo infatti non gli crederete, come non gli credono i suoi corsisti, che si aspettano da lui la Verità durante le lezioni che tiene freneticamente in tutta la penisola — di qualcosa dovrà pur campare l’uomo —. Tutti che si aspettano consigli sulla trama, sui dialoghi, sul punto di vista, sui personaggi, sullo stile. E invece lui chiede svolgimenti su “La mia mamma” e “Le mie feci “, e fa benissimo. È da lì che si deve partire per iniziare a scrivere: le cose sotto gli occhi e il culo di tutti, tanto evidenti che non siamo più in grado di coglierle.
Concludendo, (non) Un corso di scrittura e narrazione è sia per tutti sia per pochi. Tanto più farete esperienza fisica di scrittura, tanto più entrerete nei pochi, stavo per dire negli eletti, in grado di comprendere appieno il  non corso di Mozzi. Buondì e arrivederci.

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Tra un racconto d’amore e un comunicato stampa

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Mi sono appena lasciato alle spalle il buondì di Mozzi, e due pagine dopo mi imbatto nelle sue basse origini editoriali. Per sua stessa ammissione, viva la sincerità, «in gioventù ho lavorato sette anni nell’ufficio stampa della Confartigianato Veneto, cominciando col rispondere al telefono e copiare in bella i testi, e lì alcuni giornalisti bravi e generosi mi hanno insegnato molte cose. Tra un racconto d’amore e un comunicato stampa sulle norme igieniche nella produzione del gelato c’è una bella differenza; ma la tecnica che ci sta sotto, vi piaccia o no, è sempre quella».

Mi chiedo in quanti, con aspirazioni letterarie, accetterebbero di lavorare per sette anni al comunicato stampa sulle norme igieniche del gelato; di rispondere al telefono e copiare in bella i testi, mansioni apparentemente di bassa manovalanza editoriale.

Eppure, piaccia o non piaccia, la tecnica è la stessa. E la tecnica è ciò che di solito manca all’aspirante scrittore intento al suo esordio-capolavoro, ma incapace di scrivere un comunicato stampa appena decente, o anche solo un post sul suo blog letterario che sia scorrevole nella lettura.

Purtroppo la scrittura è un’attività da valutare in blocco, e per giunta poco democratica. L’eccellenza nella precisione linguistica, nell’immaginazione comunicativa, nell’ordine in cui disporre gli argomenti lungo il testo, è il comun denominatore di ogni genere di scrittura. E non si distribuisce equamente tra gli scriventi. Non possiamo farci nulla: quest’eccellenza, o c’è tutta o manca del tutto.

Sarò sincero: un bravo scrittore e un blogger mediocre non li ho mai incontrati nella stessa penna. Né grandi saggisti che al contempo fossero giornalisti di quart’ordine. Quando scrivi sei l’unico responsabile di tutto quello che il lettore trarrà dal tuo comunicato stampa, dal post del blog, dall’articolo sul giornale, dall’incipit del tuo romanzo. Non esiste linea di confine tra scrittura alta e bassa, perché la tecnica le impregna entrambe fino al midollo. Tutto o niente, sempre. Che piaccia o che non piaccia.

 

 

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Buondì

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Buondì.

Inizia così, con un saluto mattutino, il (non) corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi. Sono convinto che non sono in molti a riflettere sulla prima parola di un libro, la maggior parte preferisce andare subito in cerca della ciccia che segue. E invece io mi fermo qui, a riflettere su questo strano inizio per un corso di tecnica di scrittura – altro non vuole insegnare Mozzi, o non può, se non la tecnica: è quanto afferma nella quarta di copertina e nei risvolti del suo manuale.

Be’, un saluto al lettore mi pare educato e doveroso. Non so se il Mozzi entri in aula sparato al primo incontro e inizi a parlare su come articolare la trama. Presumo che un saluto ai presenti preceda ogni altra considerazione. E quindi un buongiorno agli aspiranti scrittori al corso e un buondì ai potenziali lettori di un libro ci sta tutto.

Devo ammettere che leggo in modo non tradizionale mettendomi, quando mi interessa, nella mente di chi scrive per carpirne i segreti che non mi vuole rivelare apertamente. È un po’ come un giallo, faccio l’investigatore in cerca degli indizi che stanno sotto gli occhi di tutti, ma che si faticano a cogliere. Quindi mi chiedo il perché del buondì. Che cosa vuole veramente dirmi il famoso editor con una parola tanto banale. Banale? Non direi. Rivediamola, proprio così: lasciate perdere l’intelletto e affidatevi all’occhio.

Buondì.
Il libro che state cominciando a leggere è un libro che ha avute tre vite. Questa che avete in mano è la terza.

