Archivi tag: L’angolo di Donata

La Crusca e l’arciconsola

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Se c’è stato qualcosa di buono nell’esplosione virale di petaloso (ormai fastidiosa proprio quanto una malattia virale) è che tanta gente che non ne aveva la benché minima idea ha scoperto che esiste l’Accademia della Crusca, e che non è fatta di parrucconi che dicono no a qualsiasi cambiamento linguistico, ma di gente che sa di storia della lingua e di linguistica in generale e che, se le si chiede un parere, te lo dà serio e (quasi sempre) ragionevole.

Certo, vecchia è vecchia, l’accademia; nata a Firenze nel 1582, per un bel po’ di tempo fu popolata davvero di parrucconi, seri e studiosi, ma convinti che la lingua non dovesse allontanarsi di un centimetro dai grandi modelli del Trecento fiorentino e toscano: Dante, Petrarca, Boccaccio. Non a caso scelsero come motto un verso di Petrarca, il più bel fior ne coglie, per significare che il loro compito era di scegliere il fior di farina buttando via lo scarto, la crusca (non erano ancora diventati di moda i cibi integrali).

Non erano passati neanche tanti anni dalla fondazione quando l’accademia pubblicò, nel 1612, un’opera monumentale, il primo vocabolario storico della lingua italiana; che però, curiosamente, non si chiamava così, ma semplicemente Vocabolario degli Accademici della Crusca. Sì, nel primo e più famoso vocabolario della lingua italiana la parola italiano non è nel titolo e non c’è neanche come lemma, cioè come parola da poter cercare all’interno. Curioso, ma spiegabile: il titolo all’origine doveva essere Vocabolario della lingua toscana, perché quegli studiosi pensavano che fosse la lingua toscana l’unica degna di diventare lingua di tutta l’Italia; ma non si sognavano certo di pensare che l’avrebbero potuta parlare gli italiani di tutte le regioni, sapevano benissimo che i popoli delle regioni avrebbero continuato a parlare i loro dialetti, e quel toscano speravano di imporlo a tutti soltanto come lingua letteraria. Lo speravano, ma temevano che la parola toscana potesse suscitare proteste da parte dei letterati di altre regioni, così dopo due anni di discussioni il titolo cambiò, e il risultato se ci pensi è abbastanza strano, perché di solito il nome di una lingua compare chiaramente nel titolo di qualsiasi vocabolario.

Ma torniamo all’Accademia della Crusca; il suo presidente, dall’inizio fino al 1915, si chiamava arciconsolo, ma ai primi del Novecento quel titolo dovette sembrare ridicolo e perciò lo cambiarono in presidente, appunto. Quando nel 2008 Nicoletta Maraschio diventò presidente – ed era la prima donna a diventarlo – spiegò, correttamente, che non dovevano chiamarla il presidente, ma la presidente; e si divertì anche a spiegare che, se il titolo non fosse stato cambiato da quasi un secolo, avrebbero dovuto chiamarla arciconsola.

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La passione per i divieti

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Cui

Questo pronome relativo deriva pari pari dal latino cui, che significa «al quale». E così c’è qualcuno che dice che in italiano non ci puoi mettere davanti la preposizione a, perché già la contiene nel suo significato; quindi non puoi dire la persona a cui mi sono rivolta, perché sarebbe come dire *la persona a alla quale mi sono rivolta, ma devi dire la persona cui mi sono rivolta. È proprio vero che la passione per i divieti porta alle affermazioni più assurde. Il pronome cui conteneva il significato della preposizione a in latino, ma noi mica parliamo in latino, parliamo in italiano. E infatti diciamo di cui, da cui, in cui, su cui, per cui, mettendo davanti a cui tutte le preposizioni possibili e immaginabili, e a nessuno viene in mente che sarebbe come dire *a del quale, *a dal quale, *a nel quale ecc. Per fortuna la passione per il divieto non è ancora arrivata a tanto.

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Perché una daina sì e un aquilo no

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Adesso voglio parlarti brevemente dei nomi di animali: anche qui, come per i nomi di persona, la lingua italiana ha il maschile e il femminile, ma tradizionalmente sono usati solo per i nomi di animali domestici o anche per quelli selvatici, ma molto famosi: il cane/la cagna, il cavallo /la cavalla, il leone/la leonessa. Per gli altri animali, che sono la maggioranza, si usa di solito un solo genere grammaticale che può essere maschile (daino, corvo) o femminile (lepre, aquila) e si usa per i due sessi, precisando, se occorre, un daino femmina, un’aquila maschio. Anche in questo caso, però, non lasciarti togliere la tua libertà: la lingua ti mette a disposizione una struttura grammaticale e se vuoi puoi usarla, e puoi dire una daina, una corva; forme così si trovano a volte nelle favole per i bambini, perché dire mamma daino a un bambino può confondere le idee, invece mamma daina è chiarissimo, per il bimbo che legge e anche… per il cucciolo di mamma daina, che magari sarà un dainino. Però attenzione, non puoi fare il contrario, non puoi dire un lepro o un aquilo, se non per scherzare (per scherzo ho sentito usare anche mammo!), perché la lingua italiana deriva il femminile dal maschile e non viceversa: è fatta così e non possiamo farci niente.

