La nota sul registro

Devo essere proprio masochista se dopo ripetuti tentativi falliti cerco ancora di leggere Gadda senza traduzione a fianco. Il problema di Gadda – e a questo punto pure il mio – è di registro. Come usare un registro linguistico, letterario, espressivo dovrebbe essere chiaro a chiunque scriva o parli. Sul parlato, ognun per sé e dio per tutti. In casa mi esprimo come mi viene, con gli amici pure, in ufficio anche. Non mi pongo il problema, credo di usare un registro comune o medio che dir si voglia. Non mi servo di parolacce né di forme dialettali, che dovrebbero rientrare in un registro volgare o basso; e non mi sogno di parlare come un professore in cattedra perché non sono nemmeno laureato. Dico vado in ufficio, e non mi reco; quindi parlo come mangio, per lo più in scatola. In medio stat Helgaldus, insomma.

Quando invece si scrive, e soprattutto si scrive per gli altri, tutto cambia. Cerco di sorvegliare la mia scrittura, come in questo stesso post. Presumo che le parole che state leggendo continuino a far parte di un registro medio, almeno a me così sembra. Però mi piacerebbe poter disporre di tutta la gamma di registri, magari a soli fini letterari: registro solenne o aulico, alto (ma alto non è sinonimo di solenne?), medio o comune (appunto il mio), basso (ti do del tu… ma consiste in questo?), volgare (cazzo sarà mai questo registro?). Però poi sento anche parlare di registro burocratico, letterario, economico, settoriale: e qui basta aggiungere un aggettivo e chissà in quanti modi si può scrivere. Leggevo ieri un racconto che iniziava con cazzo, e poi proseguiva normalmente. Mi chiedo, e vi chiedo, se sia giusto perché io vado subito in confusione e non so più se sia coerente o no.

Ma torniamo a Gadda, da cui sono partito. Dunque, non riesco a leggerlo per un problema di registro. Ma se quello di Gadda è un registro alto, allora vuol dire che non potrò mai aspirare a scrivere con un simile registro: già mi serve il traduttore per leggere, figurarsi per scrivere. Direte voi: ma che cosa c’entra ora il traduttore con uno che scrive in italiano? Be’, italiano…

«Il giorno di lunedì 5 ottobre 1915 un tempestar di colpi sull’uscio fece levar il capo e rivolgerlo alla stupenda Zoraide ch’era seduta sur una scranna impagliata e agucchiava». Non aggiunto altro, basta questo. Il quando l’ho capito: ma sarà un registro burocratico, dal vago gusto di verbale con la preposizione di a seguire giorno? E poi già l’uscio a me pare alto, avrei sicuramente scritto porta, anzi battevano alla porta, un tempestar di colpi sono al di sopra delle mie possibilità creative. E di quel fece levar il capo, che mi dite? A me fa abbassar la testa. Per voi è comune, pacifico, questo modo di esprimersi? E quella che alza il capo si può mica chiamar Teresa, Anna, Chiara. Teresa, Anna, Chiara possono al massimo alzar la testa: solo una Zoraide può levare il capo, come una divinità greca. E in più splendida divinità, mentre le Terese, le Anne, le Chiare se proprio van dell’estetista possono apparire al massimo belle. E una divinità come Zoraide potrebbe mai sedere su una sedia? Siate onesti: solo sur una scranna, anche se impagliata, potrà posare quello che a questo punto ho timore a nominare, perché chissà come lo chiamerebbe Gadda. No, sedere non si può per una Zoraide, e allora qual è il termine alto ma non oltraggioso per definire quella parte dove non batte il sole?

E ora arriviamo al traduttore: che cosa fa la nostra dea Zoraide sur una scranna impagliata? Agucchia. Siamo alla terza riga e io devo già consultare il dizionario. Magari voi agucchiate tutto il giorno, invece io stiro sì ma agucchio no. Perché agucchiare vuol dire, l’ho letto sul vocabolario per la prima volta in vita mia, lavorare con l’ago o con i ferri da calza, per svago e senza particolare applicazione. Vabbè, agucchiare da ago, che poi sarebbe l’agucchia, cioè la voce antica per ago.
Vi do per certo che Helgaldo avrebbe scritto un banalissimo cuciva. Ma cucire non è agucchiare, perché agucchiare esprime con precisione uno stato emotivo particolare che il semplice cucire non può raggiungere.

Per farla breve: poco oltre ho dovuto riaprire il vocabolario per succinto, riferito non all’abito ma alla postura; per ramato, riferito ai capelli; per un distirar di pettine; per una floridezza proterva. Ed ero a pagina 1 di un testo scritto da un italiano in italiano. Poi me la chiamano anche lingua madre, l’italiano… vorrà dire che non ho patria, anzi sono un apolide.

Lo confesso: ero rimasto fermo al si lavicchia di decurtisiana memoria. Ma dove vuoi andare, caro Helgaldo, se il linguistico registro non sai usare?

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10 commenti

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10 risposte a “La nota sul registro

  1. Uno dei vantaggi delle edizioni digitali (sigh, tocca ammetterlo) è che tenendo premuto il dito su una parola, salta fuori la finestrella con la definizione.

    Certo: convengo che lo sfogliare un vocabolario alla ricerca di un termine ha sempre il suo fascino.
    Ma la finestrella riduce al minimo le interruzioni della lettura.

  2. Eh, Gadda è un osso duro, non è una novità. Però è anche un bello stimolo, dai 🙂

  3. Helgaldo, laureato all’Università della vita. Impiegato presso sé stesso 😛

  4. Ho provato una sensazione simile, ed era niente al confronto, leggendo Elisa Ruotolo, una scrittrice contemporanea che in “Ovunque proteggici” ha usato un linguaggio molto arcaico. Cose tipo: “s’era persino drizzato il naso spingendolo in su coi pollici, la volta in cui qualcuno glielo aveva rimesso straniero in viso.” Oppure “ispezionava le stanze alla cerca d’un appiglio” e ancora “si rassegnava a dare garbo da stiro ai panni neri delle madri di guerra.”
    Certo, non ho letto con il vocabolario accanto, però pesante, mamma quanto pesante! Se già questo per me era troppo, pensa cosa potrei fare con il libro di Gadda sotto gli occhi.

  5. Il mio problema con Gadda è tenere il passo. Se avesse scritto raccontini lo adorerei. Le prime cinque pagine le divoro. Le seconde annaspo. A pagina 15 non so più chi e chi e di cosa si sta parlando. Quindi riparto da pagina 10 e così via, un passo avanti e due indietro per tutto il Patisticciaccio. E alla fine arrivo stremata e non so dare un giudizio. Mi piacciono 5 pagine su 15? Mi piacciono le prime 5 pagine? Ma non poteva fare racconti di 5 pagine?

  6. Tiziana

    Ma ‘ndo vai se il registro nun ce l’hai?
    Bello italiano attachete a ‘sto registro.
    (Mi è partito Alberto Sordi con Monica Vitti…belli de casa) 😁

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