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L’altro hashtag

Alcuni si lamentano che le librerie grondano di schifezze illeggibili; altri affermano che gli scrittori che si pubblicano da soli fanno anche peggio. Ho scoperto solo oggi – voi non ditemi mai niente, devo arrivarci sempre da solo e con anni di ritardo – che digitando #cosastoleggendo, mi ritrovo di fronte a infiniti libri consigliati dai lettori. Un passaparola notevole, agile, utile.

Penso che quelli che i libri li vendono, autori ed editori, considerino una manna tutta questa pubblicità gratuita. Se fossi uno di loro cercherei anche di alimentare questo sterminato flusso di consigli di lettura, di tanto in tanto, con qualche suggerimento «interessato».

Mi viene il dubbio del consiglio per gli acquisti pilotato anche perché si dice che in Internet si trova sempre tutto. Potrà sembrare strano, ma dell’hashtag #cosahosmessodileggere non c’è invece traccia. Possibile che nessuno ci abbia mai pensato? Eppure di libri abbandonati per mancanza di uno dei tanti requisiti per giungere fino in fondo alla lettura dovrebbero essercene non pochi viste le lamentele che sento così ricorrenti in rete.

Non so se un blog è in grado di generare un hashtag, ne dubito, ma vi devo dire #cosahosmessodileggere proprio ieri: Quer pasticciaccio brutto de via Merulana.

Mi dispiace tanto, l’avrà scritto anche il grande Gadda, ma se non l’avete ancora letto, non sentitevi in colpa.

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Rivelazioni estive

L’ondata di caldo che avvolge l’Italia non si placa, i turisti boccheggiano ovunque alla ricerca di un po’ di refrigerio, di una bibita ghiacciata, eppure Mauro Corona riesce a presentare la sua ultima fatica letteraria – Quasi niente, scritto a quattro mani con Luigi Maieron – in una gremitissima piazza Vescovado giovedì 3 agosto a Caorle, località balneare della riviera veneta, vestito da montanaro, maglietta, jeans, scarponi, l’inseparabile bandana, e l’immancabile bottiglia di vino rosso a sostituire l’acqua per bagnarsi le labbra di tanto in tanto. Come dire, trentacinque gradi alle dieci di sera e non sentirli.

Nemmeno io avrei voluto sentirlo, è che sono stato trascinato da una fiumana di traspirazione collettiva per i locali e le viuzze del centro storico di Caorle, e sbucato nella piazza da una stradina laterale, immediatamente la sua bandana diventa un punto di riferimento proprio davanti a me. Impressionante: lui mi è di spalle e davanti ha un pubblico schierato come un plotone di esecuzione su file e file di sedie di plastica. Mi ricorda le infinite file di ombrelloni perfettamente allineati tipiche delle spiagge adriatiche. Chi come me è giunto tardi all’incontro peggio per lui, dovrà accontentarsi di restare ai margini, in piedi, in fondo, ai lati, o dietro il palco.

L’editore lo presenta, microfono alla mano, coadiuvato dal giornalista Toni Capuozzo che ha il pregio o il compito, non si sa, di metterlo in buona luce sotto ogni angolazione – mass mediatica, letteraria, umana, artistica, ertana, spirituale –. Tutto calcolato perché lo scrittore emerga naturalmente, in tutta la sua singolarità di mente libera, fuori degli schemi, politicamente non corretta, che poi è il miglior modo per parlar del libro tra un goccetto e l’altro. E la temperatura già elevata s’impenna ancor di più.

La mia capacità di ascolto regge solo pochi minuti, gocce di sudore mi scendono dalla fronte, rigano il viso, scivolano sul collo, lambiscono la maglietta. Eppure il pubblico è adorante, ride a ogni arguzia del nostro scrittore-scalatore, specie su suggerimento dell’editore che mima un applauso, l’unico in effetti che sta davvero lavorando in questa torrida serata. Mi sembra di stare in tv, nello studio televisivo con il pubblico a comando per dare il suo gradimento spontaneo alla trasmissione.

Per quei pochi minuti in cui l’ho potuto ascoltare, considerazioni generali non se ne possono fare, bisognerebbe seguire il tracannamento di tutta la bottiglia di rosso a fianco di Corona, ammesso che non ne chieda una seconda. Alcuni spunti però sono doverosi.

