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La revisione infinita, Cecilia

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Se qualche giorno fa vi ho mostrato il processo di revisione manzoniana che ha prodotto uno dei più famosi incipit della letteratura italiana (Quel ramo del lago di Como), in quell’occasione un commento al post richiamava l’episodio di Cecilia, altro brano struggente e bellissimo.
Il vostro umile Helgaldo è corso allora a quella parte del romanzo per verificare se Manzoni abbia lavorato di revisione anche a quel passo. Ovviamente sì.

Se per l’incipit ho potuto mostrarvi in modo diretto gli interventi migliorativi del testo, poiché erano modifiche intervenute per blocchi, nel caso di Cecilia Manzoni lavora invece di cesello: piccole variazioni di forme e tempi, alcune aggiunte, qualche taglio. Era impossibile proporvi i cambiamenti in un unico brano, troppo complicata la lettura. Quindi vi ho riportato l’intera scena prima nella versione del Fermo e Lucia, e poi nei Promessi Sposi. Se avrete la pazienza di leggerle, scoprirete l’importanza della revisione nel processo di scrittura: Manzoni, tra l’altro, è un cesellatore nato. C’è solo da imparare leggendolo. Mi limito a qualche considerazione personalissima prima di lasciarvi liberi di commentare nella vostra mente o su questo blog l’efficacia della sua revisione.

Innanzitutto, per quanto bella sia, questa scena sarebbe comunque passata nel dimenticatoio della letteratura se l’autore non avesse dato un nome alla bambina protagonista di questo brano, Cecilia appunto. Nel Fermo e Lucia, infatti, si parla di fanciulletta, bambina, senza nominarla. Ed è proprio la madre, nell’ultimo saluto, a farcela conoscere.

Dovete poi sapere che la scena, pur raccontata dal narratore, ha come testimone oculare Renzo. Proprio a metà del prima brano Manzoni ce lo ricorda. Ma elimina completamente la sua presenza nel secondo. Perché fa questo? A mio parere per non spezzare la continuità della scena stessa, che inizia a salire drammaticamente verso il climax finale. L’accenno a Renzo, per quanto veloce, è una nota stonata, che ci riporta al ruolo di lettori, e non di testimoni a nostra volta di quello che sta succedendo per le vie di Milano popolate di morte.

Tutto il lavoro di cesellatura, inoltre, semplifica la lingua rendendola più quotidiana, meno letteraria. L’effetto complessivo rende più gradevole la lettura, ma soprattutto ci avvicina a quello che stiamo vedendo. È come se Renzo, e non l’autore, avesse fatto qualche passo avanti e si fosse portato in una posizione più favorevole per cogliere meglio i dettagli. La mano penzolante di Cecilia, quella del monatto al petto, mancano nella prima versione più letteraria. Non è solo un’aggiunta creativa di immagini, è un arricchimento dovuto anche a un diverso modo, più vivo, di raccontare con parole concrete, quotidiane.

Da notare poi il discorso finale della madre, nella prima versione stranamente minaccioso verso il monatto, ma nei Promessi Sposi rivolto invece a Cecilia nell’ultimo saluto amoroso, quasi un tentativo di renderla di nuovo viva («prega intanto per noi»).

Da ultimo la cosa per me più bella, permettetemi di dirlo: la madre che si affaccia alla finestra per vedere sfilare il carro col suo carico di morte. Nella prima stesura la descrizione scorre veloce, cronachistica; ma in quella definitiva le frasi si trasformano in paratattiche, utilizzando anche l’anafora per rallentare le azioni. Paratassi per rallentare? Questo dimostra che le nostre scarse e povere idee sulla scrittura, apprese da manuali irrisori, vengono smentite nella pratica. Perché sì, il carro si muove, ma se si segue la punteggiatura ci si accorge che si muove lentamente. Quanto impiega a sparire dalla vista?
Il tempo, tra quelle virgole, e cadenzato dal finché ripetuto, si dilata. E il punto e virgola prima del «poi disparve» lo trasforma in un istante infinito.

E c’è chi continua a dire che Manzoni non vale niente, invece in quanto aspirante scrittore avrebbe tutto da imparare dalla sua revisione infinita.

 

