Sharm el-Sheikh

Quelli che amano viaggiare, bisognerebbe che viaggiassero con il corpo e con la mente. Invece mi è venuto da pensare che in tanti, lo si capisce dalle foto che mettono su Facebook da Sharm el-Sheikh con la loro faccia che fa sempre le boccacce con dietro il mega hotel di lusso, viaggiano col corpo. La mente è rimasta a casa.

Per la verità avrei voluto mettere questa storia del corpo e della mente in un apposito post, intitolato Pensieri oziosi e casuali, dove sarebbero apparsi tra una serie di pensieri, magari sotto forma di aforismi, un po’ così, senza un ordine preciso, esattamente in linea con la non programmazione editoriale di questo blog.

Però non so, quando l’ho pensato mi era parsa una buona idea e invece oggi, sarà colpa del caldo, ora però piove e sta rinfrescando, non mi sembra più un’idea tanto originale. E così scrivo solo di corpo e mente, ma volevo legarli al tema del viaggio. Ecco, oggi parlo di corpo e mente in rapporto ai viaggiatori. Direte: ma cosa c’entra il viaggio con un blog di scrittura? Be’, la scrittura è un viaggio, il libro è un viaggio, chissà quante volte l’avete sentito questo luogo comune del viaggiare con la mente grazie ai libri. Scrittori e lettori sono viaggiatori. Con la mente, ovviamente.

Il corpo invece non viaggia, resta a casa, ed è un peccato, come quelli che vanno a Sharm el-Sheikh. Se i libri fossero scritti più col corpo e meno con la mente secondo me non avrebbero quelle pagine così piatte, senza odore, senza sapore, immobili. Viaggia e ti sporcherai le scarpe, sotto il sole suderai, al freddo batterai i denti. E un po’ tutto questo andrà a inquinare la pagina di vitalità. Macché, scrivono tutti da casa, in pantofole, con tutti i comfort come nel cinque stelle a Sharm el-Sheikh. È chiaro che se scrivi da casa, in pantofole, davanti al computer, col programma di scrittura dedicato ad hoc, non ci saranno odori, sapori, sensazioni. Che poi si nota, eccome se si nota, nelle storie tutte uguali, tutte plastificate, tutte scontate come l’hotel cinque stelle a Sharm el-Sheikh. Storie esotiche già dimenticate appena chiuso il libro. A volte anche a metà libro.

Se invece esci e viaggi con il corpo, ti basterà giungere in stazione e non c’è bisogno di fare neanche il biglietto per Milano. Basta sedersi e aspettare e il viaggio poi succede. Oggi, che non avevo niente da fare, per esempio, me ne sono andato in stazione e sono rimasto lì a guardare la gente che aspettava che la pioggia diradasse. Ho sentito il fresco dell’aria che arrivava a spazzare via il torrido, i goccioloni che si abbattevano sui tetti dei treni prima di partire. Il rumore della pioggia battente che sale di timbro e copre tutti gli altri suoni stazionari, nel senso di tipici della stazione, e poi svanisce all’improvviso. Ho visto nuvole grigie passare sopra la mia testa, e me ne stavo lì.

Soprattutto ho osservato una marea di persone di colore che mi sembrava di stare in Africa: uomini e donne, ragazze e bambine, seduti lì con me a guardare i goccioloni. Li ho osservati per la prima volta in vita mia e mi sono reso conto di una cosa: io di questa gente non so nulla. Ma quando dico nulla vuol dire nulla.

Due ragazze – a parte che le ragazze hanno pettinature bellissime e mi sono chiesto se vanno dai nostri parrucchieri Jean Louis David o frequentano solo parrucchieri in self-publishing –, avanzavano a fatica sotto il peso di un borsone enorme che ognuna reggeva per un manico. Cosa conterranno quei borsoni? Frutti tropicali, oggetti tipici dei loro paesi d’origine, romanzi in somalo, non so. Secondo me piatti tipici delle loro parti da condividere in compagnia. Magari amano gustarli in stazione mentre diluvia verso sera.

E poi le lingue: francese mischiato con chissà quali dialetti. Mi sono chiesto: ma ce l’avranno il congiuntivo? Se non l’avessero cambio immediatamente lingua, adottando quella loro. Cosa si diranno mai? Forse parlano di me. Se io non so nulla di loro, penso invece che loro sappiano ormai tutto di me. Cosa mangio e cosa leggo, dove vado e dove sto. Me li vedo che sanno tutto dei miei Promessi sposi mentre io non so nulla dei loro Alessandri Manzoni. Ce li avranno sicuramente i poeti e i Baricco nazionali. Magari più profondi e attuali dei nostri.

Ma torniamo ai nostri viaggiatori con il corpo, che questo post va un po’ su e un po’ giù come gli pare, basta che si muova, che viaggi. Un mio collega va a Sharm el-Sheikh, che mi pare una meta prediletta dell’Egitto, nazione che un po’ sta in Africa e un po’ no a seconda di come ci conviene. Lui va lì con il corpo, come tanti altri che vanno però a New York. Non esce dal suo hotel, tanto c’è tutto, è all inclusive. E quando se ne allontana per vedere il circondario è l’hotel stesso che lo porta in giro, come da dépliant turistico, per i luoghi tipici ed esotici egiziani. Lo chiamano turismo, viaggiare, conoscere il mondo. Ma che cos’è che conosciamo? Siamo rimasti con la mente a casa: viaggiamo con il corpo ma la mente sta guardando Un posto al sole alla tv.

