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Bisognerebbe scrivere

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Bisognerebbe scrivere un raccontino di due-tre pagine sulla diversità che esiste tra uomini e donne in tema di riduzione fisiologica delle capacità procreative e sessuali. Argomento vecchio come il mondo, ma che finora non ho visto narrato in forma letteraria. Potremmo intitolarlo, in via provvisoria, Storia di Andro, storia di Meno.

All’inizio i due, marito e moglie, hanno 50 e 48 anni.
La narrazione dovrebbe procedere in modo oggettivo, evitando sviluppi psicologici – Andro e Meno sono solo dei tipi, non dei personaggi –, e con poca aggettivazione.
Per inquadrare meglio il tono della narrazione può essere utile avvalersi di un dizionario medico. Per esempio, il DeAgostini alla voce andropausa dedica dieci righe di testo. L’analogo femminile occupa invece tredici righe, ma arricchite da una tabella sui sintomi della menopausa con ben 24 voci.

Se Andro può essere affetto da problemi prostatici, minore intensità erettiva, deficienza eiaculatoria, irritabilità e depressione, Meno deve fronteggiare quotidiane emicranie, palpitazioni cardiache, sudorazioni notturne, vampate di calore, vertigini, ansietà, incapacità di concentrarsi, disturbi del sonno, modificazione dell’umore, perdita della sicurezza di sé, perdita di memoria recente, tristezza, pianto immotivato, mancanza di stimoli sessuali, incontinenza, prolasso sotto sforzo, secchezza vaginale, comparsa di peli sul volto, dolori muscolari e articolari senza ragione, secchezza cutanea, formicolii, alterazione della pelle. Poi dicono che donna è bello.

Già solo dalla differenza quantitativa di queste elencazioni, tra le righe del racconto dovrebbe passare l’idea che per l’uomo l’andropausa è una formalità della vita, per la donna la menopausa un calvario evangelico. E per rafforzare il concetto: per l’uomo è una formalità della vita spalmata tra i cinquanta e i settanta, per la donna è un trauma che si consuma nell’arco ristretto di due-tre anni. Tutto questo dovrebbe essere trasfuso nelle pagine del racconto, possibilmente in chiave comica.

Da una parte quindi la diversa frequenza sintomatica che colpisce Andro e Meno; dall’altra l’arco temporale della storia che si svolge in vent’anni, per ritrovare la coppia settantenne finalmente alla pari: andropausa e menopausa concluse per entrambi. Solo che Meno ha raggiunto il traguardo con diciott’anni di anticipo rispetto al marito. Di cui nel frattempo si è anche dovuta occupare. Poi dicono che donna è bello.

Interessante sarebbe raccontare la storia al futuro, anziché al passato: partendo dall’oggi e sviluppandola in avanti a tappe prima mensili, poi annuali, se non per lustri. Chiaramente Meno correrà all’inizio, tra i 48 e i 50, per poi stabilizzarsi e aspettare l’arrivo di Andro, il quale nel frattempo sarà anche riuscito a farsi l’amante, perché no, tra i cinquanta e i sessantacinque.

La prosa potrebbe basarsi su un continuo ping pong paratattico o semiparatattico del tipo: «Oggi Meno ha l’emicrania, una fastidiosa emicrania che le svuota la testa. Andro è scocciato perché non può più vedere la Champions in chiaro.
Due mesi dopo Meno ha una forte emicrania che le svuota la testa e un senso di vertigini che non aveva mai provato prima. Andro pensa di abbonarsi a Sky.
Quattro mesi dopo…».

Stesura consigliata soprattutto ai maschietti per calarsi nei problemi dell’altra metà mela. È un consiglio medico di Helgaldo. Leggere attentamente le avvertenze, possibili effetti collaterali, non somministrare ai bambini.

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Appunti da scrittore (3000 copie)

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Esistono individui governabili e altri ingovernabili. Il discrimine non è originato da rapporti di forza o di sicurezza, di ricchezza o di potere.
Operai Fiat anni 50 ingovernabili venivano messi in edifici speciali (Interporto di Nola) a non far nulla.
Il potere, quale esso sia, uccide i governabili (basta niente) e isola gli ingovernabili (bastano spazi ridotti, dato l’esiguo numero).

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Mi piace, non mi piace il personaggio

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Così come del maiale non si butta nulla, allo stesso modo il post di ieri – Mi piace, non mi piace – va sfruttato fino in fondo per creare personaggi.

Innanzitutto una considerazione per noi che abbiamo partecipato ieri, e un invito per gli altri che non hanno fatto in tempo, e che potranno aggiungersi oggi, ma anche provarci per conto proprio in futuro: stendere una lista di ciò che ci piace e non ci piace è uno dei modi più veri per esprimersi e raccontarsi al cento per cento.

