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Il poco di buono dei problemi a monte

Ho letto ieri da qualche parte, forse sul blog Scrivere per caso – ma non ve lo do per certo poiché leggo spesso distrattamente – che i problemi dell’editoria stanno a monte: se si pubblica poco di buono è dovuto al fatto che si scrive poco di buono e allora gli scrittori, professionisti e no, dovrebbero proporre agli editori o direttamente al pubblico opere più accurate, meditate, profonde.

Innanzitutto bisognerebbe smetterla con dire che i problemi stanno a monte. Io noto un sacco di problemi a valle e non parlo solo dell’inquinamento, del traffico congestionato, del caos in cui siamo costretti a muoverci, della siccità che secca i fiumi e mette a repentaglio le colture, dell’esaurimento nervoso che colpisce i bipedi e i quadrupedi. Parlo proprio di libri: Corona è a monte e ha successo, anche Cognetti sta su e ha vinto lo Strega. C’è chi è stato un anno sull’altipiano e ce lo ricordiamo ancora. E Buzzati appena poteva passeggiava tra i monti del Bellunese.

Che succede, invece, a valle? A valle la gente non legge e altra gente, forse la stessa, scrive. Aggiungiamo il nuovo salone del libro che non ha raggiunto grandi vette; che dobbiamo continuamente inventarci formule artificiali come Bookcity per costringere i metropolitani a dichiarare #ioleggoperché (gli chiederei anche #ioaccettolinquinamentoperché, #iovotorenziperché, #iomangiogiapponeseperché, #ioscrivolibriperché tanto che si siamo). E qui mi fermo.

Di inventarci un Bookmountain invece non ne sentiamo affatto il bisogno: ma perché non ne sentiamo il bisogno? Perché a monte non ci sono problemi, al massimo c’è Cannavacciolo che rimette in carreggiata qualche piatto del contadino da incubo. Piccole sbandate, insomma. Le librerie chiudono a valle, in centro città e nel centro dei centri commerciali delle città, che è il nuovo centro di tutte le valli. Ditemi la verità: avete mai sentito di una libreria che chiude a duemila metri? Ci sarà un motivo perché in quota restano aperte. Perché lì entra aria pura e i romanzi sono di respiro, anche internazionale.

E poi si dice che si legge poco di buono. Anche qui, ma cambiamo punto di vista, dio santo: pensiamo al tanto di cattivo che ci siamo evitati grazie al poco di buono. Se è poco lo è proprio perché è buono. Anche il contrario: è buono perché è poco, fosse di più scadrebbe in bontà. Paradossalmente, se ci fosse anche il tanto di buono, qui a valle, e chi avrebbe il tempo per leggerlo con i ritmi serrati a cui ci costringe la vita in pianura? Ma là in alto no, i ritmi rallentano, la frenesia scompare, le giornate girano lente, la natura ci fissa immobile. Alla gente di montagna, si sa, basta poco, e così non serve neppure il tanto di buono che il poco di buono è quasi d’avanzo. A valle, al contrario, dobbiamo accontentarci del poco di buono. E so già che un giorno arriveremo al nulla di buono, dato che i problemi dell’editoria da che mondo è mondo stanno a valle, e non a monte. Garantito.

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Rivelazioni estive

L’ondata di caldo che avvolge l’Italia non si placa, i turisti boccheggiano ovunque alla ricerca di un po’ di refrigerio, di una bibita ghiacciata, eppure Mauro Corona riesce a presentare la sua ultima fatica letteraria – Quasi niente, scritto a quattro mani con Luigi Maieron – in una gremitissima piazza Vescovado giovedì 3 agosto a Caorle, località balneare della riviera veneta, vestito da montanaro, maglietta, jeans, scarponi, l’inseparabile bandana, e l’immancabile bottiglia di vino rosso a sostituire l’acqua per bagnarsi le labbra di tanto in tanto. Come dire, trentacinque gradi alle dieci di sera e non sentirli.

