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Come si costruisce una trama, come si sviluppa un personaggio

Pagina sì, pagina no

Nel suo ultimo post Darius Tred utilizza un dialogo di Michael Crichton, tratto dal Mondo perduto, per sviluppare alcune riflessioni sulla superiore ricchezza della parola rispetto all’immagine. Se vi interessa l’argomento, andatevelo a leggere.

Qui invece vorrei riprendere il brano perché è emblematico del mio rifiuto di certa scrittura che porta come conseguenza anche a rifiutare certi generi letterari – quasi tutti per la verità –.
Che sia Crichton o l’aspirante scrittore in self-publishing, una pagina come quella riportata sotto mi ricorda nella migliore delle ipotesi i dialoghi filosofici, dove Socrate parla parla per spiegare la sua filosofia e l’interlocutore si limita a rispondere con monosillabi affermativi, dato la logica stringente che guida la discussione.

La letteratura invece è un’altra cosa: arriva a una qualche verità attraverso l’immaginazione, l’istinto, il paradosso, il conflitto e chissà quante altre cose. E questo non avviene tramite verità sbattute in faccia all’interlocutore, ma nascoste tra le pieghe del romanzo, ragion per cui si potranno sbizzarrire i critici letterari a ricercarne le verità sommerse. La pagina letteraria, poi, è dinamica, viva, creativa. Mai saccente. Personaggi umani, non supereroi inflessibili, non trovano a volte le parole, mentono, non sanno spiegarsi, sono contraddittori, non ascoltano o fraintendono chi parla. Mi piace questo della vita e quindi anche della letteratura. Questo cerco e per fortuna trovo.
In queste ore, per esempio, lo sto trovando in tutte le pagine che ho letto finora della Coscienza di Zeno, che a dispetto del titolo non è un repertorio di teorie psicoanalitiche freudiane.

Invece il passo di Crichton, pur scritto da un autore che ha venduto milioni di copie, pur nella brevità, è sufficiente per annoiarmi e convincermi che non è così che intendo la lettura e la scrittura. E allora vi domando: anche voi avete il mio stesso rifiuto – è una pagina brutta, che non merita – o, al contrario, la trovate interessante e bella, una pagina che può fare da modello per la vostra prosa?

 

«I processi comportamentali possono verificarsi con una velocità maggiore di quanto di norma si pensi. In diecimila anni gli esseri umani sono passati dalla caccia all’agricoltura al ciberspazio. Il comportamento procede a tutta velocità, e potrebbe rivelare una incapacità di adattamento. Nessuno lo sa. Anche se io personalmente ritengo che il ciberspazio rappresenti la fine della nostra specie.»
«E perché?»
«Perché implica la fine dell’innovazione», spiegò Malcolm. «Quest’idea di un mondo interamente cablato significa morte di massa. Tutti i biologi sanno che piccoli gruppi in isolamento si evolvono rapidamente. Metti mille uccelli su un’isola in mezzo all’oceano e la loro evoluzione sarà rapida. Ne metti diecimila su un continente e l’evoluzione rallenta. Ora, nella nostra specie l’evoluzione si verifica soprattutto attraverso il comportamento. Per adattarci noi lo mutiamo. E, come tutti sanno, l’innovazione si verifica solo in gruppi ristretti. Se hai una commissione formata da tre persone, forse qualcosa si riesce a fare. Con dieci, diventa più difficile. Con trenta, tutto si blocca. Con trenta milioni, diventa impossibile. Questo è l’effetto dei mass media: far sì che nulla succeda. I mass media soffocano la diversità. Rendono uguali tutti i posti, da Bangkok a Tokyo a Londra. C’è un McDonald’s in un angolo, un Benetton in un altro, un Gap all’altro lato della strada. Le diversità regionali spariscono. Tutte le differenze si annullano. In un mondo dominato dai mass media, tutto viene a scarseggiare, tranne i dieci libri, i dieci dischi più venduti, i film più visti e le idee più correnti. […] Tutto si bloccherà. Tutti penseranno le stesse cose nello stesso momento. L’uniformità globale.»

