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Il tram della notte

Milano è sempre vivace, anche di notte. L’ultima corsa notturna dei suoi tram, verso l’una di notte, porta verso le periferie gente che ha ancora voglia di birra e di divertimento; oppure di arrivare a casa in fretta e coricarsi dopo una giornata torrida e da dimenticare. Li vedo salire in massa alla prima fermata dopo il capolinea: io sono già accomodato per i fatti miei vicino al finestrino, con un libro spalancato in mano, immerso nelle pagine.

Questa vita notturna mi piace. Un po’ leggo, un po’ osservo intorno senza mai incrociare sguardi. Ci si imbatte in personaggi strani, a volte. Mi chiedo se sono quelli giusti per il romanzo che non scriverò mai. Chi sono, cosa fanno, perché si spostano di notte, da dove vengono. Cerco di immaginare le loro case, i quadri che hanno alle pareti. Alcuni non possiedono quadri, ma direttamente l’urlo originale di Munch. Mi chiedo se dormono su un divano sfondato – giurerei di sì per molti di loro –; e ancora, se hanno qualcuno che li aspetta a casa: qualcuno sarà stato appena lasciato e sale sul tram con mezza birra ciondolante in mano, più altre cinque in corpo e nell’anima. Questi i pensieri che si inframmezzano tra un paragrafo e l’altro di Gadda, rallentandone la lettura.

Non me ne sono accorto, ma una coppia si è ricavata un angolo di tram poco distante da me. Non proprio un angolo per la verità: una nicchia. Lei ha trovato posto a sedere e lui è in piedi, vicinissimo, che le parla quasi appiccicato. Lui gesticola, è di spalle, non so che faccia abbia. Ma da dietro sembra un armadio a sei ante. Lei invece, quando lui traballa leggermente per gli strappi improvvisi del tram, mi appare di tre quarti. Sarà a due metri, un metro e mezzo da me, sulla diagonale. Se inclina leggermente la testa in avanti tocca la pancia di lui, tanto lui le sta a contatto. Per guardarlo in faccia, deve reclinare il capo all’indietro, mi sembra un po’ soffocata dalla postura del suo uomo.

Che è il suo uomo si capisce da come ridono e gesticolano. Con la mano destra che non si tiene al tram, lui tenta di colpirla con degli schiaffetti sulle guance. Lei si ritrae, si difende, ride. Torno al mio Gadda: «”Mària Vergine!”, come ammettendo di poter essere sospettata del contrario. No, la servente no la gera de Marino, no la gera dei Castelli Romani…». E sento un ciaff!

Allora alzo gli occhi dal Pasticciaccio, e vedo che seguitano i colpi e le parate. Mi rituffo nella pagina e un altro ciaff!, più sonoro questo. Guardandola ora lei non ha più lo stesso sorriso, ma è quasi sorpresa. Alza gli occhi all’uomo e non tenta più di difendersi. Lui prima fa una finta, e poi prova una carezza che non è gradita, perché lei ritira il viso, allora la carezza si trasforma in uno schiaffo, leggero ma voluto. Lei alza lo sguardo, muove le labbra, ora smettila sembra dire, e stringe a sé la borsa. Non giocano più. Ma lui la opprime con la sua muscolatura e c’è sempre quella mano libera che vuole giocare a schiaffi, anche se ora gioca ormai da sola. Forse qualcuno guarda, gli altri proprio non li vedono. E io riabbasso gli occhi al libro, ma di leggere non ho più voglia.

Ogni tanto torno su di loro, lui parla dall’alto, si esprime soprattutto con lo sguardo che io non vedo, lei non vorrebbe più trovarsi lì, imprigionata sul sedile. Non può né alzarsi, né alzare il viso, perché quando lo fa lui agita la mano e questo è sufficiente per far sì che lei debba proteggersi, ma ridacchiando, ma non con un bel sorriso sincero. Non sono fatti miei, in fondo non sta succedendo niente, una coppia che scherza per i fatti suoi e se guardassi l’uomo con espressione interrogativa quell’armadio so cosa mi direbbe in faccia: fatti i cazzi tuoi. Desidero che scendano, come vorrei scendessero.

Forse mi hanno ascoltato perché lui le si allontana leggermente e lei può finalmente alzarsi, e io mi rituffo dentro il libro abbassando il capo, perciò lui non lo vedo mentre mi sfila via. Vedo solo la sua mano destra e forte che tiene stretta la sinistra di lei, che lo segue docile con un sorriso disegnato sulle labbra, ma pietrificato, smorto, e due occhi neri impauriti e imploranti una grazia per una punizione che sente arriverà. Per quale colpa poi?

