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Tante domande, infinite risposte

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Ricevo e volentieri pubblico:

Volevo farti delle domande inerenti alla diversità tra scrivere un racconto e un romanzo. Tu cosa ne pensi? Dove ritieni siano le difficoltà in questo modo di scrivere? Partendo dal presupposto che il racconto non ha un mercato a sé se non in antologie, oppure in casi particolari, perché pensi che un autore debba perseguire tale scrittura? E infine: vista la brevità, perché si pensa sia facile scrivere un racconto? Solo perché non è lungo come un romanzo?  Solo per quello?

 

Tante domande e, presumo, infinite risposte. Mi viene da dire che bisognerebbe dimenticarsi le logiche di mercato e scrivere perché si ha voglia di trasferire sulla pagina l’idea che si ha in testa. Se l’idea è forte, molto ben definita e particolarmente originale, troverà più fortuna in un racconto. Al contrario, idee deboli, quindi più convenzionali potranno aver maggior possibilità di sviluppo in un romanzo, dove si potranno sviluppare in tante varianti che si mischiano con altre considerazioni. La brevità implica minor sforzo, dà subito la sensazione di giungere a un risultato verificabile dopo pochi giorni, un romanzo può avere invece gestazioni lunghe, che durano anche anni. Questo non implica affatto che sia semplice sviluppare un racconto rispetto a un romanzo. Uno scrittore, se bravo, scriverà bene gli uni e gli altri. Se è poco abile questo apparirà già evidente dopo qualche pagina: si può  annoiare anche scrivendo poche righe, purtroppo.

Sottopongo però la domanda alla rete. Altri ne hanno sicuramente parlato nei loro blog, magari ti possono dare dritte più approfondite. Oltre ai commenti diretti qui sotto potete aggiungere anche link ai vostri post attinenti all’argomento. Grazie.

 

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I giorni perduti

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Mi raccomando Helgaldo, niente polemiche oggi, o finirai per essere antipatico: proponi quello che hai da proporre e non aggiungere opinioni. Cercherò di contenermi allora, di dirvi solo l’essenziale. E più essenziale de I giorni perduti c’è ben poca roba in giro. Mezza pagina di racconto, un gioiellino, c’è solo ciò che serve per una grande storia, si legge in un minuto. Non come certi papiri che vedo pubblicati in rete… frena, devi dire solo di chi è, nient’altro. Ah sì, Dino Buzzati, un marchio di fabbrica. oggi si direbbe un brand… Allora vuoi fare polemica a prescindere… No, è che ormai va bene tutto. Ok, ok, ritiro. Buona lettura, o rilettura, e ci vediamo nei commenti.

Che ci sarà poi da commentare in un racconto di mezza paginetta lo sai solo tu, Helgaldo.

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L’alibi semantico di grasso

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Se finora il Circolo Pickwick ha analizzato racconti brevi di autori celebri e meno celebri, oggi sono costretto dalle circostanze a fare uno strappo alla regola. Volevo proporvi Goloso di Giuseppe Pontiggia, pagine stupende che dovrebbero entrare nelle antologie scolastiche di letteratura. Non ne ho però trovato traccia in rete, e devo ripiegare – si fa per dire – su una breve osservazione dell’autore comasco dal titolo L’alibi semantico di grasso. Due paginette due, una sorta di post ante litteram, dove parla di diete, con riferimenti autobiografici precisi.

Al di là del tema, che può interessare o no, ricordo che lo scopo del Circolo Pickwick vorrebbe essere non tanto quello di far esclamare «mi piace, non mi piace», quanto quello di provare ad analizzare le tecniche narrative presenti nel brano per rubare il mestiere a quelli che sanno scrivere, e sicuramente Pontiggia è uno che sa scrivere.

Credo quindi che occorra rileggere, riflettere, pensare, evidenziare, sottolineare e proporre spunti che possano essere utili a tutti nelle rispettive scritture, anche partendo da due paginette.

L’analisi del brano sotto osservazione, il quinto che trovate sull’anteprima delle Sabbie immobili, non è altro che una scusa per imparare a leggere e a scrivere con più consapevolezza nei mezzi espressivi che abbiamo a disposizione. Se vi piacerà, ma anche se non vi piacerà, non fermatevi alla superficie. Cerchiamo di scavare insieme come la parola scritta riesca a influenzare i nostri stati d’animo mentre la leggiamo.