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Ricette per un romanzo

Pagine alla trama

Ingredienti: 250 pagine di parole inedite e manoscritte; 1/4 di talento; 1 idea di base; concentrazione q.b.; un pizzico di umorismo, 1/2 cucchiaio di verità.

Preparazione: Disponete le parole sulla pagina. Dividete le pagine in capitoli facendo in modo che la tensione in ogni capitolo si concentri nelle pagine finali. Scioglietela all’inizio del successivo, usando il talento acquistato in precedenza soprattutto per l’incipit, il finale, i dialoghi. Spolverate i dialoghi con l’umorismo che avrete messo da parte, senza esagerare, e permeate di verità almeno il protagonista del romanzo.

Lavorate le 250 pagine per circa tre mesi otto ore al giorno. Tritate finemente le frasi con 4 riscritture successive, assicurandovi che almeno la seconda delle quattro generi un 50 per cento di novità impreviste rispetto alla prima stesura. Poi un 25, poi un cinque per cento. Lasciate riposare il romanzo così prodotto per sei mesi in un cassetto. Infine condite con un titolo di tre-quattro parole e invitate i vostri editori preferiti a cena.

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La storia con le parti noiose

Disse una volta Alfred Hitchcock che un romanzo in self-publishing è una storia con le parti noiose. Non so se il maestro del thriller abbia ragione – di libri noiosi è ricca l’editoria tutta –. Certo è che un bravo editor, ma forse anche uno cattivo, tende a tirarci una riga sopra alle parti noiose, mentre il povero autoeditore, povero nel senso che non può permettersi né l’editor buono né quello cattivo, non può autosuicidare il suo capolavoro cassandolo per intere pagine. Così capita che il personaggio principale parcheggi l’auto, scenda, raggiunga il marciapiede, citofoni, poi ricitofoni, poi il cancello scatta. Lui entra, sale le scale se l’ascensore è rotto, se invece prende l’ascensore vuol dire che non è rotto, sale al terzo piano, se lo richiude alle spalle, estrae le chiavi dalla tasca, le mette nella toppa, apre la porta, entra e se la richiude alle spalle. Percorre l’anticamera, si toglie il cappotto se è inverno, la giacca se è primavera, la camicia se è estate. Mettiamo che sia estate: apre il frigorifero, prende una birra ghiacciata, la stappa, poi si siede in poltrona, fissa la copia di Munch appesa alla parete sopra il Divano Sofà artigiani della qualità, e a questo punto ripensa a tutta la sua vita, a quanto sia stata infelice, distratta, inutile e noiosa. E qui finisce il primo capitolo. Il resto del libro è il resoconto dettagliato che ha portato fino a quella birra che ora è mezza vuota. All’ultimo capitolo il protagonista infine si alza, appoggia la birra, apre la finestra, si affaccia, e fissa il sole che tramonta all’orizzonte. Passano tre minuti e quando l’ultimo spicchio di sole è tramontato tra i palazzi grigi di fronte, lui guarda la strada, i passanti, le aiuole, i cani che fanno i loro bisognini sul marciapiede con padroni al seguito con paletta e sacchettino. Poi resta lì immobile, e la luna calava. Fine della storia.

Il povero self-publisher voleva comunicare la noia del protagonista, e c’è perfettamente riuscito. Quindi ha scritto un capolavoro, come gli ha anche confermato tra le righe il suo beta-lettore, sottoclasse del lettore che paga per leggere ma che può abbandonare il libro quando vuole. Il beta-lettore, lettore di serie B, invece non può. In base a una legge non scritta ma moralmente vincolante deve leggere tutto fino all’ultima riga. Non solo leggere, anche approvare, possibilmente con entusiasmo sincero, all’ennesimo capolavoro dell’autoeditore, il terzo della saga. Può però segnalare imperfezioni di stile: una virgola mancante qua, un congiuntivo sbagliato là, un’apostrofo scritto come l’avete appena letto, di cui il self-publisher lo ringrazierà in un post sull’apposito blog, affermando che senza i suoi beta-lettori non avrebbe potuto giungere al termine di una fatica letteraria immane, durata ben sei mesi o sei anni, il tempo non porta consiglio, tra scrittura e riscrittura.