Nemmeno io avrei voluto sentirlo, è che sono stato trascinato da una fiumana di traspirazione collettiva per i locali e le viuzze del centro storico di Caorle, e sbucato nella piazza da una stradina laterale, immediatamente la sua bandana diventa un punto di riferimento proprio davanti a me. Impressionante: lui mi è di spalle e davanti ha un pubblico schierato come un plotone di esecuzione su file e file di sedie di plastica. Mi ricorda le infinite file di ombrelloni perfettamente allineati tipiche delle spiagge adriatiche. Chi come me è giunto tardi all’incontro peggio per lui, dovrà accontentarsi di restare ai margini, in piedi, in fondo, ai lati, o dietro il palco.

L’editore lo presenta, microfono alla mano, coadiuvato dal giornalista Toni Capuozzo che ha il pregio o il compito, non si sa, di metterlo in buona luce sotto ogni angolazione – mass mediatica, letteraria, umana, artistica, ertana, spirituale –. Tutto calcolato perché lo scrittore emerga naturalmente, in tutta la sua singolarità di mente libera, fuori degli schemi, politicamente non corretta, che poi è il miglior modo per parlar del libro tra un goccetto e l’altro. E la temperatura già elevata s’impenna ancor di più.

La mia capacità di ascolto regge solo pochi minuti, gocce di sudore mi scendono dalla fronte, rigano il viso, scivolano sul collo, lambiscono la maglietta. Eppure il pubblico è adorante, ride a ogni arguzia del nostro scrittore-scalatore, specie su suggerimento dell’editore che mima un applauso, l’unico in effetti che sta davvero lavorando in questa torrida serata. Mi sembra di stare in tv, nello studio televisivo con il pubblico a comando per dare il suo gradimento spontaneo alla trasmissione.

Per quei pochi minuti in cui l’ho potuto ascoltare, considerazioni generali non se ne possono fare, bisognerebbe seguire il tracannamento di tutta la bottiglia di rosso a fianco di Corona, ammesso che non ne chieda una seconda. Alcuni spunti però sono doverosi.

Il primo, serve una divisa, il look, l’essere riconosciuti immediatamente, non conta aver letto o no il libro attuale, i precedenti libri dell’autore. In una località di mare, dove tutti passeggiano in pantaloncini corti, camicia di lino bianca e panama, tu devi mantenere inalterata la tua identità montanara-scalatrice, non puoi rinunciare alla mitica bandana, morire sotto l’afa pur di evitare la terrificante domanda: ma quello, chi cazzo è? Perciò chi di voi è montanaro lo sia per sempre e chi è cenerentola indossi solo scarpette di vetro. Il brand non è un profilo Facebook o la capacità di promuovere un buon libro, ma l’essere riconosciuto da tutti, da chi legge e da chi non ha mai voluto entrare in una libreria.

Per riempire mezza piazza di potenziali lettori devi perlomeno essere un Corona – Fabrizio o al limite Mauro – e rientrare in un circuito turistico di iniziative gratuite aperte a tutti, magari in una località marittima affollata, magari estiva, magari te lo becchi per caso come è capitato a me, ma riconosci subito chi è che sta parlando (non importa invece di che cosa stia parlando). Quegli autori semi sconosciuti, o del tutto sconosciuti, che restano delusi per la scarsa affluenza di pubblico in una piccola libreria di periferia, carina eh ma insomma, promuovendosi solo sui social, facciano le debite proporzioni e smettano di piagnucolare se racimolano dieci spettatori e vendono una sola copia del loro fantastico libro: ne siano soddisfatti e non ci rompano ulteriormente.

Corona promuove Quasi niente. Sono d’accordo anch’io che è si tratti di quasi niente. Anzi, quello che dice è niente, di quei niente che fanno scattare gli applausi di rito e occasionali. Per entrare subito nel cuore del suo libro Corona cita La Rochefoucauld che ha detto che nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto. Si può essere d’accordo o no con l’aforisma, ma da lì parte tutta una sequela di banalità che prendono a pretesto la sua sconfitta inaspettata al Campiello di tre anni fa, per informarci che nella vita i fallimenti fanno solo bene perché permettono a chi ci odia di gioire, e a noi stessi di fortificarci nella sconfitta.

Se ce lo dice un montanaro che ha rinunciato alla frescura dei suoi alpeggi per predicare la necessità del fallimento sociale sul lungomare bollente di ieri, popolato di turisti località Caorle, è sicuramente una rivelazione fondamentale e irripetibile. Domani comunque si replica a Jesolo. Attenzione, posti solo in piedi.

