Autoeditoria

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Che cos’è il self-publishing? È l’autore che si fa il libro da solo, senza il filtro dell’editore. E che cos’è l’autoeditoria allora? È l’editore che si fa il libro da solo, senza il filtro dell’autore.

In effetti l’editore Castelvecchi ha pubblicato tre saggi all’insaputa dei loro autori: Stefano Rodotà, Tito Boeri, Matteo Renzi sono caduti dalle nuvole quando gli hanno chiesto un commento sull’ultimo libro che avevano scritto. «Scusi, ma cosa dice? Quale libro? Non mi risulta di avere scritto nulla. Ma di quale editore stiamo parlando?». Sarà andata più o meno così la conversazione con Silvia Truzzi del Fatto quotidiano che li informava sulla loro più recente pubblicazione.

Il fatto strano (spero straordinario e non quotidiano) è che anche l’editore è caduto dalle nuvole. Sembra che sia tutta colpa di un collaboratore – articolo indeterminativo – che aveva garantito l’accordo con i tre autori.
Per quanto ne so io un collaboratore con l’articolo indeterminativo è un poveraccio che lavora per la gloria più che per i soldi, che sono sempre troppo pochi. Date le mie conoscenze, faticherei a parlare con un editore per quanto piccolo. Invece esiste un collaboratore editoriale che telefona al professor Rodotà («Mi dai il permesso?»), all’economista Tito Boeri («Mi dai il permesso») e ultimo ma non ultimo al presidente del Consiglio («Dai Matteo, dammi il permesso!»). Uno che ha i numeri di tutti quelli che contano. E chi sei? Angelino Alfano, Gianluca Vacchi, Bruno Vespa?

Post scriptum: Dopo il self-publishing e l’autoeditoria voglio lanciare l’autoblogging. Domani pubblico, viste le mie conoscenze, un post sulla scrittura di 5000 parole, assemblando materiale da vecchi interventi di Michele Scarparo, Marina Guarneri, Sandra Faè. A loro insaputa, e anche mia.

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9 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

9 risposte a “Autoeditoria

  1. Il nostro è un mondo per gente intraprendente… non so se ci sono portato. 😛

  2. tizianabalestro

    Siamo in due allora.

  3. tizianabalestro

    Se fanno tutti come me, che invece di pubblicare, stracciano, siamo fregati. O forse salvi, dipende come scrivi. Almeno quel collaboratore nemmeno si è sforzato, ha preso il lavoro degli altri per farlo suo. Non so se invece sia peggio impegnarsi, e creare una schifezza, ma è roba tua. Secondo me, meglio una pessima figura dei tuoi scritti (ergo, pessimo scrittore), che orribile figuraccia nel prendere i testi altrui (ergo, ottimo scrittore). Ovviamente io appartengo alla prima fascia. Preferisco metterci la faccia e la mia penna, poi non ho quella fortuna (o sfortuna ) di conoscere nomi così famosi (non importanti–> una persona importante è ben altro).

  4. A loro insaputa è improbabile visto che ti ho appena letto e quindi scoperto 😀
    Però onorata per la preferenza accordata.
    In quanto al post sopra, be’ i contratti si sa necessitano di firme.
    Iniziativa con molte pecche.

  5. Mala tempora currunt: ormai si ruba in casa dei ladri.

  6. Grilloz

    Che io sappia il copyright dell’un collaboratore, almeno come personaggio letterario, lo detiene Pennac (un collaboratore, peraltro, assiduo frequentatore anche di certi ministeri), anche se lui usa un termine, se vogliamo, più agreste.

  7. In questa Italia l’idea di prendere i diritti d’autore per un libro che non sapevi di aver scritto è a suo modo poetica.

  8. Attento, domani potresti trovare un auto guest post su questo blog! 😀

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