Archivi tag: Narrativa breve

L’altra storia

foto_silhouette_auto_3

Il Corriere della Sera di ieri richiamava in prima pagina l’incipit di un racconto dello scrittore Antonio Manzini, che a pagina 17 in poco meno di tre cartelle, a occhio e croce, narrava in chiave comica il caso dell’Audi gialla che da giorni scorrazza imprendibile e indisturbata nel nord est d’Italia.

Immagino l’incarico ricevuto dal redattore culturale del quotidiano: «Antonio, mi scrivi qualcosa a caldo sui tre malviventi in fuga da casello a casello, qualcosa secondo il tuo gusto?». E lo scrittore professionista non si è fatto pregare, usando l’ironia come filo conduttore nella trama. Potremmo definirlo un esempio di letteratura in diretta su una delle tante vicende di cronaca, in grado però di ispirare un autore come qualsiasi altro fatto della vita.

Con il suo incipit («Non era una cosa possibile») Manzini prende una direzione sempre più surreale dove si susseguono posti di blocco, elicotteri, segnalazioni di solerti cittadini, e infine un esperto di magia bianca e nera.
Insomma, si parla di caccia al ladro scegliendo di sviluppare questa storia a partire dal fatto vero.

C’è però un’altra storia vera alternativa a questa: quella della donna sul passante di Mestre che incrociando l’Audi gialla lanciata contromano si è andata a schiantare dopo novanta secondi contro un furgone ed è morta sul colpo. Paradossale che gli occupanti dell’Audi gialla, se arrestati, non verranno incriminati per questo decesso. Mi chiedevo se qualcuno di voi avrebbe voglia, qui o sul suo blog, di raccontare quest’altra storia, di cui si conosce l’incipit (l’auto gialla contromano) e il finale (la fine corsa contro il furgone). Mancano solo quei novanta secondi tra l’uno e l’altro. Novanta secondi per raccontare una vita intera. Varrebbe la pena di provarci.

14 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Densità stilistica

foto_punte_matite_hd_1

«La perizia e il talento di uno scrittore di racconti sono rivelati dalla densità di informazioni che è capace di stivare nella prima riga».

Mario Lavagetto

 

8 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

Rifiuti editoriali/2

foto_scarpe_vecchie

Gentile Signore,

abbiamo letto con attenzione il manoscritto che ci ha spedito, ma siamo giunti alla conclusione che per quanto sia interessante raccontare l’arco di vita di un eroe, l’opera da Lei inviataci non è inseribile nella nostra attuale produzione.

Non neghiamo che alcune parti della Sua storia siano risultate affascinanti, addirittura suggestive, soprattutto gli ultimi capitoli riguardanti il processo, la tortura, la morte e la rivincita del protagonista. In quelle poche pagine si delineano con tratti incisivi i temi della giustizia ingiusta, del Male che governa il mondo, dell’innocente sacrificato come capro espiatorio per colpe commesse da altri, della misericordia divina: una rappresentazione quasi shakespeariana. Purtroppo – e qui c’è un insormontabile problema narrativo – tutto questo è narrato in poche e condensate paginette che non sono numericamente in grado di far assurgere la Sua opera al rango di romanzo.
Tutta l’azione si sviluppa in questo concitato finale, per giungere al quale si costringe il lettore a sorbirsi pagine e pagine di monologhi buonisti, misticheggianti e idealisti che appartengono più alla filosofia dell’autore che non a quella dell’eroe del romanzo. Sappia che elemosine, digiuni, precetti, paralitici, vignaioli, pecorelle smarrite e ritrovate, non interessano al nostro lettore che reclama banalmente le tre esse – soldi, sesso, sangue – ogni volta che gira pagina. Dovrebbe quindi rivedere il messaggio di fondo della Sua opera al fine di catturare il nostro target. Suggerirei un cambiamento anche per l’ambientazione: la Palestina, terra insignificante e sconosciuta ai più, andrebbe sostituita con una più intrigante Scozia o Irlanda: non c’è gara tra una pozza d’acqua stagnante nel deserto e un bel lago verde ai piedi di un maschio fortificato nella foresta anglosassone, foresta magari popolata di folletti e draghi.

Da ultimo una nota sul punto di vista. Non ci convince affatto l’utilizzo di diversi narratori esterni per la Sua storia. Non perché l’idea sia sbagliata in sé, anzi è buonissima. Ma ci stupisce che ben tre narratori su quattro, escludo Giovanni, raccontino esattamente gli stessi fatti, nello stesso ordine, con le stesse parole. Questo è un errore francamente imperdonabile per uno scrittore. Come imperdonabile è che tutti e quattro siano esterni alla storia. Sarebbe molto meglio scegliere narratori interni alla trama: Pietro, Caifa, Maddalena, Pilato, per esempio sarebbero punti di vista più affascinanti, e l’intreccio narrativo ne guadagnerebbe.