 

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Un amore pasticciato

Che con te sarebbe stata dura, su questo non ho mai avuto dubbi. Ma mi illudevo che come con le altre prima di te, neppure loro semplicissime perché evidentemente mi piace ritrovarmi in rapporti complicati, una volta trovato il feeling, dopo averti respirato, come si dice, stropicciato per un po’, tutto sarebbe filato via liscio fino in fondo. E invece no.

Sembra che tu lo faccia apposta, godi nel prenderti gioco di me, giochi al gatto col topo, ti piace farmi provare un senso di inferiorità, rendermi indegno della tua classe, del tuo charme. Mi mostri tutta la tua raffinatezza e mi fai credere che la vuoi condividere con me, come se ti importasse davvero elevarmi al tuo rango. Mi seduci, mi dai piacere, fai giochi proibiti con me, mi porti al limite. E poi improvvisamente cambi tono, svolti senza motivo, fai la preziosa, ti specchi in mille immagini e fai di tutto per farmi sentire stupido e deluso. In quei cambi di ritmo sei indecifrabile, non ti capisco più, mi parli fitto fitto senza preoccuparti se io ti segua o no, indifferente al fatto che io possa dirti sì no, non essere d’accordo con te. Ma tu arrivata a quel punto te ne freghi di chi hai davanti, egocentrica quale sei mi parli sopra, e intuisco che di me, a te, in fondo non è mai importato nulla fin dall’inizio. Ti sono utile ma non necessario. In quei momenti ti odio, vorrei lasciarti per sempre, cercarmene un’altra più adatta, più del mio livello. Mi stupisco anzi del perché non lo abbia già fatto, cosa mi trattenga dal separarmi da te e chiudere questa relazione. Ma un motivo c’è per non smettere: sono orgoglioso e frivolo anch’io: voglio mostrare a tutti che sono alla tua altezza, che valgo molto, che posso starti a fianco. Voglio essere ammirato anch’io, che dicano di me con una punta di invidia, guarda Helgaldo con chi se la intende. Mentre noi…

L’altro giorno ci eravamo messi sul divano, ricordi?, che intensità. Pensavo, finalmente, che il feeling tanto atteso fosse giunto, che ora ci capivamo. Tu con me, io con te. A filo doppio. E tu, allora, devi aver avuto il mio stesso pensiero, e quindi solo per farmi dispetto te ne sei uscita con quella Ines, che mi ha infastidito tanto.

«La Ines. L’avventura urbana. Dalle chiarità mattutine del Galilei, quando l’officio e il mistero lateranense, quando la verde allegrezza del sagrato accolgono dentro le mura il burino col divoto segno della croce, rattenuto il ciuccio per un attimo, ih! dai fastigi d’oro, a vespero, o di rubino, e dalle cavate piene del Maderno, del cui arco è scaturito nei secoli senza ritorno, in lode a Maria Madre, l’inno indelebile; dai PV e dai BM e dai dieci buchi der disco der telefono, e dallo scatolone della radio che aveva messa fuori uso un quattro vorte, la premeditante coturnice s’era portata a casa una certa sbrigativa attitudine a rammendar le calze alla finanziera, cioè prendendo er buco a giro largo, coll’ago e cor filo; e poi, daje, dopo quel rapido periplo la tirava a gloria e ce mozzicava subito er filo, co li denti. Un rinnaccio de classe!».

Ho capito solo calze.

Allora ho sbottato, adesso basta, stupida prosa leziosa! Desisto, se è questo che vuoi. Vai avanti pure senza di me, ma non ne troverai un altro così paziente e disponibile, che si sforza di capirti. Ora è finita, non ti voglio più vedere in giro per la casa. Ti metto dietro una pila di libri, non vedendoti più starò meglio, mi darò a uno Stephen King, a un Camilleri, a uno qualsiasi di quelli che stanno nelle classifiche estive dei più letti. Il primo che trovo, giuro, lo porto anche a letto con me: come si dice dalle parti nostre?, chiodo scaccia chiodo.

Eppure so che ritornerò da te pentito, già mi mancano le tue parole. Non sarà domani, né dopo, ma tornerò da te. Un pasticciaccio infinito di alti e bassi, questo.

