Dialogo primo tra lo scrittore e il lettore

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@ Cyrano: Quando leggi fai attenzione al narratore?
@ Rossana: No, non ci bado mai.
@ Cyrano: Sei sicura?
@ Rossana: Certo che ne sono sicura. Il narratore è la voce che racconta, giusto?
@ Cyrano: Sì, è proprio quella voce.
@ Rossana: Mi piace quando è naturale.
@ Cyrano: Che intendi per naturale?
@ Rossana: Non saprei dirtelo meglio. Non voglio che interferisca tra me e la storia. Dev’essere solo un anello di congiunzione, un tipo speciale di cerniera.
@ Cyrano: Non vuoi accorgerti del narratore?
@ Rossana: Per quanto stupido possa sembrarti, per me il narratore non si deve immischiare troppo nella faccenda.

Luca Ricci

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Di soddisfazioni e di frustrazioni editoriali

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Dov’è il confine tra la soddisfazione di pubblicare un romanzo, ottenendo un certo numero di vendite su Amazon e di apprezzamenti da parte dei lettori sui blog, e la frustrazione dovuta alla consapevolezza di restare comunque esiliati in un sottobosco editoriale che non è in grado di unirsi nemmeno idealmente con i «colleghi scrittori» dell’editoria non dico ricca, ma almeno riconosciuta come seria e apprezzata?

Se lo domanda la scrittrice Sandra Faè nel suo post di ieri – Difficili decisioni definitive – giungendo alla conclusione che se entro una certa data la sua ultima fatica inedita non troverà l’interesse concreto di qualche valido editore a cui ha inviato il romanzo, si dedicherà ad altro, non potendo disporre di forze e pazienza infinite nell’attesa di un Godot editoriale che non arriva.

In generale, evito di porre sotto i riflettori casi specifici, ma leggendo il suo post ieri l’ho immediatamente collegato con altri dello stesso tenore che nei mesi scorsi sono apparsi qua e là in rete. Più d’uno tra i blogger di una certa cerchia che frequento hanno dovuto confrontarsi con il dilemma, sotto forma di pubblicazioni tradizionali o in self-publishing, di dover decidere se il gioco vale la candela. Di fronte a risultati scarsi o nulli a seguito di sforzi creativi prolungati, le loro conclusioni sono state – dal mio punto di vista – sorprendenti: non rinuncio perché scrivere anche per un manipolo di lettori che mi apprezzano mi dà la forza di resistere, di crederci, di farmi sentire scrittore a tutto tondo.

Sandra, invece, pur parendomi tra le più attrezzate per compiere il salto di qualità verso un’editoria professionale, chiamiamola così per intenderci, diversamente da altri, pur con un editore e un editor alle spalle, vendite non simboliche e recensioni positive ai suoi lavori precedenti – un patrimonio invidiabile – ritiene invece che no, il gioco potrebbe non valere la candela se il salto non avverrà in tempi brevi e non biblici.

Sperando che mentre scrivo queste righe un editore serio la stia contattando per pubblicarla già domani, ritengo che la lucidità di Sandra sulla questione sia inattaccabile. E deploro quelli che assumono il ruolo di eterni consolatori di cuori (editoriali) infranti. La realtà è che viviamo in un ambiente internet lontano dall’editoria, forse anche dalla scrittura. I blog di scrittura – tutti, non c’entra il numero di visite – sono sterili, banali, a volte autoreferenziali.

Mi pare che l’emergente, quello che poi entra nella selezione dello Strega, segua altre vie, già orientate al mercato. Anziché coltivarsi un proprio blog, collabora con altri a tema letterario dalle migliaia di visite giornaliere. Spesso già lavora nell’editoria e ha stabilito legami, ha allacciato fili con editor giovani e a loro volta emergenti. Accetta le logiche editoriali, e pur di scrivere non rinuncia a collaborazioni anche lontane dai temi letterari. Il giorno che andrà da Fazio sarà già maturo per dire qualcosa che non sia ciao mamma.

Roberto Saviano non ha iniziato facendo «lo scrittore». Gomorra è venuto dopo. Prima c’è stata tanta gavetta nella cronaca nera locale. E prima di approdare a Repubblica, all’Espresso non ha disdegnato di collaborare con giornali e riviste letterarie tra cui Nuovi argomenti, Lo straniero, Nazioneindiana. Umberto Eco non si è presentato al pubblico con Il nome della rosa, ma con una serie di saggi per addetti ai lavori legati ai suoi argomenti di studio. E anche il grande Stephen King si guadagnava il pane scrivendo articoli sportivi per la cronaca locale, gavetta utile per raffinare la sua prosa. Un editor come Giulio Mozzi, l’ho già detto da qualche parte, per dieci anni ha scritto comunicati stampa per un’associazione datoriale senza vergognarsene.

