Archivi tag: Lettura

Diritti del lettore (ma non è Pennac)

1. Leggere quello che ti pare.

2. Leggere nel formato che ti pare.

3. Leggere libri definitivamente conclusi.

4. Leggere per apprendere, ma anche no.

5. Abbandonare il libro se è brutto.

6. Criticare il libro se è brutto.

7. Fregarsene dell’autore. Conta solo quello che c’è scritto sulla pagina.

8. Fregarsene di critici e recensori. Conta solo quello che tiri fuori tu dal libro o quello che tira fuori il libro da te.

9. Fare del libro che hai acquistato quello che ti pare: regalarlo, prestarlo, rivenderlo, bruciarlo.

10. Decidere anche di non leggere.

5 commenti

Archiviato in Leggere

Sempre o sempre?

«Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente».

Robert McKee

Post scriptum: sempre?

3 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

La coscienza di Helgaldo

A me un po’ dispiace di essere uomo.

Come attacco non c’è male, però poi mi sono incartato, ho scritto e riscritto, e poi ho cancellato tutto, e volevo addirittura rinunciare a questo post, perché dire che noi uomini non sapremo mai amare una donna so già che verrà liquidato come la solita esagerazione di Helgaldo. Parla per te, direte voi maschi; ma anche voi donne che avete un partner affettuoso e sensibile, direte che esagero. Va bene, esagero. Forse. Però non è colpa mia, ma della Coscienza di Zeno, che sto leggendo con avidità in questo periodo.

‘Sto coso, anzi ‘sto Cosini, mi sta simpatico perché autobiografandosi nella sua lunga autoanalisi per lo psicologo, che poi coincide con il libro stesso, afferma una verità sacrosanta: gli uomini non potranno mai amare se non se stessi. Malati immaginari, bisognosi di coccole e rassicurazioni, pronti all’innamoramento, impreparati all’amore; spergiuri, calcolatori, menzogneri, traditori del matrimonio ma anche dell’adulterio. Sempre bravi a giustificarsi con se stessi, dai perenni buoni propositi mai mantenuti neppure per cinque minuti; prima ci piace la ragazza per la sua spontaneità, il giorno dopo ci crolla il desiderio perché troppo spontanea. Il matrimonio è bello, metto la testa a posto. Perché dovrei mettere la testa a posto solo perché mi sposo? Siamo una contraddizione in termini, mai d’accordo con noi stessi, mai siamo capaci di lucida e chiara sincerità. Giuda dei sentimenti, corriamo da una femmina perché la vogliamo in esclusiva. Appena ci sussurra quelle parole magiche tutte per noi – ti amo, voglio esser tua – eccoci a progettare la fuga da Alcatraz. Dio, Shakespeare, Dante, Moccia ma che ne sapete voi dell’amore? Dell’innamoramento sì, arrivate fino al lucchetto sul ponte, ma poi? Ognun per sé e la partita di calcetto con gli amici per tutti: io la maglia numero nove, Higuain forever!

Leggo Zeno Cosini e la sua coscienza, e intanto penso alla mia. Che vergogna! Siamo uguali, io e lui: lui finzione, io realtà. O è il tutto il contrario?

A me un po’ dispiace di essere uomo.

16 commenti

Archiviato in Leggere

Pagina sì, pagina no

Nel suo ultimo post Darius Tred utilizza un dialogo di Michael Crichton, tratto dal Mondo perduto, per sviluppare alcune riflessioni sulla superiore ricchezza della parola rispetto all’immagine. Se vi interessa l’argomento, andatevelo a leggere.

Qui invece vorrei riprendere il brano perché è emblematico del mio rifiuto di certa scrittura che porta come conseguenza anche a rifiutare certi generi letterari – quasi tutti per la verità –.
Che sia Crichton o l’aspirante scrittore in self-publishing, una pagina come quella riportata sotto mi ricorda nella migliore delle ipotesi i dialoghi filosofici, dove Socrate parla parla per spiegare la sua filosofia e l’interlocutore si limita a rispondere con monosillabi affermativi, dato la logica stringente che guida la discussione.