Concludo dicendo che forse questa costrizione a «ripiegare» sulla non fiction, ammesso che anch’essa non sia in fondo romanzata – e vi lascio con questo spunto sperando che qualcuno poi ne parli nei commenti –, ha un aspetto positivo che vorrei farvi notare: quanto leggo nei vari blog sugli argomenti più diversi tratta quasi sempre temi interessanti. L’aspetto deficitario dello scritto risiede invece, non dico tutte le volte ma spesso, nel come viene trattato. Analizzare come uno scrittore dipana temi quotidiani può forse aiutarci a trovare nuovi modi per esprimerci efficacemente nei nostri blog. Buona lettura a tutti. Appuntamento nei commenti.

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The box

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Se per sventura da piccoli un incidente vi ha segnato la guancia con una cicatrice, da quel giorno qualsiasi cosa facciate nella vita una parte del vostro cervello dovrà fare i conti con il vostro aspetto esteriore cambiato in modo indelebile.

Il racconto breve che vi propongo oggi per il Circolo Pickwick è stato per me, dalla prima volta che l’ho letto, il mio racconto-cicatrice, quello che ha cambiato in modo definitivo la mai percezione della lettura e soprattutto della scrittura. Da quella breve lettura giovanile, ogni volta che scrivo un qualsiasi pensiero, che si tratti di fiction o di un semplice post, una parte del mio cervello rimette in moto le sensazioni che quel racconto ha provocato in me e che diventano lo standard in cui specchiarmi per garantirmi una buona prosa. Mi capita di leggere un romanzo che appena riposto è già finito nel dimenticatoio. Al contrario, The box di Richard Matheson, non so perché, è invece stampato a fuoco nella mia memoria letteraria.

Si tratta di un racconto di fantascienza, o almeno nell’antologia in cui lo incrociai rientrava in questo genere letterario.
Il titolo della traduzione era Il pulsante, a mio avviso più efficace dell’originale inglese. Anche se non amate questo genere di narrazione non abbiate ritrosia a leggerlo perché di fantascienza ne contiene poca. È ricco invece di dialogo, anzi al novantanove per cento è costituito da dialogo. Un dialogo dinamico ed essenziale. Quando i dialoghi presentano queste caratteristiche di solito si pensa a Hemingway. Invece si può rubare molto anche dalla tecnica di Matheson.

Se già non lo conoscete – in realtà il racconto è famoso – The box (Il pulsante) lo trovate qui. Leggerlo o rileggerlo è sempre una buona lezione di lettura e di scrittura. Buon divertimento.

 

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Morte di una civiltà

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Quando gli esploratori atterrarono sul pianeta rosso trovarono solo polvere e deserto. Notarono però un lucciolio in lontananza e quando lo raggiunsero si accorsero che era originato da una bottiglia di vetro contenente un frammento di coccio graffiato con un’iscrizione. Trovarono la scoperta interessante e se ne tornarono a casa con la prova dell’esistenza di altre civiltà sparse per l’universo.
Consegnarono il reperto ai potenti del pianeta, i quali non sapevano che farsene. «L’uomo è un essere razionale», lesse sul coccio graffiato ad alta voce uno. Ci fu un moto di stupore in tutti gli altri. «È una minaccia», disse un secondo, «dobbiamo correre ai ripari». «Nuove tasse», propose un terzo. «Sì, nuove tasse!», dissero in molti.
Si alzò allora il capo dei capi e si rivolse a tutta l’assemblea. «Va bene nuove tasse, ma chiediamo anche il parere delle menti migliori su quest’iscrizione».

Le menti migliori furono riunite in uno spazio angusto, senza ricambio d’aria, dov’era consentito anche fumare. «Più in difficoltà li metti, più sono creativi», si giustificò l’esperto di torture. «Ma ora sentiamo cosa dicono», disse il capo dei capi.

