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Il poco di buono dei problemi a monte

Ho letto ieri da qualche parte, forse sul blog Scrivere per caso – ma non ve lo do per certo poiché leggo spesso distrattamente – che i problemi dell’editoria stanno a monte: se si pubblica poco di buono è dovuto al fatto che si scrive poco di buono e allora gli scrittori, professionisti e no, dovrebbero proporre agli editori o direttamente al pubblico opere più accurate, meditate, profonde.

Innanzitutto bisognerebbe smetterla col dire che i problemi stanno a monte. Io noto un sacco di problemi a valle e non parlo solo dell’inquinamento, del traffico congestionato, del caos in cui siamo costretti a muoverci, della siccità che secca i fiumi e mette a repentaglio le colture, dell’esaurimento nervoso che colpisce i bipedi e i quadrupedi. Parlo proprio di libri: Corona è a monte e ha successo, anche Cognetti sta su e ha vinto lo Strega. C’è chi è stato un anno sull’altipiano e ce lo ricordiamo ancora. E Buzzati appena poteva passeggiava tra i monti del Bellunese.

Che succede, invece, a valle? A valle la gente non legge e altra gente, forse la stessa, scrive. Aggiungiamo il nuovo salone del libro che non ha raggiunto grandi vette; che dobbiamo continuamente inventarci formule artificiali come Bookcity per costringere i metropolitani a dichiarare #ioleggoperché (gli chiederei anche #ioaccettolinquinamentoperché, #iovotorenziperché, #iomangiogiapponeseperché, #ioscrivolibriperché tanto che ci siamo). E qui mi fermo.

Di inventarci un Bookmountain invece non ne sentiamo affatto il bisogno: ma perché non ne sentiamo il bisogno? Perché a monte non ci sono problemi, al massimo c’è Cannavacciolo che rimette in carreggiata qualche piatto del contadino da incubo. Piccole sbandate, insomma. Le librerie chiudono a valle, in centro città e nel centro dei centri commerciali delle città, che è il nuovo centro di tutte le valli. Ditemi la verità: avete mai sentito di una libreria che chiude a duemila metri? Ci sarà un motivo perché in quota restano aperte. Perché lì entra aria pura e i romanzi sono di respiro, anche internazionale.

E poi si dice che si legge poco di buono. Anche qui, ma cambiamo punto di vista, dio santo: pensiamo al tanto di cattivo che ci siamo evitati grazie al poco di buono. Se è poco lo è proprio perché è buono. Anche il contrario: è buono perché è poco, fosse di più scadrebbe in bontà. Paradossalmente, se ci fosse anche il tanto di buono, qui a valle, e chi avrebbe il tempo per leggerlo con i ritmi serrati a cui ci costringe la vita in pianura? Ma là in alto no, i ritmi rallentano, la frenesia scompare, le giornate girano lente, la natura ci fissa immobile. Alla gente di montagna, si sa, basta poco, e così non serve neppure il tanto di buono che il poco di buono è quasi d’avanzo. A valle, al contrario, dobbiamo accontentarci del poco di buono. E so già che un giorno arriveremo al nulla di buono, dato che i problemi dell’editoria da che mondo è mondo stanno a valle, e non a monte. Garantito.

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Tempi e metodi della pazzia

Sto lavorando parecchio, con Story a dettarmi tempi e metodi. Più scrivo e lavoro sulla storia e più mi verrebbero da scrivere post che starebbero benissimo con la firma di Helgaldo, sotto.

Anonimo

 

Post scriptum: in base alle mie osservazioni, due sono i tipi di matti alla Scuola Santa Rosa: quelli metodici, che giungono all’apice della pazzia entro intervalli di tempo ragionevoli, stabiliti, scalettati, procedendo per tappe mentali lineari; e tutti gli altri, quelli non metodici, saranno il novanta per cento dei casi, che giungono alla più completa follia per salti logici, ma soprattutto illogici entro pochi istanti perennemente reiterati. I primi avanzano verso il nulla a piccoli passi concatenati, i secondi saltando a piedi uniti in ogni direzione possibile. Diversissimi nel manifestare la propria instabilità mentale, entrambi però mostrano almeno due punti di contatto costanti: credersi a tutti gli effetti scrittori anziché Napoleoni, e credere di parlare veramente con questo Helgaldo, figura mitica e archetipica legata al tema della pazzia, personaggio di fantasia di cui vi ho già parlato in precedenza. Qualche soggetto ormai irrecuperabile arriva a firmarsi addirittura con questo nome immaginario.