La letteratura invece è un’altra cosa: arriva a una qualche verità attraverso l’immaginazione, l’istinto, il paradosso, il conflitto e chissà quante altre cose. E questo non avviene tramite verità sbattute in faccia all’interlocutore, ma nascoste tra le pieghe del romanzo, ragion per cui si potranno sbizzarrire i critici letterari a ricercarne le verità sommerse. La pagina letteraria, poi, è dinamica, viva, creativa. Mai saccente. Personaggi umani, non supereroi inflessibili, non trovano a volte le parole, mentono, non sanno spiegarsi, sono contraddittori, non ascoltano o fraintendono chi parla. Mi piace questo della vita e quindi anche della letteratura. Questo cerco e per fortuna trovo.
In queste ore, per esempio, lo sto trovando in tutte le pagine che ho letto finora della Coscienza di Zeno, che a dispetto del titolo non è un repertorio di teorie psicoanalitiche freudiane.

Invece il passo di Crichton, pur scritto da un autore che ha venduto milioni di copie, pur nella brevità, è sufficiente per annoiarmi e convincermi che non è così che intendo la lettura e la scrittura. E allora vi domando: anche voi avete il mio stesso rifiuto – è una pagina brutta, che non merita – o, al contrario, la trovate interessante e bella, una pagina che può fare da modello per la vostra prosa?

 

«I processi comportamentali possono verificarsi con una velocità maggiore di quanto di norma si pensi. In diecimila anni gli esseri umani sono passati dalla caccia all’agricoltura al ciberspazio. Il comportamento procede a tutta velocità, e potrebbe rivelare una incapacità di adattamento. Nessuno lo sa. Anche se io personalmente ritengo che il ciberspazio rappresenti la fine della nostra specie.»
«E perché?»
«Perché implica la fine dell’innovazione», spiegò Malcolm. «Quest’idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un’isola in mezzo all’oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente e l’evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l’evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l’innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l’effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C’è un McDonald’s in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all’altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. […] Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L’uniformità globale.»

13 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Sintomatologia letteraria

Sintomi: pianto improvviso, violento, prolungato, incontenibile, con successiva emicrania e dolore agli occhi, causato dalle seguenti pagine:

Manzoni, Promessi sposi, Cecilia.
De Amicis, Cuore, Il tamburino sardo.
Oscar Wilde, Racconti, Il gigante egoista, L’usignolo e la rosa.
Dante, Divina commedia, Inferno, Canto XXXIII, conte Ugolino.

Sintomi: senso di abbandono, malinconia, lutto per perdita di un amico caro:

David Copperfield, ultime pagine.

7 commenti

Archiviato in Leggere

Incipit e finale

L’incipit e il finale. Dicono sempre, l’avrete sentito anche voi, che una buona storia dovrebbe almeno idealmente collegarli, il primo la premessa necessaria del secondo, e il secondo la conseguenza logica del primo. Una costruzione narrativa a priori, insomma.

Questo non vuol dire che il legame tra inizio e finale debba avvenire in modo meccanico, sarebbe arido e triste: tutta la letteratura potrebbe risolversi in poche righe. Direi proprio di no, così non dev’essere. Però il fatto che tra l’uno e l’altro, saltando tutta la ciccia che c’è in mezzo – se c’è, perché a volte purtroppo non c’è –, ci possa essere una qualche corrispondenza, un richiamo, un’eco farebbe sicuramente bene alla narrazione.