Per scavalcare il muro dell’editoria bisogna fare affidamento sull’autore e non sul libro. Per questo, cara Sandra, cari lettori, credo in Tenar e in Salvatore, perché hanno già passato, senza nemmeno pensarci più di tanto, il confine. L’hanno fatto nel silenzio editoriale. Non è il loro libro che ha bucato, ma è la loro competenza e disponibilità editoriale in un certo campo che gli permette di fare quello che sentono di poter e dover fare in questo momento della loro crescita come scrittori.

Per quanto intuisco della tua scrittura e della tua persona potresti tranquillamente, cara Sandra, insegnare a un corso di scrittura in rosa, o collaborare in qualche rivista femminile, avresti molto da dire e da regalare ad ascoltatrici e lettrici. Anche i tuoi romanzi, passati presenti futuri, se ne gioverebbero. Perché quindi non provare nuove strade di scrittura per aggirare il romanzo che per ora non buca?

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Breve storia della scrittura creativa (1920-2003)

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scrittura creativa o creative writing, l’arte di scrivere in quanto oggetto di insegnamento. L’espressione viene usata anche per indicare l’insieme delle tecniche e degli esercizi che hanno lo scopo di formare la professione dello scrittore.
La s.c. è stata teorizzata fin dagli anni Trenta da Dorothea Brande (Diventare scrittore, Becoming a Writer, 1981, pustumo), ed è materia di insegnamento nelle università degli Stati Uniti dagli anni Cinquanta; il corso più noto è quello dello Iowa Writer’s Workshop, un «laboratorio per scrittori» le cui origini risalgono al 1922 e che ha avuto una notevole influenza sulla letteratura americana: tra i suoi allievi si possono ricordare Flannery O’Connor, il precursore del minimalismo Raymond Carver (che, dopo avere tenuto a sua volta corsi di s.c., avrebbe condensato in suo insegnamento nel libro Il mestiere di scrivere, trad. it. 1997), John Gardner (autore di un altro testo sulla s.c., Il mestiere dello scrittore, On becoming a novelist, postumo, 1983) e T. Coragghessan Boyle. Secondo i critici, gli allievi di questa scuola tendono a produrre opere piuttosto convenzionali, caratterizzate da un realismo quasi documentaristico e lontane da qualsiasi forma di sperimentalismo linguistico e innovazione delle strutture narrative. In Italia i corsi di s.c. hanno avuto un boom negli anni Novanta, ma fuori dall’ambito accademico, in scuole private, sorte intorno a scrittori di forte personalità; tra di essi Alessandro Baricco per la Scuola Holden di Torino (che prende il nome dal protagonista del celebre romanzo di Salinger), Giuseppe Pontiggia per la Scuola Creativa di Milano, Giulio Mozzi (autore di Parole private dette in pubblico. Conversazioni e racconti sullo scrivere, 1997) a Padova. Altri autori italiani hanno consegnato i loro insegnamenti e consigli in forma saggistica (si pensi a Parole incrociate. Guida allo scrivere, di Raffaele Crovi, 1995, o ai Consigli a un giovane scrittore, di Vincenzo Cerami, 1996).
I corsi di s.c. sono tenuti a volte da professori di letteratura, ma più spesso da narratori e poeti (negli Stati Uniti hanno insegnato in questi corsi, tra gli altri, Frank Conroy, John Barth, Norman Mailer, John Irving, Philip Roth e Grace Paley), oltre che da giornalisti, drammaturghi e sceneggiatori cinematografici e televisivi; in qualche caso vengono anche organizzati incontri con gli autori affermati e operatori del settore editoriale. L’aspetto caratterizzante dei corsi è la produzione da parte degli allievi di testi che vengono poi sottoposti al giudizio degli insegnanti e dei compagni di corso. In genere è previsto anche l’apprendimento di una serie di nozioni e tecniche: le figure retoriche, i generi letterari e i registri linguistici, i principi della narratologia e le strategie comunicative (il personaggio, il punto di vista, la voce – o le voci – narranti, la trama, ecc.) e la conoscenza delle letterature moderne e contemporanee, con particolare riguardo agli aspetti pratici della produzione letteraria e non solo alle modalità di consumo (lettura, interpretazione). Un altro aspetto dei corsi di s.c. è l’ambizione di far emergere nell’allievo la consapevolezza dei propri mezzi e la definizione di uno stile personale.

