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L’aforisma rivelatore

L’aforisma è l’ultima frontiera della scrittura. I grandi, specie del passato, hanno spesso avvertito l’esigenza di confrontarsi con questa forma breve che compendia in poche parole una delle tante contraddizioni umane che potrebbero diventare materia di un intero saggio o di un romanzo.

Per lo scrittore l’aforisma è la sfida estrema, quella che non si può sbagliare. Se la sua mente pecca di lucidità o la penna di tecnica, ecco che la sentenza aforistica crolla miseramente, si sgonfia, svapora. E il lettore non si illumina leggendola.

In tutto questo è la retorica a giocare un ruolo decisivo, l’unico mezzo a disposizione di chi scrive per rendere efficace ed evidente l’intuizione che vuole trasmetterci. Insomma, l’aforisma è una materia per pochi, e aggiungerei anche fuoriclasse, gli unici che possono permettersi questo genere letterario.

Mi stupisce quindi l’aver trovato in rete una quindicenne che oltre a cimentarsi nei racconti – e che racconti, considerata la sua età!, credo sia una rarità che Helgaldo faccia un complimento simile dopo averne letti due-tre a caso, visto che a lui di solito non piace nulla – mi stupisce, ripeto, che senta anche l’esigenza di scrivere aforismi. Certo, qualcosa è ancora da perfezionare, da asciugare, e avrà il tempo dalla sua: ma già tentare è un po’ riuscirci. Ecco un bell’esempio fresco e spontaneo e inaspettato di quella «immodestia positiva» di cui ho parlato qualche giorno fa, che può portare solo alla buona scrittura, e forse all’eccellenza.

Piccoli talenti crescono.

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Responsabilmente

Scrivere è prendersi la responsabilità del testo. Ma la responsabilità è anche una fregatura. Lo dice Marina Guarneri nel suo ultimo post sul suo taccuino-blog.

Affidiamo alla scrittura il compito di dire bene le cose, dice. Le parole che scegliamo con cura devono convincere il lettore, centrare l’obiettivo che si prefigge l’autore, giungere al destinatario nel modo non solo giusto, ma addirittura «esatto». Dice anche che gli scritti sono sentenze senza appello – in questo si aggrappa ai suoi trascorsi giuridici –, che devono portare chi legge sulla stessa lunghezza d’onda di chi scrive. Il lettore deve procedere sullo stesso asse mentale che ha portato alla creazione della storia.

La sua conclusione è che le parole devono fare bene il loro mestiere e accreditarsi da sole senza bisogno di una bàlia che le giustifichi o le spieghi. Non posso che essere d’accordo.

La quasi totalità dei commenti al suo post, invece, va in tutt’altra direzione. Il che mi piace perché mi pone come al solito, snobisticamente, nel partito dei pochi – io, Marina e forse un’altra anima nera –.

Il coro dei commenti è unanime e ben intonato. E il lettore?, si chiede. Come la mettiamo con il lettore e le sue infinite interpretazioni soggettive? La responsabilità – dicono – non pesa sull’autore che scrive, ma sul lettore che legge dando significati diversi al libro e traendone emozioni che possono variare addirittura rileggendo lo stesso libro a distanza di anni.
Impossibile quindi mettere le briglie al lettore, ingabbiarlo nel nostro obiettivo. Dieci lettori, dieci interpretazioni da un unico libro. E questa può essere addirittura una ricchezza del testo.

Questo slittamento di responsabilità dall’autore al lettore, e poi alla critica, non mi trova d’accordo. Mi chiedo: perché scrivere se non si ha potere sul destinatario? Se poi lui va per la sua strada e legge il suo libro e non il mio?

Gli scrittori alla Guarneri, che cercano disperatamente di trasmettere con parole accurate il proprio pensiero perché venga colto in modo preciso – poi si può essere in totale disaccordo con questo pensiero, ovviamente – peccano di superbia e di immodestia. Gli altri, quelli che accettano come naturale le tante divergenze nella lettura, quand’anche i ribaltamenti di significato, rispetto agli obiettivi che si era prefissato l’autore, mi sembrano invece umili e modesti. Per loro la soggettività del lettore è un dato di fatto, una variabile indipendente su cui non si può intervenire. Accettano che qualcuno li capisca e che la maggior parte li interpreti.