Se è d’accordo vorremmo invece discutere con Lei il piano marketing che ha allegato alla Sua opera. La Sua idea di diffonderla tramite reading pubblici nelle piazze o in luoghi edificati allo scopo, con l’ausilio di personale specializzato in questo tipo di narrazione, ci incuriosisce. Potrebbe funzionare con altri libri che non siano il Suo? Se vuole dettagliarci meglio la Sua strategia di marketing il nostro direttore commerciale è disponibile a incontrarLa.

Nel frattempo La ringraziamo per aver pensato a noi e Le inviamo in nostri migliori saluti.

19 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Sfide narrative

foto_penna_disegno

«La grossa differenza tra scrivere un romanzo e un racconto breve, comunque, è che nel primo c’è molto più tempo per esplorare e indagare. Con un racconto breve si è subito nel cuore della storia, bisogna essere veloci a creare il mondo e dipingere i personaggi e uscirne altrettanto velocemente. È una sfida».

Stuart MacBride

6 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

Rifiuti editoriali

foto_burocrazia

Devo dire che le prime trenta pagine del suo manoscritto mi hanno entusiasmato. L’irruzione dei due funzionari di polizia nella camera di Josep K. e il dialogo che ne consegue sono sviluppati con maestria. Questo alza la posta in gioco e incuriosisce il lettore, che a quel punto è già schierato al fianco del protagonista ingiustamente calunniato.
Ma poi c’è un cedimento strutturale. Anziché impostare il romanzo sul classico sviluppo processuale, lei si ingarbuglia nella descrizione di scene confuse che non vanno da nessuna parte. Manca del tutto la presenza di un avvocato difensore alle prime armi o di un detective in cerca di riscatto che affianchi il protagonista in questo caso di malagiustizia. Bisognerebbe quindi creare questo personaggio e renderlo il fulcro del romanzo.
Il suo è un legal thriller anomalo e anonimo. Mi pare che lei non abbia alcuna esperienza di procedure giudiziarie, né di investigazione. Tra l’altro, cosa gravissima, manca un capo d’accusa chiaro su cui far ruotare la vicenda, o almeno io non l’ho capito. Quale reato avrebbe mai commesso Josep K.? (Ne cambierei anche il nome per non associarlo al suo, a meno che lei non voglia scrivere usando uno pseudonimo).
L’atmosfera del romanzo mi pare esageratamente cupa, un po’ angosciante. Non trovo un aggettivo adatto a definirla, e questo dimostra che lei scrive fuori dai canoni, e quindi il suo romanzo allo stato attuale non è vendibile.
Il consiglio che le posso dare è di riscalettare il tutto a partire da pagina 30, chiarire il reato di cui è accusato K., incentrare la storia sull’avvocato difensore, e cambiare il finale: il protagonista che si autoaccusa di un crimine che non ha commesso e che viene giustiziato in modo sommario ai margini della città non esiste proprio. Stia invece sul classico meccanismo a orologeria dove la prova dell’innocenza viene fornita a pochi attimi dall’esecuzione della sentenza capitale. È un finale forse banale, ma ai lettori piace, e anche a noi editori.

Ps. Il processo è un titolo banale, fa pensare a un manuale di procedura penale. Suggerisco Fino a prova contraria, dà più l’idea del thriller.

13 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Anonima editor

foto_rospo_hd

Quella buonanima del secentista manzoniano nel suo dilavato e graffiato autografo scrive che i nomi sono puri purissimi accidenti, perciò non vi scandalizzerete se l’editor ospite oggi sul mio blog ci svelerà qualche dietro le quinte del mondo editoriale, pur rimanendo anonimo.

Quando me lo sono ritrovato davanti al monitor – ci siamo dati appuntamento in Skype – ho notato che è l’esatto contrario della persona che mi ero immaginata. Mi ero messo in testa che un editor dovesse somigliare esteriormente a un Baricco, a un De Carlo, invece sembra più un Saviano, ma con un’aura da grigio professore, per nulla scenica. Ma quando parla sa essere tagliente.

Comunque iniziamo questa intervista che sarà più un botta e risposta che un monologo travestito da dialogo.

Lasciamo perdere i preliminari sull’editing in generale. I miei 25 lettori – non manzoniani, ma da statistica di WordPress – sanno già che cosa sia l’editing. Quindi niente preamboli, ma le faccio subito una domanda «robusta»: come si comporta un editor quando il testo dell’aspirante scrittore è carente sia in termini di trama sia di stile?