Io a quelli che si sentono cittadini del mondo e dicono di essere in contatto con altre civiltà – un po’ come nella fantascienza – gli direi: dove sono i parrucchieri africani qui da noi, cosa c’è dentro i borsoni che si trascinano per le nostre strade, ce l’hanno il congiuntivo? Per viaggiare in Africa mi bastano due passi con il corpo fino alla stazione. Se domani la mia mente non rimane a casa per vedere Un posto al sole quasi quasi mi faccio raccontare dei loro poeti nazionali.

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12 commenti

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12 risposte a “Sharm el-Sheikh

  1. Ah, i parrucchieri e i barbieri. Io li osservo sempre: sono lo specchio più lucido nel quale rimirare/rimirarsi. Nel quartiere dove abito si sono succedute diverse ondate: prima quelli dell’est – moldavi, principalmente, poi pakistani -, qualche cinese – che subito se n’è andato -, e adesso africani.
    Talmente tanti africani che mi pare di essere tornato in Africa, ultimamente, anche se questi sono africani molto diversi da quelli che ho conosciuto io: perché noi diciamo “Africa” senza renderci conto che è enormemente più ampia dell’Europa. E se qui già è impossibile confondere un romano da un londinese (ma anche un bustocco da un bustese), figurarsi uno della Tanzania con uno della Sierra Leone, uno del Burkina e uno del Ruanda. Però per noi sono “africani” e basta.
    Vabbé, dicevo: i parrucchieri/barbieri. In quelli pakistani ci sono dentro solo uomini, come da noi negli anni ’50. Magari un giorno ti racconterò di quando sono andato a Berlino, nel quartiere turco, da un barbiere turco, accompagnato da una donna. Io ancora lo racconto dopo tanti lustri e loro credo pure.
    In quelli africani, invece, c’è un’atmosfera di festa generale: maschi e femmine, tutti dentro a ridere e a fare treccine.
    Io voglio mangiare in Pakistan e tosarmi in Africa.

  2. Luz

    Non è difficile fare questa esperienza dell’osservare gli altri e immaginarsi le loro storie, o crogiolarsi nella consapevolezza di non saperne nulla. Basta essere sensibili e avere la voglia di non limitarsi a vedere ma invece osservare. Mi capita in tutte le stazioni mentre sono in attesa. Osservi non osservata, anzi facendo particolare attenzione che l’osservato resti inconsapevole di esserlo.
    La stazione, crocevia di genti, è il luogo prediletto di tanta narrativa non a caso.

    • Mica solo alla stazione. Certo il luogo è molto frequentato ed è il posto per eccellenza dei viaggi. Prendi un pullman, fermati al parco assieme ai tuoi figli e mentre li controlli, ti passa un mondo accanto. Al supermercato, dal dottore, in attesa all’ospedale…quest’ultimo te lo raccomando come luogo di osservazione, non di frequentarlo per cose gravi, ovviamente. Però capita. Mica solo per viaggi o cose piacevoli o per spostamenti di lavoro. La vita la vedi di più in posti meno allegri.

      • Hai ragione, Tiziana. Sono tanti i non luoghi dove transitano o stazionano le non persone. Sta poi a noi, in quanto persone e scrittori, a osservarne la personalità.

    • Spiegami il crogiolarsi, interessante, perché non ho capito: non mi delizio in questa ignoranza, anzi mi fa paura. Non conosco il motivo per cui si trovano qui, cosa pensano di noi occidentali, di quali valori sono portatori. Anche semplicemente come passano la giornata, quali favole raccontano ai bambini. Se credono in un dio, il loro rapporto con il mondo, la loro visione della solidarietà, che rapporto hanno con i beni materiali. Non ne so nulla, quale musica ascoltano, non so neppure come chiamano i loro figli e che significato dare ai loro stessi nomi. Non ne so la provenienza, non saprei distinguere un congolese da un sudanese. Veramente, cosa leggono? A proposito: amano il teatro? esistono pièce africane? e se esistono, che cosa raccontano? Storie alla Shakespeare o seguono altre vie di rappresentazione del reale? Non è un buco enorme questo, incolmabile?

      • Luz

        Certo che lo è, ma non cogli in questo “insondabile” una certa fascinazione? Perché sapere tutto di tutte quelle persone risulterebbe più piacevole, gradevole, preferibile, rispetto al mistero attorno alla loro identità? Almeno per me è così. E la stazione, come tutti i luoghi di partenza e arrivi, ne è il luogo deputato per eccellenza. Poi, ovviamente, molti altri posti permettono l’imbattersi in decine se non centinaia di persone in un breve lasso di tempo.
        Io stessa ne ho scritto in un post sugli ospedali al termine di un’esperienza non proprio piacevole.

      • Credo d’aver capito: la tua mi pare una risposta «artistica», che ha un suo perché. La mia osservazione di ieri invece era esclusivamente materiale. In questo buco di conoscenza, più mia che loro, si annidano i semi della separazione, dell’estraneità, che portano poi ai muri. Muri reciproci.

        In realtà c’era un padre e più in là un bambino in carrozzina con la madre. Il padre smanettava al telefono e sullo schermo aveva il faccione di questo bimbo. Gli ho detto bello!, è tuo figlio? Lui mi ha sorriso subito e poi gli ho chiesto quanti mesi aveva. Mi ha risposto sei con un piacevole accento francese, e poi mi ha mostrato la foto in sala parto mentre lo tiene in braccio. Gli ho chiesto allora il nome, e non me lo ricordo più. Poi sono andati via. E allora è scattata questa riflessione. Ma il mio coraggio di parlare con un estraneo così lontano da me, finisce qui. Invece sarebbe fondamentale capire e approfondire: altrimenti nei loro paesi o qui, da turisti o da padroni di casa per noi sarà lo stesso modo di percepirli. Miliardi di persone che ci appaiono ancora con un qualcosa di esotico, buono per la letteratura del passato, ma non per quella di oggi, credo.

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