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Esperimenti sui blog

Due «esperimenti» in pochi giorni. Il primo, su questo stesso blog, è quello di ieri, dove il post dal titolo Riciclaggio creativo non è altro che la fotocopia di un mio precedente intervento, Liberi tutti, pubblicato agli esordi del blog e che non aveva ricevuto né like né commenti – un fiasco totale –. Eppure mi pareva un post interessante, dissacratore di una certa tendenza eccessivamente manualistica nell’affrontare in rete gli argomenti legati alla scrittura.

Devo ammettere che ai tempi della prima pubblicazione fui ispirato dal continuo rimpallarsi nei vari blog di scrittura di una miriade di discussioni riguardanti l’analisi delle trame, dei personaggi, dei punti di vista e di tutti quei temi legati alla buona scrittura che inflazionavano la rete, argomenti tesi alla creazione del romanzo «perfetto». Alzi la mano chi non si è fatto coinvolgere nelle varie discussioni di scrittura che ci siamo propinati l’un l’altro in un certo periodo del blogging. Potremmo definirla «l’epoca classica del blogger», quando si va alla ricerca di consigli per scrivere nel modo «giusto» una scena o un romanzo; o per crearsi una patina di notorietà e professionalità nella rete esponendo con competenza gli argomenti di scrittura, i famosi contenuti che ti innalzano ai vertici del blogging.

La mia reazione a tanto monocorde coro fu allora quella di ripensare il mio modo di presentarmi in rete, e viverlo parlando di argomenti più personali e leggeri, escludendo la teoria fine a se stessa – sempre generica, mai veramente utile – con l’esercizio costante nella scrittura che poi sfociò nel thriller paratattico, thriller che fu ripreso in seguito anche su altri blog che lo svilupparono in forme nuove.

Ma il post che scrissi allora non se lo filò nessuno. Riletto per caso l’altro giorno, mi sono chiesto se oggi, a distanza di tempo e con un numero ben superiore di lettori fissi, avrebbe generato maggiori risposte. Sembrerebbe di no, anche se qualcuno questa volta ha commentato.
La riflessione che mi si affaccia alla mente è duplice: primo, quel post – oggi come allora – ha qualcosa di «sbagliato», che non piace oggettivamente, non cattura, non fa venir voglia di commentare. Forse perché per come è costruito sembra una dichiarazione perentoria, che non lascia spazio ad aggiunte ulteriori? Può essere.
Secondo, nel frattempo gli argomenti in rete sono cambiati: i famosi consigli di scrittura sono stati erosi da post più personali, più interessati a far emergere la personalità del blogger anziché esporre solo contenuti di scrittura creativa in stile manualistico. Se così fosse, una piccola percentuale infinitesimale nel cambio di tendenza può averla generata anche il mio blog, che ha sempre creduto che un blogger è in sé più interessante e ricco degli argomenti che eventualmente tratta. E che articoli più leggeri, a volte anche soggettivi (lo ammetto, anche polemici e corrosivi, finanche dispettosi), ma mai asettici e impersonali, ci avvicinano di più che uno scambio perfetto ma asettico di consigli di scrittura, quando non sono addirittura pseudoconsigli di pseudoscrittura.

Comunque il modo di comunicare nei blog è cambiato o sta cambiando, stiamo entrando nell’«epoca contemporanea del blogger», e forse anche nel «blogging post moderno»: frammenti sparsi di autobiografia che vanno a disegnare i contorni di un blogger sempre in mutamento, sfuggente, contraddittorio, mai oggettivamente identificabile.
Con buona pace del mito dei contenuti.

Il secondo esperimento, che non è altro che un esempio concreto che permette di passare dalla teoria alla pratica nella scrittura (e anche nella lettura) lo trovate sempre oggi nel blog Scrivere per caso di Michele Scarparo, dove in queste ore sta avvenendo una gara di dialoghi letterari. Dovete leggere i dialoghi lì presentati in forma anonima, alcuni di scrittori affermati altri di gentaglia come noi, e votare quelli che per voi sono i migliori. Un po’ come le votazioni ai gazebo del Pd. Primarie dialoganti. C’è tempo fino a lunedì, io voto Antonio…

