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Per scrivere bene bisogna leggere bene: spunti e riflessioni sull’argomento

Diritti del lettore (ma non è Pennac)

1. Leggere quello che ti pare.

2. Leggere nel formato che ti pare.

3. Leggere libri definitivamente conclusi.

4. Leggere per apprendere, ma anche no.

5. Abbandonare il libro se è brutto.

6. Criticare il libro se è brutto.

7. Fregarsene dell’autore. Conta solo quello che c’è scritto sulla pagina.

8. Fregarsene di critici e recensori. Conta solo quello che tiri fuori tu dal libro o quello che tira fuori il libro da te.

9. Fare del libro che hai acquistato quello che ti pare: regalarlo, prestarlo, rivenderlo, bruciarlo.

10. Decidere anche di non leggere.

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La coscienza di Helgaldo

A me un po’ dispiace di essere uomo.

Come attacco non c’è male, però poi mi sono incartato, ho scritto e riscritto, e poi ho cancellato tutto, e volevo addirittura rinunciare a questo post, perché dire che noi uomini non sapremo mai amare una donna so già che verrà liquidato come la solita esagerazione di Helgaldo. Parla per te, direte voi maschi; ma anche voi donne che avete un partner affettuoso e sensibile, direte che esagero. Va bene, esagero. Forse. Però non è colpa mia, ma della Coscienza di Zeno, che sto leggendo con avidità in questo periodo.

‘Sto coso, anzi ‘sto Cosini, mi sta simpatico perché autobiografandosi nella sua lunga autoanalisi per lo psicologo, che poi coincide con il libro stesso, afferma una verità sacrosanta: gli uomini non potranno mai amare se non se stessi. Malati immaginari, bisognosi di coccole e rassicurazioni, pronti all’innamoramento, impreparati all’amore; spergiuri, calcolatori, menzogneri, traditori del matrimonio ma anche dell’adulterio. Sempre bravi a giustificarsi con se stessi, dai perenni buoni propositi mai mantenuti neppure per cinque minuti; prima ci piace la ragazza per la sua spontaneità, il giorno dopo ci crolla il desiderio perché troppo spontanea. Il matrimonio è bello, metto la testa a posto. Perché dovrei mettere la testa a posto solo perché mi sposo? Siamo una contraddizione in termini, mai d’accordo con noi stessi, mai siamo capaci di lucida e chiara sincerità. Giuda dei sentimenti, corriamo da una femmina perché la vogliamo in esclusiva. Appena ci sussurra quelle parole magiche tutte per noi – ti amo, voglio esser tua – eccoci a progettare la fuga da Alcatraz. Dio, Shakespeare, Dante, Moccia ma che ne sapete voi dell’amore? Dell’innamoramento sì, arrivate fino al lucchetto sul ponte, ma poi? Ognun per sé e la partita di calcetto con gli amici per tutti: io la maglia numero nove, Higuain forever!

Leggo Zeno Cosini e la sua coscienza, e intanto penso alla mia. Che vergogna! Siamo uguali, io e lui: lui finzione, io realtà. O è il tutto il contrario?

A me un po’ dispiace di essere uomo.

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Sintomatologia letteraria

Sintomi: pianto improvviso, violento, prolungato, incontenibile, con successiva emicrania e dolore agli occhi, causato dalle seguenti pagine:

Manzoni, Promessi sposi, Cecilia.
De Amicis, Cuore, Il tamburino sardo.
Oscar Wilde, Racconti, Il gigante egoista, L’usignolo e la rosa.
Dante, Divina commedia, Inferno, Canto XXXIII, conte Ugolino.

Sintomi: senso di abbandono, malinconia, lutto per perdita di un amico caro:

David Copperfield, ultime pagine.

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Matti in scatola

Io, da bambino, in una scatola, per gioco, mi ci sono chiuso.

Grilloz

 

Post scriptum: Invitiamo sempre i nostri pazienti a riandare con la mente all’infanzia, per ritrovare quella perduta felicità che la Recherche non può certo offrire. Perciò, quando stamattina un matto ha inaspettatamente sporcato il muro della Scuola Santa Rosa con quella frase sbucata dal nulla ho vietato agli inservienti di rimuoverla. Chissà se altri ospiti, leggendola, faranno riemergere dall’inconscio qualche episodio dei primi anni di vita che ridia loro serenità, anche se per qualche ora soltanto. Tentiamo, non nuoce.

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Billy Budd, la ballata finale

Siamo agli sgoccioli ormai, manca poco alla fine del romanzo. Uscito di scena Claggart già da qualche capitolo, e Billy Budd da pochissimo, in scena non resta che il capitano Vere. Ma il capitolo 28, brevissimo, lo coglie sul ponte della Bellipotent mentre la sua nave incrocia quella da guerra francese della Athée. Lo scontro a fuoco che ne deriva vede prevalere la marina britannica, ma il prezzo da pagare al romanzo è la morte del capitano stesso, dopo un’agonia febbricitante, invocando più volte il nome di Billy Budd.