All’inizio forse non era chiaro cosa volessi da voi. Ma è bastato un commento o due, e la regola del gioco è stato subito applicata: dire che cosa piace o non piace senza doverlo giustificare, come in un elenco della spesa. Motivare sempre quello che pensiamo, crediamo, speriamo non lo rende infatti più vero, casomai il contrario. Capita nella vita, ma soprattutto capita spessissimo nella letteratura. Parlando di personaggi, quello che sento dire è sempre e solo una cosa, anzi quattro: devono essere credibili, non devono essere marionette, quello che fanno dev’essere giustificato, la psicologia del personaggio.
Mi sembrano ossessioni da principiante, che producono proprio quello che vorrebbero evitare, cioè il personaggio-burattino che si muove solo se è motivato dall’interno. Invece un personaggio credibile si costruisce soprattutto dal di fuori, da quello che si vede di lui, da come vive, da cosa fa.

Per esempio ieri ho comprato una quantità industriale di dolci, che conto di sbafarmi allegramente. Non ho motivato il mio acquisto: mi sento triste e solo? Bar Rafaeli si è sposata con un altro invece che col sottoscritto? Carenza di zuccheri? Di carezze? Intanto che voi fate le vostre ipotesi da scrittori, i dolci non ci sono più e io sono tornato alla carica con l’acquisto del salato.

Nel post di ieri, però, ho trovato che se tutti noi siamo accomunati dall’amore per la scrittura siamo anche unici per tutto il resto. Ognuno ha mostrato l’istantanea di se stesso, un’istantanea che non lo racconta totalmente, è ovvio, ma lo racconta in profondità. Andate nella sezione Chi sono di un qualsiasi blogger (non fatelo con me perché non esiste) e vi renderete conto di quanto sbiadite e false siano le parole che si usano per descriversi. Parole che invece di mostrare, nascondono il blogger. Il mi piace, non mi piace è invece molto più sincero, vero e dinamico (e anche scritto bene), proprio perché non punta l’attenzione sulle motivazioni e sulla psicologia che, l’avrete già capito, vorrei debellare dalla vostra testa, almeno in letteratura. Quindi bravissimi, e grazie di esservi esposti in modo così profondo e allegro. E ora parliamo del maiale, cioè di come si crea un personaggio a partire dal mi piace non mi piace.

Credo che però l’abbiate già intuito. Bastiamo già noi cinque o sei con i nostri gusti e retrogusti per creare personaggi positivi, negativi, parzialmente negativi, parzialmente positivi. Basta combinare, intrecciare, fondere alcuni dei nostri gusti con quelli altrui, superando così i confini della nostra limitatezza.

Per esempio, posso creare un personaggio positivo a cui piacciono sì i cannoli siciliani (questo sono sicuramente io) e che si scalda al sole della Grecia, scrivendo pensieri oziosi su un quaderno ancora vergine. Già questo vi aiuta a vedere il mio protagonista. Ma grazie e voi ho scoperto che inoltre si sveglia presto al mattino per curare le sue piante, e nel pomeriggio inoltrato va alla marina ad ascoltare i racconti degli anziani. Questo non l’avrei mai potuto pensare se non vi avessi invitato a questo gioco. Questo personaggio potrebbe essere un anziano professore in pensione, trasferitosi su un’isola greca da anni, con una vita alla Pereira. Ma che potrà mai succedergli a un personaggio siffatto? Un incontro, certo. Magari con un ragazzo che mischia caratteristiche positive e negative tra quelle che avete prospettato. Con in sottofondo la crisi economica greca. Quasi quasi lo scrivo davvero questo romanzo, perché ho già intuito che si tratterà di un romanzo. Una vera miniera di sentimenti, esistenze, spunti l’archivio personaggi a disposizione di tutti noi, di voi che leggete. Vi pare poco?

Per chi si ponesse all’ascolto solo adesso, vi ricapitolo il maiale.

