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Concessione poetica

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«Ogni poesia è misteriosa: nessuno sa interamente ciò che gli è stato concesso di scrivere».

Jorge Luis Borges

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Un bambino al mare

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Conosco un bambino così povero

che non ha mai veduto il mare:

a Ferragosto lo vado a prendere,

in treno a Ostia lo voglio portare.

– Ecco, guarda – gli dirò –

questo è il mare, pigliane un po’! –

Col suo secchiello, fra tanta gente,

potrà rubarne poco o niente:

ma con gli occhi che sbarrerà

il mare intero si prenderà.

Gianni Rodari

 

Buon Ferragosto a tutti i blogger bambini da Helgaldo.

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Caro lettore, amore mio e poeta

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Caro lettore che mi segui abitualmente, o addirittura sei uno dei settanta che finora ha fatto la pazzia di iscriversi a questo blog per essere informato con un giro di mail su ciò che pubblico, oggi mi rivolgo a te. Personalmente.

Di passaggio casuale in rete o abbonato della prima ora, ti penso sempre, sei per me al centro. L’amore, lo sai, è tante cose, ma la prima che apprezzo del nostro rapporto è la pazienza di leggermi tutti i giorni, che è una grande qualità: senza pazienza, se ci pensi, non ci può essere amore, quindi so che tu mi ami.
Già qui però sto mistificando, lo so che non mi leggi tutti i giorni. Non potresti, umanamente. Ti capisco. A volte mi leggi, a volte non mi leggi, come in amore a volte ci si ama, a volte ci si odia. Però so che ti arriva una notifica da qualche parte ad avvertirti ogni giorno che ho scritto un altro post. Un altro post!

Ti segnalo che quello odierno è il numero 301, che non ti sto dando tregua da mesi, che ti suono il campanello ogni mattina, anche nei weekend, anche a Natale, come solo un seguace di religioni minori è autorizzato a fare. Sono insistente, come solo certi innamorati non corrisposti riescono a essere insistenti. Ti prometto consigli di scrittura inutili, come inutili sono le promesse di certi politici. Magari non hai neppure la vocazione per scrivere. Magari a te piace solo leggere. O fare altro.
Mi rendo conto che non hai ancora cancellato la notifica del giorno precedente, che te n’è arrivata un’altra. Sono tutte mail d’amore, credimi. A volte fanno ridere, a volte no. Qualcuna fa pensare, altre ti chiedi se abbia cambiato pusher. Vorrei giocare, ecco giocare con te. Giocare con te con parole nuove, le mie che si mischiano alle tue, quando hai voglia di commentare. Dovresti avere sempre voglia di commentare, in amore. «Ti è piaciuto?», «Quanto ti è piaciuto?», «Non ti è piaciuto?», «E perché non ti è piaciuto?». Che facile ironia!, che semplificazione!, perdonami non si tratta di questo.

Ecco, il commentare. In amore il commento è libero: «Mi passi il sale?». Non sei obbligato a rispondere sì, no. Puoi dire anche «ho visto il gatto». Vale anche questo come commento ugualmente valido. I post sulla scrittura, per esempio quello di ieri sulla focalizzazione sono solo una scusa, non me ne frega niente. È un punto di partenza, non di arrivo. Non devi pensare che per commentare devi possedere delle competenze sull’argomento che propongo giorno dopo giorno, puoi rilassarti come è giusto fare in amore, dove non è questione di intelligenza (si spera); l’intelligente a tutti i costi non viene su blog di Da dove sto scrivendo, va su Repubblica, da Mozzi (ci sono stato), da Cotroneo (ci sono stato). Mi basta che mi parli. Sono forse io intelligente? No, che non lo sono. A volte scrivo cose di cui non so nulla! Però ogni giorno voglio una scusa per poter parlare con te, immaginare la tua voce dietro il tuo nickname, dietro le tue parole di commento.

Mi piace che clicchi sul mi piace. Questo di solito piace molto ai blogger, ma mi piacerebbe di più che tu mi dessi un bacio. Mi dia, mi daresti un bacio, mi dai un bacio, vedi, ho problemi pure con il congiuntivo. Comunque non è la stessa cosa: se si ama non si dice «ti mando un bacio», «ti amo»: ci si scambia direttamente la saliva. Il blog è scambio, altrimenti non è un blog, diventa una pubblicazione, un saggio. Dai, facciamo gli scambisti. Un mio post, le mie parole, forse cambiano qualcosa in te, alcune particelle di te, ti fanno affrontare la giornata con una trasformazione non prevista (perdi l’autobus perché mi stai leggendo sullo smartphone, ritardi l’uscita di casa di quel quarto d’ora per leggere l’aggiornamento di oggi – che è anche meglio perché intanto l’aria si riscalda). Se non sono questi segnali d’amore, dimmi tu che devo fare per dirti parlami. Voglio la poesia.