Il primo, serve una divisa, il look, l’essere riconosciuti immediatamente, non conta aver letto o no il libro attuale, i precedenti libri dell’autore. In una località di mare, dove tutti passeggiano in pantaloncini corti, camicia di lino bianca e panama, tu devi mantenere inalterata la tua identità montanara-scalatrice, non puoi rinunciare alla mitica bandana, morire sotto l’afa pur di evitare la terrificante domanda: ma quello, chi cazzo è? Perciò chi di voi è montanaro lo sia per sempre e chi è cenerentola indossi solo scarpette di vetro. Il brand non è un profilo Facebook o la capacità di promuovere un buon libro, ma l’essere riconosciuto da tutti, da chi legge e da chi non ha mai voluto entrare in una libreria.

Per riempire mezza piazza di potenziali lettori devi perlomeno essere un Corona – Fabrizio o al limite Mauro – e rientrare in un circuito turistico di iniziative gratuite aperte a tutti, magari in una località marittima affollata, magari estiva, magari te lo becchi per caso come è capitato a me, ma riconosci subito chi è che sta parlando (non importa invece di che cosa stia parlando). Quegli autori semi sconosciuti, o del tutto sconosciuti, che restano delusi per la scarsa affluenza di pubblico in una piccola libreria di periferia, carina eh ma insomma, promuovendosi solo sui social, facciano le debite proporzioni e smettano di piagnucolare se racimolano dieci spettatori e vendono una sola copia del loro fantastico libro: ne siano soddisfatti e non ci rompano ulteriormente.

Corona promuove Quasi niente. Sono d’accordo anch’io che è si tratti di quasi niente. Anzi, quello che dice è niente, di quei niente che fanno scattare gli applausi di rito e occasionali. Per entrare subito nel cuore del suo libro Corona cita La Rochefoucauld che ha detto che nelle disgrazie dei nostri migliori amici c’è sempre qualcosa che non ci dispiace affatto. Si può essere d’accordo o no con l’aforisma, ma da lì parte tutta una sequela di banalità che prendono a pretesto la sua sconfitta inaspettata al Campiello di tre anni fa, per informarci che nella vita i fallimenti fanno solo bene perché permettono a chi ci odia di gioire, e a noi stessi di fortificarci nella sconfitta.

Se ce lo dice un montanaro che ha rinunciato alla frescura dei suoi alpeggi per predicare la necessità del fallimento sociale sul lungomare bollente di ieri, popolato di turisti località Caorle, è sicuramente una rivelazione fondamentale e irripetibile. Domani comunque si replica a Jesolo. Attenzione, posti solo in piedi.

 

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Post per 7,477220 miliardi di lettori

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Dal blog al libro

Stella Pulpo, conosciuta in rete per il blog Memorie di una vagina, è in libreria in questi giorni con il suo romanzo d’esordio, Fai uno squillo quando arrivi (Editore Rizzoli, pagine 378, euro 19).

Detto così potrebbe sembrare una recensione, invece è solo un’osservazione. Memorie di una vagina, l’ho già scritto qualche volta su queste pagine, è un blog di successo, irriverente e ironico in un ben calcolato mix, che si ispira alla solitudine milanese dei trentenni social ma dissociati, spesso in carriera, frequentemente in corriera, all’inseguimento dell’efficienza lavorativa di giorno, dell’apericena con gli amici di sera e del palestrato tra le lenzuola di notte, in un eterno presente da Peter Pan, ma malinconico, senza Campanellini e Capitani Uncini con cui costruire una famiglia, anche allargata.

Detto così potrebbe sembrare un’osservazione senza senso, invece toglierei il condizionale, è proprio un’osservazione senza senso. Ma quello che mi interessa notare sta tutto nella copertina del libro – confesso che ho dato una sbirciata anche al primo capitolo per verificare alcune idee di blogging che ho in testa da tempo, ma che offrono spunti marginali rispetto all’obiettivo primario di questo post –.

«Dall’autrice del blog Memorie di una vagina». Eh sì, c’è scritto proprio così in copertina. Se un blog è ben ideato, nel senso di ben scritto, ben sviluppato, ha un tema chiaro e semplice, con un suo pubblico preciso, poi si arriva al libro sugli scaffali della Mondadori in Duomo a Milano quasi per via diretta – oggi lo trovate al piano meno uno in un certo numero di copie –.