E così i tre protagonisti, dal cui intreccio nasce questa vicenda drammatica, finiscono nell’oblio dei secoli. Un po’ come in Moby Dick, dove solo Ismaele sopravvive al mostro per raccontarne le gesta. Qui avviene qualcosa di simile. Svaniti Claggart, Billy e Vere, resta solo qualche resoconto indiretto e offuscato del loro passaggio nel mondo: una versione ufficiale dell’accaduto, dove si ipotizza un tentativo di ammutinamento sulla Bellipotent orchestrato da Billy, scongiurato da Claggart, che paga la sua fedeltà alla marina militare con una pugnalata mortale sferratagli da Billy stesso, e l’immediata condanna all’impiccagione decretata dal capitano. Ed è Billy il malvagio, il simbolo del male. Ma a questa versione ufficiale fa da contraltare tra i semplici marinai una ballata, prima ripetuta oralmente e poi giunta addirittura a pubblicazione, dove invece Billy ritrova il ruolo dell’innocente capro espiatorio delle nefandezze del mondo.

Possiamo consolarci con la constatazione che la pubblicazione ufficiale del complotto ordito dal marinaio William Budd fu presto dimenticata, mentre la ballata che narra la storia di Billy Budd marinaio, viene ancora cantata sui ponti delle navi dai marinai semplici quando smontano dalla corvée? Credo proprio di sì.

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Billy Budd, nella profondità

Come già per Claggart, affidato al mare dopo la morte, ora tocca a Billy Budd scivolare nell’acqua e inabissarsi. Che i gabbiani volteggino a lungo sulla spuma prodotta dalla discesa della sua bara scuote profondamente gli animi dei marinai, che vedono nelle loro grida e nel loro volteggiare basso un significato sulla morte di Billy più profondo, inafferrabile e complesso della semplice ricerca di cibo.
Così serve tutta la maestria dei gradi superiori nell’impartire ordini perentori e manovre immediate per sradicare dalle loro menti la figura di Billy Budd e farli tornare ai gesti consueti e meccanici della navigazione. Quasi che l’occupare i pensieri con manovre di bordo allontani il rischio di riflettere su quanto successo al povero marinaio e di esprimere giudizi personale su come si è giunti alla sua condanna sommaria e morte ingiusta.

Mi ricorda tanto i telegiornali quando alla notizia di una sciagura umana segue immediatamente la cronaca sportiva. L’euforia giocosa come sentimento finale dopo tanto dolore. Da attaccare all’anima come un post-it fino a domattina.

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Billy Budd, l’impiccagione

Siamo giunti quasi in fondo al nostro lungo viaggio in Billy Budd. Dopo l’omicidio, il processo sommario e la sentenza di morte, non resta ora che eseguire la condanna per impiccagione sul ponte della Bellipotent.
Le ultime parole di Billy Budd in punto di morte sono di ammirazione per il capitano Vere, l’uomo che ne ha decretato la condanna: «Dio benedica il capitano Vere!». E a rispondergli, come in un coro greco, è l’intero equipaggio, ripetendole con una sola voce. Poi il segnale muto di eseguire la sentenza. Un attimo dopo Billy Budd, l’avvenente marinaio, pende immobile dal pennone senza neppure un involontario spasmo del corpo, mentre un’alba rosa sorge sul mare.

Qui ha termine la vita di Billy Budd, marinaio. E lo stacco è brusco e crudele perché nel capitolo che segue, siamo al 26, pochi giorni dopo l’impiccagione il commissario di bordo e il medico discutono a mensa filosofeggiando su questi spasmi involontari che non si sono manifestati in modo evidente durante l’impiccagione. Parlano di Billy come se guardassero un oggetto da esaminare chirurgicamente e senza trasporto emotivo. Questo spostare l’attenzione per un uomo da un piano quasi allegorico e spirituale a un altro ferocemente materiale forse è la violenza peggiore che il narratore poteva compiere su Billy.

A onor del vero il chirurgo, quando la discussione diventa troppo astratta e disumana si inventa una scusa per interrompere il dialogo che ucciderebbe una seconda volta in pochi giorni non solo il corpo ma anche l’anima dello sfortunato protagonista. Mi ricorda certe interminabili discussioni di convenienza politica sul tema dell’immigrazione negli studi televisivi, con alle spalle la gigantografia del bambino morto annegato su una spiaggia del Mediterraneo. Dove in pochi attimi si passa dalla commozione umana al cinismo della ragion politica.

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