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Un amore pasticciato

Che con te sarebbe stata dura, su questo non ho mai avuto dubbi. Ma mi illudevo che come con le altre prima di te, neppure loro semplicissime perché evidentemente mi piace ritrovarmi in rapporti complicati, una volta trovato il feeling, dopo averti respirato, come si dice, stropicciato per un po’, tutto sarebbe filato via liscio fino in fondo. E invece no.

Sembra che tu lo faccia apposta, godi nel prenderti gioco di me, giochi al gatto col topo, ti piace farmi provare un senso di inferiorità, rendermi indegno della tua classe, del tuo charme. Mi mostri tutta la tua raffinatezza e mi fai credere che la vuoi condividere con me, come se ti importasse davvero elevarmi al tuo rango. Mi seduci, mi dai piacere, fai giochi proibiti con me, mi porti al limite. E poi improvvisamente cambi tono, svolti senza motivo, fai la preziosa, ti specchi in mille immagini e fai di tutto per farmi sentire stupido e deluso. In quei cambi di ritmo sei indecifrabile, non ti capisco più, mi parli fitto fitto senza preoccuparti se io ti segua o no, indifferente al fatto che io possa dirti sì no, non essere d’accordo con te. Ma tu arrivata a quel punto te ne freghi di chi hai davanti, egocentrica quale sei mi parli sopra, e intuisco che di me, a te, in fondo non è mai importato nulla fin dall’inizio. Ti sono utile ma non necessario. In quei momenti ti odio, vorrei lasciarti per sempre, cercarmene un’altra più adatta, più del mio livello. Mi stupisco anzi del perché non lo abbia già fatto, cosa mi trattenga dal separarmi da te e chiudere questa relazione. Ma un motivo c’è per non smettere: sono orgoglioso e frivolo anch’io: voglio mostrare a tutti che sono alla tua altezza, che valgo molto, che posso starti a fianco. Voglio essere ammirato anch’io, che dicano di me con una punta di invidia, guarda Helgaldo con chi se la intende. Mentre noi…

L’altro giorno ci eravamo messi sul divano, ricordi?, che intensità. Pensavo, finalmente, che il feeling tanto atteso fosse giunto, che ora ci capivamo. Tu con me, io con te. A filo doppio. E tu, allora, devi aver avuto il mio stesso pensiero, e quindi solo per farmi dispetto te ne sei uscita con quella Ines, che mi ha infastidito tanto.

«La Ines. L’avventura urbana. Dalle chiarità mattutine del Galilei, quando l’officio e il mistero lateranense, quando la verde allegrezza del sagrato accolgono dentro le mura il burino col divoto segno della croce, rattenuto il ciuccio per un attimo, ih! dai fastigi d’oro, a vespero, o di rubino, e dalle cavate piene del Maderno, del cui arco è scaturito nei secoli senza ritorno, in lode a Maria Madre, l’inno indelebile; dai PV e dai BM e dai dieci buchi der disco der telefono, e dallo scatolone della radio che aveva messa fuori uso un quattro vorte, la premeditante coturnice s’era portata a casa una certa sbrigativa attitudine a rammendar le calze alla finanziera, cioè prendendo er buco a giro largo, coll’ago e cor filo; e poi, daje, dopo quel rapido periplo la tirava a gloria e ce mozzicava subito er filo, co li denti. Un rinnaccio de classe!».

Ho capito solo calze.

Allora ho sbottato, adesso basta, stupida prosa leziosa! Desisto, se è questo che vuoi. Vai avanti pure senza di me, ma non ne troverai un altro così paziente e disponibile, che si sforza di capirti. Ora è finita, non ti voglio più vedere in giro per la casa. Ti metto dietro una pila di libri, non vedendoti più starò meglio, mi darò a uno Stephen King, a un Camilleri, a uno qualsiasi di quelli che stanno nelle classifiche estive dei più letti. Il primo che trovo, giuro, lo porto anche a letto con me: come si dice dalle parti nostre?, chiodo scaccia chiodo.