«Premetto che questo non è il mio caso. Lavoro, e ho lavorato, da esterno per varie case editrici. Il mio rapporto con il testo è sempre successivo a una scrematura interna eseguita da lettori professionali. Dalle schede di valutazione approfondite su tutti gli aspetti del romanzo (stile, storia, personaggi, contenuti) nasce la decisione di seguire quei due-tre romanzi che risultano interessanti rispetto alla collana dove andranno a collocarsi. Testi zoppicanti si cestinano senza ripensamenti».

Quindi lei esclude che prose moribonde possano guarire dopo un intervento decisivo dell’editor.

«Sì, lo escludo. Vanno subito al macero».

Ma i suoi colleghi freelance la pensano come lei di fronte alla volontà dell’autore autoprodotto che chiede comunque un editing al suo testo?

«Abbattere uno scrittore scarso, in casa editrice o in self-publishing, è doveroso e professionale. Gli editor freelance che davanti a pagine illeggibili accettano di eseguire una qualche forma di editing stanno solo illudendo un sognatore cavandogli dei soldi».

Come si sceglie un editor freelance? Quali requisiti deve avere per non incappare nel «cavatore di soldi»?

«Innanzitutto non deve avere meno di 40 anni. Un editor 30enne non può avere nessuna esperienza di editing serio alle spalle. Poi il curriculum: deve avere collaborato con case editrici di prim’ordine, non editori sconosciuti o disperati. Ma con gente con nome e cognome».

Nome e cognome degli autori, intende?

«Intendo case editrici con un nome: Garzanti, Einaudi, Mondadori…».

E i piccoli editori indipendenti? Dicono che sono gli unici attenti agli aspiranti.

«Balle, il piccolo editore come quello grande bada solo ai soldi. Sto proprio lavorando per un piccolo editore con un marchio famoso, e se ne frega di far crescere un esordiente. Spera solo che venda almeno 3000 copie».

A proposito di esordienti, la sintonia tra scrittore ed editor è più facile o problematica quando si lavora con uno scrittore al primo libro?

«L’esordiente dovrebbe essere più malleabile, anche nel suo interesse. Nel caso specifico devo purtroppo fronteggiare uno spocchioso che pensa già all’editoria in grande. Gli scrittori affermati poi sono tutti capricciosi, e non aggiungo altro, ma lo potete immaginare. Alla fine però si arriva sempre a un compromesso. Visto che però ha citato il piccolo editore mi faccia aggiungere un’altra considerazione: i piccoli si dividono in due gruppi. Quelli che sono piccoli perché non hanno i soldi, e quindi non pagano nessuno, né autori, né editor, né grafici, né correttori; e quelli che sono piccoli perché hanno in mano il “giocattolo di famiglia”, gente viziata che a tempo perso fa l’editore con i soldi del papà o del nonno. Tutti radical chic. Si sono inventati anche un premio letterario per gli indipendenti…».

Non è un quadro molto edificante il suo. E nelle grandi case editrici quali sono le logiche. Lì vince il marketing?

«Quelli del marketing, purtroppo, hanno le idee chiare. Che siano giuste non saprei, ma almeno sanno quello che vogliono. Sono loro che tengono in piedi la baracca. Nelle redazioni, invece – parlo di Mondadori, Rizzoli, Guanda, Adelphi –, è un disastro: per ogni editor bravo e scrupoloso ce ne sono quattro giunti al vertice perché legati a qualcuno che conta. Gente fresca di laurea umanistica, ma che non capisce nulla di libri. Ne sto “crescendo” due, hanno anche il titolo di editor junior. Mi creda: gente che farà danni».

Delle scuole di scrittura creativa che cosa mi può dire?

«Altra bufala per allocchi. O sai scrivere o non te lo insegna lo scrittore della Holden».

Dopo parleremo di scrittura. Intanto mi può dire come ha fatto Mirko Dariberti a diventare editor? Qual è stato il suo percorso per giungere alla professione?

«Cosa ha detto?».

Ho chiesto se può dirci come si diventa editor.

«No, cosa ha detto prima».

Ho chiesto come giudica le scuole di scrittura.

«No, cosa ha detto dopo. Dopo le scuole di scrittura e prima di come si diventa editor, in mezzo ha detto una cosa».

Non saprei.

«Ma lo so io che cosa ha detto… ha fatto il mio nome».

Davvero? Non me ne sono accorto.

«Me ne sono accorto io, però: ha fatto il mio nome e cognome».

Mi sarà sfuggito.

«Certo che l’è sfuggito. Non dovevo restare anonimo?».

Sì, ovvio.

«Però lei ha fatto il mio nome, e ora tutti sanno chi sono».

Non vedo quale sia il problema.

«Ma come non lo vedi? Non mi fare incazzare. Ora sanno tutti che l’editor anonimo sono io».

Mi dispiace.

«Ti dispiacerà anche, però intanto mi hai sputtanato».

Be’, non esageriamo…

«Ma come non esageriamo? Esageriamo, invece! Mi hai detto spara a zero su tutto e tutti, tanto sei anonimo…».

