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Filosofia zen alla pubblicazione

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I rifiuti editoriali ottenuti da Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta prima di venire pubblicato.

5.000.000

Il numero di copie vendute in tutto il mondo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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Diritti del lettore (ma non è Pennac)

1. Leggere quello che ti pare.

2. Leggere nel formato che ti pare.

3. Leggere libri definitivamente conclusi.

4. Leggere per apprendere, ma anche no.

5. Abbandonare il libro se è brutto.

6. Criticare il libro se è brutto.

7. Fregarsene dell’autore. Conta solo quello che c’è scritto sulla pagina.

8. Fregarsene di critici e recensori. Conta solo quello che tiri fuori tu dal libro o quello che tira fuori il libro da te.

9. Fare del libro che hai acquistato quello che ti pare: regalarlo, prestarlo, rivenderlo, bruciarlo.

10. Decidere anche di non leggere.

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Sempre o sempre?

«Potendo scegliere tra materiale banale raccontato in modo brillante e materiale profondo raccontato male, il pubblico sceglierà sempre quello banale raccontato brillantemente».

Robert McKee

Post scriptum: sempre?

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La coscienza di Helgaldo

A me un po’ dispiace di essere uomo.

Come attacco non c’è male, però poi mi sono incartato, ho scritto e riscritto, e poi ho cancellato tutto, e volevo addirittura rinunciare a questo post, perché dire che noi uomini non sapremo mai amare una donna so già che verrà liquidato come la solita esagerazione di Helgaldo. Parla per te, direte voi maschi; ma anche voi donne che avete un partner affettuoso e sensibile, direte che esagero. Va bene, esagero. Forse. Però non è colpa mia, ma della Coscienza di Zeno, che sto leggendo con avidità in questo periodo.

‘Sto coso, anzi ‘sto Cosini, mi sta simpatico perché autobiografandosi nella sua lunga autoanalisi per lo psicologo, che poi coincide con il libro stesso, afferma una verità sacrosanta: gli uomini non potranno mai amare se non se stessi. Malati immaginari, bisognosi di coccole e rassicurazioni, pronti all’innamoramento, impreparati all’amore; spergiuri, calcolatori, menzogneri, traditori del matrimonio ma anche dell’adulterio. Sempre bravi a giustificarsi con se stessi, dai perenni buoni propositi mai mantenuti neppure per cinque minuti; prima ci piace la ragazza per la sua spontaneità, il giorno dopo ci crolla il desiderio perché troppo spontanea. Il matrimonio è bello, metto la testa a posto. Perché dovrei mettere la testa a posto solo perché mi sposo? Siamo una contraddizione in termini, mai d’accordo con noi stessi, mai siamo capaci di lucida e chiara sincerità. Giuda dei sentimenti, corriamo da una femmina perché la vogliamo in esclusiva. Appena ci sussurra quelle parole magiche tutte per noi – ti amo, voglio esser tua – eccoci a progettare la fuga da Alcatraz. Dio, Shakespeare, Dante, Moccia ma che ne sapete voi dell’amore? Dell’innamoramento sì, arrivate fino al lucchetto sul ponte, ma poi? Ognun per sé e la partita di calcetto con gli amici per tutti: io la maglia numero nove, Higuain forever!

Leggo Zeno Cosini e la sua coscienza, e intanto penso alla mia. Che vergogna! Siamo uguali, io e lui: lui finzione, io realtà. O è il tutto il contrario?

A me un po’ dispiace di essere uomo.

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Lettori vaginali e no

Ho già parlato in passato delle Memorie di una vagina, un blog intelligente e ironico che seguo pur senza esserne seguace, perché mi avvicina senza moralismi a quel mondo femminile attraente e incomprensibile per noi maschi liquidi 2.0 o liquidati con 6.1.0. Ma in perenne tensione verso quello che ci attira e a volte anche ce lo tira.

La Vagina è una blogger lontana dalla nostra cerchia di scrittori aspiranti un po’ sfigati – vabbè, parlo per me, voi non lo siete –. Comunque siete aspiranti a un posto al sole nell’editoria, a una visibilità riconosciuta che oltrepassi lo zoccolo duro, sarebbe meglio dire lo zoccoletto, dei 30-40 lettori abituali, acquisiti col baratto del io leggo te e tu leggi me.

Memorie di una vagina è un blog seguitissimo. A numeri però, a ben vedere, anche alcuni blogger della mia cerchia non se la cavano male, eppure restano al palo, come se non avessero lettori.

Nell’ultimo suo post, la nostra vaginale blogger, dice en passant in fondo all’articolo che sta per arrivare il libro, e non lo dice a un gruppo di scrittori che la segue, che non esiste proprio, ma a tutti quelli che semplicemente la seguono da sempre.

Spero non verrò accusato di plagio se vi riporto le parole che lei stessa usa per dire dell’imminente pubblicazione. Parole tanto leggere nel tono quanto pesanti nella sostanza, rispetto alle nostre sempre pesanti e drammatiche nel tono quanto leggere e afone alla prova dei lettori.

