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Wilde 2.0

«Quando mi si dà ragione ho sempre la sensazione che devo essermi sbagliato».

Oscar Wilde

 

Caro Oscar, sono perfettamente d’accordo con te. Gran bel blog il tuo!

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Fatti foste per viver come bruti

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Si può viver come bruti pur navigando con l’iPad.

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Lettore fortissimo

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Quanno s’ariva a fine anno ce stanno tutti gli anni ‘sti bloggher rompicoglioni che me fanno ‘sto specifico post per famme l’elenco de li libbri che se so’ magnati nel dumilasedici. C’è chi ne ha magnati diciotto. Chi trentacinque. Chi settantadue.
Me pare ‘na scusa pe’ gonfiarse tutti de superbia, pare la Raggi con tutto il direttorio maggico, e pare dicano, non tanto a tutti li artri bloggher quanto ar sottoscritto, che loro diversamente dar sottoscritto sono dei lettori forti.

Secondo l’Aje, che non è artro che la combriccola degli editori più piagnoni che ce stanno, e che ripete come ‘na litania che si vendono troppi pochi libbri, non sanno dire artro, er lettore forte è quer lettore che in un mese se divora un libro. Perciò se loro so’ lettori forti, vorrà di’ che io so’ fortissimo, che nel dumilasedici me sono alimentato la capoccia con un libro solo.

Me ricordo che quest’anno a marzo me so’ deciso a leggere er Decameron. Er Decameron è un libbro che parla de mignotte, Calandrino e Buffalmacco, e dura dieci giorni, seconno chi l’ha scritto. Ma a me non me risulta, perché io sto ancora a leggerlo, me mancano du giorni, ma non dei miei, dei suoi, che fanno all’incirca centotrenta paggine. Te devo da’ quindi ‘sta notizia che te darà un po’ de sconforto. Me sa che ‘sto Decameron slitta ner dumiladiciassette. E quindi te ritrovi anche ner dumiladiciasette che te parlo de ‘sto libro de racconti de mignotte.

Me so’ fatto anche l’idea che startri bloggher di cui sopra se riuniscono in gran segreto verso maggio-giugno e se mettono d’accordo, come ‘na cospirazione per avvelena’ er papa, pe’ famme ‘sto scherzetto verso Natale. Vogliono famme senti’ ‘gnorante. Quelli, diciamo, più tecnologgici de ‘sti bloggher infami, se sono inventati pure ‘sto fatto della barra che se riempie durante tutto l’anno de libbri che si sono letti, che pare un daunlod che gl’entra ner cervello. Quanno la barra è piena non ce stanno più libri nella capoccia. Questo pe’ famme senti’ ‘gnorante a percentuale. Trenta per cento a marzo. Sessantatré per cento ad agosto. E a Natale, ‘gnorante cento per cento.

Quarcuno, pur de famme senti’ più ‘gnorante der ministro de li Beni curturali, s’è inventato che s’è letto pure er libbro de quer pittore austriaco mezzo matto che poi ha dichiarato guerra ar monno, che adesso so’ passati tanti anni e i suoi pensieri, che sono pensierini tipo un blog, ma più noiosi de quelli der self-publishing, che non ce se crede se non se vede, che ora s’è potuto ristampare legalmente senza che t’accusano che sei nostalgico del passo dell’oca. Pure questo pur de famme senti’ ‘gnorante peggio dell’oca.

Perciò l’elenco de li libbri che ho letto io nel dumilasedici è er Decameron all’ottantasei per cento.

E mo’ te faccio pure ‘na domanda, perché ‘sti bloggher fiji de ‘na mignotta te fanno pure la domanda pe’ farte senti’ ‘gnorante: quanti libbri non te sei letto nel dumilasedici?

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Quieto vivere

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Il lunedì Concita De Gregorio intervista Stefano Rodotà, Paolo Mieli, Roberto Vecchioni, Jovanotti, Lilli Gruber e Vito Mancuso. Quest’ultimo la sera prima era stato ospite da Fabio Fazio il quale aveva anche invitato Corrado Augias, Fiorella Mannoia e Andrea Camilleri. Augias nella sua trasmissione mattutina del martedì ha come ospiti Piergiorgio Odifreddi e Federico Rampini. Entrambi scrivono su Repubblica, il cui vicedirettore Massimo Giannini conduce il mercoledì, su un canale nazionale, una trasmissione con «opinionisti» Concita De Gregorio, Jovanotti e Paolo Mieli. L’ex direttrice dell’Unità era stata ospite da Fazio il sabato precedente insieme con Aldo Cazzullo che, per caso, aveva con se il suo ultimo libro sulla Resistenza. Oltre a Fazio, Cazzullo veniva sollecitato dai commenti arguti di Massimo Gramellini, il quale scrive sulla Stampa di Mario Calabresi che, nella sua trasmissione del giovedì su Rai 3 intervista Andrea Camilleri e Stefano Rodotà. La puntata precedente Calabresi aveva presentato il penultimo libro di Veltroni e l’ultimo di Franceschini di cui ne aveva tessuto le lodi Gramellini su La stampa e Cazzullo sul Corriere (dopo che entrambi avevano recensito positivamente i libri della Gruber, di Luciano Canfora, di Concita De Gregorio, di Roberto Vecchioni e di Stefano Rodotà) ma ne aveva parlato bene anche Serena Dandini nella trasmissione del venerdì notte dove erano ospiti Paolo Mieli, Federico Rampini, Jonavotti, Fiorella Mannoia e Lilli Gruber. Quest’ultima su La7 ha ospite in studio… e così all’infinito.