Non mi preoccuperei, ho solo 25 lettori. E poi i nomi sono puri purissimi accidenti.

«Ma che cazzo dici? Sono purissimi accidenti i nomi inventati. Ma se fai il mio nome, quello sono io».

Io non credo che si saprà in giro…

«Tu non credi, però intanto io domani vado in redazione e quelli mi mandano affanculo».

Non le permetto di usare certe espressioni sul mio blog.

«Ma che me ne frega del tuo blog di merda. Io devo lavorare, che ti credi? Devo pagare il mutuo io. Ma ti rendi almeno conto che mi succede se qualcuno legge questa intervista?».

Che succede?

«Succede che non mi devo più far vedere in giro, ecco cosa succede. Non trovo più lavoro».

Esagerato… per due parole… che sarà mai?

«Cazzo, ho smerdato editori grandi e piccoli, scuole di scrittura, colleghi e vertici aziendali… Non sarà tanto per te, ma per me ora son cazzi».

Mi sembra che lei enfatizzi troppo. Se non si fosse messo a puntualizzare, non se ne sarebbe accorto nessuno.

«Ah, stai a vedere che adesso lo stronzo sono io!».

Oggettivamente è lei che ha messo i puntini su Mirko Dariberti.

«Ma lo ripeti pure! Allora sei stronzo forte!».

Se continua con questo tono sono costretto a chiudere l’intervista.

«Ma la chiudiamo sì, certo che la chiudiamo. Io non dico più niente. Ma guarda che mi doveva capitare! Ora anche gli editor junior mi sputtanano. Sono rovinato».

Ha sempre il bacino degli aspiranti in self-publishing…

«Faranno la fila dopo questa intervista per avermi… Lo sapevo che finiva male, che non dovevo accettare ‘sta cazzo di intervista».

Lei è troppo scurrile e agitato. A questo punto rinuncio alle domande sulla scrittura. Io la chiuderei qui. Scusandomi con voi lettori per l’imprevisto, sono costretto a smettere. Comunque abbiamo intervistato Mirko Dariberti, editor anonimo.

«Helcazzo di merda…».

16 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Bisognerebbe scrivere

foto_mela_1

Bisognerebbe scrivere un raccontino di due-tre pagine sulla diversità che esiste tra uomini e donne in tema di riduzione fisiologica delle capacità procreative e sessuali. Argomento vecchio come il mondo, ma che finora non ho visto narrato in forma letteraria. Potremmo intitolarlo, in via provvisoria, Storia di Andro, storia di Meno.

All’inizio i due, marito e moglie, hanno 50 e 48 anni.
La narrazione dovrebbe procedere in modo oggettivo, evitando sviluppi psicologici – Andro e Meno sono solo dei tipi, non dei personaggi –, e con poca aggettivazione.
Per inquadrare meglio il tono della narrazione può essere utile avvalersi di un dizionario medico. Per esempio, il DeAgostini alla voce andropausa dedica dieci righe di testo. L’analogo femminile occupa invece tredici righe, ma arricchite da una tabella sui sintomi della menopausa con ben 24 voci.

Se Andro può essere affetto da problemi prostatici, minore intensità erettiva, deficienza eiaculatoria, irritabilità e depressione, Meno deve fronteggiare quotidiane emicranie, palpitazioni cardiache, sudorazioni notturne, vampate di calore, vertigini, ansietà, incapacità di concentrarsi, disturbi del sonno, modificazione dell’umore, perdita della sicurezza di sé, perdita di memoria recente, tristezza, pianto immotivato, mancanza di stimoli sessuali, incontinenza, prolasso sotto sforzo, secchezza vaginale, comparsa di peli sul volto, dolori muscolari e articolari senza ragione, secchezza cutanea, formicolii, alterazione della pelle. Poi dicono che donna è bello.

Già solo dalla differenza quantitativa di queste elencazioni, tra le righe del racconto dovrebbe passare l’idea che per l’uomo l’andropausa è una formalità della vita, per la donna la menopausa un calvario evangelico. E per rafforzare il concetto: per l’uomo è una formalità della vita spalmata tra i cinquanta e i settanta, per la donna è un trauma che si consuma nell’arco ristretto di due-tre anni. Tutto questo dovrebbe essere trasfuso nelle pagine del racconto, possibilmente in chiave comica.

Da una parte quindi la diversa frequenza sintomatica che colpisce Andro e Meno; dall’altra l’arco temporale della storia che si svolge in vent’anni, per ritrovare la coppia settantenne finalmente alla pari: andropausa e menopausa concluse per entrambi. Solo che Meno ha raggiunto il traguardo con diciott’anni di anticipo rispetto al marito. Di cui nel frattempo si è anche dovuta occupare. Poi dicono che donna è bello.

