Sintomatologia letteraria

Sintomi: pianto improvviso, violento, prolungato, incontenibile, con successiva emicrania e dolore agli occhi, causato dalle seguenti pagine:

Manzoni, Promessi sposi, Cecilia.
De Amicis, Cuore, Il tamburino sardo.
Oscar Wilde, Racconti, Il gigante egoista, L’usignolo e la rosa.
Dante, Divina commedia, Inferno, Canto XXXIII, conte Ugolino.

Sintomi: senso di abbandono, malinconia, lutto per perdita di un amico caro:

David Copperfield, ultime pagine.

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Incipit e finale

L’incipit e il finale. Dicono sempre, l’avrete sentito anche voi, che una buona storia dovrebbe almeno idealmente collegarli, il primo la premessa necessaria del secondo, e il secondo la conseguenza logica del primo. Una costruzione narrativa a priori, insomma.

Questo non vuol dire che il legame tra inizio e finale debba avvenire in modo meccanico, sarebbe arido e triste: tutta la letteratura potrebbe risolversi in poche righe. Direi proprio di no, così non dev’essere. Però il fatto che tra l’uno e l’altro, saltando tutta la ciccia che c’è in mezzo – se c’è, perché a volte purtroppo non c’è –, ci possa essere una qualche corrispondenza, un richiamo, un’eco farebbe sicuramente bene alla narrazione.

Così, giusto per verificare se tra questi due elementi c’è davvero un legame sottile, un filo teso, prendo un libro a caso tra quelli che ho in casa e vi appiccico qui sotto incipit e finale. Mi piace scegliere i libri senza pensarci troppo: è il modo migliore per scoprire se le regole generali valgono o no. Se valgono le trovi più o meno diffuse anche dove non te l’aspetti, se non le trovi vuol dire che sono solo idee pseudoletterarie per riempire di sciocchezze i manuali di scrittura creativa.

Il libro preso a caso, che tra l’altro non ho ancora letto, è di poche pagine, un racconto singolo di Henryk Sienkiewicz, polacco dal nome impronunciabile famoso per il best seller Quo vadis?
Il racconto in questione, 25 pagine in tutto, s’intitola Il guardiano del faro ed è pubblicato da Elliot al prezzo di 7 euro, che sono giuste per un colossal al cinema sugli antichi Romani, risultano un po’ eccessive per un unico racconto breve. Ma ormai l’editoria viaggia così. Traduzione di Aurora Beniamino, di seguito incipit e finale.

Accadde una volta che il guardiano del faro di Aspinwall, località poco distante da Panama, scomparisse senza lasciar tracce, e poiché c’era stata una grossa burrasca, si congetturò che quello sventurato si fosse spinto fino all’orlo dell’isolotto roccioso su cui si innalza il faro e che fosse stato portato via da un’ondata. Questa supposizione sembrava tanto più verosimile, in quanto il giorno dopo non fu ritrovata la barca che egli teneva in un’insenatura della scogliera.
[…]
Dinanzi a lui si aprivano nuove strade di vita errante; il vento aveva ancora una volta strappato quella foglia per gettarla sui continenti e sui mari, per incrudelire a suo capriccio. E in quei pochi giorni Skawinsky era molto invecchiato; era più curvo ma i suoi occhi scintillavano. Per le nuove strade della vita portava sul petto il suo libro, e di tanto in tanto lo serrava contro di sé come se temesse di perdere anche quello…

Secondo voi si parlano, incipit e finale?

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Matti in scatola

Io, da bambino, in una scatola, per gioco, mi ci sono chiuso.

Grilloz

 

Post scriptum: Invitiamo sempre i nostri pazienti a riandare con la mente all’infanzia, per ritrovare quella perduta felicità che la Recherche non può certo offrire. Perciò, quando stamattina un matto ha inaspettatamente sporcato il muro della Scuola Santa Rosa con quella frase sbucata dal nulla ho vietato agli inservienti di rimuoverla. Chissà se altri ospiti, leggendola, faranno riemergere dall’inconscio qualche episodio dei primi anni di vita che ridia loro serenità, anche se per qualche ora soltanto. Tentiamo, non nuoce.

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Nient’altro che la verità

Caro aspirante scrittore,

ti ringrazio per l’inedito che mi hai mandato, e per la stima – vedremo se grande o piccola – che riponi nel mio giudizio. Come ho ripetuto in varie occasioni sul blog non sono un editor, non sono un esperto di editoria, non sono niente. A volte, forse, sono un lettore a cui piacerebbe leggere solo storie belle, anzi mi accontenterei di qualche bella pagina qua e là, ma è così raro trovarne.