Così, giusto per verificare se tra questi due elementi c’è davvero un legame sottile, un filo teso, prendo un libro a caso tra quelli che ho in casa e vi appiccico qui sotto incipit e finale. Mi piace scegliere i libri senza pensarci troppo: è il modo migliore per scoprire se le regole generali valgono o no. Se valgono le trovi più o meno diffuse anche dove non te l’aspetti, se non le trovi vuol dire che sono solo idee pseudoletterarie per riempire di sciocchezze i manuali di scrittura creativa.

Il libro preso a caso, che tra l’altro non ho ancora letto, è di poche pagine, un racconto singolo di Henryk Sienkiewicz, polacco dal nome impronunciabile famoso per il best seller Quo vadis?
Il racconto in questione, 25 pagine in tutto, s’intitola Il guardiano del faro ed è pubblicato da Elliot al prezzo di 7 euro, che sono giuste per un colossal al cinema sugli antichi Romani, risultano un po’ eccessive per un unico racconto breve. Ma ormai l’editoria viaggia così. Traduzione di Aurora Beniamino, di seguito incipit e finale.

Accadde una volta che il guardiano del faro di Aspinwall, località poco distante da Panama, scomparisse senza lasciar tracce, e poiché c’era stata una grossa burrasca, si congetturò che quello sventurato si fosse spinto fino all’orlo dell’isolotto roccioso su cui si innalza il faro e che fosse stato portato via da un’ondata. Questa supposizione sembrava tanto più verosimile, in quanto il giorno dopo non fu ritrovata la barca che egli teneva in un’insenatura della scogliera.
[…]
Dinanzi a lui si aprivano nuove strade di vita errante; il vento aveva ancora una volta strappato quella foglia per gettarla sui continenti e sui mari, per incrudelire a suo capriccio. E in quei pochi giorni Skawinsky era molto invecchiato; era più curvo ma i suoi occhi scintillavano. Per le nuove strade della vita portava sul petto il suo libro, e di tanto in tanto lo serrava contro di sé come se temesse di perdere anche quello…

Secondo voi si parlano, incipit e finale?

16 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Billy Budd, la ballata finale

Siamo agli sgoccioli ormai, manca poco alla fine del romanzo. Uscito di scena Claggart già da qualche capitolo, e Billy Budd da pochissimo, in scena non resta che il capitano Vere. Ma il capitolo 28, brevissimo, lo coglie sul ponte della Bellipotent mentre la sua nave incrocia quella da guerra francese della Athée. Lo scontro a fuoco che ne deriva vede prevalere la marina britannica, ma il prezzo da pagare al romanzo è la morte del capitano stesso, dopo un’agonia febbricitante, invocando più volte il nome di Billy Budd.

E così i tre protagonisti, dal cui intreccio nasce questa vicenda drammatica, finiscono nell’oblio dei secoli. Un po’ come in Moby Dick, dove solo Ismaele sopravvive al mostro per raccontarne le gesta. Qui avviene qualcosa di simile. Svaniti Claggart, Billy e Vere, resta solo qualche resoconto indiretto e offuscato del loro passaggio nel mondo: una versione ufficiale dell’accaduto, dove si ipotizza un tentativo di ammutinamento sulla Bellipotent orchestrato da Billy, scongiurato da Claggart, che paga la sua fedeltà alla marina militare con una pugnalata mortale sferratagli da Billy stesso, e l’immediata condanna all’impiccagione decretata dal capitano. Ed è Billy il malvagio, il simbolo del male. Ma a questa versione ufficiale fa da contraltare tra i semplici marinai una ballata, prima ripetuta oralmente e poi giunta addirittura a pubblicazione, dove invece Billy ritrova il ruolo dell’innocente capro espiatorio delle nefandezze del mondo.

Possiamo consolarci con la constatazione che la pubblicazione ufficiale del complotto ordito dal marinaio William Budd fu presto dimenticata, mentre la ballata che narra la storia di Billy Budd marinaio, viene ancora cantata sui ponti delle navi dai marinai semplici quando smontano dalla corvée? Credo proprio di sì.

2 commenti

Archiviato in Leggere