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Riciclaggio creativo

Personaggio, conflitto, alza la posta in gioco, climax, finale, risoluzione, plot, subplot, legami tra plot e subplot, legami tra personaggi principali e secondari, tra secondari e secondari, tra principali e dipendenti, niente sindacalisti nella mia azienda, drammatizzazione, conflitto interiore, Conte di Montecristo, punto di vista, in prima persona, in terza persona, io sono tu sei egli è, terza persona singola, terza persona multipla, in quanti cazzo siamo in ‘sto romanzo?, terza persona onnisciente, lei non sa chi sono io, chi ti credi di essere, dio?, ambientazione, unità di tempo, finale aperto, chiuso, finale chiuso per ferie, finale aperto tutto l’anno, ferita inconscia, revisione, capovolgimento dei ruoli, io so che tu sai che io so, in medias res c’era una volta una notte buia e tempestosa, primo atto, secondo atto, terzo atto, Aristotele, Archimede Pitagorico, eroe, antieroe, dottor Jeckyll e mister Hyde, Gianni e Pinotto, storia lineare, storia circolare, tra due pagine segui la rotonda seconda uscita, seconda stesura, terza stesura, era meglio la prima stesura, il tema della storia, non mi ricordo più perché sto scrivendo.
Qualche consiglio di scrittura? Basta!!!

 

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Il Tullio De Mauro di Helgaldo

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La lingua italiana è in lutto. All’età di 84 anni, il suo più famoso studioso, Tullio De Mauro, ci ha lasciati. Uno dei più importanti intellettuali del nostro paese, l’hanno definito i giornali, al pari di De Sanctis.
Presidente della Società di linguistica italiana, membro della Crusca, docente universitario, ministro dell’Istruzione per pochi mesi sotto il governo Amato. Da ultimo, presidente del comitato direttivo del Premio Strega. Tutti i quotidiani gli hanno dedicato ampio spazio, dal «Corriere» alla «Repubblica», dalla «Stampa» al «Fatto quotidiano», mettendo in risalto la sua cultura immensa, non solo linguistica, e l’impegno civile e politico di chi ha sempre voluto sporcarsi le mani nella società civile anziché giudicarla dall’alto di una cattedra. Non racconterò quindi quello che potete leggere facilmente altrove su di lui in queste ore.

Per me Tullio De Mauro è stato il portavoce dei parlanti, di gente come me, di quelli con una cultura traballante, ma curiosa di tutto. Se sono ciò che sono quando parlo e scrivo, quando capisco e riesco a farmi capire in pubblico, lo devo anche alle riflessioni di quest’ometto dalla faccia simpatica, dall’eloquio aneddotico e frizzante, dalla scrittura semplice ed efficace.

Quando mi chiedono quali libri sono stati fondamentali nella mia vita, cito sempre I promessi sposi. Ma, riflettendo, dovrei aggiungere la Guida all’uso delle parole di Tullio De Mauro, un piccolo saggio pubblicato dagli Editori Riuniti nel 1980, collana diretta dallo stesso De Mauro. Dalla lettura di quelle pagine è nato il mio interesse per le parole, per il discorso, per l’italiano scritto e parlato.

Non vi dirò del saggio, che non è un manuale di scrittura creativa e potrebbe non interessarvi; ma vi dirò della collana da lui diretta, formata da una serie di libri di base, pensati per chi è agli inizi, principiante come me, ma che vuole migliorarsi in qualunque attività umana. Perché la cultura è valida, pensava De Mauro, solo se genera ulteriore cultura. E questa collana realizzava proprio la sua idea di cultura. Non si capirebbe altrimenti la scelta di De Mauro di affiancare alla sua Guida all’uso delle parole – che contiene in appendice il vocabolario di base della lingua italiana – testi su qualsiasi sapere, purché vivo: Saper leggere, La televisione, L’industria della canzone, Il mestiere dell’intellettuale, Il mondo dell’Islam, Il gioco del calcio, Saper invecchiare, Fumare o no, La fotografia, Come far leggere i bambini, Che cos’è la statistica, Le basi dell’informatica, Che cos’è il restauro, Come funziona il cuore, Il cosmo, I tumori, Le donne e la letteratura, Guida al mestiere di maestro

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Augurio

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Che il 2017 v’illumini d’immenso.

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Dedicato a chi non fa sentire la sua voce

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Caro lettore silenzioso che non commenti mai,

tutte le volte che ti penso mi viene in mente un film, che poi è uno dei miei preferiti: Su per la discesa. Magari lo conosci, ma te lo voglio raccontare lo stesso.

