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Otto marzo al femminile

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Una delle caratteristiche della lingua italiana (come di molte altre della stessa famiglia indeuropea) è di avere forme diverse per il maschile e il femminile, che in grammatica si chiamano generi. Per i nomi di cose la differenza è puramente convenzionale: sedia è un nome femminile ma la sedia non è femmina, tavolo è maschile ma il tavolo non è maschio. Per le persone la cosa è diversa: il genere grammaticale corrisponde normalmente a quello biologico, e così uomo è un nome maschile e donna è femminile, impiegato è maschile e impiegata femminile; anche i nomi che la grammatica chiama «ambigeneri», come insegnante, che non cambiano forma tra il maschile e il femminile, però diventano maschili o femminili secondo se sono riferiti a uomo o a donna, e lo capisci da un articolo o da un aggettivo che ci metti vicino: il mio insegnante, la nuova insegnante. Naturalmente qualche eccezione c’è: soprano è sempre una donna, ma il nome può essere maschile o femminile; e c’è un piccolo gruppo di termini che sono femminili anche se riferiti a un uomo: spia, sentinella, guardia e qualche altro. Ma sono eccezioni ininfluenti rispetto a migliaia e migliaia di nomi che seguono la regola.

Allora perché succede a volte di sentir chiamare una donna medico e non medica, architetto e non architetta? È solo perché le donne esercitano queste professioni da poco tempo, e a queste forme femminili non ci si è ancora abituati? Può darsi: qualcuno mi dice che parole come ingegnera o ministra gli suonano male, gli infastidiscono l’orecchio, e in effetti ci sono orecchie (non le mie) che sono infastidite da qualsiasi novità nella lingua. Ma mi viene un dubbio: segretaria, direttrice sono parole usate da secoli, e allora perché una donna che dirige un giornale viene chiamata direttore? e una che guida un sindacato o un partito viene chiamata segretario? Qui non c’entra l’orecchio. E allora, non sarà perché c’è un sottinteso sociologico, magari involontario, per cui se una donna vuol dirigere qualcosa di più della scuola materna, o vuol essere segretaria di qualcosa di più di un ufficio, deve cambiare sesso, almeno nel nome?

Ma di mestiere non sono sociologa, perciò torno alla lingua: la lingua italiana funziona così, con i due generi, maschile e femminile, e continuerà a funzionare così perché questa è la sua struttura. Ministra non lo si sentiva dire e non lo si leggeva quasi mai fino a qualche decennio fa, adesso è frequente sui giornali e si sente nei telegiornali. Datele tempo, la struttura linguistica avrà la meglio. Oggi siamo in un momento di passaggio e quindi ognuno può fare un po’ come vuole, ma se vuoi un consiglio, usa per le donne nomi di genere femminile; ti troverai in buona compagnia con francesi, tedeschi, spagnoli, che usano tranquillamente questi nomi; eviterai situazioni comiche come il sindaco è in congedo di maternità; ed eviterai concordanze imbarazzanti come il ministro Boschi è stata ricevuta dal presidente. Ma non ci sono solo ministre; se ti imbatti in una donna che fa quel pericoloso e importante lavoro di disinnescare o far brillare in sicurezza ordigni esplosivi, la puoi chiamare tranquillamente artificiera. E puoi sempre usare al femminile quei nomi terminanti in –a o in –e che cambiano genere senza cambiare forma: un atleta e una atleta, il presidente e la presidente.

Una curiosità: ama essere chiamata così la presidente dell’Accademia della Crusca, Nicoletta Maraschio. Prima donna a ricoprire questa carica, la simpatica Nicoletta scherzava all’inizio su arciconsola, il femminile regolare di arciconsolo, titolo attribuito per più di quattro secoli al presidente di quella storica accademia. E se vogliamo andare all’estero, una curiosità dalla Francia: il regolamento dell’Assemblea Nazionale, il parlamento di quel paese, prevede l’uso obbligatorio dei femminili, tanto che un deputato che si rivolgeva alla vicepresidente Mazetier come monsieur le president  («signor presidente») ha ricevuto una multa di 1378 euro. Non pretendiamo tanta severità in Italia; ma bene ha fatto la presidente della Camera Laura Boldrini che il 5 marzo 2015 ha invitato tutti a usare per le donne i termini femminili, pur senza minacciare multe. Ha fatto bene (e su Twitter è stata subito coperta di insulti), ma anche senza aiuti istituzionali la grammatica ce l’avrebbe fatta a difendersi, ne sono convinta.