Interessante sarebbe raccontare la storia al futuro, anziché al passato: partendo dall’oggi e sviluppandola in avanti a tappe prima mensili, poi annuali, se non per lustri. Chiaramente Meno correrà all’inizio, tra i 48 e i 50, per poi stabilizzarsi e aspettare l’arrivo di Andro, il quale nel frattempo sarà anche riuscito a farsi l’amante, perché no, tra i cinquanta e i sessantacinque.

La prosa potrebbe basarsi su un continuo ping pong paratattico o semiparatattico del tipo: «Oggi Meno ha l’emicrania, una fastidiosa emicrania che le svuota la testa. Andro è scocciato perché non può più vedere la Champions in chiaro.
Due mesi dopo Meno ha una forte emicrania che le svuota la testa e un senso di vertigini che non aveva mai provato prima. Andro pensa di abbonarsi a Sky.
Quattro mesi dopo…».

Stesura consigliata soprattutto ai maschietti per calarsi nei problemi dell’altra metà mela. È un consiglio medico di Helgaldo. Leggere attentamente le avvertenze, possibili effetti collaterali, non somministrare ai bambini.

29 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Persone e personaggi

foto_bambola_pezza

Lo dicono anche i manuali di scrittura che per creare un personaggio credibile si può anche partire da una persona reale. Si tratta poi di camuffarne l’aspetto e le caratteristiche fino a renderlo irriconoscibile e interessante. Lo sappiamo tutti, infatti, che fotocopiare una persona reale in un romanzo, a meno che non sia un personaggio storico, è infruttuoso se non nocivo. Forse è nocivo anche per un personaggio storico. Meglio mischiare bene fantasia e realtà per non rischiare il ridicolo (e la denuncia da parte dell’interessato).

E allora io per vendetta – o per amore – nei confronti dei miei colleghi di lavoro, mi sono fatto una scheda personaggi per ognuno di loro, e li ho messi in stand-by per riesumarli all’interno di una storia il giorno in cui avessi la malaugurata idea di rimettermi a scrivere per davvero. Poi si può scendere in strada e aggiungere il vigile, il panettiere, il ragazzo col cane che ti chiede un euro.

Ma che cosa ho scritto in queste schede? Qualcuno in passato mi ha chiesto se potevo «mostrare» come archivio i miei personaggi. Ora, non tutti i personaggi arrivano dal mondo reale, ho schede anche di gente immaginaria che un giorno potrebbe tornarmi utile. Se il mio personaggio è un angelo innamoratosi del diavolo è improbabile, anche se non impossibile, che lo possa incontrare alla macchinetta del caffè in ufficio. Di solito incontro diavoli travestiti da angeli, tutt’altra categoria.

Voglio però restare nel perimetro dei personaggi tratti dalla realtà, oggi vi parlo di questo. Se lo faccio è anche per una voglia insopprimibile di vedervi lavorare. In fondo è venerdì, il weekend è ancora lontano. Perciò alla fine di questo post non siete esentati dal prendere un foglio di carta, buttar giù un collega di lavoro (se ancora un lavoro l’avete, amara considerazione) o di studio o quello che volete voi. Ma lasciate perdere i familiari, troppo vicini per esserne ispirati.

Dunque, il personaggio. Ve ne dò tre a caso, e poi vi dico la regola che seguo. Per me è utile, potrebbe esserlo anche per voi.

«Trentenne acerba in un corpo da ballerina classica, ha un portamento aristocratico e gusto nel vestire. Occhi glaciali, collo lungo e viso ovale, pettinata con uno chiffon, di profilo ricorda la regina Nefertiti».

«Una Barbie cinquantenne, non alta e dal girovita stretto che ne esalta i fianchi e le spalle ben tornite. Seni tondi e bene in vista, ma inaccessibili ai maschi in carne e ossa. L’abbronzatura aggressiva mostra qua e là, nello stress della pelle, gli anni che avanzano inesorabilmente».

«Dal corpo flaccido e lento, dal passo strascicato e dall’abbigliamento trasandato, è un sessantenne con un’aria da barbone, in parte riscattata da una folta chioma ben curata che lo eleva a bohémien anticonformista».

Come vedete nulla di trascendentale. Due righe due, che però un giorno potrebbero animarsi. Mi impongo in queste schede di essere sintetico fino all’osso (di solito i personaggi mi servono per un racconto e quindi l’economia delle parole è decisiva) e di privilegiare l’aspetto esteriore dell’interessato. Scavare nella psiche è già entrare in una narrazione, e le schede personaggi a mio parere devono fermarsi prima. Sono solo punti di partenza. Al momento giusto sapranno consigliarmi: «prendi me, prendi me», già ne sento il richiamo.