Vedete? Quel buondì è una frase, non una parola. Segue l’a capo. È quindi una parola forte. Contemporaneamente è un incipit scelto tra infiniti incipit per dirci qualcosa. Vi dice niente? A me, devo ammetterlo, dice.

Dice una cosa che so da sempre e che so funzionare. Che per iniziare alla grande basta una parola semplice, diretta, che tutti possono comprendere. Questo vale per un romanzo, un saggio, un post, vale per qualsiasi forma di scrittura. Non vi dico quanti articoli in rete ho abbandonato alla seconda riga per la complessità dell’attacco. Non parlo poi dei libri o dei racconti. Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni che non prendeva un pesce. Il libro che state cominciando a leggere è un libro che ha avute tre vite. Chiamatemi Ismaele. Inizia così, con un saluto mattutino, il (non) corso di scrittura e narrazione di Giulio Mozzi. Una frase secca, diretta, banale. Editoriale. Pubblicabile. Sì, proprio così: pubblicabile.

Domanda: perché non scrivete in modo semplice, e quando fate parlare i vostri personaggi o il narratore all’inizio della vostra storia sembrano tutti dei professoroni da Vespa alla tv, persi nella complessità dell’ipotassi? Noto spesso che i pensieri più articolati e raffinati, profondi e filosofici che trovo all’inizio dei vostri racconti appartengono a casalinghe, clochard, serial killer e puttane. Corollario: mollo tutto alla seconda riga.

La scrittura più raffinata è quella semplice. Oppure, c’è sempre un’eccezione, dovete essere a livello di Manzoni. Di solito non lo siete. Chissà se il Mozzi è d’accordo con questa interpretazione. Ma non importa, l’importante è riflettere sulle parole che scrivete sulla pagina. E studiare le parole pubblicate, che altri hanno già usato sulla pagina, per scoprirne la complessità o la linearità (che è una forma occulta di complessità), è un modo per imparare a distinguere ciò che è pubblicabile da ciò che non lo è.

Vi lascio infine con un quesito.

Il libro che state cominciando a leggere è un libro che ha avute tre vite, scrive il Mozzi. Avute o avuto?

 

 

 

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Filtri e truffaldini

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«Gli agenti letterari sono un filtro, ma ovviamente anche l’agente fa le sue scelte. E quindi presentarsi a un agente è come presentarsi a un editore. Bisogna stare attenti agli editori truffaldini, che si riconoscono: in generale se di una casa editrice non hai mai visto i libri in libreria, molto probabilmente non è affidabile. Ma a questo concetto pare che in molti facciano fatica ad arrivarci».

Giulio Mozzi

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Favola

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«Tutto nasce da una telefonata che mi fece Marco Lodoli il 15 gennaio del 1992. Mi disse: “Ho ricevuto il tuo racconto, l’ho letto. Ma tu chi sei? Da dove salti fuori?” Dopo aver fatto quattro chiacchiere, Lodoli mi chiese se poteva proporre il mio racconto alla rivista Panta: è così che ho iniziato a pubblicare. Ecco, io in quel momento ho ricevuto un’attenzione, e qualcuno che dia quest’attenzione ci vuole. Il mio interesse per i libri degli altri nasce da qui, e per questo mi interesso che vengano pubblicati: io, grazie a Lodoli, ho ricevuto un dono, questo dono non me lo posso tenere, ma devo darlo a qualcun altro. E questo è, come dire, lo sfondo morale della faccenda».

Giulio Mozzi

 

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Papale papale

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Scrivere sul blog ogni giorno non è un’impresa facile. Bisogna farsi venire delle idee, raccogliere spunti e sollecitazioni, riuscire poi a convogliarli sulla carta; occorre limare le frasi, revisionarle, correggerle, pubblicarle. Vita più da carcerati ai lavori forzati che da blogger.
Ma ho scelto questa strada, che è in grado di darmi parecchi stimoli e mi costringe tutti i giorni a ragionare, è poiché penso che un diario online per essere vivo deve parlare al tempo presente, all’oggi per tutti gli oggi che verranno, eccomi davanti al foglio bianco a buttar giù queste frasi.

Ma di che cosa vi parlerò in questo post? Le idee latitano al momento. Per fortuna mi viene in soccorso Marina Guarneri, che dal suo blog Il taccuino dello scrittore pochi minuti fa ha pubblicato un’intervista doppia a Surya Amarù e Giulio Mozzi, due esperti editor del mondo editoriale. Marina li ha sottoposti a un tiro incrociato di 25 domande 25 sul loro lavoro e sul nostro (vostro) di aspiranti scrittori, a cui hanno dato entrambi risposte interessanti.

Con franchezza, una volta tanto, si può leggere qualche parere non politicamente corretto sulle dinamiche editoriali. Papale papale. Se poi saprete leggere anche tra le righe, c’è molto di più di quello che è stato detto.
Ma voi sapete leggere tra le righe? Immagino di sì.

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