Se però cambiate la parola trasmissione con la parola blog, e al posto del primo personaggio ci mettete il nome di un blogger qualsiasi, succede la stessa identica tribù. Ci si complimenta addosso, ci si recensisce addosso, ci si imbroda addosso. Ma la ciliegina sulla torta devo ancora dirvela: privatamente ricevo mail da Fabio Fazio e Massimo Giannini dove mi confessano che di Andrea Camilleri e di Concita De Gregorio non se ne può più, ma devono sorridere per quieto vivere.

 

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Dedicato a chi non fa sentire la sua voce

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Caro lettore silenzioso che non commenti mai,

tutte le volte che ti penso mi viene in mente un film, che poi è uno dei miei preferiti: Su per la discesa. Magari lo conosci, ma te lo voglio raccontare lo stesso.

Il film si svolge a New York, in una scuola di periferia, nel degrado ai margini della Grande Mela. All’inizio dell’anno scolastico arriva questa nuova insegnante di letteratura, giovane e attraente, fresca di laurea nella più importante università americana. Ma è solo di passaggio in attesa di trasferirsi in un liceo prestigioso dove si troverà di fronte studenti ricchi e motivati. Qui, invece, tutto è problematico. Una classe turbolenta, i bianchi che odiano i neri, i neri che odiano i bianchi, quello che odia le donne, la ragazza brutta innamorata dell’amore, la ragazza bella sempre in infermeria perché il fidanzato la picchia, ma per lei l’amore è questo. Il lecchino della classe, quello che dorme nell’ultimo banco e non interviene mai, il ribelle genio con il coltello in tasca. Poi c’è la burocrazia, ogni richiesta ha un modulo, ogni modulo è machiavellico. Ci sono poi gli altri insegnanti. Depressi, esausti, senza più motivazioni educative. Un preside agguerrito contro gli studenti, dai provvedimenti drastici, dall’espulsione facile. Insegnare è impossibile. Chiasso, furti, battute a sfondo sessuale, continue interruzioni durante le ore di lezione.

Eppure con fatica la nostra insegnante riesce a instillare qualche momento di riflessione. Scrive alla lavagna l’incipit di Grandi speranze di Dickens, che è talmente bello che è impossibile non generi una discussione collettiva. C’è poi l’idea di questa scatola, dove si possono inserire pensieri in forma anonima. Che a fine lezione legge, insieme al suo collega di letteratura, lui ormai al massimo del cinismo dopo tanto inutile insegnamento: «Oggi è il mio compleanno, non se n’è ricordato nessuno e allora mi faccio gli auguri da solo», «Signorina, vada a farsi fottere», «Le sue lezioni sono squisite» (questo è sicuramente del lecchino), «Quello che dice Giulietta a Romeo mi ha fatto molto riflettere» (questa è la ragazza innamorata), «Non perda altro tempo con noi tanto non serve a niente», «Io sono».

Infine l’insegnante organizza la recita di un libro, che si svolge in un sorta di tribunale costruito nella palestra. E assegna tutte le parti: il giudice, l’avvocato difensore, la pubblica accusa, la giuria, gli imputati, i testimoni. Ma a quel punto riceve la nomina nella nuova scuola, e sa che la recita sarà l’ultima lezione dove starà con i ragazzi. Comunque arrivano tutti per la recita, manca solo il giudice. E tutti ridono perché è quello che è sempre addormentato, ed è anche un po’ timido, nessuno ha mai sentito la sua voce, si sarà nascosto da qualche parte pur di non venire.
E allora lei decide di recitare la parte dell’assente. Ma poi lui arriva e tutti giù a ridere perché si è vestito proprio da giudice con una vera toga indosso e il codice penale e il martelletto. E lui è inflessibile, fa alzare tutti in piedi e si comporta come un vero giudice, e non sconta niente agli imputati, agli avvocati, alla stessa giuria, e neanche all’insegnante. E tutti restano intimiditi dal suo comportamento. E alla fine del processo intima a tutti di lasciare l’aula. E lui si avvia solo dopo che i compagni se ne sono andati.

E quando giunge in fondo alla palestra, l’insegnante gli dice che si è comportato bene. E lui risponde che ha sentito dire che lei se ne andrà e gli augura ogni successo, ma gli dispiace perché da quando lei è arrivata è sempre andato a scuola volentieri. E poi prima di lasciarla sola con le sue decisioni per l’avvenire, dice un’ultima cosa sulla porta: «sono Io, Io sono». E lei capisce cosa deve fare.