Eppure so che ritornerò da te pentito, già mi mancano le tue parole. Non sarà domani, né dopo, ma tornerò da te. Un pasticciaccio infinito di alti e bassi, questo.

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Aforisma

«Saggezza predigerita».

Ambrose Bierce

 

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Flussi di coscienza

Quello che mi piace del mio blog è che funziona come un albero di ciliegie, una tira l’altra. La ciliegia dell’altro giorno è stato un post, programmato un attimo prima di scriverlo e pubblicarlo, dove invitavo a non accettare l’idea che tutto sia  già stato scritto, per esempio sull’amore. Pochi giorni dopo mi arriva una mail da chi vuole restare anonimo, che calamitato dall’argomento, racconta un suo episodio personale che per qualcuno risulta essere trito, per altri è un cliché, ma c’è anche chi dice no, insomma idee divergenti che si intrecciano. La mail poi è stata scritta senza punteggiatura, forse per simulare un flusso di coscienza, ma forse non era questo l’intento. Ora, a qualcuno questo pseudo-flusso piace, ad altri piace meno. Qualcuno osserva che togliere la punteggiatura non è necessario per creare un flusso di coscienza, si poteva ottenere di meglio «copiando» per esempio la scrittura di Cartongesso, un romanzo narrato interamente con la tecnica del flusso mentale. Altra ciliegia: la discussione si sposta allora dall’amore all’uso del flusso di coscienza: nulla di programmato.

Quindi oggi parliamo del flusso di coscienza, tema su cui non ho mai riflettuto sul blog ma nemmeno al di fuori, e ne parliamo proprio perché qualcuno che legge questo blog ha sollevato l’argomento nei commenti. Partendo dall’amore siamo giunti così, senza seguire nessuna programmazione trimestrale, mensile, settimanale, targhe pari e targhe dispari, al flusso di coscienza in base al solo stimolo dei commenti al post. Cari blogger, anziché dannarvi per essere seguiti siate voi a seguire i vostri lettori, drizzate le antenne e andate dietro ai commenti, perché spesso sono più stimolanti quelli dei vostri stessi post.

Ma lasciamo perdere le antenne del blogger e torniamo al flusso di coscienza.

Dunque, Cartongesso. Segnalato da Michele Scarparo come ottimo esempio per capire come servirsene, mi sono incuriosito e mi sono precipitato nelle recensioni che ha ricevuto il libro su Amazon. Come mi aspettato sono discordanti: c’è chi parla di genialità, e chi invece rivuole indietro i soldi. Direi che a questo punto è meglio leggersi qualche riga di incipit – ne bastano poche – per decidere in cuor proprio se questo benedetto flusso di coscienza può piacere o no.

L’avete letto? Bene, proseguiamo.

Riprendiamo adesso l’anonimo di ieri, che a quanto dice non era così consapevole di aver prodotto questa tecnica di scrittura. In questo modo possiamo confrontare i due testi, e decidere quello che più ci piace. Uno segue la punteggiatura, l’altro l’ha eliminata. Si possono definire entrambi flussi di coscienza? Michele giustamente osserva che la lettura del secondo brano, quello del post, pone delle difficoltà di comprensione, che invece nel primo non esistono. Quindi conta anche la leggibilità di quanto è scritto: se il cervello «scoperchiato», grazie a questa tecnica, riesce a trasferire i suoi pensieri nella mente del lettore come un testo più tradizionale. Vorrei quindi chiedervi di dare un giudizio sulle due forme di scrittura – una professionale e l’altra spontanea – in base a come affronteremmo la scrittura in rapporto anche all’efficacia della comunicazione e non solo alla bellezza estetica del linguaggio.

Calma e gesso. Tanto che ci siamo cerchiamo di ampliare il discorso. Sull’onda dei primi due testi ho iniziato a cercarne altri, per avere un confronto, un termine di paragone, o meglio un’unità di misura. E quale testo potevo spulciare se non il padre di tutti i flussi di coscienza, cioè l’Ulisse di Joyce?

