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Felicità è…

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«Scrivere non c’entra niente col fare soldi, diventare famoso, crearsi occasioni galanti, agganciare una scopata o stringere amicizie. Alla fine è soprattutto un modo per arricchire la vita di coloro che leggeranno i tuoi lavori e arricchire al contempo la propria. Scrivere è tirarsi su, mettersi a posto e stare bene. Darsi felicità, va bene? Darsi felicità».

Stephen King

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Più leggerete, meno correrete

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«L’aspetto veramente importante della lettura è che favorisce una disinvolta intimità con il processo della scrittura; si mette piede nel paese dello scrittore con tutti i documenti più o meno in ordine. La lettura costante vi trascinerà in un luogo (una disposizione mentale, se vi va questa definizione) dove potete scrivere di gusto e senza imbarazzi. Vi offre anche una conoscenza sempre crescente di quanto è stato fatto e quanto no, di che cosa è trito e di che cosa è fresco, di che cosa vive sulla pagina e che cosa ci muore (o è già defunto). Più leggete, meno correrete il rischio di rendervi ridicoli con la penna e il computer».

Stephen King

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Kurt Vonnegut fa così

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«L’operazione di riscrittura varia moltissimo da autore ad autore. Kurt Vonnegut, per esempio, riscriveva ogni singola pagina dei suoi romanzi fino a quando non fosse del tutto soddisfatto di aver ottenuto quello che desiderava. Di conseguenza c’erano giorni in cui riusciva a comporre nella loro stesura finale solo una o due pagine (e il cestino era pieno di pagine settantuno e settantadue, scartate e accartocciate), ma quando aveva finito il manoscritto era finito il libro, ragazzi. Lo si poteva mandare in stampa».

Stephen King

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Pagina viva, pagina defunta

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«La lettura costante vi trascinerà in un luogo (una disposizione mentale se vi va questa definizione) dove potrete scrivere di gusto e senza imbarazzi. Vi offre anche una conoscenza sempre crescente di quanto è stato fatto e quanto no, di che cosa è trito e che cosa è fresco, di che cosa vive sulla pagina e che cosa ci muore (o è già defunto). Più leggete, meno correte il rischio di rendervi ridicoli con la penna o il computer».

Stephen King

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Di cani e di tacchini

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«Quando una similitudine o una metafora non funzionano, il risultato è alle volte comico e alle volte imbarazzante. Di recente in un romanzo di prossima pubblicazione di cui preferisco non citare il titolo, ho letto questa frase: “Sedeva imperturbabile di fianco al cadavere in attesa del medico legale, paziente come un uomo che sta aspettando un sandwich di tacchino”. Se c’è un nesso chiarificatore, io non l’ho visto. Di conseguenza ho chiuso il libro senza continuare a leggere. Se uno scrittore sa che cosa sta facendo, io sono pronto ad accettare il passaggio per viaggiare con lui. Se così non è… be’, ho superato i cinquant’anni ormai e ci sono un sacco di libri da leggere. Non ho tempo da sprecare con quelli scritti male».

Stephen King

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L’abbigliamento adatto

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«Il linguaggio non deve indossare sempre giacca e cravatta. Il fine della fiction non è la correttezza grammaticale ma mettere il lettore a proprio agio e poi raccontargli una storia… fargli dimenticare, se è possibile, che è lui o lei che sta leggendo la storia».

Stephen King

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Minestre riscaldate

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«Correva “come un matto”, era bella “come un giorno d’estate”, era forte “come un toro”, Bob combatté “come una tigre”… non sprecate il mio tempo (né quello di altri) con minestra riscaldata come questa. Vi fa apparire o pigri o ignoranti. La vostra reputazione di scrittore ha solo da perderci».

Stephen King

Oggi non sono in casa, mi trovate da Chiara Solerio, ospite del suo blog Appunti a margine. Si parla di quarte di copertina: che cosa sono, come si scrivono. Vi va di discuterne con noi?

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