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Flussi di coscienza

Quello che mi piace del mio blog è che funziona come un albero di ciliegie, una tira l’altra. La ciliegia dell’altro giorno è stato un post, programmato un attimo prima di scriverlo e pubblicarlo, dove invitavo a non accettare l’idea che tutto sia  già stato scritto, per esempio sull’amore. Pochi giorni dopo mi arriva una mail da chi vuole restare anonimo, che calamitato dall’argomento, racconta un suo episodio personale che per qualcuno risulta essere trito, per altri è un cliché, ma c’è anche chi dice no, insomma idee divergenti che si intrecciano. La mail poi è stata scritta senza punteggiatura, forse per simulare un flusso di coscienza, ma forse non era questo l’intento. Ora, a qualcuno questo pseudo-flusso piace, ad altri piace meno. Qualcuno osserva che togliere la punteggiatura non è necessario per creare un flusso di coscienza, si poteva ottenere di meglio «copiando» per esempio la scrittura di Cartongesso, un romanzo narrato interamente con la tecnica del flusso mentale. Altra ciliegia: la discussione si sposta allora dall’amore all’uso del flusso di coscienza: nulla di programmato.

Quindi oggi parliamo del flusso di coscienza, tema su cui non ho mai riflettuto sul blog ma nemmeno al di fuori, e ne parliamo proprio perché qualcuno che legge questo blog ha sollevato l’argomento nei commenti. Partendo dall’amore siamo giunti così, senza seguire nessuna programmazione trimestrale, mensile, settimanale, targhe pari e targhe dispari, al flusso di coscienza in base al solo stimolo dei commenti al post. Cari blogger, anziché dannarvi per essere seguiti siate voi a seguire i vostri lettori, drizzate le antenne e andate dietro ai commenti, perché spesso sono più stimolanti quelli dei vostri stessi post.

Ma lasciamo perdere le antenne del blogger e torniamo al flusso di coscienza.

Dunque, Cartongesso. Segnalato da Michele Scarparo come ottimo esempio per capire come servirsene, mi sono incuriosito e mi sono precipitato nelle recensioni che ha ricevuto il libro su Amazon. Come mi aspettato sono discordanti: c’è chi parla di genialità, e chi invece rivuole indietro i soldi. Direi che a questo punto è meglio leggersi qualche riga di incipit – ne bastano poche – per decidere in cuor proprio se questo benedetto flusso di coscienza può piacere o no.

L’avete letto? Bene, proseguiamo.

Riprendiamo adesso l’anonimo di ieri, che a quanto dice non era così consapevole di aver prodotto questa tecnica di scrittura. In questo modo possiamo confrontare i due testi, e decidere quello che più ci piace. Uno segue la punteggiatura, l’altro l’ha eliminata. Si possono definire entrambi flussi di coscienza? Michele giustamente osserva che la lettura del secondo brano, quello del post, pone delle difficoltà di comprensione, che invece nel primo non esistono. Quindi conta anche la leggibilità di quanto è scritto: se il cervello «scoperchiato», grazie a questa tecnica, riesce a trasferire i suoi pensieri nella mente del lettore come un testo più tradizionale. Vorrei quindi chiedervi di dare un giudizio sulle due forme di scrittura – una professionale e l’altra spontanea – in base a come affronteremmo la scrittura in rapporto anche all’efficacia della comunicazione e non solo alla bellezza estetica del linguaggio.

Calma e gesso. Tanto che ci siamo cerchiamo di ampliare il discorso. Sull’onda dei primi due testi ho iniziato a cercarne altri, per avere un confronto, un termine di paragone, o meglio un’unità di misura. E quale testo potevo spulciare se non il padre di tutti i flussi di coscienza, cioè l’Ulisse di Joyce?

L’Ulisse, con mio gran stupore, non inizia con un flusso di coscienza: no, no. Inizia come il più tradizionale dei romanzi. Non avendolo letto, ipotizzo che la sua famosa tecnica del cranio scoperchiato copra alcune parti del romanzo, ma non la sua totalità. Diciamo che Joyce la utilizza quando ne ha bisogno. E allora vi riporto di seguito un passaggio dove il flusso di pensiero è presente, in modo da poter meglio giudicare gli altri due testi anche in base a quello che vi comunica quest’ultimo.

