Post dove si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine

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Ispirato da una novella del Boccaccio, dove gli uomini discorrono di donne al modo degli uomini, abbiamo costruito una serie di post che mettono a confronto l’universo maschile e femminile, universi che raramente si toccano. Si è trattano di un gioco, o poco più. Eravamo allora alla fine della seconda giornata del Decameron, il classico che sto lentamente assaporando in questo periodo estivo.

Ci troviamo ora all’inizio della quarta giornata e Filostrato, il giovane incaricato di scegliere l’argomento delle dieci novelle, impone a tutti i narratori di ragionare di «coloro li cui amori ebbero infelice fine». Si passa perciò dall’amenità di certe novelle bollenti, alla serietà degli amori infelici.
Faccia un passo avanti chi è intrigato da questo argomento e non ha qualcosa da dire al proposito, magari ispirato dalla propria stessa esperienza o da quella delle vite di chi lo circonda a casa, sul luogo di lavoro, tra gli amici. Scommetto che settecento anni dopo la stesura del Boccaccio, le storie degli amori infelici, mancati, amaramente conclusi non sono mai concluse.
In attesa delle vostre ve ne racconto io una vera, o verosimile.

Però al modo del Boccaccio, vivendo molte delle persone che sono coinvolte in questa triste storia d’amore, il nome di lei – Raffaella – e quello di lui – Pietro – sono di fantasia.

Raffaella è una ragazza intelligente, bella e provocante, di quella provocazione che non se ne rende conto. Per dirne una, è la migliore studentessa del liceo. E unire bellezza, seduzione e studio non è proprio da tutti. Quindi è ammirata, e forse ancor di più desiderata. Ma lei non è interessata a chi la desidera, sarebbe troppo semplice. E già in questa considerazione si annida un seme tragico che svilupperà una pianta velenosa.

Uno che non dovrebbe essere interessato alle donne in generale, e a Raffaella in particolare, è invece Pietro. Pietro infatti è un seminarista, uno di quei ragazzi che spinto anche da una famiglia cattolica e fervente, la madre soprattutto, è stato destinato fin da piccolo alla carriera ecclesiastica, non si sa in base a quale filosofia di vita. Pietro, tra l’altro, è proprio il tipo d’uomo tenebroso e affascinante, sprecato per il convento.

Attorno a Pietro si muove tutta una comunità che vede in lui un dono fatto a Dio, come se Dio avesse bisogno delle nostre offerte per sentirsi amato. Il risultato di questo desiderio è che tutti contano i giorni che mancano alla sua definitiva consacrazione religiosa.

Piccola digressione: siete scrittori, e va bene. Pensate un po’ se tutti quelli che vi circondano sul lavoro e a casa non facessero altro che chiedervi quando sarà in libreria il vostro romanzo. C’è di che stressarsi. E allora la mia personale visione di questa vocazione è che Pietro fugge in convento proprio per non subire la pressione esterna e vivere tranquillo. E poi la sua sarà anche vocazione, ma a me pare così sfacciata, senza mai un tarlo, che mi viene da pensare male – penso sempre male quando ho di fronte qualcuno che ha delle certezze assolute –.

Sembrerebbe che Pietro e Raffaella non debbano mai intersecarsi. Ma Raffaella, di tanto in tanto come altri della comunità va in convento a trovare Pietro.

Ora, se avete letto qualche novella del Boccaccio che ha per protagonisti frati ed eremiti, gente vicina a Dio, saprete benissimo che ai religiosi piace mettere «lo diavolo in inferno» quando una giovane donna va da loro a confessarsi. Così Pietro e Raffaella, a pochi giorni dai voti definitivi, volenti o nolenti – ma secondo me volenti – si concedono prima un’avventura boccaccesca in senso stretto tra le mura sacre, e poi decidono di scappare da Dio, dalle convenzioni sociali, dalle comunità ipocrite, dal mondo che stabilisce ruoli ben definiti. E tutti quelli che si presentano infervorati in duomo per la consacrazione con il vescovo scoprono in quel momento che Pietro è assente, sedotto da una donnaccia, per non dire peggio. Nascosto non si sa dove per sfuggire all’ira della famiglia.