 

E poi, naturalmente, c’è il romanzo. Quello che, se tutto va bene, esce a giugno. Quello che sopra ci sarà il mio nome e dentro una storia che ho scritto io. Quello che se non fosse un sogno che si realizza, non mi farebbe avere così tanta ansia. Sia chiaro, sono felice. Sono molto felice. Sono così felice che manco mi interessa di non averci un pene con cui dividere questa felicità, diciamo. Però ho un’ansia mondiale, lo confesso. Il fatto stesso che io lo dica così, sottovoce, sommessamente, che esce il mio primo romanzo, invece di urlarlo, invece di fare un’annunciazione in caps lock, farcendola di emoji e una quantità imponderabile di punti esclamativi, può essere indice della cazzo di ansia che ho. Ho finito la prima stesura, forse. Devo mandare l’ultima parte all’editor. Devo fare trecentoquaranta modifiche appuntate nel quadernetto degli appunti per il romanzo. Devo caratterizzare meglio quel personaggio. Devo tagliare quella parte. Devo rileggere. Devo correggere.

 

Quand’è che fuggiremo dalla nostra cerchia, Associazione protezione aspiranti scrittori, per parlare dei nostri romanzi a lettori veri, che non gliene frega niente scrivere ma solo leggere?

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Editoria 2.0 a pagamento?

Come inizia?

Una squadra di professionisti dell’editoria valuta ogni manoscritto. Per lo più gratuitamente.

Come prosegue?

C’è una campagna di crowdfunding che ha lo scopo di fare conoscere le potenzialità del progetto-libro al pubblico dei lettori. A quel punto, se credi nel progetto, lo puoi preordinare. La campagna punta a raggiungere un certo numero di prevendite (da 100 a 200 copie prepagate, cartacee oppure on line).

Come finisce?

Se si raggiunge l’obiettivo di copie prevendute, allora il progetto si realizza: il libro viene stampato e distribuito a chi l’ha richiesto.

 

Ma questa non è la classica editoria a pagamento che sostituisce all’autore che prepagava un certo numero di copie (di solito tra le 100 e le 200), circa 100-200 lettori che prepagano una singola copia del libro al posto suo?

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Pagina sì, pagina no

Nel suo ultimo post Darius Tred utilizza un dialogo di Michael Crichton, tratto dal Mondo perduto, per sviluppare alcune riflessioni sulla superiore ricchezza della parola rispetto all’immagine. Se vi interessa l’argomento, andatevelo a leggere.

Qui invece vorrei riprendere il brano perché è emblematico del mio rifiuto di certa scrittura che porta come conseguenza anche a rifiutare certi generi letterari – quasi tutti per la verità –.
Che sia Crichton o l’aspirante scrittore in self-publishing, una pagina come quella riportata sotto mi ricorda nella migliore delle ipotesi i dialoghi filosofici, dove Socrate parla parla per spiegare la sua filosofia e l’interlocutore si limita a rispondere con monosillabi affermativi, dato la logica stringente che guida la discussione.

La letteratura invece è un’altra cosa: arriva a una qualche verità attraverso l’immaginazione, l’istinto, il paradosso, il conflitto e chissà quante altre cose. E questo non avviene tramite verità sbattute in faccia all’interlocutore, ma nascoste tra le pieghe del romanzo, ragion per cui si potranno sbizzarrire i critici letterari a ricercarne le verità sommerse. La pagina letteraria, poi, è dinamica, viva, creativa. Mai saccente. Personaggi umani, non supereroi inflessibili, non trovano a volte le parole, mentono, non sanno spiegarsi, sono contraddittori, non ascoltano o fraintendono chi parla. Mi piace questo della vita e quindi anche della letteratura. Questo cerco e per fortuna trovo.
In queste ore, per esempio, lo sto trovando in tutte le pagine che ho letto finora della Coscienza di Zeno, che a dispetto del titolo non è un repertorio di teorie psicoanalitiche freudiane.

Invece il passo di Crichton, pur scritto da un autore che ha venduto milioni di copie, pur nella brevità, è sufficiente per annoiarmi e convincermi che non è così che intendo la lettura e la scrittura. E allora vi domando: anche voi avete il mio stesso rifiuto – è una pagina brutta, che non merita – o, al contrario, la trovate interessante e bella, una pagina che può fare da modello per la vostra prosa?

 

«I processi comportamentali possono verificarsi con una velocità maggiore di quanto di norma si pensi. In diecimila anni gli esseri umani sono passati dalla caccia all’agricoltura al ciberspazio. Il comportamento procede a tutta velocità, e potrebbe rivelare una incapacità di adattamento. Nessuno lo sa. Anche se io personalmente ritengo che il ciberspazio rappresenti la fine della nostra specie.»
«E perché?»
«Perché implica la fine dell’innovazione», spiegò Malcolm. «Quest’idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un’isola in mezzo all’oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente e l’evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l’evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l’innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l’effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C’è un McDonald’s in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all’altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. […] Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L’uniformità globale.»

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