Scrivere è un sogno

«Scrivere è un sogno».

Con passione, veemenza, sentimento mi è stato detto che lo scrittore fai da te scrive per realizzare e tenere vivo un sogno, il sogno di scrivere. Sogno che gente come me, pessimi soggetti, tende a irridere, osteggiare, distruggere, demolire.
Al fondo delle motivazioni che portano un autore a pubblicare, dunque, ci sarebbe il sogno di scrivere, e che grazie alle nuove tecnologie digitale ora non è più un sogno.

Ma scrivere è un sogno?

Chiedetelo a Saviano se scrivere è un sogno o non è invece un incubo, lui che dopo Gomorra – che ha svegliato l’opinione pubblica, i politici, gli imprenditori sulle infiltrazioni mafiose negli affari del ricco nord d’Italia, negate a lungo specie in Lombardia – non può più girare per le strade senza una scorta predisposta dallo Stato.

Chiedetelo a Primo Levi, sopravvissuto ai campi di concentramento, e tanto acuto e sensibile da raccontarceli senza sentimentalismi, vittimismi e desiderio di vendetta, per restituirceli oggettivamente: giudicate voi se questo è un uomo, si limita a dirci. Sognava di scrivere o passava le notti insonni a combattere tra il dovere della testimonianza e il dolore dell’esistenza?

Chiedetelo all’altro Levi, Carlo, condannato al confino per le sue idee politiche, se preferiva sognare o aprire bene gli occhi e descrivere le genti di Lucania perché potessimo comprendere anche da un punto di vista letterario la condizione dei cafoni e del Mezzogiorno depresso.

Chiedetelo a Dante, errante da un comune all’altro, con una condanna al rogo sulla testa, una vita da esule trascorsa col pensiero fisso alla Divina Commedia, notte e giorno, per anni, per racchiudervi in rima volgare tutta la cultura medievale, le lotte politiche, le discussioni teologiche di cui lui stesso era protagonista. Chiedetegli se scrivere è un sogno o un impegno civico.

Chiedetelo a Verga, a Manzoni, a Leopardi. Chiedetelo anche a Montale, Sciascia, Calvino. Chiedetelo a tanti, italiani e stranieri.

A Proust, a Tolstoj, a Kafka. A Joyce, a Beckett, a Ibsen. Chiedetelo a tutti.

Chiedetelo a chi nel braccio della morte di qualche Stato americano sta scrivendo oggi le sue ultime parole; chiedetelo ad Anna Stepanovna Politkovskaj, se scrivere è un sogno o una condanna a morte.

Questi e molti altri, quasi tutti per fortuna, vi diranno di no, che scrivere non è un sogno. Scrivere pretende di essere desti per denunciare con precisione chirurgica gli abusi della forza, la dittatura del perbenismo, l’ipocrisia del comune sentire. Scrivere chiede osservazione attenta e antiretorica dei deboli, degli emarginati, di chi non ha voce per esprimersi.

Lo scrittore non sogna, vigila. E parla a noi lettori dormienti, sempre distratti perché immersi nei nostri comodi dormiveglia, per svelarci la verità – togliere il velo – dei falsi sogni in cui ci piace vivere immersi, in cui ci fanno vivere immersi.

I sogni degli scrittori non m’interessano. Leggo per essere destato prepotentemente, non per far sognare uno scrittore.

E quando scrivo in questo blog – ma non preoccupatevi, siamo agli sgoccioli, tra poco dormirete sonni tranquillissimi – lo faccio per svegliarvi, scuotervi, tormentarvi. Lo farò fino all’ultimo perché voglio semplicemente che diventiate scrittori capaci di scuotere chi legge.

Ma per voi il libro è l’ascia per il mare ghiacciato che è dentro di noi lettori, come dice Kafka, o il sciogno dello scrittore da quando aveva dieci anni con ingresso vip al Billionaire come ama dire Briatore?

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12 commenti

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12 risposte a “Scrivere è un sogno

  1. Michele Scarparo

    Qualcuno, una volta, ha detto che l’unico modo per andare dietro ai propri sogni è svegliarsi.

  2. Ci sono sogni e sogni… e poi le allucinazioni collettive.

  3. Articolo sagace se non fosse per quella puntina acida che ne smorza l’ironia. Gli autori citati, alcuni immensi, altri dignitosi, tenevano a far arrivare il loro messaggio a un pubblico di lettori, vuoi per denunciare, vuoi per tentare di cambiare le cose. Se di sciogno si tratta, anch’essi lo avevano.