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Quale lingua parleremo?

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Ci sarà in futuro una «lingua d’Europa»? E quale sarà? Bella domanda la seconda, se la risposta alla prima fosse Sì; ma ora vediamo…

Nell’Unione Europea ci sono già alcune lingue ufficiali, non tutte quelle di tutti i paesi membri; ma in tutte le lingue di tutti i paesi membri vengono tradotti tutti i documenti dell’Unione, perché tutti i cittadini dell’Unione devono essere in grado di leggerli, se vogliono, senza essere costretti a imparare una lingua oltre a quella, o a quelle, che già conoscono. Ci sono state anche polemiche sull’enorme costo dell’apparato di traduttori che questo sistema richiede. Ma la democrazia ha dei costi.

Poi c’è lo stato di fatto, e c’è non solo in Europa, ma nel mondo. Chi si muove per l’Europa o per il mondo sa di potersela cavare più o meno dovunque parlando un po’ di inglese; e ci sono paesi nei quali tutti parlano inglese, e abbastanza bene, come l’Olanda; ma non è che per questo non esista più il neerlandese, prima lingua ufficiale, e soprattutto lingua naturale parlata da tutti in Olanda. Così credo che andrà, anzi mi sento di dire che sicuramente andrà così, in tutta Europa. L’uso dell’inglese è bene che si diffonda, per intendersi tra un paese e l’altro; i tentativi di creare lingue artificiali, come l’esperanto, non hanno mai funzionato. Ma niente può ammazzare le lingue naturali. Non le ha ammazzate, del resto, l’uso universale del francese nel Sette e Ottocento (alla corte russa si parlava francese; e Manzoni scriveva con maggior facilità in francese che in italiano, lo confessa lui stesso in diverse lettere), né l’uso dominante dello spagnolo nel Seicento. Oggi tocca all’inglese, e forse questo predominio durerà a lungo. In futuro, chissà? Continuerà così o prevarrà il portoghese, o il cinese, o magari l’arabo? Vedremo, anzi vedranno forse quelli che oggi sono bambini. Intanto, però, se andate in California, all’aeroporto trovate tutte le scritte in due lingue: inglese e spagnolo. Inglese americano, ovviamente; e spagnolo sudamericano. Il mondo cambia.

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La lingua più bella

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Quante volte abbiamo sentito gente disquisire sul fatto che una lingua sia più o meno bella di un’altra? E di solito, se è un italiano che parla, la più bella è l’italiano, ma c’è anche qualche italiano esterofilo che dice che è più bello il francese, o lo spagnolo o altro. Beh, sentiamo cosa ha scritto Carlo Dossi in Note azzurre (ho trovato la citazione in epigrafe al capitolo 3 di In Europa son già 103, meraviglioso piccolo libro di Tullio De Mauro uscito per Laterza; se hai dieci euro che non ti servono per qualche cosa di assolutamente necessario, compralo).

 

Qual è la migliore lingua?
Leggo Shakespeare, e dico è l’inglese;
Leggo Virgilio, e dico è il latino;
Leggo Dante, e dico è l’italiano;
Leggo Richte, e dico è il tedesco;
Leggo Porta, e dico è il milanese.

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Il signor G

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Uno degli ultimi grandi editori del Novecento, Livio Garzanti, testimone e simbolo di una stagione editoriale e culturale irripetibile si è spento domenica scorsa a 93 anni. Ho chiesto a Donata di raccontarci qualcosa di lui.

 

Ieri sono stata al funerale di Livio Garzanti, l’editore per il quale avevo lavorato una trentina d’anni. Non ero in lutto: aveva 93 anni ed era uno degli uomini più cattivi che abbia conosciuto. Una bella cerimonia laica, nella sala che noi chiamavamo la «Nave», meravigliosamente dipinta da Tullio Pericoli, con bella musica, bellissime luci, diversi interventi intelligenti (solo uno noiosissimo) e alla fine un’Ave Maria vagamente jazz cantata dalla nuora, moglie del suo unico figlio Eduardo. Ha avuto tre mogli, la prima vive a Ibiza, la seconda è morta, la terza, di quarant’anni più giovane di lui, era lì. E c’eravamo in tanti che avevamo lavorato in quella casa editrice dove abbiamo lasciato una parte di noi e dove abbiamo avuto molto, imparato molto, coltivato amicizie che sono ancora vive; anche con quelli che non rivedevamo da anni.