 

«Mr Bloom camminava inosservato per un vialetto lungo file di angeli rattristati, croci, colonne spezzate, tombe di famiglia, speranze di pietra che pregavano con gli occhi al cielo, cuore e mani della vecchia Irlanda. Più sensato spendere i soldi in qualche opera di carità per i vivi. Pregate per la pace dell’anima di. C’è qualcuno che veramente? Piantala e falla finita con lui. Scaricato. Come il carbone giù per una botola di cantina. Poi lo ammucchiano insieme per guadagnar tempo. Il giorno dei morti. Il ventisette sarà alla sua tomba. Dieci scellini per il giardiniere. Le tiene sgombre dalle erbacce. Vecchio anche lui. Piegato in due con le cesoie, a tagliare. Vicino alla porta della morte. Che si è spento. Che si è dipartito dalla vita. Come se l’avessero fatto di loro volontà. Buttati fuori, tutti quanti. Che ha tirato le cuoia. Più interessante se vi dicessero chi erano. Il tal dei tali, carrozziere. Io rappresentante di linoleum. Io ho concordato con i creditori cinque scellini a sterlina. Oppure una donna con la casseruola. Io faccio un ottimo stufato irlandese. Elegia di un cimitero di campagna dovrebbe chiamarsi quella poesia di chi è Wordsworth o Thomas Campbell. Entrato nel riposo dicono i protestanti. La tomba del vecchio Murren. Il grande medico lo ha chiamato nella sua casa di cura. Be’ questa per loro è la sua terna consacrata. Bella residenza di campagna. Intonacata e ridipinta a nuovo. Luogo ideale per farne una fumatina e leggere il Church Times. Gli annunci matrimoniali non cercano mai di abbellire. Corona rugginosa appesa ai ganci, ghirlande bronzate. Miglior valore allo stesso prezzo. Però, i fiori sono più poetici. L’altro finisce per diventare noioso, non appassendo mai. Non esprime nulla. Immortalles».

 

Spero di aver trascritto il brano esattamente, ma se anche avessi dimenticato qualcosa, saltato una riga, storpiato un sostantivo, riuscireste a rendervene conto? Perché, potete dire quello che volete, ma questo flusso di coscienza è duro, molto distante sia dal primo sia dal secondo brano. Anzi, a mio parere getta una luce diversa su entrambi, perché il secondo mi pare avere più parentele con Joyce di quanto faccia Cartongesso.

E per concludere questa panoramica vi segnalo altri tre esempi di romanzi della letteratura italiana interamente basati su un flusso di coscienza, o di pensiero, con modalità più simili al primo brano che non a Joyce: Il male oscuro di Berto, Uno nessuno e centomila di Pirandello, Manuale pratico di giornalismo disinformato, di cui vi invito a leggere qui e qui e qui qualche riga, ne bastano poche per capire il meccanismo, per aggiungere altri elementi di giudizio articolato sulle possibilità espressive di un flusso di coscienza.

Mi rendo conto, infine, che la lunghezza di questo post e le relative deviazioni ipertestuali lo stiano rendendo improponibile. Ci sarebbe anche un altro genere di flusso, questo mio, basato sulle immagini più che sulla coscienza. Vi chiedo, per come è reso, se anche quest’ultimo abbia qualcosa in comune con l’argomento di cui stiamo parlando.

Si attendono con fiducia giudizi, opinioni, punti di vista, osservazioni personali sia in qualità di lettori sia, soprattutto, di scrittori che hanno usato/usano/useranno il flusso di coscienza per le proprie storie. Grazie.

 

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Cane non mangia cane

Ricevo e volentieri pubblico:

Questa della correzione tutte le volte che si vuole è una delle ragioni per cui il self-publishing è considerato una risorsa. Una volta ho letto un e-book e come al solito non ho potuto fare a meno di trovare errori su errori; una volta segnalati, l’autore mi ha ringraziato e mi ha detto: tanto posso correggere l’e-book. Poi me lo ha rispedito con le correzioni come se io dovessi andare a ricontrollarle. Le correzioni non hanno efficacia retroattiva, se io leggo un testo pieno di errori il mio testo rimane pieno di errori.
Quella dei selfer è un’illusione.