Tu sai, ne sei consapevole, che mandandomi di tua iniziativa il tuo romanzo, rischi l’affondamento. Ho avuto da dire anche su Melville ultimamente, figurarsi se non avrò da criticare un perfetto, anche se onesto, sconosciuto scrittore. L’onestà però non fa testo, ma solo il testo può essere onesto. E vorrei che il tuo lo fosse. Ma dovrò deluderti. Tu dirai: «Ma come, te l’ho mandato ieri, l’hai già letto tutto?».
No, caro aspirante, ho letto solo l’incipit, la prima frase del tuo romanzo. E già non ci siamo. Almeno, non ci siamo secondo me, ma io non sono un editor. Vediamo se in rete, dove ci sono tanti editor freelance a pagamento o per beneficenza, ce n’è qualcuno che verrà in tuo aiuto.

Dunque l’incipit.
Te ne scrivo uno, perché si vede immediatamente che ti sei ispirato a quello, se non nelle parole almeno nella struttura. Il che non è un male se si verifica una condizione, ma ahimè non si è verificata.

«Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Chi non lo conosce l’attacco di Anna Karenina, almeno tra quelli che hanno ambizione letteraria? Tu sei tra questi, sicuramente. E io sono contento, perché non riuscirei a leggere un romanzo giallo o di fantascienza o rosa. Non è il mio genere, e non ci perdo tempo. Questo per dire che dovrei apprezzare maggiormente il tuo inedito, proprio perché stai in quel filone in cui mi piace perdermi.

Dunque, tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da lettore mi domando se è vero che tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Direi di sì. Cosa vuol dire «direi di sì?». Vuol dire che la frase ha un fondo di verità, magari dai contorni indefiniti, ma di verità. La condizione che per te non si è verificata, è proprio quella della verità. A pensarci bene, esisteranno sicuramente famiglie felici e diverse tra loro, come d’altra parte famiglie infelici, e simili tra loro. Ma qui Tolstoj non sta certo introducendoci a un saggio sulla sociologia della famiglia. Sta dicendo altro, sempre a mio parere sia ben inteso. Enuncia in modo perentorio una verità profonda, e che riguarda tutti: stiamo molto più attenti quando ci parlano dell’infelicità che della felicità. Se per la strada tizio mi dice che gli è capitato qualcosa che l’ha reso felice, gli sorrido e chiedo di che si tratta. Ma se mi dice che gli è capitata una sciagura, la mia attenzione – non so la vostra – è dieci volte più intensa. A noi, non so perché, piacciono le storie dove l’infelicità è protagonista. E tutte le volte che l’infelicità è protagonista ci sembra di star dentro a una storia diversa. Invece, se tutto fila liscio, ci pare di averlo già sentito. Ambientato nel passato, nel futuro, capitato a un essere umano o a un animale, a bambini o ad adulti, la felicità ci pare scontata, tutta uguale, senza particolare succo.

Perciò l’incipit di Anna Karenina è vero: parla, fa intuire, espone – usate voi il verbo che preferite – una verità. Verità che rende bella quella frase. Perché la verità è bella, anche quando è tragica.

Ora penserai che vengo a te, al tuo di incipit. Dammi ancora un attimo. «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita»; «Chiamatemi Ismaele»; «Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita»; «Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere»; «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni».

Tutti questi incipit, sempre a mio parere, sono altrettanto veri, incontrovertibili, precisi. Raccontano una qualche verità che sta nel romanzo. Anche Manzoni, che piace poco in generale, ci offre una verità incontrovertibile del luogo geografico dove si svolgerà il suo romanzo storico. Ma ora veniamo a te, caro aspirante.

«Ci sono sensazioni e malesseri che presi uno alla volta possono essere scambiati per un niente e tutti insieme sono uno tsunami: è un pomeriggio di fine estate e mi trovo chiuso in una scatola».

Come vedi, richiami Tolstoj nella scrittura, ma non certo nella verità. Che cosa vorresti dire con il tuo incipit al tuo lettore, e quindi a me? Quale immagine mi comunichi con le tue parole? Sensazioni e malesseri vanno forse a braccetto? La fame, il freddo, il dolore, il senso di vuoto sono sensazioni, stimoli esterni o interni all’individuo, in relazione con i cinque sensi. Un’indisposizione fisica o psichica è invece un malessere. Presi singolarmente, per esempio la fame, sono un niente, ma uniti, per esempio alla depressione, alla febbre, diventano una tragedia immane, un terremoto. Ma è vero questo, quando c’è gente che fa una tragedia perché il telefonino non ha campo e non riesce a restare disconnessa più di un’ora?