  4. Simona C.

    Sono sveglia da un pezzo (anche grazie a post come questo), sto solo altri cinque minuti sotto le coperte, il tempo di finire una cosa, poi mi alzo. Promesso 🙂

  5. Ho letto con molto interesse il tuo articolo, quasi con commozione. La veemenza mi cattura, sempre. Mi spinge a riflettere e a riflettermi. Guarda caso mi ritrovo a essere in sintonia con te. Aggiungo però che, molto più banalmente, la scrittura può anche essere vissuta come una semplice estensione dei mezzi di comunicazione che la natura ci offre per interagire con il mondo e con l’altro da me. Ma davvero sai? Molto semplicemente. Senza pretese e senza il desiderio di creare il capolavoro della letteratura che tutti aspettano. Scrivere come atto quotidiano, risposta fisiologica fine a se stessa. Poi, incidentalmente, il fatto privato può assurgere a “cosa che interessa i molti”. Dettagli, non di poco conto ma pur sempre dettagli.

    Il rischio, come in tutte le faccende umane è quello di compensare in estensione ciò che difetta in profondità.

    Tutti parlano, tutti scrivono, le discriminanti sono legate al piacere personale e alla “corrispondenza di amorosi sensi” di chi ci legge. Il messaggio.
    Gli scrittori poi, non nominiamoli nemmeno, sono una razza infame, dedita la plagio e alla millanteria. Sono le ultime persone che vorrei come giudici dei miei scarabocchi. Mentono e si muovono per livore o invidia. Perché sono professionisti che vivono di primati da raggiungere. Poi ci sono coloro che scrivono per mettere su carta i loro pensieri, le loro idee, quelli che si divertono, si sfogano, denunciano, accusano. I migliori in assoluto, compagni di strada con cui non posso chiacchierare viso a viso ma che mi parlano attraverso le pagine di un libro. Se ci pensi bene sono quelli che hanno cambiato il modo. Hai citato nomi di persone che hanno vissuto, sofferto, lottato, tutte cose che corrispondono alla conditio sine qua non, se si vuole scrivere per comunicare. Credo che il più grande favore che si possa fare alla cultura, sia quello di smantellare le sovrastrutture che la cultura stessa si è data. Non trovo nulla di speciale in chi scrive, come non trovo nulla di speciale in chi si nutre e elimina le proprie scorie. Sono cresciuto in un ambiente dove tutti scrivevano. Magari soltanto per scrivere lettere agli amici, oppure alle fidanzate, alle mogli, libelli per una qualche ricorrenza. Nulla di speciale, insomma. Mangiare, bere, dormire, scopare, scrivere, cagare, chiacchierare. Trovo ridicolo associare al “sogno” quella che dovrebbe essere pratica comune. Altra cosa è associare il proprio scrivere a una sorta di riscatto sociale.Siamo deboli e fragili, e sempre, ogni volta, pensiamo di essere unici e speciali. Siamo pieni di “migliori scrittori del mondo” così come siamo saturi di “migliori critici della scrittura altrui”.
    È tutto un gioco, questo significa che è necessario impegnarsi seriamente 😀 Non c’è nulla di più fondamentale del faceto per definire chi siamo realmente 😉
    Devo dire che è da parecchie righe che ho perso il filo di ciò che volevo dire. Pazienza. Mi succede sempre.

    Scrivere non è una dannazione. Primo Levi aveva bisogno di scrivere, era il suo modo di urlare, di tentare di curarsi le ferite profonde dell’anima, oppure rammentare sommessamente quella che doveva essere la domanda fondamentale da porsi. Purtroppo per lui la cura ha fallito. Ma noi abbiamo beneficiato come parassiti della sua esperienza.
    Tutti i grandi che hai citato hanno semplicemente utilizzato al meglio la più grande risorsa che abbiamo per esprimere i nostri sentimenti, come la parola, le carezze e i pugni, i baci e gli sputi. Loro sì che hanno capito, la scrittura non è qualcosa di astruso e sovrannaturale, è l’unico modo per parlare a chi non può udire la nostra voce. Mangiare, bere, dormire, soffrire, gioire, scrivere, leggere. Nessun valore per ciò che riguarda l’atto, i grandi uomini sono meno complicati di noi miseri sempliciotti che ci danniamo a risaltare per ciò che non siamo. I grandi uomini lanciano messaggi potenti con la scrittura, come li lancerebbero utilizzando la voce.
    Per quello che mi riguarda, voglio vivere dritto e a testa alta in questo mondo di macerie, non me ne frega un cazzo di giudicare o criticare il mio prossimo, sono troppo impegnato a vivere, scrivere, mangiare, cagare, scopare, dormire, amare. Rivendico il mio diritto di scrivere cazzate. Ma non le chiamerei mai sogno, ho troppo rispetto per le cazzate.

  6. A me il “pippotto” di Massimiliano è piaciuto. 🙂

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