Mi piace

Il cannolo siciliano; quando i bambini si comportano da grandi; iniziare un nuovo libro; prendermi in giro da solo; stirare guardando un film; la punteggiatura; scaldarmi al sole; fare la spesa; Cinema Paradiso; gli scrosci di pioggia mentre leggo alla sera; perdere tempo in libreria; correre al parco; il latte di mandorla; leggere in treno; le foglie in autunno; il Requiem di Mozart; camminare in montagna; le donne che non se la tirano; il profumo dell’erba appena tagliata; I Promessi Sposi; il primo sorso di birra; i quaderni ancora vergini; ridere; scrivere un pensiero su un foglio di carta; leggere i giornali; il caffè appena alzati; Mafalda; il salone del libro di Torino, il gelato al pistacchio, avere la casa in ordine, andare dal parrucchiere, leggere in spiaggia, le tartare di carne e pesce, stare con i nipoti, fare la blogger non figa, scrivere, la Valtellina, Cortona, la chianina di Cortona, le ballerine (scarpe), i miei occhi, Real time tv; gli anni 80; il cioccolato, odorare i libri nuovi, il caleidoscopio, i fuochi d’artificio, il rumore della pioggia sul davanzale, nuotare, ascoltare i racconti degli anziani, giocare a ruzzle, lavorare a maglia, rendermi utile, il mio sorriso, svegliarmi presto al mattino, stare in tuta, i temi d’italiano di mio figlio, il mare di San Vito Lo Capo, curare le piante, l’ordine, la primavera, l’odore dei pop-corn, ascoltare la musica con le cuffie, chiacchierare al telefono, chiacchierare in genere, la notte; mio figlio; correre al parco e rotolarmi nell’erba; andare sull’altalena; il mare soprattutto in inverno; fare i pupazzi di neve; andare a cavallo; cantare; camminare sotto la pioggia e se non piove, camminare mi piace lo stesso; leggere; l’alba; il profumo del caffè; le favole della buonanotte; le coccole; la pizza e le patatine fritte; il rumore dei miei pensieri; sperare; scoprire le coperte al mattino, cosa bolle in pentola, un posto nuovo, qualcosa che non conoscevo; guidare la sera; l’odore della benzina; ascoltare e osservare la gente; insegnare ai bambini; scrivere; il Natale e la famiglia riunita; la musica; le promesse mantenute; i segreti; gli amici; viaggiare; le possibilità; guardare le nuvole; i colori; la fantasia; il sole arrivato di sorpresa; l’alba sul lago vista questa mattina; le fusa del gatto; le coccole del cane; essere a metà di un libro che mi piace un sacco; avere delle ore libere senza verifiche da correggere; la poltrona comoda; il panino mangiato a pranzo; il colore delle foglie dell’acero; la pasta per la pizza che sta lievitando; un racconto da iniziare a scrivere; un libro in mano; il gelato; il cioccolato fondente; i vulcani; stelle e pianeti; tutti gli animali (e stimo i gatti); sfornare il pane che profuma tutta la casa; le stagioni (anche le mezze); trovare National Geographic nella cassetta della posta; “Strano ma vero” sulla Settimana Enigmistica; mio padre che mi porta ancora Topolino ogni settimana; il mio fidanzato con la muta da windsurf; il rugby; passare il Natale da mio fratello a guardare film horror in mutande; ricevere cartoline; la pasta e la verdura; le cose da nerd; i temporali; i siti archeologici; la birra; i quaderni a quadretti; le matite colorate; progettare un nuovo viaggio; i Simpson; trovare monete nelle tasche dei giubbotti dell’anno scorso.

Non mi piace

L’avarizia; i selfie; il congiuntivo; l’alta velocità; il commercialista; il whisky; i blog di scrittura che puntano sui contenuti; fare una visita medica; Facebook; parlare in pubblico; il fegato cucinato in qualsiasi modo; il Salone del libro di Torino; le filosofie spicciole alla Steve Jobs; quando i grandi si comportano da bambini; Harry Potter; lo sport agonistico; mangiare da MacDonald’s; il marketing della cultura; gli smartphone in mano ai ragazzini; Oliviero Toscani; gli scrittori allo Strega; Renzi e tutti gli altri; Expo; la Ferrari; le botte agli operai; io ho ragione tu hai torto; le saghe fantasy; fare shopping; la domanda di rito in fondo ai post; quelli che amano gli animali e odiano i loro simili; i film horror; quelli che argomentano per punti; la bestemmia, i tacchi alti, gli abiti firmati, la volgarità, il tubetto del dentifricio lasciato senza tappo, mangiare a letto, la musica dei cantautori, i tailleur, la donna troppo truccata, il pregiudizio, il lifting, i tatuaggi, chi si fa i fatti degli altri, le catene di Sant’Antonio, l’ipocrisia, leggere a letto, il caldo eccessivo, il Carnevale, aspettare chi è in ritardo, le fiction con Gabriel Garco, la biancheria che non si asciuga in inverno, le auto di grossa cilindrata, chi butta le carte dal finestrino mentre guida, l’oroscopo; programmare; restare tutto il giorno a casa; la violenza; le persone che urlano; chi ha sempre ragione e chi ha sempre torto; le apparenze; la confusione; i cavoli e i pomodori; la morte; perdere fiducia in me stessa e negli altri; non sentirmi all’altezza; dovermi adeguare per forza; rinunciare; perdere tutto quello che ho scritto al computer e dover ricominciare daccapo; essere disturbata mentre sono concentrata a fare qualcosa; dimenticare; piangere in pubblico; mangiare troppo; chi sa sempre tutto; chi ti scavalca mentre sei in fila; il datore di lavoro che approfitta dei dipendenti; le tasse e l’aumento degli abbonamenti; i treni in ritardo; non saper disegnare; il buio; il tempo perso e quello sprecato; avere paura; perdere chi amo; le mamme che criticano i figli altrui per sentito dire; le programmazioni ancora da scrivere; le graduatorie scolastiche che vanno rifatte; un’attesa che pesa ogni giorno di più; il pelo del gatto in ogni angolo; i panni da lavare; la carne di animali che non siano mucca maiale; la scarsa empatia turistica dei liguri; il marketing spinto; le milanesi che se la tirano; i bambini che dicono ciccione a un bambino più tondetto; i gruppi omologati; mettere la crema solare protezione 50; chi mette zizzania sul lavoro; aspettare in coda; fare la spesa; stirare e le altre faccende domestiche; litigare; la folla; la pubblicità in tv; la pubblicità al cinema (mi piacciono i trailer); la puzza del depuratore del Lambro portata dal vento; quelli che puzzano come il depuratore del Lambro per fare gli alternativi; chi ti fa un favore per dire in giro quanto è bravo; chi ti parcheggia nella portiera; condividere l’ascensore con sconosciuti.