Non vi dirò se erano italiani o stranieri, vi dico solo che erano un uomo e una donna. Tanto basta. Ora ci vorrebbe uno scrittore, o una scrittrice, che si prendesse l’onore e l’onere di raccontare questi fatti in un romanzo. E se pensate che di romanzi che già parlano di queste cose ce ne sono troppi in giro, per cui è inutile aggiungerne un altro, vi dirò che proprio per questo è utile aggiungerlo.

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Di cosa si parla quando si parla di ispirazione

A un certo punto scrisse una canzone: Quelli che.

Una canzone rivoluzionaria per la scrittura: si arrivava da cantautori che scrivevano canzoni molto raccontate, c’era sempre una storia, tipo «lunga e dritta correva la strada…» (con l’eccezione di De Gregori, che usava immagini molto più vicine alla poesia). Mentre io cercavo la sintesi, l’impazienza del rock.

Quella fu, secondo me, la prima volta di una canzone tutta svolta intorno a una frase, quasi uno slogan come piaceva a me: «quelli che vomitano», «quelli che non si divertono mai neanche quando ridono», eccetera. Penso mi abbia ispirato quando mi è venuta in mente l’idea di Siamo solo noi.

Vasco Rossi

 

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Dal blog al libro

Stella Pulpo, conosciuta in rete per il blog Memorie di una vagina, è in libreria in questi giorni con il suo romanzo d’esordio, Fai uno squillo quando arrivi (Editore Rizzoli, pagine 378, euro 19).

Detto così potrebbe sembrare una recensione, invece è solo un’osservazione. Memorie di una vagina, l’ho già scritto qualche volta su queste pagine, è un blog di successo, irriverente e ironico in un ben calcolato mix, che si ispira alla solitudine milanese dei trentenni social ma dissociati, spesso in carriera, frequentemente in corriera, all’inseguimento dell’efficienza lavorativa di giorno, dell’apericena con gli amici di sera e del palestrato tra le lenzuola di notte, in un eterno presente da Peter Pan, ma malinconico, senza Campanellini e Capitani Uncini con cui costruire una famiglia, anche allargata.

Detto così potrebbe sembrare un’osservazione senza senso, invece toglierei il condizionale, è proprio un’osservazione senza senso. Ma quello che mi interessa notare sta tutto nella copertina del libro – confesso che ho dato una sbirciata anche al primo capitolo per verificare alcune idee di blogging che ho in testa da tempo, ma che offrono spunti marginali rispetto all’obiettivo primario di questo post –.

«Dall’autrice del blog Memorie di una vagina». Eh sì, c’è scritto proprio così in copertina. Se un blog è ben ideato, nel senso di ben scritto, ben sviluppato, ha un tema chiaro e semplice, con un suo pubblico preciso, poi si arriva al libro sugli scaffali della Mondadori in Duomo a Milano quasi per via diretta – oggi lo trovate al piano meno uno in un certo numero di copie –.

Dal blog al libro, questa è l’aspirazione di molti blogger-scrittori. Che non vuol dire, badate bene, dal blogger allo scrittore. Se nasci blogger probabilmente morirai blogger, perché scriverai una pagina di libro come scriveresti una pagina di blog. Ed è proprio questo il caso del capitolo che ho letto abusivamente in libreria. Ma questa osservazione è secondaria rispetto alla principale: partire dal blog per giungere al libro si può, basta seguire il modello Vagina. Anche se parli di formiche, non tira solo il sesso.

E se invece quelli che leggeranno il libro non provengono dal blog? Allora forse ti diranno che sei uno scrittore. E il pubblico si biforca immediatamente: di qua quelli che vedono nel libro l’estensione del tuo blog, di là quelli che vedono nel blog l’approfondimento del tuo libro. Comunque la giri, chiamalo successo.

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L’aforisma rivelatore

L’aforisma è l’ultima frontiera della scrittura. I grandi, specie del passato, hanno spesso avvertito l’esigenza di confrontarsi con questa forma breve che compendia in poche parole una delle tante contraddizioni umane che potrebbero diventare materia di un intero saggio o di un romanzo.

Per lo scrittore l’aforisma è la sfida estrema, quella che non si può sbagliare. Se la sua mente pecca di lucidità o la penna di tecnica, ecco che la sentenza aforistica crolla miseramente, si sgonfia, svapora. E il lettore non si illumina leggendola.

In tutto questo è la retorica a giocare un ruolo decisivo, l’unico mezzo a disposizione di chi scrive per rendere efficace ed evidente l’intuizione che vuole trasmetterci. Insomma, l’aforisma è una materia per pochi, e aggiungerei anche fuoriclasse, gli unici che possono permettersi questo genere letterario.