L’Ulisse, con mio gran stupore, non inizia con un flusso di coscienza: no, no. Inizia come il più tradizionale dei romanzi. Non avendolo letto, ipotizzo che la sua famosa tecnica del cranio scoperchiato copra alcune parti del romanzo, ma non la sua totalità. Diciamo che Joyce la utilizza quando ne ha bisogno. E allora vi riporto di seguito un passaggio dove il flusso di pensiero è presente, in modo da poter meglio giudicare gli altri due testi anche in base a quello che vi comunica quest’ultimo.

 

«Mr Bloom camminava inosservato per un vialetto lungo file di angeli rattristati, croci, colonne spezzate, tombe di famiglia, speranze di pietra che pregavano con gli occhi al cielo, cuore e mani della vecchia Irlanda. Più sensato spendere i soldi in qualche opera di carità per i vivi. Pregate per la pace dell’anima di. C’è qualcuno che veramente? Piantala e falla finita con lui. Scaricato. Come il carbone giù per una botola di cantina. Poi lo ammucchiano insieme per guadagnar tempo. Il giorno dei morti. Il ventisette sarà alla sua tomba. Dieci scellini per il giardiniere. Le tiene sgombre dalle erbacce. Vecchio anche lui. Piegato in due con le cesoie, a tagliare. Vicino alla porta della morte. Che si è spento. Che si è dipartito dalla vita. Come se l’avessero fatto di loro volontà. Buttati fuori, tutti quanti. Che ha tirato le cuoia. Più interessante se vi dicessero chi erano. Il tal dei tali, carrozziere. Io rappresentante di linoleum. Io ho concordato con i creditori cinque scellini a sterlina. Oppure una donna con la casseruola. Io faccio un ottimo stufato irlandese. Elegia di un cimitero di campagna dovrebbe chiamarsi quella poesia di chi è Wordsworth o Thomas Campbell. Entrato nel riposo dicono i protestanti. La tomba del vecchio Murren. Il grande medico lo ha chiamato nella sua casa di cura. Be’ questa per loro è la sua terna consacrata. Bella residenza di campagna. Intonacata e ridipinta a nuovo. Luogo ideale per farne una fumatina e leggere il Church Times. Gli annunci matrimoniali non cercano mai di abbellire. Corona rugginosa appesa ai ganci, ghirlande bronzate. Miglior valore allo stesso prezzo. Però, i fiori sono più poetici. L’altro finisce per diventare noioso, non appassendo mai. Non esprime nulla. Immortalles».

 

Spero di aver trascritto il brano esattamente, ma se anche avessi dimenticato qualcosa, saltato una riga, storpiato un sostantivo, riuscireste a rendervene conto? Perché, potete dire quello che volete, ma questo flusso di coscienza è duro, molto distante sia dal primo sia dal secondo brano. Anzi, a mio parere getta una luce diversa su entrambi, perché il secondo mi pare avere più parentele con Joyce di quanto faccia Cartongesso.

E per concludere questa panoramica vi segnalo altri tre esempi di romanzi della letteratura italiana interamente basati su un flusso di coscienza, o di pensiero, con modalità più simili al primo brano che non a Joyce: Il male oscuro di Berto, Uno nessuno e centomila di Pirandello, Manuale pratico di giornalismo disinformato, di cui vi invito a leggere qui e qui e qui qualche riga, ne bastano poche per capire il meccanismo, per aggiungere altri elementi di giudizio articolato sulle possibilità espressive di un flusso di coscienza.

Mi rendo conto, infine, che la lunghezza di questo post e le relative deviazioni ipertestuali lo stiano rendendo improponibile. Ci sarebbe anche un altro genere di flusso, questo mio, basato sulle immagini più che sulla coscienza. Vi chiedo, per come è reso, se anche quest’ultimo abbia qualcosa in comune con l’argomento di cui stiamo parlando.

Si attendono con fiducia giudizi, opinioni, punti di vista, osservazioni personali sia in qualità di lettori sia, soprattutto, di scrittori che hanno usato/usano/useranno il flusso di coscienza per le proprie storie. Grazie.