Ce n’è a pacchi di personaggi in questi elenchi, basta saccheggiarli, non credete? Se poi volete aggiungervi all’archivio sapete come fare.

 

 

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Persone e personaggi

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Lo dicono anche i manuali di scrittura che per creare un personaggio credibile si può anche partire da una persona reale. Si tratta poi di camuffarne l’aspetto e le caratteristiche fino a renderlo irriconoscibile e interessante. Lo sappiamo tutti, infatti, che fotocopiare una persona reale in un romanzo, a meno che non sia un personaggio storico, è infruttuoso se non nocivo. Forse è nocivo anche per un personaggio storico. Meglio mischiare bene fantasia e realtà per non rischiare il ridicolo (e la denuncia da parte dell’interessato).

E allora io per vendetta – o per amore – nei confronti dei miei colleghi di lavoro, mi sono fatto una scheda personaggi per ognuno di loro, e li ho messi in stand-by per riesumarli all’interno di una storia il giorno in cui avessi la malaugurata idea di rimettermi a scrivere per davvero. Poi si può scendere in strada e aggiungere il vigile, il panettiere, il ragazzo col cane che ti chiede un euro.

Ma che cosa ho scritto in queste schede? Qualcuno in passato mi ha chiesto se potevo «mostrare» come archivio i miei personaggi. Ora, non tutti i personaggi arrivano dal mondo reale, ho schede anche di gente immaginaria che un giorno potrebbe tornarmi utile. Se il mio personaggio è un angelo innamoratosi del diavolo è improbabile, anche se non impossibile, che lo possa incontrare alla macchinetta del caffè in ufficio. Di solito incontro diavoli travestiti da angeli, tutt’altra categoria.

Voglio però restare nel perimetro dei personaggi tratti dalla realtà, oggi vi parlo di questo. Se lo faccio è anche per una voglia insopprimibile di vedervi lavorare. In fondo è venerdì, il weekend è ancora lontano. Perciò alla fine di questo post non siete esentati dal prendere un foglio di carta, buttar giù un collega di lavoro (se ancora un lavoro l’avete, amara considerazione) o di studio o quello che volete voi. Ma lasciate perdere i familiari, troppo vicini per esserne ispirati.

Dunque, il personaggio. Ve ne dò tre a caso, e poi vi dico la regola che seguo. Per me è utile, potrebbe esserlo anche per voi.

«Trentenne acerba in un corpo da ballerina classica, ha un portamento aristocratico e gusto nel vestire. Occhi glaciali, collo lungo e viso ovale, pettinata con uno chiffon, di profilo ricorda la regina Nefertiti».

«Una Barbie cinquantenne, non alta e dal girovita stretto che ne esalta i fianchi e le spalle ben tornite. Seni tondi e bene in vista, ma inaccessibili ai maschi in carne e ossa. L’abbronzatura aggressiva mostra qua e là, nello stress della pelle, gli anni che avanzano inesorabilmente».

«Dal corpo flaccido e lento, dal passo strascicato e dall’abbigliamento trasandato, è un sessantenne con un’aria da barbone, in parte riscattata da una folta chioma ben curata che lo eleva a bohémien anticonformista».

Come vedete nulla di trascendentale. Due righe due, che però un giorno potrebbero animarsi. Mi impongo in queste schede di essere sintetico fino all’osso (di solito i personaggi mi servono per un racconto e quindi l’economia delle parole è decisiva) e di privilegiare l’aspetto esteriore dell’interessato. Scavare nella psiche è già entrare in una narrazione, e le schede personaggi a mio parere devono fermarsi prima. Sono solo punti di partenza. Al momento giusto sapranno consigliarmi: «prendi me, prendi me», già ne sento il richiamo.

Quindi la descrizione è fisica. Però non è oggettiva. Scelgo una caratteristica, quindi privilegio la soggettività, l’elemento forte della persona, e lo spingo all’estremo. Quando arrivo in quel punto, ecco che pur in poche parole, la persona si trasforma in personaggio. Nefertiti, Barbie, un bohémien anticonformista. Ha già del potenziale narrativo, eppure sto lavorando su persone reali. Mi sono spiegato?

