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Nella mia borsa

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Ridondanza e mercato, ecco due parole che non si parlano, anzi si detestano.

Ridondanza. Vediamo che cosa c’è oggi nella mia borsa: il libro che sto leggendo (questo non manca mai), una moleskine per gli appunti, un’agendina per gli appuntamenti (sempre intonsa, non ho relazioni sociali insignificanti), un telefonino vecchio tipo, il Kindle (sempre carico anche se non l’uso mai), l’iPad con tastiera esterna, dovessi scrivere qualcosa di un po’ più lungo e articolato come sto facendo ora, penne di vari colori, una matita. Non manca neppure la macchina fotografica, non si sa mai quale bellezza potrei incrociare per la strada, se poi me la perdo ci rimango male. Come lo definireste voi? Eccessivo, quindi ridondante? Più probabilmente peso inutile da portarsi appresso. Questo è l’armamentario dell’uomo pseudo moderno, cioè il sottoscritto: considerate che sono arrivato alla pratica «erotica» di mettere l’iPad sulle ginocchia come piano di appoggio per fogli di carta da vergare a penna. Devo avere impressionato la ragazza seduta a fianco che sgranava gli occhi al mio uso creativo della tecnologia…

Mercato. Uno smartphone per fare esattamente le stesse cose, e molte altre.

Mercato vuol dire economia, eliminare tutta l’inefficienza ridondante. Nelle fabbriche come nella mia borsa. Girando con uno smartphone al posto della borsa potrei fare lo stesso, c’è la tecnologia per fare tutto di default. Perché allora mantenere in vita questa ridondanza? Perché un libro non è esattamente un Kindle, e un Kindle non è esattamente uno smarthphone; perché una penna non è esattamente una tastiera esterna e una tastiera esterna non è esattamente la tastiera del telefono; perché una macchina fotografica non è esattamente la fotocamera di uno smartphone; perché la carta non è esattamente il foglio digitale.

La natura è ridondante, l’uomo stesso è ridondante. Poco efficiente, molto fantasioso, bisognoso del superfluo. In natura si chiama biodiversità. In una foresta, ma anche in un giardino, troverete molte specie che convivono l’una di fianco all’altra. Così avviene nella mia borsa.

Non so perché ma tutti i miei conoscenti che girano solo con lo smartphone alzano la testa per dirmi che hanno letto solo il libretto di istruzioni dello smartphone. Poi la riabbassano e riprendono a giocare sul telefonino.

 

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La non scrittura di Michele

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«Qualche sera fa riflettevo sull’importanza di quella cosa che gli americani (sempre loro!) chiamano backstory. In effetti l’insieme dei retroscena di una storia, retroscena che però non trovano posto tra le pagine se non per rimandi e allusioni, è quello che “fa” davvero il libro. Ok, la scrittura. Ok, la trama. Ok, l’uso della lingua. Ma quello che aggancia il lettore è proprio tutto quello che lo scrittore NON scrive: è lì che chi legge deve fare lo sforzo e attivare la propria immaginazione, ed è quello il momento in cui davvero il lettore si proietta all’interno della storia, colmandone i buchi con immagini di sua scelta. Immagini, giocoforza, che gli saranno gradite e che quindi gli renderanno tutto il resto piacevole.
Vista così, la scrittura diventa una specie di “negativo” di una storia. Lo scrittore compone “il soverchio” per dirla con Michelangelo, lasciando al lettore il compito di immaginare la sua statua».

Questo è quanto scriveva Michele Scarparo qualche tempo fa sul mio blog riguardo al valore della non scrittura.

Nei giorni successivi abbiamo provato a mettere in pratica la sua osservazione, partendo da un brano dato che però non è riuscito a farci esprimere al meglio l’indicazione narrativa. Ho riflettuto sul motivi del fallimento, e sono arrivato alla conclusione che quel brano, il famoso thriller paratattico, narra una storia «carica» di trama, dove non ci sono punti di inserimento del non detto. Insomma, le parole si compattano in un blocco unico e non c’è spazio per allusioni, richiami, storie precedenti.