Il vero problema qual è a questo punto? Il vero problema è come hanno fatto ad aprirgli il portone di casa se in casa non c’era nessuno. Ma questo il beta-lettore si guarda bene dal farlo notare, in fondo sa che l’altro – il self-publisher – gli deve una lettura per quando scriverà il suo capolavoro che narra di una donna che torna a casa alla sera, parcheggia l’auto, blablablà e blablablà.

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Incipit e finale

L’incipit e il finale. Dicono sempre, l’avrete sentito anche voi, che una buona storia dovrebbe almeno idealmente collegarli, il primo la premessa necessaria del secondo, e il secondo la conseguenza logica del primo. Una costruzione narrativa a priori, insomma.

Questo non vuol dire che il legame tra inizio e finale debba avvenire in modo meccanico, sarebbe arido e triste: tutta la letteratura potrebbe risolversi in poche righe. Direi proprio di no, così non dev’essere. Però il fatto che tra l’uno e l’altro, saltando tutta la ciccia che c’è in mezzo – se c’è, perché a volte purtroppo non c’è –, ci possa essere una qualche corrispondenza, un richiamo, un’eco farebbe sicuramente bene alla narrazione.

Così, giusto per verificare se tra questi due elementi c’è davvero un legame sottile, un filo teso, prendo un libro a caso tra quelli che ho in casa e vi appiccico qui sotto incipit e finale. Mi piace scegliere i libri senza pensarci troppo: è il modo migliore per scoprire se le regole generali valgono o no. Se valgono le trovi più o meno diffuse anche dove non te l’aspetti, se non le trovi vuol dire che sono solo idee pseudoletterarie per riempire di sciocchezze i manuali di scrittura creativa.

Il libro preso a caso, che tra l’altro non ho ancora letto, è di poche pagine, un racconto singolo di Henryk Sienkiewicz, polacco dal nome impronunciabile famoso per il best seller Quo vadis?
Il racconto in questione, 25 pagine in tutto, s’intitola Il guardiano del faro ed è pubblicato da Elliot al prezzo di 7 euro, che sono giuste per un colossal al cinema sugli antichi Romani, risultano un po’ eccessive per un unico racconto breve. Ma ormai l’editoria viaggia così. Traduzione di Aurora Beniamino, di seguito incipit e finale.

Accadde una volta che il guardiano del faro di Aspinwall, località poco distante da Panama, scomparisse senza lasciar tracce, e poiché c’era stata una grossa burrasca, si congetturò che quello sventurato si fosse spinto fino all’orlo dell’isolotto roccioso su cui si innalza il faro e che fosse stato portato via da un’ondata. Questa supposizione sembrava tanto più verosimile, in quanto il giorno dopo non fu ritrovata la barca che egli teneva in un’insenatura della scogliera.
[…]
Dinanzi a lui si aprivano nuove strade di vita errante; il vento aveva ancora una volta strappato quella foglia per gettarla sui continenti e sui mari, per incrudelire a suo capriccio. E in quei pochi giorni Skawinsky era molto invecchiato; era più curvo ma i suoi occhi scintillavano. Per le nuove strade della vita portava sul petto il suo libro, e di tanto in tanto lo serrava contro di sé come se temesse di perdere anche quello…

Secondo voi si parlano, incipit e finale?

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Nient’altro che la verità

Caro aspirante scrittore,

ti ringrazio per l’inedito che mi hai mandato, e per la stima – vedremo se grande o piccola – che riponi nel mio giudizio. Come ho ripetuto in varie occasioni sul blog non sono un editor, non sono un esperto di editoria, non sono niente. A volte, forse, sono un lettore a cui piacerebbe leggere solo storie belle, anzi mi accontenterei di qualche bella pagina qua e là, ma è così raro trovarne.