Ovviamente la scheda non nasce già così. Quelle due righe sono state viste e riviste innumerevoli volte. I miei personaggi stanno come in panchina, se chi è in campo si fa male, entrano e giocano subito, non serve riscaldamento.

Volete provare anche voi? Guardatevi attorno ora e datemelo in due righe. Ma due righe serie, mica parole buttate a caso.

E ora capite anche il perché dell’anonimato…

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I personaggi li hanno già presi tutti

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Qualche settimana fa ho incautamente dichiarato in questo blog che mi sarei rimesso a scrivere. Sono un blogger da racconti, e neanche troppo lunghi. Il romanzo non fa per me: troppo serio, troppo impegnativo, direi anche troppo inflazionato. E poi la mia creatività, se esiste, ha la taglia giusta per la narrazione breve.

Tuttavia, indipendentemente dal tipo di scrittura, se vuoi raccontare qualcosa ti serve un personaggio. Non dico che non si possa fare letteratura senza personaggi, qualcuno n’è capace (certi blogger ne sono capacissimi, possiedono una predisposizione naturale a narrare il nulla e il nessuno, che andrebbero studiati all’università); creare però un personaggio è quasi indispensabile per inserirlo poi in una trama, anche se minima.
E allora apro il portafoglio della mia creatività e non bado a spese.

N’è nata una donna, ha 21 anni, vive in un ambiente molto chic, è ricca da far schifo. Diciamo quindi che frequenta solo gente altolocata e periodicamente va dal chirurgo plastico per il tagliando. Non fa tutto da sola, è logico, ha tre schiavi al seguito che si occupano di lei. Schiavi che però, me l’ha puntualizzato subito, tratta quasi umanamente.

Le macchine sportive non le mancano quando vuole farsi un giretto in centro per lo shopping, una delle sue principali occupazioni. Borse Vuitton, scarpe Zanotti, abiti Gucci. I pretendenti in amore vengono presi in considerazione solo se portano in dote almeno un castello. Però dopo pochi giorni i soliti discorsi: e io ho un castello, e io ho una Ferrari, e io ho un campo da golf, e io ho una sala cinematografica nel tinello, e io ti sommergo di diamanti, la nostra povera ricca, che ha già tutto di suo, inizia ad annoiarsi e passa a un altro che la sappia anche far ridere (ma sempre con tutto quel po’ po’ di roba: precari e studenti fuori corso non ne vuol vedere, anche se la facessero ridere ventiquattr’ore al giorno. Anzi, in realtà mi ha confidato che non ha nulla contro costoro, ma è tale il suo tenore di vita che non saprebbe dove incontrarli questi marziani comunemente detti «la gente normale»).
E oltre allo shopping costoso che fa la signorina? Il un primo momento il panico, poi scava scava, il mio personaggio se n’è uscito con altre due belle occupazioni: dieci cani (di cui tre chihuahua) e tre cavalli. Be’, vuoi un ricco straricco senza equitazione al seguito?
Al personaggio serve però anche un obiettivo da raggiungere nella vita, lo dicono anche i manuali di scrittura. Detto fatto: un bel corso di recitazione, se non ci si annoia troppo e si studia poco, ma mi sa che mi annoio subito. Meglio se passo direttamente alla tv o alla moda. Poi un’illuminazione. Un calendario sexy come premio che mi faccio dopo il prossimo tagliando, tra un mese o due.

Io un personaggio così lo metterei, che ne so, sul treno dei pendolari Saronno-Milano Rogoredo all’ora di punta alle otto del mattino, mercoledì prossimo, per studiare come reagisce nel mondo reale degli umani. Onestamente mi pare una buona storia, voi che ne dite?

Ma non ho ancora finito di fare la domanda che mi ritrovo punto e a capo. Questo personaggio della fantasia l’hanno già preso. Si chiama Elettra Lamborghini, e sembra sia reale e viva dentro il teleschermo in qualche ospitata di Chiambretti.

Allora io mi dico: continua a fare il blogger, e lascia perdere questa chimera della narrativa. Rassegnati, dopo Achab i grandi personaggi della fantasia li hanno già presi tutti, per te non è rimasto nulla, tranne qualche precario e uno o due studenti a fine corsa.

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Tu e Lei

 

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Milano, Corriere della sera, 1968. Direttore, Giovanni Spadolini.

Un giornalista fresco di assunzione lo incrocia nei corridoi di via Solferino.
«Ciao, direttore!».
Sguardo perplesso di Spadolini.
Il giornalista: «Scusa, mi sono permesso di darti del  tu come si fa tra colleghi, posso vero?».
E Spadolini: «Faccia un po’ come crede lei…».