 

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Cane non mangia cane

Ricevo e volentieri pubblico:

Questa della correzione tutte le volte che si vuole è una delle ragioni per cui il self-publishing è considerato una risorsa. Una volta ho letto un e-book e come al solito non ho potuto fare a meno di trovare errori su errori; una volta segnalati, l’autore mi ha ringraziato e mi ha detto: tanto posso correggere l’e-book. Poi me lo ha rispedito con le correzioni come se io dovessi andare a ricontrollarle. Le correzioni non hanno efficacia retroattiva, se io leggo un testo pieno di errori il mio testo rimane pieno di errori.
Quella dei selfer è un’illusione.

 

Non so se quella dei selfer è un’illusione, resta il fatto che cade l’occhio anche a me, quando mi avventuro in qualche anteprima pubblicata in self-publishing, sui refusi in serie. Il singolo refuso può essere fastidioso, ma è fisiologico, e ci si può passare sopra. Mi infastidisce invece quando ne trovo quasi in ogni pagina. Ultimamente, leggendo l’anteprima di un romanzo mi sono imbattuto in almeno un refuso in ogni capitolo, capitoli molto brevi peraltro. Mi chiedo quale sia l’urgenza di pubblicare in modi così poco curati, giustificandola con la possibilità di poter rilasciare edizioni più corrette delle opere in un secondo momento. Non andrò certo a rileggermi un libro solo perché ho la possibilità di averne una successiva versione senza errori di stampa.

Bisognerebbe che recensendo un libro, in self o tradizionale, chi ne parla aggiungesse un bollino rosso per quelli dove i refusi sono presenze costanti. Come dire, se volete comprarlo fate pure. Però, per onestà, ci vorrebbe un altro giro di bozze prima di chiedere dei soldi ai lettori. Noto stranamente che i selfer sono sempre molto scandalizzati dai refusi che incontrano leggendo libri di case editrici, ma non hanno la stessa sensibilità, non li ho mai sentiti lamentarsi dei refusi presenti nelle opere di altri selfer. Cane non mangia cane?

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Il diavolo e l’acquasanta

I punti di interscambio della metropolitana di Milano, e le relative brevi attese dei convogli, offrono al lettore attento, sempre in guardia, inaspettati incontri con le parole. Alla stazione Cadorna, per esempio, in questi giorni ci si può imbattere in due pubblicità sugli enormi cartelloni che tappezzano le fermate di M1 e M2, che solo a una prima lettura superficiale e distratta non hanno nulla in comune tra loro.

La prima è di Gram, nota azienda gelatiera, che invoglia il lettore-consumatore a un assaggio del suo celebre gelato, grazie a un concept semplicissimo, a caratteri cubitali: «Imperfetto, ma vero».
Qualche cartellone più in là, invece, i copywriter di Visit-Corsica.com invitano ad assaggiare l’isola francese nel cuore del Tirreno con la campagna «Naturalmente in Corsiva!».

L’istinto mi ha portato a trascrivere i due concept in due momenti diversi, anche se ravvicinati – in più punti della stazione sotterranea incontriamo ossessivamente le due pubblicità –, ma la teofania mi è apparsa chiara e intera solo quando girandomi ho visto i due cartelloni affiancati nel breve tratto di banchina che serve per spostarsi dalla linea verde direzione Abbiategrasso alla linea rossa direzione Duomo.

In quel punto l’apparente diversità merceologica, grafica e dei testi viene annullata: le due pubblicità risultano strutturalmente identiche. A parte il richiamo alla natura, che vale per entrambe, da lettore ma anche da scrittore quello che mi interessa è l’identica costruzione del concept. Tre parole, la prima lunga, poi una cortissima, infine il vocabolo che deve colpire l’immaginazione. Stesso schema.
Ma chi di voi dovesse percorrere frettolosamente quel breve tratto di pavimentazione, si fermi un attimo a osservare la collocazione spaziale delle parole all’interno del cartellone. Noterà che la prima è isolata, solitaria, e dopo un a capo, sbandierato a sinistra vengono le altre due parole.

Dubito che le campagne siano state affidate alla stessa agenzia pubblicitaria che abbia copincollato la modalità di visione dell’una per l’altra. Mi viene quindi da supporre che esistano strutture linguistiche e rese grafiche che funzionano meglio di altre nel raggiungere efficacemente l’attenzione del consumatore-lettore con accresciuta efficacia.