Il film si svolge a New York, in una scuola di periferia, nel degrado ai margini della Grande Mela. All’inizio dell’anno scolastico arriva questa nuova insegnante di letteratura, giovane e attraente, fresca di laurea nella più importante università americana. Ma è solo di passaggio in attesa di trasferirsi in un liceo prestigioso dove si troverà di fronte studenti ricchi e motivati. Qui, invece, tutto è problematico. Una classe turbolenta, i bianchi che odiano i neri, i neri che odiano i bianchi, quello che odia le donne, la ragazza brutta innamorata dell’amore, la ragazza bella sempre in infermeria perché il fidanzato la picchia, ma per lei l’amore è questo. Il lecchino della classe, quello che dorme nell’ultimo banco e non interviene mai, il ribelle genio con il coltello in tasca. Poi c’è la burocrazia, ogni richiesta ha un modulo, ogni modulo è machiavellico. Ci sono poi gli altri insegnanti. Depressi, esausti, senza più motivazioni educative. Un preside agguerrito contro gli studenti, dai provvedimenti drastici, dall’espulsione facile. Insegnare è impossibile. Chiasso, furti, battute a sfondo sessuale, continue interruzioni durante le ore di lezione.

Eppure con fatica la nostra insegnante riesce a instillare qualche momento di riflessione. Scrive alla lavagna l’incipit di Grandi speranze di Dickens, che è talmente bello che è impossibile non generi una discussione collettiva. C’è poi l’idea di questa scatola, dove si possono inserire pensieri in forma anonima. Che a fine lezione legge, insieme al suo collega di letteratura, lui ormai al massimo del cinismo dopo tanto inutile insegnamento: «Oggi è il mio compleanno, non se n’è ricordato nessuno e allora mi faccio gli auguri da solo», «Signorina, vada a farsi fottere», «Le sue lezioni sono squisite» (questo è sicuramente del lecchino), «Quello che dice Giulietta a Romeo mi ha fatto molto riflettere» (questa è la ragazza innamorata), «Non perda altro tempo con noi tanto non serve a niente», «Io sono».

Infine l’insegnante organizza la recita di un libro, che si svolge in un sorta di tribunale costruito nella palestra. E assegna tutte le parti: il giudice, l’avvocato difensore, la pubblica accusa, la giuria, gli imputati, i testimoni. Ma a quel punto riceve la nomina nella nuova scuola, e sa che la recita sarà l’ultima lezione dove starà con i ragazzi. Comunque arrivano tutti per la recita, manca solo il giudice. E tutti ridono perché è quello che è sempre addormentato, ed è anche un po’ timido, nessuno ha mai sentito la sua voce, si sarà nascosto da qualche parte pur di non venire.
E allora lei decide di recitare la parte dell’assente. Ma poi lui arriva e tutti giù a ridere perché si è vestito proprio da giudice con una vera toga indosso e il codice penale e il martelletto. E lui è inflessibile, fa alzare tutti in piedi e si comporta come un vero giudice, e non sconta niente agli imputati, agli avvocati, alla stessa giuria, e neanche all’insegnante. E tutti restano intimiditi dal suo comportamento. E alla fine del processo intima a tutti di lasciare l’aula. E lui si avvia solo dopo che i compagni se ne sono andati.

E quando giunge in fondo alla palestra, l’insegnante gli dice che si è comportato bene. E lui risponde che ha sentito dire che lei se ne andrà e gli augura ogni successo, ma gli dispiace perché da quando lei è arrivata è sempre andato a scuola volentieri. E poi prima di lasciarla sola con le sue decisioni per l’avvenire, dice un’ultima cosa sulla porta: «sono Io, Io sono». E lei capisce cosa deve fare.

Tu lettore silenzioso per me, ecco, sei lui.
Ti dedico questo post sperando di sentire anch’io un giorno la tua voce, fondamentale in questo blog per non lasciare la recita incompleta.

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Un aforisma, un blogger

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La via del saggio è il romanzo.

Salvatore Anfuso

 

Se commento è solo per rendere più interessanti i post noiosi.

Grilloz

 

Un dubbio, una pagina. Mille dubbi, un libro.