Tu sai, ne sei consapevole, che mandandomi di tua iniziativa il tuo romanzo, rischi l’affondamento. Ho avuto da dire anche su Melville ultimamente, figurarsi se non avrò da criticare un perfetto, anche se onesto, sconosciuto scrittore. L’onestà però non fa testo, ma solo il testo può essere onesto. E vorrei che il tuo lo fosse. Ma dovrò deluderti. Tu dirai: «Ma come, te l’ho mandato ieri, l’hai già letto tutto?».
No, caro aspirante, ho letto solo l’incipit, la prima frase del tuo romanzo. E già non ci siamo. Almeno, non ci siamo secondo me, ma io non sono un editor. Vediamo se in rete, dove ci sono tanti editor freelance a pagamento o per beneficenza, ce n’è qualcuno che verrà in tuo aiuto.

Dunque l’incipit.
Te ne scrivo uno, perché si vede immediatamente che ti sei ispirato a quello, se non nelle parole almeno nella struttura. Il che non è un male se si verifica una condizione, ma ahimè non si è verificata.

«Tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo». Chi non lo conosce l’attacco di Anna Karenina, almeno tra quelli che hanno ambizione letteraria? Tu sei tra questi, sicuramente. E io sono contento, perché non riuscirei a leggere un romanzo giallo o di fantascienza o rosa. Non è il mio genere, e non ci perdo tempo. Questo per dire che dovrei apprezzare maggiormente il tuo inedito, proprio perché stai in quel filone in cui mi piace perdermi.

Dunque, tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Da lettore mi domando se è vero che tutte le famiglie felici sono simili, ma ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. Direi di sì. Cosa vuol dire «direi di sì?». Vuol dire che la frase ha un fondo di verità, magari dai contorni indefiniti, ma di verità. La condizione che per te non si è verificata, è proprio quella della verità. A pensarci bene, esisteranno sicuramente famiglie felici e diverse tra loro, come d’altra parte famiglie infelici, e simili tra loro. Ma qui Tolstoj non sta certo introducendoci a un saggio sulla sociologia della famiglia. Sta dicendo altro, sempre a mio parere sia ben inteso. Enuncia in modo perentorio una verità profonda, e che riguarda tutti: stiamo molto più attenti quando ci parlano dell’infelicità che della felicità. Se per la strada tizio mi dice che gli è capitato qualcosa che l’ha reso felice, gli sorrido e chiedo di che si tratta. Ma se mi dice che gli è capitata una sciagura, la mia attenzione – non so la vostra – è dieci volte più intensa. A noi, non so perché, piacciono le storie dove l’infelicità è protagonista. E tutte le volte che l’infelicità è protagonista ci sembra di star dentro a una storia diversa. Invece, se tutto fila liscio, ci pare di averlo già sentito. Ambientato nel passato, nel futuro, capitato a un essere umano o a un animale, a bambini o ad adulti, la felicità ci pare scontata, tutta uguale, senza particolare succo.

Perciò l’incipit di Anna Karenina è vero: parla, fa intuire, espone – usate voi il verbo che preferite – una verità. Verità che rende bella quella frase. Perché la verità è bella, anche quando è tragica.

Ora penserai che vengo a te, al tuo di incipit. Dammi ancora un attimo. «Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita»; «Chiamatemi Ismaele»; «Si vedrà da queste pagine se sarò io o un altro l’eroe della mia vita»; «Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere»; «Quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene interrotte di monti, tutto a seni e a golfi, a seconda dello sporgere e del rientrare di quelli, vien, quasi a un tratto, a ristringersi, a prender corso e figura di fiume, tra un promontorio a destra, e un’ampia costiera dall’altra parte; e il ponte che ivi congiunge le due rive, par che renda ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione, e segni il punto in cui il lago cessa, e l’Adda rincomincia, per ripigliar poi nome di lago dove le rive, allontanandosi di nuovo, lascian l’acqua distendersi e rallentarsi in nuovi golfi e nuovi seni».

Tutti questi incipit, sempre a mio parere, sono altrettanto veri, incontrovertibili, precisi. Raccontano una qualche verità che sta nel romanzo. Anche Manzoni, che piace poco in generale, ci offre una verità incontrovertibile del luogo geografico dove si svolgerà il suo romanzo storico. Ma ora veniamo a te, caro aspirante.

«Ci sono sensazioni e malesseri che presi uno alla volta possono essere scambiati per un niente e tutti insieme sono uno tsunami: è un pomeriggio di fine estate e mi trovo chiuso in una scatola».