E poi perché parlare di tsunami, prendendo un fenomeno fisico così lontano dalla mia esperienza di lettore, e anche dalla tua spero. Forse perché fa esotico? Per me lo tsunami è un’onda anomala, vista alla tv, non percepita come suono, tremore della terra, disperazione, nessuna via di fuga. Tu pretendi da me molto da immaginare (sensazioni-malesseri-tsunami) quando Tolstoj è molto più modesto: famiglia-felicità-infelicità. Posso trovare una verità dentro a un evento catastrofico che ho vissuto solo al Tg1? E poi per finire dentro a una scatola. Ti dirò, non sono mai rimasto chiuso in una scatola, come posso partecipare dell’angoscia, della felicità, delle ansie del tuo protagonista, se mi racconta subito di sentirsi come dentro a una scatola. Sarò rimasto chiuso in un ascensore, forse. Ma in una scatola…

Eppure tu vuoi convincermi che esista una verità fatta di sensazioni, malesseri, tsunami e uomini (o donne) inscatolati. E no, caro aspirante, le parole sono giuste, ma la verità è che le usi per raccontarmi solo bugie. E di bugie mi basta già la finzione letteraria esterna, ma dentro al tuo incipit, e poi lungo il romanzo, devi metterci una qualche verità vera.

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Dimenticarsi

«Un cattivo scrittore è chi si esprime tenendo conto di un contesto interiore che il lettore non può conoscere. Per questa via l’autore mediocre è portato a dire tutto quello che gli piace. La grande regola sta invece nel dimenticarsi in parte, a favore di un’espressione comunicabile. Questo non può avvenire senza sacrifici».

Albert Camus

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Loro e noi

Un’espressione molto usata dai blogger di scrittura – «zona comfort» – risuona nei blog da non troppo tempo, ma ha avuto notevole fortuna. Non so chi per primo l’abbia usata per delimitare il confine, il recinto, il rifugio all’interno del quale ognuno di noi si sente protetto nella scrittura. Forse c’è stata una convergenza di pensiero da più punti della rete che l’ha resa popolare a partire da una certa data. Abbandonare questa «zona comfort», avventurarsi in nuove esperienze, diventa per molti un fatto positivo per non incancrenirsi in facili formule di scrittura ripetitive e sempre meno espressive. La «zona comfort» di cui si parla è perciò legata inequivocabilmente alla scrittura. Bene.

C’è però una zona comfort, più estesa, di cui pochi parlano: è il blog stesso, quel contenitore dove ognuno di noi pubblica racconti, informazioni, riflessioni sulla scrittura, l’editoria, la vita. Dove si propongono meme, scritture collettive, dove ci si commenta a vicenda. Dove ci si fa anche i complimenti a vicenda, inchinandosi più degli altri finché il mento non tocca il pavimento, vada per la rima.

C’è una blogger però, non dico che sia l’unica, nessuno si offenda, che l’altro giorno ha pubblicato un post-verità, almeno secondo il mio criterio di verità. È Sandra Faè, e nel suo blog I libri di Sandra, confessa – ma sarebbe meglio dire informa – di aver iniziato a frequentare le presentazioni stampa, insomma le occasioni dove quelli che stanno nell’editoria ufficiale (autori, editor, librai, addetti alla comunicazione) si incontrano per dibattere, parlare o semplicemente firmare le copie del libro. Mi sembra di capire che lì i discorsi, le riflessioni, gli incontri interpersonali hanno un altro tono rispetto alla comunità blog. Ed è lì che può scattare la scintilla per un aspirante scrittore, anche se ha alle spalle già parecchi libri pubblicati, ma che in pochi conoscono.
Finché non sei in quel gruppo, a contatto con quella realtà – Sandra la definisce loro contrapposti a noi – è come trovarsi a cantare in una sagra di paese che non è il festival di Sanremo. Nulla contro le sagre e a favore del più importante incontro-scontro discografico nostrano, qualcuno dirà che anche nella sagra può cantare una voce splendida, mentre al festival ufficiale della canzone italiana ci vanno cani e porci. Resta però il fatto che il mercato discografico italiano non gira intorno alle sagre ma alle manifestazioni ufficiali. Intendiamoci: ai saloni del libro c’è chi vi partecipa da operatore del settore, scrittore e no, e tutti gli altri da semplici lettori di libri. I primi sono loro, gli altri siamo noi.
Il problema di Sandra, e di tutti quelli che fanno come lei – e ce ne sono – è che potrebbe essere respinta da questo mondo, e respinta per motivi che non hanno nulla a che fare con la sua bravura come scrittrice. Uscendo dalla zona comfort dei blog dove siamo tutti amici (io ne ho pochi perché sono poco accomodante, ma meno siamo meglio stiamo), potremmo rischiare di trovarci soli, con loro poco disposti ad ascoltarci, a perdere tempo per noi. Ma chi viaggia incontra brutto tempo, si sa. Più sicuro quindi starsene a casa, protetti e con tutti i comfort a disposizione.