Ecco, la poesia. Da te voglio la poesia, so che sei un concentrato di poesia, di poesie, che è poi quello che manca in questo blog: editoria, appunti di scrittura, fiction. Manca la poesia. Cioè manca tutto il resto: la poesia è tutto il resto, è una visione della vita, manchi tu. Cosa fai questa mattina, dove sei, chi incontri? Ma non il capoufficio, il cliente, la professoressa all’università. Un raggio di luce che disegna un’immagine sul pavimento, il vociare dei bambini all’asilo all’angolo, un cane che sonnecchia alla fermata dell’autobus. Tutte cose che da dove sto scrivendo non posso vedere né sentire. Raccontami di questo, vieni senza preavviso, senza invito: tre di notte, l’amore suona alla porta o squilla il cellulare: «Posso salire?», «Sei sveglio? Ho fatto un sogno, te lo voglio raccontare». «Ma io sto facendo altro, sto dormendo, sto scrivendo un post sul punto di vista». Non è certo amore, questo. L’amore è sali. L’amore è possibilità, cambiare rotta ora. Che amore è quello che rimanda a domani, all’argomento giusto, alla situazione appropriata? Che poi è falso comunque. Non frega a nessuno, né a chi scrive né a chi legge, delle dieci parole che devo o non devo usare in un romanzo, conterà più quanta poesia ci può stare dentro, e soprattutto fuori da quel romanzo, fuori da questo blog, ma che tu devi portare dentro: è la tua poesia. Sei tu, l’amore mio.

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Cancellare ciò che è sbagliato

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Filastrocca di Natale,
la neve è bianca come il sale,
la neve è fredda, la notte è nera
ma per i bimbi è primavera:
soltanto per loro, ai piedi del letto
è fiorito un alberetto.

Che strani fiori, che frutti buoni
oggi sull’albero dei doni:
bambole d’oro, treni di latta,
orsi dal pelo come d’ovatta,
e in cima, proprio sul ramo più alto,
un cavallo che spicca un salto.
Quasi lo tocco…

Ma no, ho sognato,
ed ecco, adesso, mi sono destato:
nella mia casa, accanto al mio letto
non è fiorito l’alberetto.
Ci sono soltanto i fiori del gelo
sui  vetri che mi nascondono il cielo.
L’albero dei poveri sul vetro è fiorito:
io lo cancello con un dito.

Gianni Rodari

 

Che il desiderio di impegnarvi sulle storie fantastiche per renderle migliori sia pari al desiderio di migliorare le storie reali per renderle fantastiche. Auguri.

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Poetare in prosa

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«Sono convinto che scrivere prosa non dovrebbe essere diverso dallo scrivere poesia; in entrambi i casi è ricerca d’un’espressione necessaria, unica, densa, concisa, memorabile».

Italo Calvino

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Piccoli poeti crescono

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Non ho difficoltà a leggere tra le righe di un romanzo, né di una mail (purtroppo le vecchie lettere scritte a mano non esistono quasi più), né di un sms. E comprendo fino in fondo gli interessi sotterranei, e spesso di bottega, di un articolo di politica o di una recensione letteraria sul giornale. C’è però una parola scritta che non so interpretare, la parola più antica e naturale di tutte: la poesia.
Davanti a una poesia, paradossalmente, perdo tutti i miei riferimenti, divento un bimbo che capisce solo bocconi di frasi, che non è in grado di cogliere il componimento poetico nella sua totalità.
La scuola si limita ad analizzare la poesia, trasformandola spesso in ciò che non è, cioè prosa. Per pagine e pagine ti parla dei contenuti, del periodo storico e letterario in cui si inserisce una poesia, della visione poetica dell’autore, con continue vivisezioni dei versi che hanno il solo scopo di impoverire il testo, razionalizzandolo fino ad allontanarti da quello che vorresti capire veramente, se quelle scarne parole messe in colonna illuminano o no qualcosa della tua esistenza, o se devi cercare il senso della vita in qualcos’altro, magari un film targato Hollywood.
Facile dire che Dante o Leopardi sono dei grandi. Io però vorrei capire se c’è uguale grandezza nei versi di uno sconosciuto della porta accanto, dove non c’è critico o antologia scolastica a mediare tra me e la poesia, rassicurandomi che quello, sì, è effettivamente un componimento poetico.
Eppure, quando mi sono trovato faccia a faccia con uno sconosciuto che mi leggeva i suoi versi, magari custoditi timidamente in un cassetto di casa, testi a volte neppure pubblicati per uno sperduto editore a pagamento, mi ha impressionato la forza travolgente che scaturiva dalle sue poesie, sia che mi parlassero della gatta di casa, sia di un amore lontano nel tempo. Temi semplici, non l’Infinito, ma che mi hanno toccato nel profondo, perché sfido chiunque ad essere veramente toccati nel profondo dalla lettura pura, senza intermediari, dell’Infinito di Leopardi.
Davanti a una piccola platea, perplessa o entusiasta non importa, questi oscuri poeti mi hanno mostrato una voce, un’intonazione, un ritmo, un modo personale e unico di leggere i loro stessi versi. Se avessi letto le loro poesia per conto mio, con la mia lettura difettosamente in prosa, non mi avrebbero comunicato nulla. Ma dalle loro labbra, con quell’intensità che solo loro erano in grado di dare, quella lingua misteriosa e antica che ha nome «poesia», è diventata vitale. Chissà come ce l’avrebbe letto Leopardi il suo Infinito per rendercelo vivo.

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