Come vedi, richiami Tolstoj nella scrittura, ma non certo nella verità. Che cosa vorresti dire con il tuo incipit al tuo lettore, e quindi a me? Quale immagine mi comunichi con le tue parole? Sensazioni e malesseri vanno forse a braccetto? La fame, il freddo, il dolore, il senso di vuoto sono sensazioni, stimoli esterni o interni all’individuo, in relazione con i cinque sensi. Un’indisposizione fisica o psichica è invece un malessere. Presi singolarmente, per esempio la fame, sono un niente, ma uniti, per esempio alla depressione, alla febbre, diventano una tragedia immane, un terremoto. Ma è vero questo, quando c’è gente che fa una tragedia perché il telefonino non ha campo e non riesce a restare disconnessa più di un’ora?

E poi perché parlare di tsunami, prendendo un fenomeno fisico così lontano dalla mia esperienza di lettore, e anche dalla tua spero. Forse perché fa esotico? Per me lo tsunami è un’onda anomala, vista alla tv, non percepita come suono, tremore della terra, disperazione, nessuna via di fuga. Tu pretendi da me molto da immaginare (sensazioni-malesseri-tsunami) quando Tolstoj è molto più modesto: famiglia-felicità-infelicità. Posso trovare una verità dentro a un evento catastrofico che ho vissuto solo al Tg1? E poi per finire dentro a una scatola. Ti dirò, non sono mai rimasto chiuso in una scatola, come posso partecipare dell’angoscia, della felicità, delle ansie del tuo protagonista, se mi racconta subito di sentirsi come dentro a una scatola. Sarò rimasto chiuso in un ascensore, forse. Ma in una scatola…

Eppure tu vuoi convincermi che esista una verità fatta di sensazioni, malesseri, tsunami e uomini (o donne) inscatolati. E no, caro aspirante, le parole sono giuste, ma la verità è che le usi per raccontarmi solo bugie. E di bugie mi basta già la finzione letteraria esterna, ma dentro al tuo incipit, e poi lungo il romanzo, devi metterci una qualche verità vera.

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Dialoghi in similpelle

Non sono più tanto sicuro che un dialogo, per funzionare, debba essere realistico e verosimile. Leggendo in questi giorni i dialoghi presenti nella Leggenda del santo bevitore, un racconto di Joseph Roth, li ho trovati inusuali, stranianti. Personalmente li avrei scritti con un occhio molto attento alla realtà e alle consuetudini, ricalcando le parole che ogni giorno comunichiamo ai nostri simili. Risultato: non ne sarei più uscito dal racconto, mi sarei arenato in una storia che invece in poche pagine descrive una marea di eventi.
Quando invece facciamo parlare i personaggi normalmente, registrando la realtà per non perdere l’aderenza con il quotidiano, otteniamo solo fiumi di parole, ma non produciamo letteratura. Capite cosa intendo?

Non me ne voglia la vittima del dialogo che segue, il primo che mi è capitato a tiro nella cerchia di blogger amici, per farvi capire meglio il mio sconcerto. Dialogo, questo, non di valore letterario, anche se espresso in un contesto fantasioso ma non romanzato, un semplice esercizio di scrittura.

L’ultimo intervento era finito e, con esso, la giornata.
«E con questo fanno cento interventi. Sono sufficienti per convincerti?» disse il dentista sistemando gli attrezzi. La donna rimase impassibile, come assorta nei suoi pensieri. Poi si sfilò il camice e lo appese. Ricercatrice di scienze noetiche, anche quel giorno – l’ennesimo – si era spacciata per assistente alla poltrona con il chiaro scopo di vedere da vicino gli effetti della psicolamicina. Il dentista intuì le sue perplessità, non senza un certo disappunto.
«Diciamo che da un punto di vista puramente statistico, cento casi sono pochi per le mie ricerche» disse la donna.
«Lo so bene. Sono pochi per un qualsiasi test clinico. Ma hai appena ottenuto un riscontro del cento per cento. Ricordo bene? Abbiamo usato la psicolamicina come anestetico su cento pazienti.» disse il dentista. «Cento» ripeté con enfasi. «Il tuo aggeggio qui» proseguì indicando un’anonima scatoletta piatta appesa alla parete «non ha rilevato nessuna attività cerebrale anomala. Per inciso: niente sogni, niente incubi durante le sedute.»
«E niente onde theta potenziate» puntualizzò la donna.