Gli articoli di giornale, come la maggior parte dei discorsi di oggi, lo descrivono come colto e intelligente, anzi un genio, con qualche problemino di carattere. Solo don Ciotti, forse perché i preti non devono mentire, ha raccontato che le sue opere sono state beneficate da lui, ma che per il carattere, per il comportamento, era un uomo veramente impossibile.

Lo era. Anche se era colto e intelligente. Per lui avevo inventato un nuovo complesso, il complesso del maragià, quello che quando muore fa bruciare sul rogo la moglie perché non sia mai più di nessuno. La sua vera moglie, quella che più amava, era la casa editrice e lui ha fatto così: l’ha distrutta scientemente per non doverla lasciare a nessuno, neppure a suo figlio. E infine l’ha venduta a pezzi, perché almeno nessuno potesse averla intera.

Fine anni Settanta, un pomeriggio ero nell’atrio del primo piano, aspettavo un collaboratore e guardavo dalla finestra, verso il cortile. Lui mi si avvicina e mi dice: Vorrei essere un signore del Rinascimento, che dalla finestra guarda nel cortile il boia che taglia la testa al suo nemico vinto; lei non vorrebbe vivere in quel tempo? No, gli rispondo, perché io sarei quella in cortile che attende il taglio della testa.

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Nella testa della maggior parte

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Nella maggior parte dei vocabolari e delle grammatiche troverai che il verbo prevedere si coniuga come vedere, perché è un suo composto. Ma è proprio vero? Ieri a me è venuto spontaneo scrivere prevederebbe ma il correttore di Word mi ci ha messo sotto una bisciolina rossa e ho capito il perché: lui vuole che io scriva prevedrebbe coniugando prevedere come vedere, e magari ha ragione, in teoria. Però nella nostra testa (nella testa della maggior parte di quelli che parlano e scrivono in italiano) il collegamento tra prevedere e vedere si è perso, così che prevedere per noi è un verbo autonomo e ci viene da coniugarlo come un verbo regolare in -ere, per esempio come temere, che fa temerebbe e non *temrebbe; e lo stesso vale per prevede rispetto a prevedrà, e così via. Un cambiamento di questo genere è dovuto all’→ analogia, che è una delle forze più potenti che agiscono all’interno di ogni lingua; molto ma molto più potente del ragionamento astratto che dice: siccome prevedere è composto di vedere si deve coniugare allo stesso modo. Una conferma della sua potenza me la dà il mio motore di ricerca che oggi conta 28.800 prevede contro 4650 prevedrà e 12.500 prevederebbe contro 3660 prevedrebbe; e se poi si va a guardare, molte delle forme con la e non compaiono in testi normali, ma nelle coniugazioni del verbo prevedere nei vocabolari e nelle grammatiche on line (che magari sembrano moderni perché sono on line, ma quanto sono vecchi da un punto di vista linguistico!). Qualcuno poi mi dice che allora dovremmo anche dire e scrivere rivederebbe e rivede, ma non è così: nel verbo rivedere, almeno quando significa “vedere di nuovo”, il collegamento con il verbo vedere è ben presente nella nostra testa, quindi diciamo e scriviamo rivedrebbe e rivedrà, senza bisogno di pensarci; solo quando significa “correggere, modificare” qualcuno scrive *rivederà, ma sono casi, almeno per ora, abbastanza rari.

 

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Sbirritudine

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Chissà come si offenderebbe il mio petulante e inaffidabile correttore di Word se gli capitasse un articolo comparso sul «Corriere della sera»  il 13 luglio 2011, nel quale si parla di un personaggio «passato dalla ’ndrangheta alla sbirritudine». Sbirritudine? chi l’ha mai sentito dire, chi l’ha mai trovato su un vocabolario? Eppure è chiarissimo: si tratta di un «pentito» che dalla sua associazione criminale è passato a collaborare con gli «sbirri», come in modo scherzoso e colloquiale si chiamano spesso (anche tra di loro) poliziotti e altri tutori dell’ordine. Dunque è passato a uno stato quasi di «essere sbirro»; e se inquietudine è lo stato di chi è inquieto, e solitudine lo stato di chi è solo, perché mai sbirritudine non può essere lo stato di chi è sbirro? Per fortuna, la lingua ha spazio anche per la creatività (il mio motore di ricerca, a buon conto, porta più di 800 esempi di questa parola «inesistente»).