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Otto marzo al femminile

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Una delle caratteristiche della lingua italiana (come di molte altre della stessa famiglia indeuropea) è di avere forme diverse per il maschile e il femminile, che in grammatica si chiamano generi. Per i nomi di cose la differenza è puramente convenzionale: sedia è un nome femminile ma la sedia non è femmina, tavolo è maschile ma il tavolo non è maschio. Per le persone la cosa è diversa: il genere grammaticale corrisponde normalmente a quello biologico, e così uomo è un nome maschile e donna è femminile, impiegato è maschile e impiegata femminile; anche i nomi che la grammatica chiama «ambigeneri», come insegnante, che non cambiano forma tra il maschile e il femminile, però diventano maschili o femminili secondo se sono riferiti a uomo o a donna, e lo capisci da un articolo o da un aggettivo che ci metti vicino: il mio insegnante, la nuova insegnante. Naturalmente qualche eccezione c’è: soprano è sempre una donna, ma il nome può essere maschile o femminile; e c’è un piccolo gruppo di termini che sono femminili anche se riferiti a un uomo: spia, sentinella, guardia e qualche altro. Ma sono eccezioni ininfluenti rispetto a migliaia e migliaia di nomi che seguono la regola.

Allora perché succede a volte di sentir chiamare una donna medico e non medica, architetto e non architetta? È solo perché le donne esercitano queste professioni da poco tempo, e a queste forme femminili non ci si è ancora abituati? Può darsi: qualcuno mi dice che parole come ingegnera o ministra gli suonano male, gli infastidiscono l’orecchio, e in effetti ci sono orecchie (non le mie) che sono infastidite da qualsiasi novità nella lingua. Ma mi viene un dubbio: segretaria, direttrice sono parole usate da secoli, e allora perché una donna che dirige un giornale viene chiamata direttore? e una che guida un sindacato o un partito viene chiamata segretario? Qui non c’entra l’orecchio. E allora, non sarà perché c’è un sottinteso sociologico, magari involontario, per cui se una donna vuol dirigere qualcosa di più della scuola materna, o vuol essere segretaria di qualcosa di più di un ufficio, deve cambiare sesso, almeno nel nome?

Ma di mestiere non sono sociologa, perciò torno alla lingua: la lingua italiana funziona così, con i due generi, maschile e femminile, e continuerà a funzionare così perché questa è la sua struttura. Ministra non lo si sentiva dire e non lo si leggeva quasi mai fino a qualche decennio fa, adesso è frequente sui giornali e si sente nei telegiornali. Datele tempo, la struttura linguistica avrà la meglio. Oggi siamo in un momento di passaggio e quindi ognuno può fare un po’ come vuole, ma se vuoi un consiglio, usa per le donne nomi di genere femminile; ti troverai in buona compagnia con francesi, tedeschi, spagnoli, che usano tranquillamente questi nomi; eviterai situazioni comiche come il sindaco è in congedo di maternità; ed eviterai concordanze imbarazzanti come il ministro Boschi è stata ricevuta dal presidente. Ma non ci sono solo ministre; se ti imbatti in una donna che fa quel pericoloso e importante lavoro di disinnescare o far brillare in sicurezza ordigni esplosivi, la puoi chiamare tranquillamente artificiera. E puoi sempre usare al femminile quei nomi terminanti in –a o in –e che cambiano genere senza cambiare forma: un atleta e una atleta, il presidente e la presidente.

Una curiosità: ama essere chiamata così la presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio. Prima donna a ricoprire questa carica, la simpatica Nicoletta scherzava all’inizio su arciconsola, il femminile regolare di arciconsolo, titolo attribuito per più di quattro secoli al presidente di quella storica accademia. E se vogliamo andare all’estero, una curiosità dalla Francia: il regolamento dell’Assemblea Nazionale, il parlamento di quel paese, prevede l’uso obbligatorio dei femminili, tanto che un deputato che si rivolgeva alla vicepresidente Mazetier come monsieur le president  («signor presidente») ha ricevuto una multa di 1378 euro. Non pretendiamo tanta severità in Italia; ma bene ha fatto la presidente della Camera Laura Boldrini che il 5 marzo 2015 ha invitato tutti a usare per le donne i termini femminili, pur senza minacciare multe. Ha fatto bene (e su Twitter è stata subito coperta di insulti), ma anche senza aiuti istituzionali la grammatica ce l’avrebbe fatta a difendersi, ne sono convinta.

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Quale lingua parleremo?

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Ci sarà in futuro una «lingua d’Europa»? E quale sarà? Bella domanda la seconda, se la risposta alla prima fosse Sì; ma ora vediamo…

Nell’Unione Europea ci sono già alcune lingue ufficiali, non tutte quelle di tutti i paesi membri; ma in tutte le lingue di tutti i paesi membri vengono tradotti tutti i documenti dell’Unione, perché tutti i cittadini dell’Unione devono essere in grado di leggerli, se vogliono, senza essere costretti a imparare una lingua oltre a quella, o a quelle, che già conoscono. Ci sono state anche polemiche sull’enorme costo dell’apparato di traduttori che questo sistema richiede. Ma la democrazia ha dei costi.