Quindi la descrizione è fisica. Però non è oggettiva. Scelgo una caratteristica, quindi privilegio la soggettività, l’elemento forte della persona, e lo spingo all’estremo. Quando arrivo in quel punto, ecco che pur in poche parole, la persona si trasforma in personaggio. Nefertiti, Barbie, un bohémien anticonformista. Ha già del potenziale narrativo, eppure sto lavorando su persone reali. Mi sono spiegato?

Ovviamente la scheda non nasce già così. Quelle due righe sono state viste e riviste innumerevoli volte. I miei personaggi stanno come in panchina, se chi è in campo si fa male, entrano e giocano subito, non serve riscaldamento.

Volete provare anche voi? Guardatevi attorno ora e datemelo in due righe. Ma due righe serie, mica parole buttate a caso.

E ora capite anche il perché dell’anonimato…

38 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Ma voi lo sapete fare un tema?

foto_bambino_calendario_hd

Oggi scriviamo. Un tema facile facile che tutti siete in grado di svolgere. Il tema è: «Le mie vacanze».

Cos’è quest’aria di disgusto? Forza, prendete i quaderni e iniziamo. Una cosa veloce però, da scrivere in scioltezza, senza pensarci troppo.

Brava signora Guarneri. Vedete? È già al lavoro. Fatelo anche voi. Come, signora Chiara? Il post-moderno? No,  il post-moderno non si può mettere. Mi pare fuori luogo rispetto alle vacanze. È stata al mare? Bene, scriva del mare. Del post-moderno parleremo un’altra volta. Amato, non cincischi, si metta al lavoro. Come non ha il quaderno? Viene a scuola e non ha il quaderno, roba da matti. Signora Guarneri, per favore, sia gentile. Dia un foglio protocollo al signor Amato. Silenzio e lavorate.

Scarparo, cosa fa? Se fossi un gatto? Non è questo il titolo del tema, il titolo – ascoltate bene tutti – è «Le mie vacanze», non «Se fossi un gatto», ha capito Scarparo? Chi le ha detto di cambiare? Scriva quello che l’è stato chiesto, non divaghi. Tarsili! Che fa? Guardi il suo foglio, si concentri. Come? Il dittongo mobile? Che cosa c’entra ora il dittongo mobile, Anfuso? Scriva delle sue vacanze, lasci perdere il dittongo mobile. Vuole mettere il dittongo mobile nel tema? Guardi, veda un po’ lei cosa vuol fare, io non ne vedo la necessità, ma se vuole proprio metterlo… Ha giuocato al mare? Io metterei giocato, giuocato mi pare un po’ antiquato come termine. Però se è convinto delle sue ragioni metta giuocato… Tarsili!! Allora, e che facciamo?! Lasci perdere Cassano.

Come, signora Antonella? Lo trova un tema di serie B… No, non direi. «Le mie vacanze» è un tema classico, anzi è il classico tema di inizio anno. Sì, certo, poi parleremo anche dei generi letterari, anche il giallo, come no, scherziamo? Però ora si concentri sul tema che ho assegnato. Cassano, che fa con l’accendino? Lo sa che in classe non si fuma. Certo che sta fumando, se ha l’accendino in mano… Bruciare un libro? E perché vorrebbe  bruciare un libro? Mi consegni l’accendino, per favore. Non stia a disquisire sulle parole. Va bene: «Cassano, mi dia l’accendino», così le aggrada? Neanche «le aggrada» si può dire. Ma a lei non va bene niente… Grazie, questo glielo ridò dopo: ma perché voleva bruciare un libro? «Perché non mi piaceva», mi pare esagerato. Vada al posto, è un tipo da Santa Inquisizione, lei, lo sa? No, signora Antonella, non deve parlare della Santa Inquisizione, lo so che è preparata su quel periodo storico, ma ora stiamo facendo il tema sulle vacanze estive, storia è domani.

Amato, cincischia? Come non ha la penna? Guarneri, per favore, presti una penna al signor Amato. Incredibile: viene a scuola e non ha la penna, ma che cosa ci viene a fare? Cos’è, Scarparo? Vuole fare un disegno al posto del tema: cosa c’entra ora un disegno con le sue vacanze? Lei non deve immaginare. Faccia quello che l’è stato chiesto, punto. Anfuso, cosa sta compitando con le dita? Le bisdrucciole? Certo che si possono mettere le bisdrucciole nel tema, ma che domande fa? Tarsili!!! Lasci stare Cassano, per favore. Ha già i suoi problemi, non si aggiunga anche lei.

Che fatica. Meno male che c’è lei, signora Maria Teresa, l’unica che da sette anni mi dà soddisfazione. Va be’, è ripetente, e allora?, è così che ci si affeziona. La signora Lisa? No, quest’anno non verrà, è andata all’estero. Fuga di cervelli. Su, silenzio e lavorare.