Cara Marina, tu però continua a essere immodesta e superba, insegui con accanimento il desiderio di condurre tu il gioco, stabilire le regole, tirare i dadi facendo sempre dodici e vincere sempre la partita. Scrivi con la stessa cura maniacale di Manzoni, di Kafka, di Poe, di Hemingway, di Calvino, di tanti.

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibile) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Tu credi che Eco scelga queste parole perché il lettore possa prendere altre strade se non la sua? Sii immodesta come lui. Lascia che siano gli scrittori modesti quelli in balìa dei lettori.

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Doppia copia, di Flaubert e Faé Helgaldó

Si abbracciarono al di sopra della tavola, quando scoprirono che erano entrambi copisti, Bouvard in un’azienda commerciale, Pécuchet al ministero della Marina.

 

Gustave Flaubert

 

 

Sandra Faè è una scrittrice mai emergente, che pubblica con una piccola casa editrice di Firenze, GoWare. Mille copie vendute su Amazon o zero, fa lo stesso: resta sempre in un sottobosco letterario. Stanca di questa prospettiva, decide di imbucarsi a una festa privata a casa di Gian Arturo Ferrari, direttore editoriale Mondadori, per incontrare qualche personalità dell’editoria a cui far leggere l’ultimo suo inedito, destinato inizialmente alla solita GoWare. Per imbucarsi meglio acquista una borsa di Prada da urlo, sperando che l’aiuti a confondersi tra gli ospite. Mette il manoscritto nella borsa e in effetti riesce a entrare alla festa dove nessuno le rivolge la parola. A un faccia a faccia con Dacia Maraini, entrambe le donne scoprono di avere la stessa borsa. Sandra legge nel pensiero della famosa scrittrice: e tu chi cavolo sei? Disperata si butta sui cocktail.

L’alcol le dà la il coraggio di tentare un colpo. Sostituire le borse, in modo che Dacia Maraini possa leggere il suo libro. Fa lo scambio in un momento che la borsa si stacca dalla mano della scrittrice e lascia la festa di corsa. Rovistando nella borsa della Maraini a casa, si accorge che all’interno c’è un romanzo inedito della famosa scrittrice. Lo legge nella notte e alla mattina decide di partire con l’Orso, il marito, verso la Valtellina per isolarsi da connessioni internet, giornali, tv e riscrivere il romanzo a nome proprio.

Nelle tre settimane successive tra i monti Sandra lavora ossessivamente al romanzo, lasciando trama e personaggi, ma riscrivendo il testo secondo il suo stile. L’Orso tenta di dissuaderla da questa evidente illegalità, ma Sandra è intenzionata a proseguire. Nelle pause della lavorazione ogni tentativo dell’uomo di portarla alla ragione fallisce. Sandra vuole sfondare costi quel che costi. Anche un’accusa di plagio, di sottrazione di opera, la porterebbe paradossalmente sulle prime pagine dei giornali e da Fazio, dandole quella visibilità che da sempre viene negata a chi non ha entrature nel mondo dell’editoria. Il rapporto con l’Orso va in crisi, a nulla servono le cenette romantiche e i ricordi di quando le piaceva solo scrivere, momenti che il marito tenta di rammentarle. Quando chiede all’Orso, a stesura quasi terminata, di contattare qualche bravo avvocato esperto in copyright, presagendo le conseguenze del suo gesto, l’Orso tenta l’ultima carta: farò quello che vuoi ma contatterò anche un avvocato divorzista, è questo che vuoi al tuo ritorno a Milano? Sandra non risponde e si chiude nello studio per terminare il romanzo. Sente la porta che si chiude, l’Orso che avvia l’auto, la loro storia è terminata. A Sandra non resta ora che scegliere il titolo del «suo» romanzo. Difficili decisioni definitive.
Torna quindi a Milano, dove l’Orso ha già svuotato gli armadi, e manda il romanzo a GoWare. Nessuna notifica da carabinieri o avvocati, per ora. Ma qualche giorno dopo squilla il telefono, sarà la Maraini? No, è l’editore entusiasta del suo libro: ha deciso di investire tutto su di lei, tenta il colpo grosso per portarla, come lei ha sempre desiderato, anche sugli scaffali dell’Esselunga. Dovrà essere il caso editoriale dell’anno. Ora Sandra è sicura di finire davvero sulle prime pagine, e perdere tutto ciò che le è rimasto.