Tu lettore silenzioso per me, ecco, sei lui.
Ti dedico questo post sperando di sentire anch’io un giorno la tua voce, fondamentale in questo blog per non lasciare la recita incompleta.

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Bambini e tablet

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Riguardo al problema dell’interazione tra bambini e tablet, di cui ho parlato ieri, ho ricevuto una mail privata, molto stimolante e preoccupante insieme. Poiché toccava l’argomento con più cognizione di quanto possa fare io, ho chiesto se potevo pubblicarla, anche in forma anonima. Mi è stato risposto che non sono questioni da trattare nei blog ma nelle università, istituendo studi di ricerca interdisciplinari. Non posso che essere d’accordo.

Io stesso, nell’articolo di ieri, mischio considerazioni personali e video scelti più o meno a caso, con altre osservazioni e video indicati invece da studiosi dei meccanismi della mente umana, soprattutto nell’età infantile. Il mio voleva essere solo una riflessione di buon senso, nello stare vicino ai nostri piccoli e dargli noi per primi quegli insegnamenti che li porteranno a diventare adulti consapevoli, e liberi il più possibile da condizionamenti esterni ipotizzati in qualche centro di sviluppo prodotto di una multinazionale, condizionamenti che esisteranno comunque. Non è una questione di complotti, ma di come si costruisce una filosofia del mondo. Costruiamoci noi la nostra prima che altri ce la costruiscano per noi.

Ma non vi lascio senza nulla in mano per approfondire, se lo vorrete. Cercatevi in rete un documentario, The Corporation. Dal minuto 1.03’20” in poi si parla della manipolazione di base dei piccoli consumatori. Non è bibbia, come tutte le argomentazioni è da valutare criticamente. Però sono contenuti scomodi, che se avete o avrete figli, troverete sicuramente stimolanti per la loro crescita.
Se invece volete sentire il parere degli esperti potete partire dai saggi di Evgeny Morozov. Anche qui non tutto è condivisibile, ma qualche dubbio su dove stiamo andando potrebbe emergere dalla sua lettura.

Giusto per non spostarci più dal nostro campo, i libri, concludo infine con una delle tante voci di corridoio dell’editoria non verificabili: il sogno degli editori, per cui stanno lavorando da tempo, è giungere a 10 mega seller all’anno, e trarre da quelli la loro sopravvivenza. Far leggere a tutte le latitudini lo stesso libro contemporaneamente. Una manciata di Harry Potter all’anno. Purtroppo oggi se ne pubblicano ancora troppi.

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Nella mia borsa

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Ridondanza e mercato, ecco due parole che non si parlano, anzi si detestano.

Ridondanza. Vediamo che cosa c’è oggi nella mia borsa: il libro che sto leggendo (questo non manca mai), una moleskine per gli appunti, un’agendina per gli appuntamenti (sempre intonsa, non ho relazioni sociali insignificanti), un telefonino vecchio tipo, il Kindle (sempre carico anche se non l’uso mai), l’iPad con tastiera esterna, dovessi scrivere qualcosa di un po’ più lungo e articolato come sto facendo ora, penne di vari colori, una matita. Non manca neppure la macchina fotografica, non si sa mai quale bellezza potrei incrociare per la strada, se poi me la perdo ci rimango male. Come lo definireste voi? Eccessivo, quindi ridondante? Più probabilmente peso inutile da portarsi appresso. Questo è l’armamentario dell’uomo pseudo moderno, cioè il sottoscritto: considerate che sono arrivato alla pratica «erotica» di mettere l’iPad sulle ginocchia come piano di appoggio per fogli di carta da vergare a penna. Devo avere impressionato la ragazza seduta a fianco che sgranava gli occhi al mio uso creativo della tecnologia…

Mercato. Uno smartphone per fare esattamente le stesse cose, e molte altre.

Mercato vuol dire economia, eliminare tutta l’inefficienza ridondante. Nelle fabbriche come nella mia borsa. Girando con uno smartphone al posto della borsa potrei fare lo stesso, c’è la tecnologia per fare tutto di default. Perché allora mantenere in vita questa ridondanza? Perché un libro non è esattamente un Kindle, e un Kindle non è esattamente uno smarthphone; perché una penna non è esattamente una tastiera esterna e una tastiera esterna non è esattamente la tastiera del telefono; perché una macchina fotografica non è esattamente la fotocamera di uno smartphone; perché la carta non è esattamente il foglio digitale.

La natura è ridondante, l’uomo stesso è ridondante. Poco efficiente, molto fantasioso, bisognoso del superfluo. In natura si chiama biodiversità. In una foresta, ma anche in un giardino, troverete molte specie che convivono l’una di fianco all’altra. Così avviene nella mia borsa.

Non so perché ma tutti i miei conoscenti che girano solo con lo smartphone alzano la testa per dirmi che hanno letto solo il libretto di istruzioni dello smartphone. Poi la riabbassano e riprendono a giocare sul telefonino.

 

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