Per poter avere «il negativo» di una storia, come dice Michele, occorre invece che la storia principale sia minima, praticamente inesistente. Se la storia è fatta di niente (un uomo e una donna in gioventù hanno avuto una fugace relazione, si ritrovano per caso nello stesso albergo dopo quarant’anni con le rispettive famiglie, hanno un breve dialogo imbarazzato dove emerge che il passato ha o non ha lasciato traccia di questa esperienza di gioventù), ecco che allora la possibilità del non detto, del non scritto, dell’allusione, può diventare il protagonista della storia. Cioè si può alludere alla relazione, ai sentimenti che ha suscitato, senza mai dire che sono stati amanti, senza descrivere dove e come hanno vissuto questa esperienza comune in gioventù. Credo che l’affermazione di Michele diventi in questo caso narrativa di alto livello. Ma voi le sapete scrivere le storie fatte di niente, che non vuol dire storie scritte male?

Provate a scrivere l’incipit di questa, mettendo un’allusione, un non detto nelle prime parole, nella prima immagine. L’effetto potrebbe anche sorprendervi.

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Bisognerebbe scrivere un’altra storia…

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Non amo i thriller, c’è già abbastanza violenza intorno a noi, fisica e verbale, per sentire la necessità di occupare il tempo di lettura con ammazzamenti e serial killer. Eppure la storia che voglio proporvi oggi, sperando che ispiri qualcuno di voi amante del genere, riguarda proprio un serial killer.
Diciamo allora che ci troviamo in una piccola cittadina, in Italia o all’estero, dove non succede mai niente. L’investigatore di turno è pressoché disoccupato. Qualche caso di droga, violenze domestiche, furti. In una parola, la routine.
Però una mattina viene trovato cadavere un cinquantenne, uomo agiato, senza macchia. Un professionista stimato (pensate voi a qualche professione che vi aggrada). Freddato con un colpo alla nuca. Debiti? Donne? Macché, non si sa. Interrogatori che non portano a nulla e il caso è messo in soffitta.
Dopo sei mesi altro delitto. Anch’egli cinquantenne, ma questo è un balordo. Stessa modalità di esecuzione, però. Colpo secco alla nuca. Malgrado si pensi a qualche regolamento di conti le indagini non portano a niente che giustifichi l’esecuzione. Il nostro detective prova a mettere in relazione i due morti, ma a parte che sono nati nella stessa via non c’è altro che li unisca negli anni. L’esecuzione è molto simile, ma potrebbe essere solo una coincidenza. Anch’essa viene schedata come caso irrisolto. Ma quando sei mesi dopo è una donna cinquantenne a morire sparata alla nuca, e no. Qui c’è qualcosa di seriale. Anch’essa è nata nella stessa zona degli altri due, e poi al funerale c’è qualcosa che attira l’attenzione dell’investigatore: è venuta qualche ex compagnia di classe delle elementari a dare l’ultimo saluto. Tutta gente sui cinquanta. Scatta una scintilla: i tre morti ammazzati erano compagni di classe alle elementari. Coincidenza o punto di partenza?
Recuperata la lista degli altri ex compagni di scuola, emerge che ci sono state altre morti, negli anni e in altre città, è sempre con la stessa dinamica omicida. Esecuzioni che però si perdono indietro negli anni, e che solo adesso si fanno più ravvicinate. Mai messe in relazione però. Il detective parla con alcuni di loro, teme che possano essere vittime potenziali di un serial killer «scolastico». Ma il movente? Furto di merendine?
A parte che il detective si può anche innamorare di qualcuna delle interrogate, l’indagine non sembra approdare a nulla. I ricordi dell’infanzia sfumano, spesso non rammentiamo nemmeno il nome del nostro compagno di banco dopo tanto tempo.
Un giorno però in tv o sul giornale legge di un tale dalla memoria prodigiosa. Ricorda tutto come se fosse successo cinque minuti fa: date, fatti, parole. Esistono queste persone, e vengono studiate. Nel servizio televisivo una cosa però colpisce il nostro protagonista: «Non dimentico mai il male ricevuto, è come se mi venisse inferto per l’ennesima volta, con la stessa intensità della prima. Una vita d’inferno». E se il serial killer fosse un caso simile? Una persona apparentemente normale, ma che se ha subito un sopruso a scuola da piccolo non lo ha dimenticato e trova solo oggi il modo di scatenare tutta la sua rabbia repressa che allora dovette immagazzinare in qualche meandro del cervello? Un’ipotesi così strampalata da farlo scambiare per matto. Gli interrogati però sono reticenti, qualcosa che aveva avuto a che fare con bullismo e soprusi c’è stata nei corridoi della scuola. La psichiatria può dare poi risposte credibili? Chi potrebbe essere degli interrogati quello che nasconde una memoria tanto prodigiosa e pericolosa? Come attirarlo in una rete, come fare per farlo uscire allo scoperto, usando magari la donna con cui ha una relazione come preda? Eh, ma non posso dirvi tutto io… Alcuni fatti li ho messi in fila per voi, altri dovete pensarci da soli. Chi di voi offre di più per questa bozza di romanzo? Base d’asta cento.