Difficili soluzioni definitive fa il botto. Scala le classifiche sulla Stampa e Il Corriere e si piazza al primo posto. C’è la fila dei giornalisti che la vogliono intervistare e la contatta anche la redazione di Che tempo che fa. Più si sale, più si andrà a fondo. L’Orso non si fa vivo. La settimana è piena di appuntamenti con i big dell’editoria. GoWare comunica a Sandra che è chiamata come relatrice a un dibattito nel padiglione autori del Salone del libro di Milano, a discutere di letteratura al femminile. L’altra relatrice sarà la Maraini. Sandra suda freddo, teme la gogna mediatica in presa diretta. Decide però di partecipare e andare incontro al suo destino. Va a letto e non vorrebbe più svegliarsi. Ma la mattina dopo GoWare telefona alle otto: per la seconda settimana Sandra è in classifica, al secondo posto: prima la Maraini, con Collegafigo, l’inedito di Sandra. Le viene un colpo, ma non può parlarne con nessuno, solo l’Orso sa e il suo telefono è sempre spento.

È giunto il giorno del Salone. Sandra si prepara e parte. Decide di prendere la borsa, per restituirla alla Maraini. Eccola al tavolo, la Maraini tarda – un contrattempo, dice l’organizzazione –. Sandra spera che non venga. Ma mentre sta già parlando del «suo» libro, l’altra arriva e le si siede a fianco. Sandra non ha neppure il coraggio di guardarla, poi guarda la borsa, questa è la sua sua, che la collega più famosa ha portato con sé. La prima domanda che fanno alla Maraini è se l’è piaciuto il libro di Sandra: bello, l’avrei voluto scriverlo io. Ma sono qui per parlare del mio, e non del suo. Ora si guardano e si dicono tutto con gli occhi. La conferenza è un successone. Sandra sta per andare via con l’editore quando, in fondo alla sala vede un Orso. Lo raggiunge, gli implora di tornare a casa. Non lo so – la sua risposta –, dovrei digerire prima l’ingannevole mondo dell’editoria, ti va un aperitivo?

 

Sandra Faé Helgaldó

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La nota sul registro

Devo essere proprio masochista se dopo ripetuti tentativi falliti cerco ancora di leggere Gadda senza traduzione a fianco. Il problema di Gadda – e a questo punto pure il mio – è di registro. Come usare un registro linguistico, letterario, espressivo dovrebbe essere chiaro a chiunque scriva o parli. Sul parlato, ognun per sé e dio per tutti. In casa mi esprimo come mi viene, con gli amici pure, in ufficio anche. Non mi pongo il problema, credo di usare un registro comune o medio che dir si voglia. Non mi servo di parolacce né di forme dialettali, che dovrebbero rientrare in un registro volgare o basso; e non mi sogno di parlare come un professore in cattedra perché non sono nemmeno laureato. Dico vado in ufficio, e non mi reco; quindi parlo come mangio, per lo più in scatola. In medio stat Helgaldus, insomma.

Quando invece si scrive, e soprattutto si scrive per gli altri, tutto cambia. Cerco di sorvegliare la mia scrittura, come in questo stesso post. Presumo che le parole che state leggendo continuino a far parte di un registro medio, almeno a me così sembra. Però mi piacerebbe poter disporre di tutta la gamma di registri, magari a soli fini letterari: registro solenne o aulico, alto (ma alto non è sinonimo di solenne?), medio o comune (appunto il mio), basso (ti do del tu… ma consiste in questo?), volgare (cazzo sarà mai questo registro?). Però poi sento anche parlare di registro burocratico, letterario, economico, settoriale: e qui basta aggiungere un aggettivo e chissà in quanti modi si può scrivere. Leggevo ieri un racconto che iniziava con cazzo, e poi proseguiva normalmente. Mi chiedo, e vi chiedo, se sia giusto perché io vado subito in confusione e non so più se sia coerente o no.