Ora vi è più chiaro il mio dubbio? Intendo che poi, anche quando diciamo di scrivere letteratura, proponiamo ai nostri lettori dialoghi come quello che avete appena letto, esattamente le parole e il tono che due ricercatori veri userebbero tra loro. E anch’io lo scriverei così. Ma è davvero così che si devono scrivere i dialoghi in letteratura?

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La metamorfosi

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Destatosi da sogni inquieti, una mattina Gregor Samsa si ritrova trasformato in un immondo insetto, scusa tanto irreale da far sembrare vera quella di Donald Trump alla Casa Bianca. Così conciato, con quelle zampette esili e ingovernabili, l’addome piatto, e nudo come un verme anche se si sta parlando di uno scarafaggio, decide perciò di non presentarsi in ufficio. Il che è un grosso problema perché vive in una famiglia monoreddito – è lui che mantiene i suoi due vecchi e la sorella –. E il primo ministro dichiara alla stampa che la cassa è vuota e chi sta sotto la soglia di povertà sono fatti suoi.

Come scarafaggio però non è niente male: di dimensioni gigantesche, se non si facesse schiacciare dalla solita angoscia del lunedì mattina, se pensasse veramente positivo, se guardasse al bicchiere mezzo pieno, trasformando le difficoltà in opportunità, le sfide in soluzioni, i problemi in risorse; se seguisse i consigli di Montemagno su Youtube, potrebbe tranquillamente presentarsi al Circo Barnum, esibendosi dopo il gemello siamese e prima della donna barbuta. Tra pagina Facebook, Instagram e Twitter, i follower e i soldi arriverebbero a palate.

Invece il suo problema, pare incredibile, è andare in retromarcia sulle zampe. Come se a noi interessassero le manovre in spazi ristretti degli scarafaggi. I suoi genitori e la sorella nel frattempo si sono svegliati, e tra una fetta tostata e l’altra del Mulino Bianco, cominciano a preoccuparsi del fatto che Gregor non va al lavoro. Lo chiamano e lui, sforzandosi di parlare con voce umana, cerca di tranquillizzarli dall’altra parte della porta. Ma non aprite quella porta.

Nel frattempo, visto che un fattorino doveva aspettarlo in stazione e non lo ha visto arrivare, l’azienda ha mandato il procuratore a controllare il suo stato di salute. Gregor cerca di alzarsi dal letto, ma il suo nuovo corpo gli impedisce movimenti repentini e mentre i genitori intrattengono il procuratore che inizia a spazientirsi, Gregor balza giù cadendo pesantemente a terra. Cerca di rassicurare tutti, aggiungendo che presto uscirà dalla stanza, ma la sua voce somiglia più a quella del navigatore satellitare che a quella di un essere umano.

Il procuratore si irrita, ritiene di essere preso in giro e avverte Gregor che se continua su questa strada verrà licenziato, da precario col cavolo che te la prenderai comoda, fannullone del cartellino. Inoltre si lamenta con i genitori del rendimento scarso sul lavoro del loro figlio, affermando che negli ultimi mesi è peggiorato professionalmente, forse c’entra anche wattsapp e certi siti porno navigati in orario di lavoro. A questo punto Gregor, con uno sforzo immenso, riesce ad aprire la porta con ciò che non è più la sua bocca.

Il procuratore sopraffatto dall’orrore scappa dalla casa precipitandosi giù per le scale. La madre, vedendo la trasformazione del figlio, sviene mentre il padre lo ricaccia indietro colpendolo con un giornale, Libero di Feltri, che riporta in prima pagina a titoli cubitali La patata bollente. Gregor si rintana sotto il letto rifiutando il quotidiano, a tutto c’è un limite: troppo volgare quel giornale, sono uno scarafaggio, non mi potete dare in pasto qualsiasi schifezza. Poi Gregor, esausto, si addormenta. Sogna di essere il titolista di Libero. Quando si sveglia, per fortuna è tornato scarafaggio, prova un’immensa felicità e trova anche del latte vicino al letto ma non riesce a berlo, i suoi gusti alimentari sono ora di tutt’altra specie. Altrimenti questa storia non si chiamerebbe La metamorfosi.