Giunti a questo punto della storia sembra che l’amore trionfi. Le notizie che arrivano dalla Toscana, dove Pietro e Raffaella sono andati a vivere in esilio sono confortanti. Pietro è un uomo che sa il fatto suo, e con la stessa passione inflessibile con cui sarebbe finito prete si trasforma in marito e padre devoto. Cinque figli, sfornati uno di seguito all’altro forse per risarcire Dio di un mancato religioso. Un lavoro come rappresentante di commercio e grandi capacità organizzative fanno sì che la coppia progredisca tra mille difficoltà, ma fiera di essersi costruita un’esistenza come se l’erano immaginata.

La vendetta però li bracca. Dico solo, per farvi capire, che hanno faticato a trovare un sacerdote disposto a unirli in matrimonio dopo i loro precedenti peccaminosi, segno che i legami sociali e familiari non ti danno tregua. Tutto questo provoca un logoramento lento, come una goccia che batte, batte, batte sempre nello stesso punto della mente.

Se siete pervenuti fino a questo sviluppo della storia ne approfitto per dirvi che rivedo Raffaella venticinque anni dopo. Venticinque anni fa, prima di andarsene lontano, mi ringraziò di essere stato l’unico a non condannare il suo amore per Pietro; e incontrarla ora qui in Toscana, dove sono capitato in vacanza, mi fa un gran piacere e mi rasserena. Gli anni sono passati per tutti, e alcuni segni di tante sofferenze ne hanno deformato l’anima più che il corpo. Mentre mi presenta la sua figlia più piccola, mi confessa la fatica di sopportare le ingiurie e le maledizioni che ancora giungono dalla comunità di allora. Mi pare che dopo tanto tempo, un matrimonio e cinque figli, l’idea del «peccato» consumata in quel convento sia ancora presente e le si agiti dentro.

Non rinuncio neppure in questa occasione alla verità e le chiedo se rimpiange qualcosa di una gioventù che sarebbe stata più spensierata se non avesse scelto Pietro, estirpandolo dalla sua presunta vocazione. Dopo tanti anni la mia domanda è una cartina al tornasole se sia stata o no compiuta la scelta giusta. La risposta che ricevo è sconcertante, dal mio punto di vista: «Caro Helgaldo, tornassi indietro rifarei tutto come allora, non cambierei una virgola, Pietro è l’uomo della mia vita». Chissà perché in tutti questi anni mi ero immaginato una risposta molto tormentata, quasi opposta.

Lascio quindi Raffaella a Pietro e alla sua famiglia, rincuorato che l’amore esiste e sa affrontare con coraggio e determinazione le prove più dure, senza guardare indietro. Un grande abbraccio ci unisce e ci separa, concludo così un capitolo sull’amore da tenere bene a mente per eventuali storie a lieto fine.

Due settimane dopo ricevo una telefonata: Raffaella è morta, si è impiccata nella notte, senza un gemito, senza nessuno che abbia sentito nulla e che sia potuto intervenire.

Mentre osservo le operazioni di sepoltura al cimitero non posso non notare i figli in lacrime, il marito glaciale, i parenti soddisfatti e rimborsati. Alla fine ha vinto il mondo così com’è, ha perso Raffaella e un po’, permettetemi, anche il sottoscritto che può solo affidare la propria amarezza all’inutilità di questo blog.

6 commenti

Archiviato in Trame e personaggi

6 risposte a “Post dove si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine

  1. Oh mamma che strazio il finale. Da Uccelli di rovo dipendente, trovo più peccaminosi certi tradimenti, una mia cara amica è stata per anni l’amante del cognato, rispetto a quello di Raffaella e Pietro.

  2. tizianabalestro

    Scusami, ma non ce la faccio a commentare. Sono pietrificata. Capisco bene la sensazione. Un misto tra dolore per la perdita, impotenza nel vincere l’ingiustizia umana e senso di colpa per non aver capito fino in fondo.

  3. iara R.M.

    Perché le persone sentono questo bisogno affannoso di superiorità morale, è una questione su cui mi interrogo spesso.
    Perché ci siano persone che a un certo punto ritengono la morte l’unica soluzione possibile, è una realtà che mi strazia, su cui non smetto di riflettere.
    Alla fine, resto con un mucchio di domande che continuo a fissare perplessa. Leggo. Rileggo. Trovo un amore che si è arreso, per non essere sconfitto.

  4. Dimmi che non è vera, che è verosimile, e che nella verosimiglianza non c’è questo tragico finale. Meglio un amore infelice… ma vivo.

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