 

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Da che parte stare

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Sul blog di Salvatore Anfuso mercoledì scorso è «inaspettatamente» intervenuto il rinomato editor Giulio Mozzi, a proposito del fatto che l’articolo postato avesse proprio lui come argomento.

A un certo punto, tra frizzi e lazzi, ha buttato lì una frase talmente assordante nella sua sinteticità, che quasi tutti i presenti alla discussione hanno finto di non aver sentito: «Facciamo una distinzione – ha detto –: c’è l’editoria, e c’è la letteratura. A salvare la pelle agli editori ci pensino gli editori. Non è un problema degli autori. Analogamente: la letteratura non è un problema degli editori: è un problema degli autori». Bum! La frase era certamente riferita alla discussione, ma per come è stata scritta a me è parsa dotata di valore assoluto, di vita propria, ed è di questo che voglio parlarvi oggi.

La faccenda è delicata, e dai contorni indefiniti. Non pretendo né di conoscerla a fondo né di avere una qualche risposta in tasca.
Provo comunque a sciogliere l’affermazione di Mozzi mettendoci un po’ del mio nel tentativo di comprenderla io stesso. Posso sbagliarmi, e anche sonoramente. Anzi, facciamo così: dico la mia, magari per voi vuol dire tutta un’altra cosa, e avete la possibilità di scriverlo e correggermi.

In più di un anno che frequento i blog di scrittura, mi sono accorto che in generale l’aspirante scrittore si definisce come artista che fa letteratura e contemporaneamente desidera avere successo con il suo libro, cioè vendere. Per esempio Fabio Volo non è letteratura, è solo vendita di libri. Su questo tutti gli aspiranti sembrano d’accordo. Fabio Volo è editoria (salva la pelle agli editori), ma non letteratura. Non faccio invece nomi di grandi autori contemporanei, ché io leggo Manzoni e Boccaccio, e sono una bestia d’altri tempi. Però diciamo che ce ne sarà uno bravo e grande, e vende mille copie. Questo autore fa letteratura, ma l’editoria non vive dei suoi libri, anzi muore.
Non stiamo a dire che il best-seller alla Fabio Volo finanzia le vendite in perdita degli autori di qualità, sarà certamente vero e anche no.

Il punto è che quasi tutti gli aspiranti che setaccio in rete stanno scrivendo opere di genere. La maggior parte scrive male, ed è già un complimento. Fare letteratura non è certo il loro fine. Perdono ore per spiegarti come fare utenti per il proprio libro (usano la parola utente come nella pubblica amministrazione); parlano di trame a fiore, cipolla, carciofo; di marketing e di vendite; di reputazione in rete. Scrivono thriller, horror, fantasy, paranormal. Basta però guardare le copertine dei libri su Amazon (pubblicati da editori o in self-publishing) per intuire che non aspirano all’olimpo letterario. Quello che fanno è semplicemente editoria, cioè ancora Fabio Volo. L’unica differenza è che le vendite non volano.

L’altro giorno è uscito in contemporanea in tutti i Paesi del mondo il quarto capitolo della saga di Larsson, Quello che non uccide, scritto da David Lagercrantz, autore della biografia di Zlatan Ibrahimovic: certamente l’uomo con le carte in regola per continuare l’opera del defunto. Gli editori prevedono un successo mondiale e nelle interviste dichiarano che l’operazione è tutta di natura commerciale. Vuol dire quindi che alla gente che acquista questo libro (e mi verrebbe da dire anche i precedenti) non gliene frega nulla della letteratura, dei libri che formano le coscienze e quelle balle lì. No, si alimentano culturalmente con gli stessi ingredienti usati nei MacDonald’s. Nel loro caso la lettura non c’entra nulla con la letteratura come il Big Mac non c’entra nulla con la cultura del cibo.

Alla consapevolezza che esiste una separazione netta tra letteratura ed editoria prima o poi dovremmo arrivarci tutti, ognuno di noi dovrà fare i conti con questa dicotomia. Da autori pensiamo di fare letteratura, e invece produciamo bassa editoria. Da lettori crediamo di essere portatori sani di cultura, e invece ci alimentiamo a porcherie. Da recensori di libri puntiamo a fare i letterati, ma siamo semplicemente la longa manus degli uffici stampa editoriali. Ma noi, blogger cresciuti tra i libri e sempre con la penna in mano fin da piccoli, alla fin fine da che parte stiamo?

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Teste scatenate

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Scrivendo un romanzo, un racconto o un film può succedere – di regola succede – di trovarsi in un vicolo cieco. L’avevamo pensata così bene, e guarda invece dove siamo capitati. Andavamo spediti e a testa bassa, con le idee chiarissime grazie a una scaletta della Madonna, e dove siamo finiti? Col naso a due centimetri dal muro in una strada senza uscita che non c’eravamo nemmeno accorti di avere imboccato.
In questi casi sento dire sui blog e leggo nei manuali di scrittura creativa che bisogna invertire la rotta, fare qualche passo indietro (forse più d’uno) e cercare una nuova direzione per la storia. Controproducente dannarsi, più saggio sciogliere la tensione e ripartire da un punto precedente che ci permetta di prendere un’altra strada, che si spera conduca verso il finale della storia. Giusto? No, sbagliato.