«Non è sicuramente una minaccia», disse il linguista. «Avrebbero aggiunto un qualche segno grafico al messaggio. I guerrieri si dipingono il volto per comunicare ai nemici la loro forza, e le belve mostrano le zanne e ringhiano per paralizzare le vittime. La frase non reca alcuna esclamazione. Purtroppo non so dedurre altro».

«È un monito», disse il filosofo, «un solenne avvertimento. Il pianeta rosso era disabitato, infatti. L’ultimo messaggio lasciato per altre civiltà è questo: non la fede, ma solo elaborazioni di pensiero su principi rigorosamente logici potranno salvarci dall’estinzione».

«Non diciamo fesserie», intervenne il sacerdote. «Il pianeta si è estinto per non aver guardato oltre l’orizzonte dei modelli scientifici che non offrono risposte all’irrazionale. Benedico questa civiltà che ci lascia un messaggio tanto potente e chiaro: la razionalità è desertificazione dell’anima e conduce allo sterminio. Il messaggio indica nella razionalità la cessazione di ogni forma di vita».

«Si tratta d’altro», disse una portatrice di gameti atti alla fecondazione: «Un messaggio tanto maschiocentrico da una civiltà sepolta, confessa il fatale errore di non aver affidato alle femmine della specie le redini del mondo. L’iscrizione inchioda i portatori di gameti atti alla procreazione alle loro responsabilità distruttive della specie».

A queste parole tremarono i muri dentro e fuori dal palazzo. Il filosofo, il sacerdote e i potenti del pianeta parlavano tutti assieme, non si capiva niente. In un angolo il linguista piagnucolava irritato «Hanno già ministra, cosa pretendono di più? Uomo sta per uomo e donna, indica la specie tutta, non il genere, ignoranti…». Dovette intervenire la polizia tentacolare con i manganelli per ristabilire l’ordine. Pur con sette manganelli a testa ogni militare ci mise più di un nanoparsec* per ridurli al silenzio. Con gli idranti dispersero anche le sette attiviste che esponevano i quarantanove cartelli per la parità dei sessi all’entrata del palazzo dei potenti.

Quando tutti gli ammaccati e i malconci tacquero si fece avanti l’informatico di palazzo. «Tu cosa ci puoi dire?», gli chiese il capo dei capi.
«Dico che il messaggio contiene cinque parole, come risulta dal mio software». «Forse è un messaggio di un popolo pentatentacolare», osservò il matematico che si era guardato bene dall’intervenire prima. Una manganellata lo riportò al silenzio.
«Il messaggio contiene cinque parole», ripeté l’informatico di corte. «Questa è l’unica verità incontrovertibile. Qualsiasi tentativo di lettura, di interpretazione, è solo un azzardo destabilizzante».
Il capo dei capi, che aveva già capito tutto, gli sorrise. «Tu cosa proponi?». «Propongo di far cessare immediatamente ogni discussione».
«Come li terremo occupati, allora?».
«Ho dei progetti che aspettano solo il nullaosta del governo: gli daremo Facebook, Twitter, i blog in modo che possano parlarsi addosso mentre li monitoriamo».
«Questo li renderà felici?».
«Per un po’ sì, poi ci inventeremo altro», concluse l’informatico che aveva già capito tutto.

Post scriptum Mi dice il contatore di WordPress che questo racconto contiene 657 parole.

* Nota 1  Parsec Distanza strana, che coniuga la misura più grande che abbiamo (1 parsec = 3,26 anni luce = 30.856 miliardi di km = poco meno della distanza tra il Sole e Alfa Centauri, la stella più vicina) con un prefisso che indica l’incredibilmente piccolo (nano = un miliardesimo).
La conseguenza è che un nanoparsec vale circa 30.856 km, cioè tre quarti della lunghezza dell’equatore. (A cura di Michele Scarparo)

Post scriptum 2 Il racconto conta ora 731 parole, e potrebbe prendere direzioni impreviste.