Tanto per spiegare meglio il concetto porto due esempi, uno letterario e l’altro personale. Terminato Billy Budd, affronto La coscienza di Zeno. Libro che non ebbe molta fortuna inizialmente, ma James Joyce dice «mi sarà sempre grato il pensare che il caso m’ha concesso l’occasione di avere avuto parte, per quanto minima, alla accoglienza che un pubblico suo e internazionale ha fatto a Svevo negli ultimi anni di vita. A me rimane la memoria d’una persona cara e un’ammirazione di lunga data che con gli anni anziché affievolirsi, matura». Poteva andare in tanti modi per Svevo, ma un fatto è certo: Joyce, uno dei maggiori scrittori del Novecento lo stimava. Ed è questo il riconoscimento più prezioso, anche se La coscienza di Zeno e il suo autore fossero rimasti sconosciuti. Joyce però sapeva e apprezzava, e questo per la consapevolezza di Svevo come scrittore è stato importante. Perché se almeno uno di loro non ti riconosce dei loro, è tutto un’illusione.

Al tempo del liceo, ora il mio caso personale, avevo un amico «genio» in matematica. Dialogava con il professore con parole oscure al resto della classe, e finì ovviamente alla facoltà di matematica. Poi non solo si laureò con il massimo dei voti e nei tempi stabiliti, ma partì per l’estero dove ebbe una cattedra universitaria di matematica teorica. Ma non volle restare in zona comfort, ammesso che questa carriera possa definirsi confortevole e banale. Decise di andare in un gruppo di lavoro in Australia dove le migliori menti matematiche erano riunite in quel momento. Nella zona comfort sei bravissimo, un genio ti definiscono gli altri che geni non sono. Messo però tra altri geni diventi uno dei tanti, magari quello meno geniale del gruppo, ma è lì che devi comunque stare, se davvero quello è il mondo in cui vuoi muoverti e comunicare.

Finché staremo sempre qui, bene tra noi, ci troveremo sempre in zona comfort. E non saremo mai scrittori.

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Billy Budd, la ballata finale

Siamo agli sgoccioli ormai, manca poco alla fine del romanzo. Uscito di scena Claggart già da qualche capitolo, e Billy Budd da pochissimo, in scena non resta che il capitano Vere. Ma il capitolo 28, brevissimo, lo coglie sul ponte della Bellipotent mentre la sua nave incrocia quella da guerra francese della Athée. Lo scontro a fuoco che ne deriva vede prevalere la marina britannica, ma il prezzo da pagare al romanzo è la morte del capitano stesso, dopo un’agonia febbricitante, invocando più volte il nome di Billy Budd.

E così i tre protagonisti, dal cui intreccio nasce questa vicenda drammatica, finiscono nell’oblio dei secoli. Un po’ come in Moby Dick, dove solo Ismaele sopravvive al mostro per raccontarne le gesta. Qui avviene qualcosa di simile. Svaniti Claggart, Billy e Vere, resta solo qualche resoconto indiretto e offuscato del loro passaggio nel mondo: una versione ufficiale dell’accaduto, dove si ipotizza un tentativo di ammutinamento sulla Bellipotent orchestrato da Billy, scongiurato da Claggart, che paga la sua fedeltà alla marina militare con una pugnalata mortale sferratagli da Billy stesso, e l’immediata condanna all’impiccagione decretata dal capitano. Ed è Billy il malvagio, il simbolo del male. Ma a questa versione ufficiale fa da contraltare tra i semplici marinai una ballata, prima ripetuta oralmente e poi giunta addirittura a pubblicazione, dove invece Billy ritrova il ruolo dell’innocente capro espiatorio delle nefandezze del mondo.

Possiamo consolarci con la constatazione che la pubblicazione ufficiale del complotto ordito dal marinaio William Budd fu presto dimenticata, mentre la ballata che narra la storia di Billy Budd marinaio, viene ancora cantata sui ponti delle navi dai marinai semplici quando smontano dalla corvée? Credo proprio di sì.

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