Poi, se non vogliamo parlare solo di creatività, ci sono parole che esistono, e da tempo, in un linguaggio particolare, ma appena provano a mettere il naso fuori di lì per farsi vedere nella lingua comune vengono subito aggredite e dichiarate non esistenti. Una di queste è il verbo transare, che si usa da quando esistono sindacati, diritto del lavoro e cause di lavoro e significa «venire a una transazione» cioè a un accordo, senza andare in tribunale. Uno storico della lingua però, di cui non dirò il nome, scrive in un suo libro che il verbo transare non va usato, e perché? perché non esiste, naturalmente. E consiglia di usare invece transigere, da cui appunto deriva transazione. Peccato che il significato dei due verbi sia diverso: non per niente uno è il padre di transazione, l’altro è il figlio. Anche gli studiosi ogni tanto sbandano, ma questa è un’altra storia.

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La parola che manca

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Spesso sentiamo dire che una certa parola non va usata perché «non esiste». Già è strano, perché se qualcuno la usa vuol dire che esiste. Ma questi censori intendono di solito che non esisteva prima che quel tale la usasse o, peggio ancora, che «non si trova sul vocabolario». Intanto bisogna vedere su quale vocabolario, perché i vocabolari non sono mica tutti uguali. Poi bisogna sapere che i vocabolari, anche quelli in 10 o 20 volumi, non riportano tutte le parole possibili: infatti sono possibili tutte le parole che si possono costruire secondo le normali regole di formazione delle parole italiane, che sono in numero quasi infinito; e siamo perfettamente autorizzati a usarle.

Ricordo una polemica sul supplemento «Specchio» de «La Stampa» (novembre 2006). Un lettore aveva letto la frase per purezza d’acque e remotezza dal mondo in un servizio sul lago Niassa e chiedeva se avessero proprio voluto inventare un neologismo con quel remotezza che non era presente nei due vocabolari aggiornatissimi che possedeva; la redazione rispondeva che però cercando la parola incriminata con un motore di ricerca era possibile trovarla anche in testi di autori colti, e non tutti recentissimi. Avevano certamente ragione.

Ho provato anch’io a cercare remotezza sul mio motore di ricerca: questa parola gli risulta rara (perciò mi chiede se forse non cercavo grettezza) ma me ne dà comunque più di 1000 esempi, quasi tutti, guarda caso, in testi geografici o turistici. E se internet non fosse stata ancora inventata sarei andata a cercare sul vocabolario storico della Utet, monumentale opera in 21 volumi, e avrei trovato la voce remotezza con esempi di due scrittori del primo Novecento, Carlo Linati e Giovanni Papini. Ma se anche non avessi trovato niente sul vocabolario né su internet, avrei comunque saputo che in italiano si possono formare tutti i nomi che si vuole aggiungendo –ezza a qualsiasi aggettivo (leggeroleggerezza, stranostranezza, e così in centinaia di casi), e perché non remoto remotezza? Certo, il mio correttore di Word, come sempre petulante e inaffidabile, mi segnala remotezza come se fosse una svista di scrittura: no, non lo è, è proprio la parola che volevo scrivere!