Guarneri, ha già finito! Brava, vuole fare un’altra cosa? Cosa le potrei dare? Compili questo simpatico questionario di Proust per i bambini. Il chakra con le vacanze estive? Un po’ ardito come accostamento, signora Chiara, ma se riesce a mettercelo dentro… io non lo metterei. Cassano, non tocchi i lavori appesi al muro. Sì, li abbiamo scritti l’hanno scorso. Perché mai vuole strapparli? Ma lei è folle, non è che può strappare un lavoro solo perché non le piace com’è scritto. Torni a sedersi, per favore. Amato, che cosa c’è ancora? La gomma per scancellare? Si dice cancellare, prima di tutto. Lo so che è autodidatta, è per questo che ha bisogno di istruzione. Non ha neppure la gomma. Lei frequenta a scrocco. Gli altri portano il materiale, e lo usa lei. Guarneri, per favore, sia paziente, dia la gomma ad Amato. Io vi uccido tutti.

No, signora Antonella, è un modo di dire. Non uccido nessuno. Lei sa come si uccide? Bene, son contento. Ci credo, non c’è bisogno di una dimostrazione, non deve scrivere come si uccide nel tema. Scriva delle sue vacanze e morta lì. Morta lì forse non lo dovevo dire, scusi un attimo. Tarsili, basta copiare da Cassano, ti vedo! Giuro che ti mando dal preside se non la smetti. Come non ti viene in mente niente? Sforzati, che qualcosa ti verrà. Scarparo, ma questa è la mia caricatura! Anziché scrivere si dà alle caricature… Bella, comunque. Però con tutta questa creatività non combinerà nulla nella vita… Anfuso, a chi sta telefonando? All’insegnante estivo!? Ma lei non è andato al mare quest’estate? È andato alla scuola estiva, corsi di recupero!? Ha fatto molti temi, sono contento… Allora chissà come scriverà bene ora, avremo un componimento strepitoso. Tarsili, guardi che le ritiro il foglio. Le ho detto che se non la smette la mando dal dottor Imperi, poi se la vede lei col preside. Amato, cosa c’è ancora? Le serve un altro foglio. Dovrebbe essere più sintetico quando scrive, sa, specie se viene a scuola appoggiandosi  sugli altri. Signora Carollo, il suo foglio è bianco. Non l’è venuto in mente niente? Via, non si preoccupi, non mi sembra proprio il caso di farne un dramma. Cassano, non metta le puntine sulle sedie dei compagni. È matto?
Basta, tempo scaduto, ora ritiro.

Signora Chiara, ma cosa ha combinato? Cos’è questo disordine sul foglio? Lei non deve scrivere nei margini, scriva al centro della pagina. Va be’, saranno appunti, ma qui leggere è un casino. Anfuso, mi dia il suo. Sì, speriamo che le doppie le abbia capite alla scuola estiva, l’anno scorso me le sbagliava tutte. Amato, grazie… Amato… Restituisca penna e gomma alla Guarneri, non faccia il furbo. Guarneri, mi ha compilato il questionario? Brava, che diligente. Scarparo è fuori tema, quattro. Ma da dove viene ‘sto coro greco? Ah, sì, Carollo, via non pianga, che rimedierà. Signora Antonella, e queste macchie rosse sul foglio, cosa sono? Sangue? La puntina di Cassano. Ora spedisco da Imperi pure lui… Cassano! Mi dia il tema. Ma è pieno di parolacce! Domani faccia venire papà e mamma.
Tarsili… Anche il suo è una parolaccia unica. Ha copiato da Cassano! Anche lei domani mi mandi i genitori. No, non quelli di Cassano. I suoi.

L’accendino è requisito.