Nei giorni seguenti Gregor gestisce meglio le sue zampette e decide di nascondersi sotto un divano, così da permettere alla sorella di portargli del cibo più appropriato al suo nuovo stato e di pulire la stanza. Gregor passa le sue giornate ascoltando i discorsi dei familiari che sono sempre più cupi, ma non a causa dei problemi economici che il perdurare dello stato di Gregor hanno aggravato come lui suppone. In realtà discutono animatamente, con trasporto, di Occidentali’s Karma. Possiamo dire, con sollievo, che i guai della vita, a guardarli bene sono transitori, tutto passa, panta rei.

Le giornate di Gregor, monotone, lo vedono confinato tra le quattro pareti, sembra di stare al Grande fratello ma senza la tettona che ti la sventola la patata, sempre lei, davanti alle antenne. Però c’è un aspetto positivo: Gregor ora scorrazza per la stanza, arrampicandosi anche sui muri per provare le sue nuove abilità. Per qualche ora si trasforma nell’Uomo ragno.

Grete, la sorella, pensa allora che sia la volta buona per togliere alcuni mobili dalla stanza e con la scusa di lasciargli più spazio li vende all’incanto. Un giorno, però, Gregor vede la madre prendere un quadro a cui è molto affezionato, L’urlo di Munch, esce da sotto il divano e quando la madre lo vede grida terrorizzata e fugge dalla stanza. Il fatto era che il quadro era sempre stato appeso a rovescio, e ora si è resa finalmente conto del pessimo gusto di Gregor, che la insegue e il padre vedendo il figlio-insetto scorrazzare per la casa, gli tira una mela che va a conficcarsi nella sua corazza. Un’allegoria di Guglielmo Tell a rovescio.

Gregor ferito torna nella sua stanza e rimane bloccato per diverse settimane, mentre la mela marcisce nella sua schiena. I giorni passano, le mamme invecchiano, e la situazione per Gregor si fa insostenibile. Decide di diventare scrittore, aspirante self-publisher, titolo del libro: L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo. Una biografia-romanzo. I genitori nel frattempo hanno subaffittato l’appartamento: una sera Grete decide di suonare il violino per i nuovi inquilini. Gregor abbandona per un attimo la scrittura ed esce dalla stanza, perché la porta è rimasta aperta, e appena viene visto il padre lo ricaccia in camera, ma i nuovi inquilini, terrorizzati e disgustati dalla visione dell’insetto, decidono di andarsene senza pagare l’affitto.

A questo punto Grete è costretta a trovarsi un nuovo impiego, zona Olgettina, e Gregor è solo, abbandonato. Il padre, che lo odia peggio che un laziale Totti, e la madre che lo teme come Equitalia, decidono che è necessario sbarazzarsi del figlio-scarafaggio, perché sarà sempre più un ostacolo alla loro vita e gli impedirà di rialzarsi dal collasso economico in cui sono precipitati.

Gregor dopo aver sentito la discussione della sua famiglia sul suo futuro, capisce di essere un peso morto per i suoi e per la società, di non avere più alcuna speranza di essere protetto e aiutato. Si lascia quindi andare verso un declino inesorabile: non mangia e smette di scrivere fino a perdere le forze e morire. La sua famiglia, dopo averne scoperto la carcassa, si sbarazza del suo esoscheletro e comincia una nuova vita. Si trasferiscono, quindi, in un appartamento più piccolo e iniziano a sperare di poter sposare la figlia, forse con un ricco industriale. Ma non ce n’è affatto bisogno. Mondadori pubblica il suo inedito inconcluso, trovato per caso tra i rifiuti. L’insostenibile pesantezza dell’essere immondo scala le classifiche sbalzando Il codice Montemagno. Dove sarebbe mai potuto giungere Samsa se avesse completato l’opera, questo il rammarico nel mondo delle lettere.

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