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Il più grande spettacolo al mondo

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Se finora nel nostro Circolo Pickwick di lettura vi ho proposto racconti famosi di autori famosi, Calvino, Buzzati, Edgar Allan Poe – tutti classici della letteratura, tutta gente morta da tempo – oggi prendo una strada completamente diversa, direi anche rischiosa, mettendo a repentaglio la poca rispettabilità e autorevolezza che mi sono costruito mese dopo mese sul blog, proponendovi un racconto che presumo non abbiate mai letto, di un autore per giunta vivo e vegeto, e neppure famoso. Anzi, per la verità un po’ di fama se l’è creata, per via di certi suoi toni accesi, picareschi, a tratti indisponenti e polemici, in alcuni suoi interventi sul web, di cui qualcuno di voi ha certamente memoria. Sto parlando di un blogger-scrittore che risponde al nome di Gaspare Burgio, autore di libri in self-publishing, quella famosa zona franca dell’editoria dove capolavori presunti e schifezze accertate regnano sovrani. Il racconto che sottopongo alla vostra attenzione è «Il più grande spettacolo al mondo», il primo della raccolta Teatro degli anonimi, che potete leggere nell’estratto disponibile in questa pagina di Amazon.

A questo punto qualcuno di voi penserà che accostare uno sconosciuto come Burgio a un calibro come Calvino, è la prova provata che Helgaldo è da ricovero. Portato come sono a dubitare di me, delle mie azioni, dei mie stessi giudizi, potreste anche aver ragione. Prima però lasciatemi dire come sono giunto a proporvi questa «originale» lettura: sentito nominare per la prima volta Gaspare Burgio in quanto al centro di un tifone di polemiche da lui stesso create in un post di Appunti a margine della blogger Chiara Solerio, un personaggio sicuramente sopra le righe (Gaspare, non Chiara, sia chiaro), incuriosito dai suoi giudizi autoincensanti riguardo alla propria scrittura, sono andato a leggermelo in punta di piedi, potremmo dire in silenzio, e ho incrociato proprio il racconto che ora vi propongo. Per dirla in due parole, per me vale un Calvino.

Caspita, direte voi, questo ti ha pagato per sbilanciarti così tanto. Sappiate allora che, nell’ordine: A) con questo Burgio non ho mai scambiato una parola né direttamente né indirettamente; B) questo racconto è l’unica lettura che ho fatto, e non conosco null’altro della sua produzione, né in fondo desidero conoscere; C) se verrà a sapere che un suo racconto è sotto i riflettori al di fuori della sua volontà potrà sentirsi offeso o lodato, non lo so; D) c’era anche un d, ma non me lo ricordo più. Come al solito, comunque, buona lettura.
Poi, se sono davvero da ricovero, mi direte la diagnosi.

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I sette messaggeri

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Uno dei maestri del racconto italiano è sicuramente Dino Buzzati. Ne ha scritti tanti di famosi – penso solo al Colombre –, ma ce n’è uno che rileggo sempre volentieri ogni volta che mi ricapita tra le mani una sua antologia: si tratta dei Sette messaggeri.
Se nella vostra libreria alberga la Boutique del mistero, è il racconto che fa da apripista agli altri. Recuperatelo da lì o dal sito di Amazon, dov’è leggibile nell’estratto (basta aprirlo e saltare le brevi note introduttive). Se invece desiderate scaricarlo per una comoda lettura successiva ecco un altro indirizzo dove vi apparirà immediatamente. Lascio scegliere a voi, ma leggetelo, soprattutto se non lo conoscete. E poi ditemi la vostra. Giusto per invogliarvi vi dirò che… no, non ve lo dico.

Post scriptum Qualcuno protesta perché non lascio il tempo di commentare, data la velocità in cui si susseguono i post nel blog. A questo qualcuno dirò due cose: primo, si può sempre commentare, anche nei giorni successivi alla pubblicazione, senza limitazione alcuna; secondo, ha perfettamente ragione, perciò prometto che mi quieto per quarantotto ore, in modo che possiate dilungarvi con commenti e impressioni.

Post scriptum 2 Devo aver letto da qualche parte nelle classifiche di vendita di settimana scorsa che ci sono ben due antologie di racconti nei primi posti dei libri acquistati in libreria. Uno è Stephen King, e lo posso anche capire. L’altro in questo momento mi sfugge, credo sia un italiano.
Com’era quella diceria? I racconti in Italia non vendono perché non interessano a nessuno. Ma sarà poi vera questa storia? Tra un romanzo e un racconto, per quanto mi riguarda non c’è storia. Racconto über alles.

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