Dal blog al libro, questa è l’aspirazione di molti blogger-scrittori. Che non vuol dire, badate bene, dal blogger allo scrittore. Se nasci blogger probabilmente morirai blogger, perché scriverai una pagina di libro come scriveresti una pagina di blog. Ed è proprio questo il caso del capitolo che ho letto abusivamente in libreria. Ma questa osservazione è secondaria rispetto alla principale: partire dal blog per giungere al libro si può, basta seguire il modello Vagina. Anche se parli di formiche, non tira solo il sesso.

E se invece quelli che leggeranno il libro non provengono dal blog? Allora forse ti diranno che sei uno scrittore. E il pubblico si biforca immediatamente: di qua quelli che vedono nel libro l’estensione del tuo blog, di là quelli che vedono nel blog l’approfondimento del tuo libro. Comunque la giri, chiamalo successo.

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Tanto per dirne una

Sul blog di Marina Guarneri è stato pubblicato ieri un post che non esito a definire irritante tanto appare, a mio immodesto parere, politically irriverente. L’idea che in rete tra gli aspiranti scriventi circolino già da tempo masticati argomenti del tutto irrilevanti concernenti ipotetiche tematiche deficienti, nel senso di mancanti di sostanziale originalità, mi sembra un atto di assenza di onestà intellettuale, e di lettura un po’ superficiale, per nulla cerebrale, di blogger che ci mettono anima e penna per estrarre da sé stessi, senza chiedere nessun tipo di permessi ai più noti scrittori ed editori, quelle regole eccezionali e le relative eccezioni regolari, del buon scrivere un romanzo, fregandosene altamente se sia scontato o assolutamente geniale, per cui la discussione è sempre uguale e improntata all’effetto placebo dei soliti dieci punti da seguire per autopubblicare senza il consulto di editor e di altri loschi figuri della professione editoriale.

Aggiunge inoltre la Guarneri, autoproclamatasi da ieri baricentro delle dispute scrittorie nella rete, non si sa in base a quali credenziali, nessuno infatti l’ha eletta presidente, che girino per tradizione ormai consolidata quattro argomenti virali – incipit, dialogo, cliché, punto di vista – più un ipotetico dibattito sul plagio, nuovo nella rete da un mesetto e che permette ai più quotati blogger di guardare dall’alto in basso tutti gli altri popolari che non godono di scopiazzamenti non autorizzati per mettersi al centro dell’onda lunga del momento stando almeno al suo ragionamento.

Mi dispiace, ma non concordo nella maniera più totale. Argomenti nuovi ce ne sono a iosa, per chi li vuol trovare: certo, diceva sant’Agostino che bisogna fare lo sforzo di cercare. E se si sente malmostosa, la sua critica ingiusta e annoiata, invero poco meditata, potrà trovare nuova linfa vitale attingendo a questo stesso articolo che dato il contesto attuale è sicuramente mai letto e originale, a dimostrazione che la scrittura ha una sua creatività intrinseca che non segue le mode del momento che piacciono ai mediocri che scrivono solo per dire poco, che per non dir niente serve una mente superiore o almeno una persona intelligente.

Quindi il consiglio che mi sento di darle è di plagiare il tono del mio intervento, riproponendolo sul Taccuino in un post non troppo lontano nel tempo e che diventi entro breve un tormento universale, o meglio ancora un tormentone, facendone la moda dell’estate in modo che se a luglio in spiaggia andate ricordando queste osservazioni ne potrete fare il nuovo must sociale su Facebook, su Twitter, su quel che più vi pare così che fino a settembre si occuperanno i blog di allitterazioni, rime e assonanze, dando ai like nuove speranze, con obbligo di citazione della fonte originale onde evitare la disputa se è meglio essere copiati oppur copiare.

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crowdfunding + self-publishing 1729

C’è ora sotto stampa una curiosa opera intitolata L’arte delle bugie politiche formata da due volumi in quarto.
Le proposte sono:

I) Se l’autore incontra conveniente incoraggiamento, intende consegnare il primo volume ai sottoscrittori entro il prossimo mese di Gennaio.

II) Il prezzo di ambedue e volumi sarà per i sottoscrittori di lire 20, dieci da esser pagate subito, e le altre alla consegna del secondo volume.

III) Quelli che sottoscrivono per sei esemplari, ne avranno un settimo gratis; il che riduce il prezzo a circa 8 lire per volume.

IV) I sottoscrittori avranno i loro nomi e il luogo della loro dimora stampato sul volume in tutte lettere.