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Parole in prestito

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Tutte le lingue ricevono parole da lingue straniere, è un fenomeno normalissimo che i linguisti chiamano «prestito». Più di una volta nella storia e in diversi paesi è capitato che di fronte a un’invasione di parole straniere qualcuno abbia pensato di alzare barricate per difendere la propria lingua. Ma niente paura, le lingue si difendono da sole, e lo fa anche l’italiano, che pure è una lingua giovane e ancora un po’ fragile. Quando era una lingua soltanto letteraria, parlata da una minima percentuale di abitanti dell’Italia, l’italiano ha sopportato l’invasione dei termini spagnoli e poi di quelli francesi. Oggi ci si lamenta delle parole inglesi, e chissà se domani non toccherà al cinese o al portoghese-brasiliano… Intanto però chi si occupa di statistica linguistica ci dice che le parole inglesi occupano spazi marginali, linguaggi specialistici e spesso un po’ artificiali come quello della pubblicità e del marketing. Nel parlato le parole straniere sono pochissime, e anche nello scritto «normale» sono poche quelle usate davvero; molte presentano difficoltà di pronuncia e di scrittura che gli si ritorcono contro. In qualsiasi lingua, la parola straniera resiste se occupa uno spazio vuoto, altrimenti va in disuso; oppure, se lo spazio è occupato, ingaggia una lotta per la vita, e spesso la perde. Non a caso le parole inglesi che hanno sicuramente vinto sono quelle più brevi e semplici come film, fan, mix. Ma molte parole francesi, invece, hanno perso: chi si ricorda più che la biancheria si chiamava una volta lingerie, il carburatore gicleur, la pubblicità réclame, e perfino il colore blu si chiamava bleu? E ormai abbiamo esempi anche con le più recenti parole inglesi: directory è stato sostituito da cartella; fiscal drag se la gioca alla pari con drenaggio fiscale; boy friend ormai lo dice solo qualche vecchia signora, gli altri dicono ragazzo, fidanzato, compagno. Una volta il portiere di calcio lo chiamavano goal keeper, pronunciato nei modi più strani. Se durano, spesso le parole straniere vengono adattate alla struttura italiana; questo è sempre accaduto nel passato, e flottiglia viene dallo spagnolo flotilla, bicicletta dal francese bicyclette, bistecca dall’inglese beef-steak, ma chi se ne accorge più? Oggi si adattano soprattutto i derivati: da zoom viene il verbo zumare, che ormai si scrive comunemente con la u al posto delle due o inglesi. Insomma mi viene da dire che ci perde di più, nel prestito, non la lingua italiana che lo riceve, ma piuttosto quella straniera che lo dà: le povere parole straniere vengono pronunciate all’italiana, adattate nella scrittura, cambiate nel significato (smoking in inglese non è il nome di un abito), addirittura inventate (vitel tonné non esiste in francese).

Così, invece di piangere sullo snaturamento dell’italiano, che non è davvero un rischio, sarebbe bene imparare a usarle, quelle poche parole straniere che ci servono. Bastano due semplici regole: per la pronuncia e per il plurale.

La pronuncia non è quella della lingua originale, ma quella che ci si avvicina utilizzando i suoni della lingua italiana: quindi leader si pronuncia lìder, senza tentare di rendere la pronuncia inglese del finale –er, un suono per noi impronunciabile; e così la h aspirata di certe parole inglesi o tedesche o arabe non si pronuncia, perché quel suono aspirato noi non lo possediamo.

Il plurale resta invariato: non è possibile che per parlare in italiano si debba conoscere la grammatica di dieci lingue straniere; attaccare una –s in fondo è facile, ma anche pericoloso, perché il plurale di policeman non è *policemans, e poi chi lo sa il plurale di soviet in russo o di kamikaze in giapponese? Una volta ho letto soviets e mi sono messa a ridere, ma mi fanno ridere anche films e sports, e sono molto contenta di non aver mai letto bars.

Anche le parole latine sono straniere, perciò usiamo lo stesso trattamento: i curriculum è molto meglio di i curricula, che serve solo a far vedere che sappiamo il latino (ma non sappiamo tanto bene l’italiano). Solo le parole spagnole non si possono trattare così, anche perché spesso finiscono in vocale e i torero o i banderillero suonerebbero davvero male. Allora, per parole che si possono considerare italianizzate, come torero, plurale all’italiana, i toreri; per parole di uso più raro, come banderillero, plurale originale, i banderilleros (possibilmente scritto in corsivo o tra virgolette, giusto per far capire che è una parola straniera trattata come tale).