 

Non so se quella dei selfer è un’illusione, resta il fatto che cade l’occhio anche a me, quando mi avventuro in qualche anteprima pubblicata in self-publishing, sui refusi in serie. Il singolo refuso può essere fastidioso, ma è fisiologico, e ci si può passare sopra. Mi infastidisce invece quando ne trovo quasi in ogni pagina. Ultimamente, leggendo l’anteprima di un romanzo mi sono imbattuto in almeno un refuso in ogni capitolo, capitoli molto brevi peraltro. Mi chiedo quale sia l’urgenza di pubblicare in modi così poco curati, giustificandola con la possibilità di poter rilasciare edizioni più corrette delle opere in un secondo momento. Non andrò certo a rileggermi un libro solo perché ho la possibilità di averne una successiva versione senza errori di stampa.

Bisognerebbe che recensendo un libro, in self o tradizionale, chi ne parla aggiungesse un bollino rosso per quelli dove i refusi sono presenze costanti. Come dire, se volete comprarlo fate pure. Però, per onestà, ci vorrebbe un altro giro di bozze prima di chiedere dei soldi ai lettori. Noto stranamente che i selfer sono sempre molto scandalizzati dai refusi che incontrano leggendo libri di case editrici, ma non hanno la stessa sensibilità, non li ho mai sentiti lamentarsi dei refusi presenti nelle opere di altri selfer. Cane non mangia cane?

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Operazione di pulizia

«Qualunque oggetto intenda descrivere, uno scrittore dovrebbe riuscire a mostrarcelo come se ci apparisse davanti per la prima volta, ossia ripulito dagli stereotipi».

Matteo Marchesini

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Quando l’autore viene dopo

Qualche giorno fa mi sono ritrovato tra le mani uno di quei libri realizzati tramite una campagna di crowdfunding. Parliamo quindi di un’edizione cartacea, la modalità di lettura che preferisco, e allora l’ho aperto pieno di speranze, con la voglia di rimanere sorpreso in positivo. E invece mi sono imbattuto subito in qualcosa di irritante. Mi chiedo allora che tipo di sensibilità io abbia rispetto ai libri in generale. Evidentemente alta, poiché certe scelte non passano inosservate.

Mi domando come concepisce il libro un autore che si affida a un editore in crowdfunding. Già detto così, editore in crowdfunding, mi pare un ossimoro degno di analisi anche psicologica. Mi sorge il dubbio che questo genere di scrittore di fronte a un hamburger e a una fiorentina attribuisca a entrambi la stessa qualità. Per carità, adoro gli hamburger, ogni tanto mi viene una voglia irrefrenabile di McDonalds; ma questo non elimina la differenza tra i due tipi di carne: l’importante è avere la coscienza di quello che si sta mangiando, perché la qualità in certi casi è un fatto oggettivo, inutile negarlo… va be’, negazionisti a oltranza ce ne saranno sempre.
Ma abbiamo divagato, torniamo ora al libro in questione.

Dunque, apro questo libro, e qual è la prima cosa che leggo? Il nome dell’editore, a mo’ di titolo, seguito da due pagine di presentazione del crowdfunding: cos’è, cosa non è. In fondo a queste due pagine la firma di chi presumo gestisca questa collana editoriale. Dopodiché ecco apparire il primo capitolo del romanzo. In quelle due pagine, che dovrebbero introdurmi al romanzo che ho tra le mani, non trovo alcun riferimento né all’autore né alla trama né al tema. E questo mi dispiace, anzi mi irrita: sembra che per l’editore conti solo il crowdfunding in sé e per sé.

Mi chiedo se questa organizzazione dei contenuti, questa gerarchia del testo, sia un’infelice scelta legata solo al volume in cartaceo. Spero almeno nell’edizione digitale, una sorta di doppio binario. Invece no, la gerarchia digitale del testo è replicata esattamente. Prima il crowdfunding, dopo il romanzo. Così vado su internet e sfoglio l’anteprima di altri romanzi a caso della stessa collana. Cambiano i romanzi, i generi, gli autori, gli argomenti, si passa dal giallo al fantasy, dal rosa al romanzo di formazione, ma quelle due pagine vengono riproposte identiche, tali e quali, come un disco rotto. Sempre premesse a tutto, in senso letterale messe prima di qualsiasi altra considerazione.