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Pensiero stupendo

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«Vendere un’idea è ancora più importante che averla, un’idea. In ogni ambito. Dalla letteratura all’arte, dal cinema al giornalismo». Non lo dico io, non prendetevela con me. L’affermazione, più vera che falsa ahimè, è di Wanda Marra.

Che sia più vera che falsa questo sì lo dico io, perché in giro – anche sui social – sento parlare più di marketing che di idee. Anzi, di idee se ne parla poco, e quando se ne parla, chi ne parla è démodé, sembra un extraterrestre, pare un pirla.
Tra gli scrittori poi, mi riferisco soprattutto a chi si autoproduce o giù di lì, sembra che vendere sia tutto, o quasi. Marketing di qua, strategie di là. Vendere, ecco il verbo. Non scrivere. La scrittura è un’azione secondaria, marginale, fessacchiotta: il libro è un dato di fatto scontato, non è la variabile indipendente, l’elemento che fa la differenza tra chi è scrittore e chi semplicemente vende qualcosa.

Però è paradossale. In un certo mondo, quello della scrittura, il marketing è visto come il demonio. Si fa di tutto per far capire in giro che noi non siamo di quella genia lì, non siamo avidi venditori, che non è il conto economico il nostro credo, che il break-even point del libro non è la nostra religione. E poi sbaviamo per gestire il marketing del libro – chiamarla vendita fa un po’ schifo –, e il blog e il sito e la pagina Facebook e l’account Twitter e le recensioni amiche e le presentazioni e il brand, tutto deve contribuire non all’idea, che anzi se è minuscola e insignificante è meglio. Di più, l’idea è controproducente, è l’ostacolo al successo, meglio che non ci sia. Credimi, è un intralcio, è la zavorra nell’attività di vendita, rischia solo di confondere il lettore e niente più.
Invece vendere il libro prima di avere scritto il libro, questo vuol dire essere scrittori. Di più: vendere lo scrittore senza che abbia mai scritto niente, al resto si penserà in seguito, se proprio si dovrà. E c’è qualcuno (l’avrete incontrato pure voi, ammettetelo), che elenca le azioni di marketing compiute nel 2015 in vista del libro che scriverà forse entro il dicembre del 2016.

Quasi quasi mi ci butto anch’io a vendere, che di scrivere, di avere idee non ne ho poi tutta questa gran voglia, che è una fatica inutile. Scrivo il titolo, metto un’immagine accattivante in copertina, quattro righe di quarta, dedica (la dedica è importante), biografia di me (poca roba per non appesantire, giusto per dire che ci sono anch’io dentro il progetto), fascetta promozionale rigorosamente rossa, prefazione, postfazione, note. Pure l’indice ci metto, mi voglio rovinare. E poi, se un esperto molto esperto mi aiuterà, in mezzo a queste cose ho proprio voglia di piazzare centocinquanta-duecento pagine bianchissime, immacolate, postmoderne. E poi tanto, tanto marketing, con la pagina Facebook del libro, dove ti dico com’è come non è, come sarà, come vorresti che sia. Ma sì!, non facciamoci mancare niente, anche il dialogo aperto e costruttivo con i miei duemila, tremila, cinquemila perché no, lettori che mi seguono affezionatissimi, che vogliono sapere, capire, sbirciare dalla serratura come sta venendo questo po’ po’ di libro, aiutandomi anche a modificarlo in corso d’opera. Potrei quasi scrivertelo in diretta, in streaming su Youtube come i cinque stelle. Con telecronaca incorporata: ecco l’autore che si accinge al primo capitolo, apre il file, scrive una riga – che incipit! – ma che fa, lo cancella?, che coraggio, che prestazione, che disperazione, che arte.

Tu dirai che non va bene, che non è serio, che non si fa così. Ma guardati attorno e dimmi se non vedi tutti i giorni qualcuno che ti vende qualcosa che non c’è. Si può con tutto e i libri no?