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Piuttosto che

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Già qualche anno fa qualcuno ogni tanto mi chiedeva se piuttosto che con valore disgiuntivo, cioè al posto di o, oppure, per indicare un’alternativa, fosse giusto o sbagliato. Allora rispondevo che non era né giusto né sbagliato, né corretto né scorretto, era semplicemente una forma regionale, come l’Italia ne ha tante. E consigliavo però di non usarlo al di fuori delle regioni d’origine, perché poteva essere frainteso. Infatti, in questa parte d’Italia dove vivo, il nord, si sente dire: al bar beve sempre un’aranciata piuttosto che un chinotto e significa, «beve una bibita, che può essere un’aranciata o un chinotto». C’è chi considera questo un gravissimo errore o, come il noto scrittore Beppe Severgnini, un «mostriciattolo»; ma non si tratta di errore (sul mostriciattolo non mi pronuncio, è questione di gusti), perché gli usi regionali in Italia sono diversi e tutti legittimi. Quel mio amico romano che dice il bambino sta malato sbaglia usando così il verbo stare? Io settentrionale non lo userei mai, ma lo capisco, e mi va bene così. Non mi domando se sbaglia.

Il problema di piuttosto che, allora, era un altro: detta in una regione diversa, la frase beve un’aranciata piuttosto che un chinotto poteva significare «non gli piace molto l’aranciata, ma la beve pur di non bere un chinotto, che gli piace ancora meno». E questo era un argomento con il quale molti sconsigliavano, o anche duramente vietavano, questo uso di piuttosto che. Ma in pochi anni le cose sono molto cambiate: piuttosto che al posto di oppure lo usano ormai in tanti, tantissimi, e di tutte le regioni italiane. E tutti capiscono. Ma il divieto continua: ci sono in internet blog, forum, pagine Facebook, e i miei amici professori Della Valle e Patota hanno addirittura pubblicato un libro intitolato Piuttosto che nel quale mettono alla berlina chi lo ha usato in pubblico, parlando o scrivendo. Nell’introduzione citano trionfalmente scrittori che lo detestano, e si lamentano di quelli che invece lo usano. Addirittura affermano che «ormai questa espressione la usano un po’ tutti: giornalisti, conduttori televisivi, medici, avvocati, stilisti, politici e professori universitari. La crescente ostilità che ha suscitato è il segno evidente del suo dilagare: chi mai se la prenderebbe con il vezzo linguistico di pochi?». Appunto: per loro il largo uso non è un motivo di accettazione, ma di condanna.

E i motivi della condanna sono tre: «è in contrasto con la tradizione grammaticale della nostra lingua» (proprio come lui al posto di egli, mi vien da dire); «non ne possiamo più» (e sono fatti vostri, mi vien da pensare); «crea ambiguità nella comunicazione» (e questo sarebbe un discorso più serio).

Anni fa, quando lo sconsigliavo fuori dalle regioni settentrionali, in effetti era così: poteva non essere capito. Ma le cose cambiano: ormai è così diffuso che lo capiscono tutti. Anche perché le parole non vanno in giro da sole, ma stanno in un discorso, in un contesto, il quale rende quasi impossibile non capire. Altrimenti dovremmo vietare l’uso di parole come casa, o base, o piede, che su qualsiasi dizionario sono registrate con almeno una decina di significati; eppure nei loro contesti tutti le capiscono. E non solo le parole, anche le espressioni. Facciamo una prova con mettere sotto: metti lo scatolone sotto il tavolo; in classe ci sono due bulli che mettono sotto i compagni più deboli; un suv l’ha messo sotto mentre attraversava sulle strisce pedonali. Tre significati diversi che hai capito benissimo, vero? E così, caduto anche l’ultimo motivo di condanna, possiamo dire che il «mostriciattolo» piuttosto che nel significato di «0ppure» ha vinto la sua battaglia, da forma limitata geograficamente è diventato una forma dell’italiano comune: chi lo vuole usare nel parlare o nello scrivere è libero di farlo, e chi non lo vuole usare, naturalmente, non lo usi; ma per favore, lasci in pace gli altri.

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Il congiuntivo, araba fenice

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Spesso si piange sul congiuntivo, che sarebbe già morto o in fin di vita. Lo fanno giornalisti, conduttori TV, semplici cittadini nelle lettere ai giornali e perfino nelle chiacchiere al bar. Invano quelli che studiano, che conoscono la storia della lingua, che raccolgono e analizzano documenti, dimostrano che il congiuntivo sta bene e si difende alla grande sia nella lingua scritta che in quella parlata. Qualcuno ha fatto notare che «perfino» Francesco Totti ha detto in un’intervista penso che sia, e non penso che è come chiunque si sarebbe aspettato (e come, del resto, è più che legittimo dire).