Se questo discorso, per come lo sto impostando, vi sembrerà bizzarro, strampalato, misterioso, non si capisce bene dove va a parare, ma chi se ne frega di quelle due pagine all’inizio, probabilmente siete per l’hamburger e non avete mai badato alla qualità di un libro. Sto parlando di un minimo di qualità, non della fiorentina.
Prendo allora qualche libro a caso dalla mia libreria, chi mi segue lo sa che mi piace verificare sul campo ciò che affermo. A campione, perché s’impara sempre qualcosa su come si fanno i libri.

Ora tra le mani ho On writing di Stephen King. Nella mia edizione la prima cosa che leggo è una «Prima prefazione», c’è scritto proprio così a mo’ di titolo, scritta da King stesso; seguita da una «Seconda prefazione», sempre del Nostro, e da una «Terza prefazione», anch’essa dell’autore. Segue poi On writing. L’editore si riserva solo le ultime due pagine della pubblicazione per elencare gli ultimi saggi presenti nella stessa collana.
Passiamo a E così vuoi lavorare nell’editoria di Alessandra Selmi, Editrice Bibliografica. Aprendo il libro la prima cosa che troviamo è un’«Introduzione. Del perché di questo libro», lunga tre pagine, redatte direttamente dall’autrice.
Ippolita, invece, è un collettivo che pubblica con Laterza La rete è libera e democratica. Falso Anche qui s’incontra una «Premessa» di ben 11 pagine, scritte in terza persona dal collettivo stesso.

Insomma, tutte le volte che c’è un paratesto è funzionale a quello specifico testo: lo introduce, lo approfondisce, lo amplia, ne puntualizza alcuni aspetti interessanti, lo arricchisce. Ed è giusto far così, non è forse l’autore e quello che nasce dalla sua mente che conta in ogni libro, libro diverso da tutti gli altri proprio perché unico è l’autore che lo scrive?
Prima l’autore e poi l’autore e poi l’autore. L’autore è sovrano. L’editore verrà dopo, meglio ancora se non verrà, se resterà invisibile. Tanto più si renderà invisibile, tanto meglio risalterà chi il libro l’ha scritto e ideato, che è il motivo vero e profondo dell’esistenza di quello specifico testo.

E passiamo ai romanzi. Sto leggendo Gadda, Il pasticciaccio nell’edizione Garzanti. Il libro si apre con una «Presentazione» di tre pagine scritta da Piero Gelli. L’argomento: i libri della collana Garzanti? Le strategie editoriali della casa editrice? Ma certamente no! Parla del Pasticciaccio, di cos’altro dovrebbe occuparsi? E poi potete anche leggervi il romanzo.

Gianni Celati, invece, redige una lunga «Introduzione a Bartleby lo scrivano», per Feltrinelli. Inutile mostrarvi altri casi, i libri sui vostri scaffali sono la prova evidente di quello che sto dicendo. Magari poi le saltate queste introduzioni, è un diritto del lettore saltare gli apparati e incontrare direttamente il testo. Ma se l’editore ha premesso quelle pagine al testo principale, è perché aveva in mente una sua gerarchia del libro, gerarchia volta a mettervi nelle condizioni di leggere con più profondità il testo. Un segno tangibile della sua filosofia di pubblicazione sempre rivolta all’autore e al lettore.

Perciò non capisco il motivo per cui un editore consideri più importante la sua attività di editore in quanto editore, al punto da premetterla in ogni sua pubblicazione, all’attività dello scrittore, che è il motivo per cui i lettori comprano i libri. Non posso credere che il crodwfunding si presenti solo così: l’autore secondario alla modalità di pubblicazione. Non dite che posporre o premettere sono la stessa cosa. Hamburger e fiorentine non lo sono.

Ora una domanda: c’è qualche editore in crowdfunding che non sente la necessità di dichiararlo in testa al libro? Perché non dirlo in fondo, come nelle ultime pagine del libro ogni editore elenca le uscite recenti della sua collana? Se ci fosse un editore simile, segnalatemelo per favore. Non posso pensare che per il crowdfunding la modalità di pubblicazione sia più importante di chi viene pubblicato.

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