Silvia Algerino

 

La bella scrittura è quella cosa che certi scrittori non riescono nemmeno a immaginare.

Michele Scarparo

 

Il guadagno dell’autore è nascosto nel portamonete dell’editore.

Marco Amato

 

L’amore di una vita talvolta dura meno della quarta di un romanzo.

Sandra Faè

 

Il post-moderno ha senso solo se racconta un’emozione trapassata.

Chiara Solerio

 

Quello che spinge a partecipare al thriller paratattico non è altro che la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di vincerlo.

Marina Guarneri

 

Ciò che l’editoria scarta è quanto v’è di più prezioso nel self-publishing.

Maria Teresa Steri

 

Chi riesce a scrivere aforismi falsi non dovrebbe perder tempo a scrivere libri veri.

Helgaldo

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Storia di Helgaldo

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Mi hanno chiesto in privato da dove nasca il nome Helgaldo; e pubblicamente e scherzosamente Maria Teresa Steri mi domanda invece se Helgaldo sia un personaggio autobiografico. Unisco le due curiosità in un’unica risposta.

Dovete sapere che tre anni fa, quando aprii il blog, di blog non ne sapevo nulla: non ne avevo mai letto uno, né pensavo che esistesse una comunità virtuale molto attiva e attenta sui temi della scrittura.
Tuttavia volevo, intuivo, che la scelta iniziale di come chiamare il blog e me stesso sarebbe stata decisiva per orientare tutto quello che fosse avvenuto in seguito.
Una cosa era però tassativa: non doveva assolutamente essere un blog impegnato. Tra un contenuto serio e un’impertinenza frivola avrei dato spazio sempre e comunque alla seconda. Insomma, un luogo dove trattare il libro e il mondo che gli gira attorno per quello che è: un luna park di varia umanità dove tutti di fingono un po’ quello che non sono; e di conseguenza anche il nome da usare per comunicare con tutti voi doveva contenere qualcosa di picaresco, per non dare troppa importanza e boria a questo scrivente.

In quel periodo avevo sulla scrivania una copia del Don Chisciotte, con una copertina di cui ricordo le sagome nere del cavaliere in groppa al suo ronzino con la lancia al fianco e del suo fido scudiero, una macchia quasi tonda a cavalcioni di un asino, figure che si allontanavano pigramente in direzione dei mulini a vento. A quella immagine associai la parola hidalgo, quel piccolo nobile un po’ sbruffone che si dà arie da eroe, ma che all’atto pratico è un peones, un antieroe. E questa fu la mia prima idea sul nome da adottare. Ideale per professorare di scrittura e affini senza averne il titolo. Un titoletto, al massimo.

Però hidalgo, che andava bene, era troppo spagnoleggiante. Qualcuno avrebbe potuto pensare che fossi spagnolo; o conoscessi la letteratura spagnola; o fossi particolarmente legato culturalmente alla Spagna. Ovviamente, della Spagna, dello spagnolo, degli scrittori che lo parlano e lo scrivono, non ne so nulla. Sia chiaro che anche su tante altre questioni non ne so nulla, ma è un nulla che so raccontare discretamente bene: proprio come un hidalgo che si vanti di imprese minime narrandole come fossero epiche.
Quindi, hidalgo poneva qualche problema. Ogni due per tre avrei dovuto spiegare a chi non mi conoscesse che no, con la Spagna non ho legami particolari: e allora perché mai hidalgo?
Ed ecco quindi che inizio a giocare con quella parola, aggiungendo consonanti, spostandole, commutandole; e infine tra le varie combinazioni spunta questo Helgaldo, quella che mi suona meglio. E che, soprattutto, ha due vantaggi non da poco. Il primo, che è un suono abbastanza lontano da hidalgo, da non richiamarlo direttamente. L’altro, che non n’è troppo distante per farmi dimenticare quanto di buffonesco debba esserci nel mio blog. Blog che non è altro che la parodia dei vostri, i quali per fortuna hanno qualcosa da raccontare sulla scrittura – e non da distruggere come faccio sistematicamente io che non credo in nulla –.

Per la curiosità che viene dal privato, questa è la storia di come nasce Helgaldo. Per la curiosità pubblica di Maria Teresa («Helgaldo è un personaggio autobiografico?»), rispondo sicuramente sì, è un personaggio. Autobiografico? Così è, se vi pare.

 

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