In realtà godo nel sostenere tesi insostenibili. Però la magra esperienza che ho avuto con la scrittura creativa m’insegna che davanti a un ostacolo narrativo bisogna essere creativi. Per vedere la creatività in azione è però necessario un deficit di creatività: solo se siamo in difficoltà insormontabili e non sappiamo proprio come proseguire, quello è il momento giusto per far crescere la storia dal punto di vista creativo.

Essere creativi, si sa, è faticoso. Purtroppo porta a un dolore fisico oltre che morale (stavo per scrivere murale, da muro). Ne ho vista di gente chiudersi in una stanza per giorni e giorni pur di risolvere una storia bloccata, senza arretrare di un passo. E dopo qualche tempo, stravolta e trasfigurata, se n’è uscita dalla stanza vittoriosa, con una soluzione che mai ci sarebbe venuta in mente, una di quelle che fanno sobbalzare il pubblico di stupore e ammirazione. Ecco, io ho avuto la fortuna di assistere fisicamente all’epifania della creatività. E vi assicuro che ha i capelli arruffati, non certo messi in piega. Però se riescono a scatenarsi gli altri, posso farlo anch’io, quando e se capiterà.

Allora, intesi: quando nel vostro romanzo vi troverete in fondo a un vicolo cieco pensate a me, maledite Helgaldo, ma non tornate indietro. Prendete a testate il muro che vi sta davanti fin quando crollerà. Fa male, ma funziona. Sennò a che vi serve avere testa?

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Pronto soccorso per scrittori

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La libreria Feltrinelli in piazza Duomo a Milano ha riaperto i battenti da qualche mese, dopo essere stata chiusa al pubblico per parecchio tempo, causa lavori di ammodernamento. Il nuovo look nella disposizione dei testi prevede un’attenzione maggiore che in passato alle esigenze dei lettori, questa la buona notizia.
Infatti, se prima i libri erano collocati sugli scaffali in base alle tipologie classiche (narrativa, poesia, marketing, turismo, storia, cinema…), questa suddivisione viene ora affiancata e arricchita da altre aggregazioni, sorprendenti, in base a temi specifici.
Non la faccio lunga. Per esempio accanto alla sezione dove si annidano i libri di linguistica e di scrittura, ho scoperto essere nata, non so se momentaneamente o in eterno, una parte specifica denominata «Pronto soccorso per scrittori esordienti».
Il pronto soccorso in questione raggruppa una decina di libri scelti allo scopo, quello cioè di rianimare gli esordienti in difficoltà. Da notare che gli stessi testi si trovano impilati anche nella sezione «Scrittura». Però l’idea di proporli in base a un deficit da prestazione scrittoria è sicuramente meritevole.
Ma in base a quali statistiche di mercato e giudizi di valore si è giunti all’idea che mancava un defibrillatore per scrittori?
Ve lo confesso: il pronto soccorso per scrittori esordienti mi lascia perplesso, non credevo ai miei occhi quando l’ho visto. Avrei voluto immediatamente rivolgermi a un addetto in cerca di spiegazioni. Interpellare finanche il direttore della libreria.

Caro direttore, la ringrazio per il servizio che ora offre sul punto vendita ai clienti incespicanti con la scrittura, servizio teso al miglioramento dei pessimi romanzi in self-publishing e no che probabilmente l’è toccato leggere in spiaggia quest’estate. Però mi ha commesso un errore imperdonabile, certamente non per colpa sua ma di qualche suo collaboratore che l’ha mal consigliata. Vede, caro direttore, un conto è l’esordiente, un altro l’aspirante. L’esordiente magari è un pessimo scrittore, ma in libreria il suo libro l’ha già piazzato. Scritto bene, scritto male, ma non possiamo più intervenire. Ha già passato nei mesi precedenti il vaglio dell’editor e l’editore ha investito imprudentemente su di lui, sul suo successo. È come se lei volesse dare l’ossigeno a uno che è già morto. Troppo tardi, il pronto soccorso non serve più a meno che il libro non abbia venduto poche o niente copie e l’editore stia ricercando l’autore del flop per assestargli qualche buona legnata sulla schiena. Nel qual caso pronto soccorso sì, ma consistente in garze, cerotti, alcol e gesso.
Se proprio pronto soccorso dev’essere che almeno sia per l’aspirante. Con lui qualcosa si può ancora tentare. Anzi, le do un aiuto, per quanto mi è possibile.
Per quel che può diffondere Da dove sto scrivendo del suo credo editorial-sanitario, ché qui non viene molta gente, dirò a tutti gli aspiranti che hanno bisogno di un pronto soccorso sulla scrittura che esiste una lista di medicinali che trovate in questi giorni in Feltrinelli.