Se è possibile per la pubblicità questa precisione sul target, grazie anche a determinate conoscenze tecniche, dovrebbe essere possibile anche per un romanzo destinato alla catena inversa lettore-consumatore. Sicuramente la lettura è l’amo per giungere all’acquisto: viaggio, gelato o libro il principio è identico. Lo dico soprattutto per quelli che producono sinossi disordinate e strilli pretenziosi e deboli per i propri libri. Messe al posto giusto, tre semplici parole sono sufficienti.

Ottimale sarebbe poi leggere un bel libro su una stupenda veranda, la sera al tramonto, in Corsica, gustando un gelato prodotto a regola d’arte.

Buone vacanze da Helgaldo

 

Dio detta all’uomo. Il diavolo direttamente scrive.
Qualcuno in tempi lontani, con felice sintesi, ha contratto il nome Helgaldo in Hell, o Hel: demone minore dei blog, sempre polemico, accigliato, fastidiosamente professorale, si picca di insegnare ai comuni mortali – il diavolo non lo è, mortale – i segreti della buona scrittura. Come se lui avesse mai scritto qualcosa di acquistabile e leggibile. Sempre pronto a ingannarvi per farvi precipitare, ad allontanarvi dalla retta via della pubblicazione. Non seguitelo.

Creatore malefico di bugie, di storie senza capo né coda, di citazioni ed esperienze inventate di sana pianta, mai accadute: ne è una dimostrazione questo breve frammento, buono per sedurre gli sprovveduti e gli ingenui, predica corrotta. Non è vero niente dei fatti che racconta, tutto nel suo blog è racconto, falsità, a partire dal nome stesso di chi ne è autore. Basta una semplice verifica empirica per rendersene conto: è vero che in rete c’è la conferma che le due campagne pubblicitarie citate esistono, e ci sarà in giro per Milano qualche cartellone pubblicitario che le attesta. Provate invece a percorrere quel breve tratto indicatovi con certosina precisione, dove dovrebbero essere accostate: non troverete niente.

La costruzione letteraria, l’inganno che si regge sulla precisa descrizione fisica, testimoniale ma di una testimonianza falsa, ha come scopo infiltrarsi nella vostra immaginazione, come un soldato guastatore oltre le linee nemiche. Basterà camminare e giungere sul luogo indicato come ho fatto io per veder crollare i castelli di carta su cui è costruito questo testo, vuoto pneumatico di pensiero e verità. Da dove sto scrivendo – editoria, appunti di scrittura, fiction. Soprattutto fiction, signori miei. Solo fiction. Ma non le sentite le risate dell’improbabile «lezione» di scrittura?

Nel frattempo lui ghigna dai bassifondi, dalle fogne in cui vive, della vostra appassionata lettura. Il consiglio che vi dà è del tutto inservibile, pindarico, stravagante. L’occhio del critico, invece, svela il vero scopo della pseudo-riflessione che vi ha abbagliato per un attimo facendovi solo perdere tempo.
La sua furbizia infernale consiste nell’usare parole di un contesto, e grazie alle infinite combinazioni della vita, trasferirle in un altro.

«Naturalmente un manoscritto» è questo quello che lui ha in testa, il prologo del Nome della rosa, dove Eco finge il ritrovamento delle memorie di Adso da Melk. Finzione letteraria, motore della storia celato dietro a quel «Naturalmente in Corsica!». Per deridervi.
«Imperfetto, ma vero» è invece quel romanzo che Hell vorrebbe farvi scrivere, ma che lui di certo non scriverebbe mai, in contrasto con le leggi di tutti i manuali di scrittura che propongono giustamente le regole per costruire il romanzo perfetto, tanto perfetto da sembrare vero, e di cui si sente spesso la mancanza nella letteratura odierna. E a cui invece vi prego di tendere.

Instillare l’idea sottile e traslata che nell’imperfezione stia il vero, è tipica dei demoni. Non seguite quell’invito, anche se nascosto dietro altra innocente materia, non leggete i cartelloni, non apprendete da essi i segreti del marketing, pensate solo con la vostra testa. Non traete lezioni da chi non ha lezioni da offrirvi. Dissociatevi da questo blog, salvate la vostra scrittura dall’eterno Nulla. Vade retro, Helgaldo.

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