Tenevasi ella in braccio una fanciulletta di forse nove anni, morta, ma composta, acconcia, con le chiome divise e rassettate in su la fronte, ravvolta in una veste bianca, mondissima, come se quelle mani l’avessero ornata per una festa promessa da tanto tempo, e concessa poi come un premio. Né era tenuta a giacere in abbandono, ma sorretta fra le braccia, col petto appoggiato a petto, come se vivesse; se non che il capo posava su le spalle della madre con un abbandono più forte del sonno: della madre, perché se anche la somiglianza di quei volti non ne avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente l’affetto che si dipingeva su quello che era ancora animato. Fermo ristette senza quasi avvedersene con gli occhi fissi in quello spettacolo. Ed ecco un turpe monatto avvicinarsi alla donna, e far vista di prendere dalle sue braccia quel peso; ma pure con una specie d’insolito rispetto, con una esitazione involontaria. Ma la donna, ritraendosi alquanto, in atto però che non mostrava né sdegno né dispregio: «no», disse, «non la mi toccate per ora; io, deggio comporla su quel carro: prendete». E così dicendo, aperse una mano, mostrò una borsa, e la lasciò cadere nella mano che il monatto le tese. Poscia continuò: «promettetemi di non torle un filo dattorno, né di lasciar che altri s’attenti di farlo, e di porla sotterra così. L’avrei ben posta io; ma ella deve riposarsi nel luogo santo; né io posso portarvela, v’è lassù chi mi aspetta». Mentre la donna parlava il monatto, divenuto ubbidiente forse più per una nuova riverenza, che pel guadagno, aveva fatto sul carro un po’ di luogo al picciolo cadavere. La donna diede un ultimo bacio alla figlia, la collocò ivi come sur un letto, ve la compose; e rivolta al monatto disse: «ricordatevi: Dio vedrà se mi tenete la promessa; e ripassando di qua sta sera, salite a prender me pure, e non me sola».
Così detto rientrò in casa, e un momento dopo comparve alla finestra, con un’altra più tenera fanciulla nelle braccia viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare la figlia giacente sul carro, fin che il carro si mosse, finché rimase in vista; e allora ritiratasi depose sul letto quell’altra cara innocente, e vi si sdrajò poi al suo fianco a morire insieme; come la pianta s’inchina col fiore appena sbucciato, al radere della falce che, dove passa, agguaglia tutte l’erbe del prato.

 

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere sur un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’ volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.
Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, – no! – disse: – non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete –. Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: – promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo, e di metterla sotto terra così.
Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affaccendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina. La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come sur un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: – addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri –. Poi voltatasi di nuovo al monatto, – voi, – disse, – passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola.
Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccia, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.

 

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La revisione infinita, quel ramo del lago

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Quel ramo del lago di Como d’onde esce l’Adda, e che giace fra due catene non interrotte di monti da settentrione a mezzogiorno, dopo aver formato varj seni e per così dire piccioli golfi d’ineguale grandezze, si viene tutto ad un tratto a ristringere; ivi il fluttamento delle onde si cangia in un corso diretto e continuato di modo che dalla riva si può per dir così segnare il punto dove il lago divien fiume. che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, e a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; Il ponte che in quel luogo e il ponte, che ivi congiunge le due rive, rende par che renda ancor più sensibile all’occhio e all’orecchio questa trasformazione: poiché gli argini perpendicolari che lo fiancheggiano non lascian venir le onde a battere sulla riva ma le avviano rapide sotto gli archi, e presso questi argini uno può quasi sentire il doppio e diverso rumore dell’acqua, la quale qui viene a rompersi in piccioli cavalloni sull’arena, e a pochi passi tagliata dalle pile di macigno scorre sotto gli archi con uno strepitio per così dire fluviale. , e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda ricomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e in nuovi seni.

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Il terzo amore

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Quando ti innamori di uno vorresti che non finisse mai, che la storia durasse per sempre. E ti piacerebbe che lui continuasse a parlarti, anche a notte fonda; che le sue parole e il tono della voce che tanto ti affascinano, non smettessero mai di risuonarti nella testa e dentro al petto, cancellando le preoccupazioni e le angosce quotidiane. Non vuoi assolutamente sentir pronunciare la parola «fine». Ancora un po’, ti prego.
E quando poi all’improvviso tutto si interrompe provi felicità e malinconia. Felicità perché è stato bello iniziare questo rapporto, malinconia perché questo rapporto non proseguirà oltre. Hai conosciuto una vita, la sua, che ha cambiato la tua. Lui ti ha dato tutto, nulla per te sarà uguale a prima d’ora in poi: lui ti ha trasformato definitivamente.
Io mi sono innamorato due volte soltanto. La prima di Renzo e Lucia, l’altra di David Copperfield. Molti potrebbero dire che sono brutti, noiosi, che sanno di vecchio. Ma l’amore è cieco, si sa. Malgrado le 600, 700, mille pagine di Manzoni o Dickens, sono gli unici libri che mi hanno fatto palpitare.
Non avrei mai voluto separarmi da loro, da chi mi ha parlato tanto intensamente. E quando vedevo assottigliarsi il numero delle pagine man mano che la storia procedeva muovendosi verso il congedo; quando capivo che stava per giungere l’ora degli addii, avrei voluto che l’autore fosse ancora qui, che ci ripensasse su, che aggiungesse nuove parole, anche solo una, anche solo per me. Ancora un po’, ti prego.
Tutto il resto è sesso. Una bella sensazione, certo: ma che mi soddisfa per 50, 60 pagine. Toh, cento se ci sa davvero fare. Ma poi, tutte le volte immancabilmente, inizio a sbirciare quanto manca alla fine, già sazio del rapporto, desideroso di farla finita al più presto, e di trovare nuovi amanti. Giungo fino in fondo solo per dovere, non certo per amore, che sia Calvino, Márquez o Borges.
Da anni aspetto l’arrivo del terzo amore. Quanto mi farà aspettare ancora?

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Leggo, dunque scrivo

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 «Già, se non ci fosse stato Walter Scott a me non sarebbe venuto in mente di scrivere un romanzo».

                                                                                         Alessandro Manzoni

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Pochi follower per un ottimo blogger

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«Pensino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare sull’animo del poveretto, quello che s’è raccontato».

                                                       Alessandro Manzoni

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