Mi stupisce quindi l’aver trovato in rete una quindicenne che oltre a cimentarsi nei racconti – e che racconti, considerata la sua età!, credo sia una rarità che Helgaldo faccia un complimento simile dopo averne letti due-tre a caso, visto che a lui di solito non piace nulla – mi stupisce, ripeto, che senta anche l’esigenza di scrivere aforismi. Certo, qualcosa è ancora da perfezionare, da asciugare, e avrà il tempo dalla sua: ma già tentare è un po’ riuscirci. Ecco un bell’esempio fresco e spontaneo e inaspettato di quella «immodestia positiva» di cui ho parlato qualche giorno fa, che può portare solo alla buona scrittura, e forse all’eccellenza.

Piccoli talenti crescono.

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In esilio

«Quando ci si sente incapaci di scrivere, ci si sente esiliati da se stessi».

Harold Pinter

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Responsabilmente

Scrivere è prendersi la responsabilità del testo. Ma la responsabilità è anche una fregatura. Lo dice Marina Guarneri nel suo ultimo post sul suo taccuino-blog.

Affidiamo alla scrittura il compito di dire bene le cose, dice. Le parole che scegliamo con cura devono convincere il lettore, centrare l’obiettivo che si prefigge l’autore, giungere al destinatario nel modo non solo giusto, ma addirittura «esatto». Dice anche che gli scritti sono sentenze senza appello – in questo si aggrappa ai suoi trascorsi giuridici –, che devono portare chi legge sulla stessa lunghezza d’onda di chi scrive. Il lettore deve procedere sullo stesso asse mentale che ha portato alla creazione della storia.

La sua conclusione è che le parole devono fare bene il loro mestiere e accreditarsi da sole senza bisogno di una bàlia che le giustifichi o le spieghi. Non posso che essere d’accordo.

La quasi totalità dei commenti al suo post, invece, va in tutt’altra direzione. Il che mi piace perché mi pone come al solito, snobisticamente, nel partito dei pochi – io, Marina e forse un’altra anima nera –.

Il coro dei commenti è unanime e ben intonato. E il lettore?, si chiede. Come la mettiamo con il lettore e le sue infinite interpretazioni soggettive? La responsabilità – dicono – non pesa sull’autore che scrive, ma sul lettore che legge dando significati diversi al libro e traendone emozioni che possono variare addirittura rileggendo lo stesso libro a distanza di anni.
Impossibile quindi mettere le briglie al lettore, ingabbiarlo nel nostro obiettivo. Dieci lettori, dieci interpretazioni da un unico libro. E questa può essere addirittura una ricchezza del testo.

Questo slittamento di responsabilità dall’autore al lettore, e poi alla critica, non mi trova d’accordo. Mi chiedo: perché scrivere se non si ha potere sul destinatario? Se poi lui va per la sua strada e legge il suo libro e non il mio?

Gli scrittori alla Guarneri, che cercano disperatamente di trasmettere con parole accurate il proprio pensiero perché venga colto in modo preciso – poi si può essere in totale disaccordo con questo pensiero, ovviamente – peccano di superbia e di immodestia. Gli altri, quelli che accettano come naturale le tante divergenze nella lettura, quand’anche i ribaltamenti di significato, rispetto agli obiettivi che si era prefissato l’autore, mi sembrano invece umili e modesti. Per loro la soggettività del lettore è un dato di fatto, una variabile indipendente su cui non si può intervenire. Accettano che qualcuno li capisca e che la maggior parte li interpreti.

Cara Marina, tu però continua a essere immodesta e superba, insegui con accanimento il desiderio di condurre tu il gioco, stabilire le regole, tirare i dadi facendo sempre dodici e vincere sempre la partita. Scrivi con la stessa cura maniacale di Manzoni, di Kafka, di Poe, di Hemingway, di Calvino, di tanti.

In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questo era in principio presso Dio e compito del monaco fedele sarebbe ripetere ogni giorno con salmodiante umiltà l’unico immodificabile evento di cui si possa asserire l’incontrovertibile verità. Ma videmus nunc per speculum et in aenigmate e la verità, prima che faccia a faccia, si manifesta a tratti (ahi, quanto illeggibile) nell’errore del mondo, così che dobbiamo compitarne i fedeli segnacoli, anche là dove ci appaiono oscuri e quasi intessuti di una volontà del tutto intesa al male.

Tu credi che Eco scelga queste parole perché il lettore possa prendere altre strade se non la sua? Sii immodesta come lui. Lascia che siano gli scrittori modesti quelli in balìa dei lettori.

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Scrivere da matti

«Tutti quelli che scrivono sono un po’ matti. Il punto è rendere interessante questa follia».

François Truffaut

 

Post scriptum: da quando abbiamo distribuito le matite per renderli innocui i nostri pazienti scrivono, scrivono, scrivono. Ho letto anche qualcuno dei loro sfoghi: compensano con l’estensione la mancanza di profondità. Nulla di interessante, quindi. Ce ne sono però due o tre, da monitorare con attenzione, che scrivono poco o niente: questi sono i più a rischio per sé e per gli altri, bisognerà  sedarli farmacologicamente.

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