Ma torniamo a Gadda, da cui sono partito. Dunque, non riesco a leggerlo per un problema di registro. Ma se quello di Gadda è un registro alto, allora vuol dire che non potrò mai aspirare a scrivere con un simile registro: già mi serve il traduttore per leggere, figurarsi per scrivere. Direte voi: ma che cosa c’entra ora il traduttore con uno che scrive in italiano? Be’, italiano…

«Il giorno di lunedì 5 ottobre 1915 un tempestar di colpi sull’uscio fece levar il capo e rivolgerlo alla stupenda Zoraide ch’era seduta sur una scranna impagliata e agucchiava». Non aggiunto altro, basta questo. Il quando l’ho capito: ma sarà un registro burocratico, dal vago gusto di verbale con la preposizione di a seguire giorno? E poi già l’uscio a me pare alto, avrei sicuramente scritto porta, anzi battevano alla porta, un tempestar di colpi sono al di sopra delle mie possibilità creative. E di quel fece levar il capo, che mi dite? A me fa abbassar la testa. Per voi è comune, pacifico, questo modo di esprimersi? E quella che alza il capo si può mica chiamar Teresa, Anna, Chiara. Teresa, Anna, Chiara possono al massimo alzar la testa: solo una Zoraide può levare il capo, come una divinità greca. E in più splendida divinità, mentre le Terese, le Anne, le Chiare se proprio van dell’estetista possono apparire al massimo belle. E una divinità come Zoraide potrebbe mai sedere su una sedia? Siate onesti: solo sur una scranna, anche se impagliata, potrà posare quello che a questo punto ho timore a nominare, perché chissà come lo chiamerebbe Gadda. No, sedere non si può per una Zoraide, e allora qual è il termine alto ma non oltraggioso per definire quella parte dove non batte il sole?

E ora arriviamo al traduttore: che cosa fa la nostra dea Zoraide sur una scranna impagliata? Agucchia. Siamo alla terza riga e io devo già consultare il dizionario. Magari voi agucchiate tutto il giorno, invece io stiro sì ma agucchio no. Perché agucchiare vuol dire, l’ho letto sul vocabolario per la prima volta in vita mia, lavorare con l’ago o con i ferri da calza, per svago e senza particolare applicazione. Vabbè, agucchiare da ago, che poi sarebbe l’agucchia, cioè la voce antica per ago.
Vi do per certo che Helgaldo avrebbe scritto un banalissimo cuciva. Ma cucire non è agucchiare, perché agucchiare esprime con precisione uno stato emotivo particolare che il semplice cucire non può raggiungere.

Per farla breve: poco oltre ho dovuto riaprire il vocabolario per succinto, riferito non all’abito ma alla postura; per ramato, riferito ai capelli; per un distirar di pettine; per una floridezza proterva. Ed ero a pagina 1 di un testo scritto da un italiano in italiano. Poi me la chiamano anche lingua madre, l’italiano… vorrà dire che non ho patria, anzi sono un apolide.

Lo confesso: ero rimasto fermo al si lavicchia di decurtisiana memoria. Ma dove vuoi andare, caro Helgaldo, se il linguistico registro non sai usare?

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Il piacere della non lettura

Il momento più bello per un lettore è l’intervallo di tempo che separa la non lettura dalla lettura, quando riponiamo il libro appena terminato e iniziamo a pensare quale sarà il prossimo da leggere. In quelle ore, gli ultimi echi della storia appena conclusa ancora ci risuonano nell’animo, se è piaciuta, ma contemporaneamente una parte del nostro spirito è già proiettata verso il nuovo libro.