36 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

Creative writing 1985

foto_murales_amsterdam_hd

L’eroe da seguire è un giovane senza lavoro (ma ci tenta anche il prepensionato), che con notevoli sacrifici, magari un prestito, paga la sua quota d’iscrizione alla scuola milanese di creative writing, non perde una lezione, una sillaba, fa domande, fa tesoro, si esercita nei lunghi tragitti sui treni di pendolari e nella provinciale indigenza di, mettiamo, Borgomanero, Mortara, sopportando la derisione o quantomeno lo scetticismo di amici, ragazze, baristi, bottegai (Macellaio, incartandogli la trippa: «Allora, come vanno I Promessi Sposi?)».
L’interesse per noi di una simile vicenda starebbe, a saperlo fare, nel mimare l’evoluzione lessicale e stilistica del protagonista, che chiameremo in via provvisoria Walter (un nome d’immigrato, Carmelo o Salvatore, sarebbe forse più «giusto» per altri motivi, ma la componente meridionale implicherebbe vertiginosamente un problema già di per sé complicato). Narrazione in terza persona, più ardua ma più efficace della prima, che qui scivolerebbe per forza in una tormentosità diario-intellettualistica poco credibile.
Walter dunque maneggia all’inizio una lingua alquanto rudimentale, povera, infarcita di cliché scolastici, giornalistici, televisivi; qualche miserabile eleganza, qualche errore d’ortografia e di grammatica. Oggetti, paesaggi, persone, piccoli episodi, dialoghi, pensieri, tutto dovrebbe apparire attraverso questo velo di pattume linguistico, questa polvere desolata. Ma senza forzature sarcastiche, parodistiche. Insensibilmente, si dovrebbe passare a una fase di arricchimento, di timida e poi via via frenetica, debordante acquisizione. Gli stessi compagni di viaggio, le stesse stazioncine, le stesse risaie, le stesse vie di Milano, ma deformate, impreziosite da immagini barocche, similitudini ricercate, un lessico sempre più sontuoso, una sintassi sempre più funambolesca.
Un flirt ferroviario con una ragazza che frequenta una scuola di grafica o di recitazione, e che Walter di giorno in giorno, di pagina in pagina, va esaltando, idealizzando, trasfigurando, sarà probabilmente il mezzo migliore per illustrare una simile curva. Ma anche qui, le successive metamorfosi lirico erotiche di Cinzia (o Daniela, o Loredana) dovrebbe essere il più possibile sfumate, plausibile, riducendo al minimo l’effetto meccanico di exercise de style da una parte, e dall’altra il rischio che il lettore scambi Walter per un paranoico.
Cinzia (o Deborah, o forse soltanto Annamaria) sarà inoltre assai utile per introdurre la parabola discendente. Da lei potrà partire lo sgonfiamento, il rinsavimento, il primo passo verso una maggiore sorvegliatezza e sobrietà. Pensiamo a una camera d’alberghetto a Novara, come pioggia, termosifoni spenti, mozziconi, fondi di birra o Coca-Cola, e a un subitaneo orrore per quella biancheria intima scarlatta, lussureggiante di poveri pizzi. O al contrario, sarà Cinzia a infrangere bruscamente il processo espansivo implodendo in crudezze del tipo: Ma chi me lo fa fare di stare con un morto di fame che porta la maglia di lana, io mi metto con Giulio, che sarà un ignorante ma va in giro in Bmw! (Ramificazione: Giulio è un pubblicitario, da cui rivalità e gelosie anche di linguaggio. Walter lo chiama, con inutile disprezzo, quel Casanova assorbente, quel don Giovani deodorante).
Fine comunque del «bello scrivere», sparizione di fregi, volute, dorature. Tutto si asciuga, si contrae, ma avvitandosi in direzione introspettiva. Walter analizza gelidamente se stesso, non vede altro, non registra altro. Minuziosità e aridità crescenti, fino a una sorta di crisi di guarigione provocata da una casuale irruzione di realtà: minima (rottura di un tubo dell’acqua in cucina) o massima (rapina alla piccola oreficeria della zio di Walter, un vecchio diabetico).
Scrittura che torna a essere focalizzata sul mondo esterno, con dimessi intenti notarili. Abolizione della soggettività, soppressione di tutti gli aggettivi. Meticolose descrizioni degli oggetti, persone ecc. già viste. Accanimento sul dettaglio, fino all’astrazione (le circonvoluzioni di tre etti di trippa, le macchie di couperose sulle guance del macellaio).
Da questo lento, travagliato recupero dovrebbe infine emergere una lingua narrativa pulita, consapevole, elastica, viva; e (ma è la parte più difficile, due o tre righe di esempio e via) bellissima. Perché, contro ogni probabilità, Walter diventa davvero un grande scrittore, arriva davvero al capolavoro.
Sarà ovviamente impossibile darne la «dimostrazione». La scoperta, o colpo di scena, avverrà per vie indirette, due anni dopo alla Buchmesse di Francoforte, tre anni dopo a New York, o magari in un villaggio marocchino, dove la vetrina di una cartolibreria esibisce una foto di Walter, il suo libro è stato tradotto persino in arabo. Cinzia e Giulio lo notano e risalgono sulla Bmw (il modello è ormai antiquato) litigando aspramente.
Meno soddisfacente per il lettore ma più praticabile per noi sarebbe una chiusura «in minore». Walter si rende conto di aver «imparato a scrivere», intuisce il proprio genio, progetta il capolavoro, anticipa il trionfo e la sua inesorabile, cinerea vanità, rinuncia, riprende a pensare, vedere, parlare (scrivere, dunque) esattamente come all’inizio, si rannicchia per sempre nell’oreficeria dello zio diabetico che un giorno erediterà.
Quaranta, cinquanta pagine dovrebbero bastare. O forse quattro, cinque?

Carlo Fruttero e Franco Lucentini

5 commenti

Archiviato in Arti e mestieri