Scrivere per il teatro, Carocci
Come si scrive un giallo, Highsmiths
Scrivere giorno per giorno. Il diario, Zanichelli
Manuale di scrittura e comunicazione Zanichelli
Dizionario di stile e scrittura, Zanichelli
L’arte di riassumere, Il Mulino
Il sogno di scrivere, Cotroneo
Ricettario di scrittura creativa, Zanichelli
Manuale di scrittura non creativa, Roncoroni
Il mestiere di scrivere, Carver

Chissà se il pronto soccorso è aperto ventiquattr’ore al giorno solo alla Feltrinelli di Milano o risulta operativo in tutta Italia.

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Coniglio sbadiglio

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Per un quotidiano come la Stampa recensire un libro dedicandogli una pagina intera, significa che il libro è davvero importante o particolare. Il libro in questione, molto particolare, è Il coniglio che voleva addormentarsi, scritto dallo psicologo svedese Carl Johan Forssen Ehrlin con l’unico obiettivo di far addormentare i bambini semplicemente leggendolo. Un libro così noioso, ma così noioso che non si può restare svegli già a pagina 3. Infatti molti si addormentano a pagina 2.
I «duri» che non vogliono cadere tra le braccia di Morfeo in tempi rapidi sappiano che il testo ha una ventina di pagine in tutto. C’è quindi tempo per cullarsi con la storia, il cui finale resta ancora sconosciuto perché nessuno è riuscito a tenere gli occhi aperti fino alla parola fine.
Il libro, sempre secondo la Stampa, primeggia nelle classifiche di Amazon (The rabbit who wants to fall asleep, in inglese), ed è stato tradotto in una decina di lingue, italiano incluso.
A quanto si racconta il professorone addormentava con il suo tono di voce non proprio interessante sua madre appena apriva bocca. Da lì l’idea di mandare a nanna in tempi rapidi i bambini. Detto fatto, ha scritto la storia di Coniglio, Zio Sbadiglio e Gufo Assonnato, sperimentandolo su Leon, suo figlio, direttamente nel ventre materno, facendogli ascoltare la storia – si spera – con degli altoparlanti appoggiati sulla pancia della mamma e non in modo invasivo direttamente nella placenta. Sembra che Leon si addormenti appena sente l’inizio della registrazione, non gli rinfacci poi Ehrlin da grande di non essere un tipo sveglio.
Non farò della facile ironia su questo libro (tra l’altro un estratto su Amazon nel momento in cui scrivo non è disponibile. Peccato, l’avrei sperimentato con piacere su mia madre, il mio capufficio, quelli dei call center che mi perseguitano con gli abbonamenti 3, Vodafone, Infostrada eccetera eccetera).
Non vi dirò quindi che Carl Johan Forssen Ehrlin – già un nome così lungo mette sonnolenza – ha scoperto l’acqua calda: non ci vuole certo una laurea in psicologia o la lettura di Coniglio sbadiglio per far addormentare un bebè. Basta leggergli ad alta voce, senza enfasi alcuna, il regolamento condominiale di casa tua; lo statuto dei lavoratori con la voce di Renzi; la Costituzione italiana con il tono di Gasparri; i diritti dei gay con lo speakeraggio di Giovanardi; una pagina dei Promessi Sposi registrata da Balotelli.

Però la notizia che sia stato scritto un libro che ha come unico obiettivo quello di far dormire, e non sognare con la fantasia, mi inquieta. E che l’idea di far addormentare i più piccoli proponendogli la lettura di un libro – e non facendogli annusare i fornelli del gas come fa, per esempio, Renato Pozzetto in un film – sia stata partorita proprio da uno psicologo non mi fa prender sonno. Se c’è un essere che assorbe conoscenze dal mondo esterno come una spugna, a velocità impressionante, è proprio un bambino. Ricordo i bellissimi libri-gioco di Munari per i più piccoli. Apri il libro ed esce una sorpresa. Quei bambini sono cresciuto con l’idea che i libri contengono mondi sorprendenti. Ecco come si costruisce un lettore forte, che ama leggere. Munari però non faceva lo psicologo, di professione era grafico, disegnava e amava i libri.
Carl Johan Foranee Ehrlin invece è psicologo e probabilmente i libri li odia. Dovrebbe sapere che se quegli oggetti rettangolari che i genitori leggono ai più piccoli sbadigliando si chiamano libri, quei bambini cresceranno attratti da tutto meno che da questi. Da libro-gioco a libro-letto. L’idea che l’azione del leggere venga associata al letto, inteso come sostantivo, ci voleva uno psicologo svedese per diffonderla. Chissà che esperienze traumatiche ha dovuto sopportare da piccolo il professore prima di addormentarsi. Hansel e Gretel letto da Dario Argento in persona?

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