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Semplice e necessario

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Uno scrittore dovrebbe vivere di parole. E non intendo dire che deve andarsele a cercare solo quando gli servono per qualche scopo narrativo. A me capita a volte, e spero capiti anche a voi, che siano loro a prendere l’iniziativa, e vengano spontaneamente a trovarti.
Qualche tempo fa leggendo non ricordo più che cosa, sono rimasto affascinato da due aggettivi buttati in una frase: semplice e necessario. Istintivamente me li sono segnati su un quadernino che mi porto sempre dietro, dicendomi che erano proprio l’ideale per finire sul mio blog. Già, ma come? Perché mai due parole banali, anonime, generiche dovrebbero servirmi per dire cosa? Lo ignoravo, ma le ho segnate lo stesso, non si sa mai.
Questa è un po’ la mia filosofia di lavoro. Tu metti in saccoccia, poi si vedrà se serve o no. Ma l’idea che poi ti serve e tu non sai più quali erano e che fine abbiano fatto mi devasta.
Così sono rimaste in stand-by per qualche settimana.

Poi improvvisamente un giorno uno mi chiede: com’è che dovremmo scrivere? Quand’è che una scrittura è buona?
Lo farei internare anche se la domanda resta valida. Così a bruciapelo, da mezzo metro e senza il tempo di difenderti non è corretto. Però mezzora prima avevo sfogliato il mio quaderno. Una scrittura è buona quando è semplice e necessaria, gli rispondo.
Mi ha sorriso, se n’è andato soddisfatto, penserà che io sia un genio, forse mi sottoporrà i suoi scritti, mi ha detto che questa se la segna. Segna, segna, che un giorno potrà tornarti utile.

Rientrando a casa ci pensavo: davvero una scrittura è buona se è semplice e necessaria? Più ci rifletto e più mi convinco che quelle due parole la sanno lunga in fatto di scrittura.

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Imperdibile

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Nel mondo editoriale, l’aggettivo imperdibile qualifica l’opera letteraria di nicchia, considerata di rottura da critici e lettori, anche se con motivazioni opposte.

A imperdibile spesso si associa, in antitesi ossimorica, introvabile: libro imperdibile ma introvabile. Implica l’esistenza di lettori colti, dediti per vocazione alla caccia di tesori letterari spariti come meteore dalle librerie, e diventati per questo fatto chimerici, data la loro breve vita commerciale.
Consigliata la ricerca del libro imperdibile nelle bancarelle dell’usato. Da pagina 20 in poi risulterà stranamente come nuovo, mai toccato da mani umane.

Per estensione, imperdibile indica anche l’autore di un discreto numero di libri chimerici. Scrittore imperdibile: definizione da usare in società per dare l’idea che non l’abbiamo letto, ma lo teniamo in grande considerazione.

Occorrerebbe sviluppare un localizzatore satellitare di nicchia dedicato ai libri introvabili, affinché non diventino imperdibili.

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Epifanie per scrittori

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L’argomento di oggi è serio, ma serio veramente. Userò quindi poche parole, lasciando soprattutto a voi, se vorrete, le riflessioni più appropriate.

Scorrendo vecchi appunti ho ritrovato la descrizione di un fatto che si è trasformato immediatamente in una intuizione assoluta, in un’epifania.

Questa apparizione inaspettata porta la data del 2 novembre 2014, più di un anno fa, quando come tanti vado a visitare i miei cari al cimitero. Dovete sapere che a Milano, al centro del cimitero Maggiore, vi è un’enorme costruzione a forma di piramide. E proprio lì, mentre mi aggiro tra i marmi freddi incisi con i nomi dei morti «sento il vagito di un neonato amplificato dall’enorme cubatura vuota. Sente la presenza dei morti? Piange per la propria vita?». L’accostamento tra neonato e morti, il suono di un vagito flebile che si amplifica a dismisura in quei luoghi, percorrendo i corridoi, girando gli angoli, rimbalzando sulle pareti fredde, mi è parso un segno ignoto di qualcosa di noto. Direbbe Joyce, un dramma minimo.

Non so se sono riuscito nell’intento di trasmettervi la sensazione che ho vissuto. Credo però che uno scrittore che non possieda geneticamente un istinto per intercettare le epifanie, non avrà poi molto da raccontare del reale.

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