Libro non del tutto sconosciuto, a pensarci bene. Alcuni cose di lui già le sappiamo: ne conosciamo magari l’autore, a volte la trama; ma anche solo il tenerlo in mano instaura tra lui e noi una relazione intima pur non avendo ancora letto neppure una pagina. Accarezzarne la carta, osservarne la copertina, sbirciarne il frontespizio, l’indice; osservarne il font scelto per la stampa, l’interlinea, gli a capo, i filetti, l’armonia degli spazi pieni e vuoti sulla pagina; e poi farsi un’idea, sfogliandolo velocemente, se troveremo molto dialogo incolonnato o fitte pagine di descrizione. Un libro che già attrae prima ancora di leggerlo.

Quantomeno in questa non lettura le nostre aspettative su di lui, il nuovo libro, sono tutte integre e vitali. E anche se resteranno in parte deluse man mano che la lettura avanzerà, per ora la novità ci rende euforici e curiosi, come bambini che aspettano con impazienza la favola prima di addormentarsi.

Questo momento di non lettura, per me, ha un gran valore. Dover pensare al prossimo libro mi dà un senso di libertà assoluta, difficile da spiegare. Eppure credo di non essere l’unico a provarla. Che cosa leggerò, quindi? La scelta per fortuna è ampia, quasi illimitata. Potrebbe trattarsi di un saggio o di un romanzo, in base all’umore del momento.

E poi lettura o rilettura? Altro dilemma amletico, ma non tragico. Cercando il nuovo libro tra i miei scaffali ne potrei intercettare uno già letto tanti anni fa, e catturato dalla voglia di rileggerlo – perché l’ho apprezzato o perché non l’ho apprezzato ma vorrei dargli una seconda possibilità essendo passato tanto tempo che mi vede ora più maturo e pronto per dialogare di nuovo con lui – potrebbe essere lui a spuntarla su quello mai letto in precedenza.

Per fortuna ho centinaia di libri tra cui scegliere, non ho bisogno di entrare in libreria per colmare questo curioso stato d’animo di non lettore. Sono tanti i libri acquistati ieri o dieci anni fa, ma che poi sono stati superati al fotofinish da altri che erano già in casa. E così, pazientemente, se ne stanno ad aspettare l’ispirazione giusta per essere aperti e magari divorati.

Tolstoj, Márquez, Calvino… Tutto Hemingway mi guarda. In un angolo c’è Stephen King quasi ingiallito. A fianco Carver, l’ultimo acquisto che profuma ancora di libreria. Ma la mia mano si sofferma ora su Gadda, Quer pasticciaccio che per ben tre volte ho iniziato e quasi immediatamente abbandonato. Chissà se questa sarà la volta buona? Eccolo tra le mie mani, mi ricordo di averlo ricevuto insieme ad altri come premio a un concorso letterario. Sto per aprirlo, rileggere ancora l’incipit con don Ciccio Ingravallo, l’investigatore protagonista. Invece poi il mio sguardo si posa su un modesto libriccino ingiallito, che viene da una libreria di un mio conoscente che alla morte mi ha donato i suoi volumi. È un libro del ’90, la carta ingiallita lo dimostra. In copertina troneggia una bella incisione di William Hogarth del 1724 raffigurante monarchia, episcopato e legge. Si tratta di Jonathan Swift, Libelli. Ne vengo attratto. Ma è quello che c’è scritto sotto a farmi decidere per lui: scelti, tradotti e annotati da Giuseppe Prezzolini. Due scrittori al prezzo di uno.

Buona non lettura a tutti.

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Diritti del lettore (ma non è Pennac)

1. Leggere quello che ti pare.

2. Leggere nel formato che ti pare.

3. Leggere libri definitivamente conclusi.

4. Leggere per apprendere, ma anche no.

5. Abbandonare il libro se è brutto.

6. Criticare il libro se è brutto.

7. Fregarsene dell’autore. Conta solo quello che c’è scritto sulla pagina.

8. Fregarsene di critici e recensori. Conta solo quello che tiri fuori tu dal libro o quello che tira fuori il libro da te.

9. Fare del libro che hai acquistato quello che ti pare: regalarlo, prestarlo, rivenderlo, bruciarlo.

10. Decidere anche di non leggere.

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Sempre o sempre?

«Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente».

Robert McKee

Post scriptum: sempre?

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