Per l’incoraggiamento di un’opera così utile, si è pensato fosse conveniente informare il pubblico del contenuto del primo volume, da uno che ha scorso con gran cura il manoscritto.

Jonathan Swift, Libelli

 

Post scriptum: eppure c’è chi crede che crowdfunding è self-publishing siano il nuovo che avanza.

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Esperimenti sui blog

Due «esperimenti» in pochi giorni. Il primo, su questo stesso blog, è quello di ieri, dove il post dal titolo Riciclaggio creativo non è altro che la fotocopia di un mio precedente intervento, Liberi tutti, pubblicato agli esordi del blog e che non aveva ricevuto né like né commenti – un fiasco totale –. Eppure mi pareva un post interessante, dissacratore di una certa tendenza eccessivamente manualistica nell’affrontare in rete gli argomenti legati alla scrittura.

Devo ammettere che ai tempi della prima pubblicazione fui ispirato dal continuo rimpallarsi nei vari blog di scrittura di una miriade di discussioni riguardanti l’analisi delle trame, dei personaggi, dei punti di vista e di tutti quei temi legati alla buona scrittura che inflazionavano la rete, argomenti tesi alla creazione del romanzo «perfetto». Alzi la mano chi non si è fatto coinvolgere nelle varie discussioni di scrittura che ci siamo propinati l’un l’altro in un certo periodo del blogging. Potremmo definirla «l’epoca classica del blogger», quando si va alla ricerca di consigli per scrivere nel modo «giusto» una scena o un romanzo; o per crearsi una patina di notorietà e professionalità nella rete esponendo con competenza gli argomenti di scrittura, i famosi contenuti che ti innalzano ai vertici del blogging.

La mia reazione a tanto monocorde coro fu allora quella di ripensare il mio modo di presentarmi in rete, e viverlo parlando di argomenti più personali e leggeri, escludendo la teoria fine a se stessa – sempre generica, mai veramente utile – con l’esercizio costante nella scrittura che poi sfociò nel thriller paratattico, thriller che fu ripreso in seguito anche su altri blog che lo svilupparono in forme nuove.

Ma il post che scrissi allora non se lo filò nessuno. Riletto per caso l’altro giorno, mi sono chiesto se oggi, a distanza di tempo e con un numero ben superiore di lettori fissi, avrebbe generato maggiori risposte. Sembrerebbe di no, anche se qualcuno questa volta ha commentato.
La riflessione che mi si affaccia alla mente è duplice: primo, quel post – oggi come allora – ha qualcosa di «sbagliato», che non piace oggettivamente, non cattura, non fa venir voglia di commentare. Forse perché per come è costruito sembra una dichiarazione perentoria, che non lascia spazio ad aggiunte ulteriori? Può essere.
Secondo, nel frattempo gli argomenti in rete sono cambiati: i famosi consigli di scrittura sono stati erosi da post più personali, più interessati a far emergere la personalità del blogger anziché esporre solo contenuti di scrittura creativa in stile manualistico. Se così fosse, una piccola percentuale infinitesimale nel cambio di tendenza può averla generata anche il mio blog, che ha sempre creduto che un blogger è in sé più interessante e ricco degli argomenti che eventualmente tratta. E che articoli più leggeri, a volte anche soggettivi (lo ammetto, anche polemici e corrosivi, finanche dispettosi), ma mai asettici e impersonali, ci avvicinano di più che uno scambio perfetto ma asettico di consigli di scrittura, quando non sono addirittura pseudoconsigli di pseudoscrittura.

Comunque il modo di comunicare nei blog è cambiato o sta cambiando, stiamo entrando nell’«epoca contemporanea del blogger», e forse anche nel «blogging post moderno»: frammenti sparsi di autobiografia che vanno a disegnare i contorni di un blogger sempre in mutamento, sfuggente, contraddittorio, mai oggettivamente identificabile.
Con buona pace del mito dei contenuti.

Il secondo esperimento, che non è altro che un esempio concreto che permette di passare dalla teoria alla pratica nella scrittura (e anche nella lettura) lo trovate sempre oggi nel blog Scrivere per caso di Michele Scarparo, dove in queste ore sta avvenendo una gara di dialoghi letterari. Dovete leggere i dialoghi lì presentati in forma anonima, alcuni di scrittori affermati altri di gentaglia come noi, e votare quelli che per voi sono i migliori. Un po’ come le votazioni ai gazebo del Pd. Primarie dialoganti. C’è tempo fino a lunedì, io voto Antonio…

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