Di solito si dice che l’indicativo rappresenta la realtà, mentre il congiuntivo la soggettività, il punto di vista personale, e perciò sarebbe obbligatorio dopo verbi «di opinione» come pensare, credere, immaginare, supporre. Questo in parte è vero, intendiamoci; ma in qualche caso il ragionamento si può anche capovolgere dicendo che quando già il verbo esprime soggettività non c’è poi bisogno del congiuntivo per ri-esprimerla: infatti, se anche Totti avesse usato l’indicativo, dopo il verbo penso sarebbe stato comunque chiaro che si trattava di un suo pensiero; o no?

Un’altra cosa che si dice è che il congiuntivo è obbligatorio dopo congiunzioni e locuzioni congiuntive come affinché, benché, purché, sebbene; a meno che, in modo che, salvo che. Anche questo è quasi sempre vero, ma se vuoi un secondo shock, dopo il congiuntivo di Totti, ecco l’indicativo di Manzoni dopo benché: nei Promessi Sposi Agnese convince Lucia che il «matrimonio di sorpresa» funziona raccontando la storia di due fidanzati che l’avevano fatto e furon marito e moglie; benché la poveretta se ne pentì poi in capo a tre giorni.

Ma lasciamo stare Manzoni, e noi dopo benché usiamo il congiuntivo: strano, però, visto che benché non introduce affatto un punto di vista personale, soggettivo: benché faccia freddo, vado in bicicletta significa che fa davvero freddo, e ciononostante vado in bicicletta. Perché? Ma perché la lingua si ribella alle affermazioni generali, e fa quello che le pare.

Ora finiamola con gli shock e torniamo alla situazione attuale: il congiuntivo non ha bisogno di salvatori, se la cava benissimo da sé. Lo sosteneva già nel 2003 Michele Cortelazzo, professore di grammatica italiana a Padova, scrivendo a Beppe Severgnini che sul «Corriere della sera» piangeva sul congiuntivo spesso e volentieri: «È proprio sicuro che il congiuntivo sia moribondo? A me pare che si tratti di una delle leggende metropolitane continuamente alimentate dalla stampa. I dati sulla struttura grammaticale dell’italiano e sull’uso, sia orale che scritto, dicono che la tenuta del congiuntivo è molto forte». E tutti gli studiosi seri prima e dopo di lui l’hanno detto. Ma al bar, e sui giornali, e in TV, si continua a piangere.

Per la cronaca, la testimonianza più antica che ho io sull’imminente morte del congiuntivo risale al 1976: se la morte fosse stata davvero imminente, dopo più di 40 anni del povero congiuntivo non dovrebbe esistere più nemmeno la memoria. Invece c’è sempre, nonostante abbia davvero qualche difetto: soprattutto il fatto che nel presente le prime tre forme (per esempio vada, vada, vada) sono uguali, e quindi per usarle siamo costretti a esprimere il pronome personale (voglio che tu vada…), mentre la lingua italiana non ama esprimere il pronome (so che domani vai a scuola, senza dire tu, perché all’indicativo la forma verbale vai lo fa già capire).

E ora, un ultimo shock: gli antichi, quando potevano, facevano volentieri a meno del congiuntivo. Gli esempi sono molti, te ne do solo qualcuno: Goldoni: se faceva a modo mio, questo non succedeva; Manzoni: se Lucia non faceva quel segno, la risposta sarebbe stata probabilmente diversa. E per i verbi di opinione potremmo accontentarci di Dante: credo che s’era in ginocchio levato. Ma Dante ci dà un esempio ancora più bello con il verso famoso cred’io ch’ei credette ch’io credesse: qui il verbo è sempre credere ma la prima volta Dante ha scelto di usare l’indicativo e la seconda volta il congiuntivo. Allora, perché io non dovrei poter dire, quando è il caso, penso che hai fatto bene? Insomma, il congiuntivo non ha mai avuto bisogno di essere salvato, né ai tempi di Dante o di Manzoni né oggi; avrebbe bisogno piuttosto che chi lo usa lo sapesse usare, e all’occorrenza anche non usare: hai mai pensato, per esempio, che si usa sempre e soltanto l’indicativo quando il tempo è il futuro? Prendiamo di nuovo Manzoni: Anche voi – riprese Renzo – credo che potrete farmi un piacere. Povero don Lisander! Doveva scrivere così per forza, perché il congiuntivo un tempo futuro non ce l’ha.

 

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