Poi c’è lo stato di fatto, e c’è non solo in Europa, ma nel mondo. Chi si muove per l’Europa o per il mondo sa di potersela cavare più o meno dovunque parlando un po’ di inglese; e ci sono paesi nei quali tutti parlano inglese, e abbastanza bene, come l’Olanda; ma non è che per questo non esista più il neerlandese, prima lingua ufficiale, e soprattutto lingua naturale parlata da tutti in Olanda. Così credo che andrà, anzi mi sento di dire che sicuramente andrà così, in tutta Europa. L’uso dell’inglese è bene che si diffonda, per intendersi tra un paese e l’altro; i tentativi di creare lingue artificiali, come l’esperanto, non hanno mai funzionato. Ma niente può ammazzare le lingue naturali. Non le ha ammazzate, del resto, l’uso universale del francese nel Sette e Ottocento (alla corte russa si parlava francese; e Manzoni scriveva con maggior facilità in francese che in italiano, lo confessa lui stesso in diverse lettere), né l’uso dominante dello spagnolo nel Seicento. Oggi tocca all’inglese, e forse questo predominio durerà a lungo. In futuro, chissà? Continuerà così o prevarrà il portoghese, o il cinese, o magari l’arabo? Vedremo, anzi vedranno forse quelli che oggi sono bambini. Intanto, però, se andate in California, all’aeroporto trovate tutte le scritte in due lingue: inglese e spagnolo. Inglese americano, ovviamente; e spagnolo sudamericano. Il mondo cambia.

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La lingua più bella

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Quante volte abbiamo sentito gente disquisire sul fatto che una lingua sia più o meno bella di un’altra? E di solito, se è un italiano che parla, la più bella è l’italiano, ma c’è anche qualche italiano esterofilo che dice che è più bello il francese, o lo spagnolo o altro. Beh, sentiamo cosa ha scritto Carlo Dossi in Note azzurre (ho trovato la citazione in epigrafe al capitolo 3 di In Europa son già 103, meraviglioso piccolo libro di Tullio De Mauro uscito per Laterza; se hai dieci euro che non ti servono per qualche cosa di assolutamente necessario, compralo).

 

Qual è la migliore lingua?
Leggo Shakespeare, e dico è l’inglese;
Leggo Virgilio, e dico è il latino;
Leggo Dante, e dico è l’italiano;
Leggo Richte, e dico è il tedesco;
Leggo Porta, e dico è il milanese.

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Il signor G

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Uno degli ultimi grandi editori del Novecento, Livio Garzanti, testimone e simbolo di una stagione editoriale e culturale irripetibile si è spento domenica scorsa a 93 anni. Ho chiesto a Donata di raccontarci qualcosa di lui.

 

Ieri sono stata al funerale di Livio Garzanti, l’editore per il quale avevo lavorato una trentina d’anni. Non ero in lutto: aveva 93 anni ed era uno degli uomini più cattivi che abbia conosciuto. Una bella cerimonia laica, nella sala che noi chiamavamo la «Nave», meravigliosamente dipinta da Tullio Pericoli, con bella musica, bellissime luci, diversi interventi intelligenti (solo uno noiosissimo) e alla fine un’Ave Maria vagamente jazz cantata dalla nuora, moglie del suo unico figlio Eduardo. Ha avuto tre mogli, la prima vive a Ibiza, la seconda è morta, la terza, di quarant’anni più giovane di lui, era lì. E c’eravamo in tanti che avevamo lavorato in quella casa editrice dove abbiamo lasciato una parte di noi e dove abbiamo avuto molto, imparato molto, coltivato amicizie che sono ancora vive; anche con quelli che non rivedevamo da anni.

Gli articoli di giornale, come la maggior parte dei discorsi di oggi, lo descrivono come colto e intelligente, anzi un genio, con qualche problemino di carattere. Solo don Ciotti, forse perché i preti non devono mentire, ha raccontato che le sue opere sono state beneficate da lui, ma che per il carattere, per il comportamento, era un uomo veramente impossibile.

Lo era. Anche se era colto e intelligente. Per lui avevo inventato un nuovo complesso, il complesso del maragià, quello che quando muore fa bruciare sul rogo la moglie perché non sia mai più di nessuno. La sua vera moglie, quella che più amava, era la casa editrice e lui ha fatto così: l’ha distrutta scientemente per non doverla lasciare a nessuno, neppure a suo figlio. E infine l’ha venduta a pezzi, perché almeno nessuno potesse averla intera.

Fine anni Settanta, un pomeriggio ero nell’atrio del primo piano, aspettavo un collaboratore e guardavo dalla finestra, verso il cortile. Lui mi si avvicina e mi dice: Vorrei essere un signore del Rinascimento, che dalla finestra guarda nel cortile il boia che taglia la testa al suo nemico vinto; lei non vorrebbe vivere in quel tempo? No, gli rispondo, perché io sarei quella in cortile che attende il taglio della testa.

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