L’Universale Garzanti, 2003

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Di terremoti e di retoriche

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Il Quotidiano del Popolo di Pechino non ci ha ancora detto che le vittime del terremoto di Tangshan ammontano a 800.000, ma tiene a riferirci come si è salvato dal disastro Ciu Kuang-ju, locale segretario del partito. Il merito è tutto di un certo Tang Min che, intento a disseppellire delle macerie le sue due figliolette, quando udì l’invocazione di aiuto del gerarca, non ebbe esitazioni: corse a soccorrerlo, abbandonando al loro destino le due bambine. «Quando ritornò da loro e le trovò morte – conclude il giornale –, non mostrò né dolore né rimorso: aveva agito nell’interesse del partito». È vero che una quarantina d’anni fa leggemmo su un nostro quotidiano questo titolo: «Vecchietta novantenne muore felice cantando Giovinezza!». Ma lo stesso duce chiese il licenziamento del redattore.

Indro Montanelli, Contro corrente, 27 agosto 1976

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Tratti vincenti per il personaggio

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Ecco l’incipit di Shining di Stephen King:

Jack Torrence pensò: Piccolo stronzo intrigante. Ullman era alto poco più di un metro e sessanta, e quando si muoveva aveva la rapidità scattante che sembra essere peculiare a tutti gli ometti grassocci. Aveva i capelli spartiti da una scriminatura impeccabile, e il completo scuro era sobrio, ma severo. Sono un uomo al quale potete tranquillamente esporre i vostri problemi, diceva quel completo alla clientela solvente.

(Bastano pochi tratti per restituirci l’essenza di un personaggio. Grande o piccolo che sia. In questo caso si tratta di Ullman, una figura secondaria, ma che rimane impressa grazie alla micidiale progressione di King: tratti fisici, mobilità, dettaglio scriminatura dei capelli, abbigliamento. Da notare soprattutto quanto possa rivelare di un personaggio il modo in cui si veste. Gli aggettivi per il completo scuro sono sobrio e severo – aggettivi riferiti a giacca e pantaloni, ma evidentemente validi anche per la persona. Lo stesso King alla fine ammette che è il completo a parlare di Ullman).

Luca Ricci

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Doti dell’ambientazione

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Ecco l’incipit del Partner di John Grisham:

Lo trovarono a Ponta Porã, una piacevole cittadina brasiliana, a due passi dal Paraguay, in un territorio ancora conosciuto come la Frontiera.
Lo trovarono in un’ombreggiata casa di mattoni in Rua Tiradentes, un ampio viale con una fila d’alberi al centro e ragazzini scalzi che giocavano a calcio sull’asfalto rovente.

(In due frasi è tratteggiato un mondo perfettamente riconoscibile: la precisione geografica – Ponta Porã è una cittadina di frontiera tra Brasile e Paraguay – è accompagnata da una serie di annotazioni minori – la casa di mattoni, la fila d’alberi, i ragazzini scalzi che giocano a calcio sull’asfalto rovente. Questo mondo non è mai fine a se stesso, perché la descrizione è funzionale alla circostanza che lì, proprio lì e non altrove, è stato trovato qualcuno. Non sappiamo ancora chi è stato trovato, ma questa preposizione – ripetuta come un’anafora all’inizio di ciascuna frase – ci immette all’istante in una storia, ci fa dischiudere l’ambiente alla luce di una narrazione).

Luca Ricci

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Servire le parole giuste

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Ecco l’incipit di Eragon di Christopher Paolini:

Il vento ululava nella notte, portando con sé un odore che avrebbe cambiato il mondo. Uno Spettro, alto e flessuoso, alzò la testa per fiutare l’aria; aveva sembianze umane ma i suoi capelli erano cremisi e gli occhi rossi come braci incandescenti.

(Se capelli e occhi dello Spettro hanno lo stesso colore – rosso acceso –, un aggettivo è di troppo. Ma Paolini non rinuncia a una scelta lessicale ricercata: i capelli dello Spettro sono cremisi. È una parola usata per impressionare il lettore e raggiungere perfettamente il suo scopo. Da notare come prima e dopo, le scelte siano improntate alla semplicità. Di fatti che cosa può fare il vento di notte se non ululare? E anche il paragone con cui si chiude la seconda frase è molto scontato: gli occhi rossi come braci incandescenti).

Luca Ricci

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