Tante domande, infinite risposte

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Ricevo e volentieri pubblico:

Volevo farti delle domande inerenti alla diversità tra scrivere un racconto e un romanzo. Tu cosa ne pensi? Dove ritieni siano le difficoltà in questo modo di scrivere? Partendo dal presupposto che il racconto non ha un mercato a sé se non in antologie, oppure in casi particolari, perché pensi che un autore debba perseguire tale scrittura? E infine: vista la brevità, perché si pensa sia facile scrivere un racconto? Solo perché non è lungo come un romanzo?  Solo per quello?

 

Tante domande e, presumo, infinite risposte. Mi viene da dire che bisognerebbe dimenticarsi le logiche di mercato e scrivere perché si ha voglia di trasferire sulla pagina l’idea che si ha in testa. Se l’idea è forte, molto ben definita e particolarmente originale, troverà più fortuna in un racconto. Al contrario, idee deboli, quindi più convenzionali potranno aver maggior possibilità di sviluppo in un romanzo, dove si potranno sviluppare in tante varianti che si mischiano con altre considerazioni. La brevità implica minor sforzo, dà subito la sensazione di giungere a un risultato verificabile dopo pochi giorni, un romanzo può avere invece gestazioni lunghe, che durano anche anni. Questo non implica affatto che sia semplice sviluppare un racconto rispetto a un romanzo. Uno scrittore, se bravo, scriverà bene gli uni e gli altri. Se è poco abile questo apparirà già evidente dopo qualche pagina: si può  annoiare anche scrivendo poche righe, purtroppo.

Sottopongo però la domanda alla rete. Altri ne hanno sicuramente parlato nei loro blog, magari ti possono dare dritte più approfondite. Oltre ai commenti diretti qui sotto potete aggiungere anche link ai vostri post attinenti all’argomento. Grazie.

 

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32 commenti

Archiviato in Arti e mestieri

32 risposte a “Tante domande, infinite risposte

  1. Io amo scrivere racconti!
    Intanto non è neppure detto che non abbiamo un mercato. Posto che ricchi è difficile diventare in ogni caso, pubblicare racconti è più facile che pubblicare romanzi, almeno per la mia esperienza e danno anche discrete soddisfazioni.
    Sulla difficoltà non so. Bisogna avere le idee chiare per scrivere un buon racconto e capire su quali aspetti focalizzarsi. Infine ci sono grandi autori che sono diventati tali a forza di racconti.

  2. Girava questa credenza popolare: sembrerebbe più difficile scrivere un romanzo ma è più difficile scrivere un racconto perché nel romanzo una parte poco riuscita si camuffa, e nel racconto non sono concesse sbavature, deve colpire subito, non si può parlare di niente con la scusa dello stile. In realtà credo più alla seconda teoria proposta da un altro scrittore/mio insegnante di scrittura creativa tale http://www.davidepinardi.com/
    Più la storia è lunga e più è complesso scriverla, perché è come un viaggio in mare, quando sarai in alto mare iniziano i guai, se veleggi sempre vicino alla costa be’ è più semplice. Insomma la quantità d’acqua equivarrebbe a quella di pagine scritte/da scrivere.
    Un errore da principianti è considerare un pezzo di romanzo come un racconto, hanno impianti differenti.

  3. Io ne parlai all’inizio della mia avventura da blogger e se serve questo è il link:
    https://trentunodicembre.blogspot.it/2014/12/elogio-del-racconto.html
    E ne ho riparlato recentemente anche qui:
    https://trentunodicembre.blogspot.it/2016/12/il-momento-e-ancora-delicato.html

  4. Diciamo che un racconto è un quadro, un romanzo è un affresco. Per il quadro può andare bene anche un ritratto, per il romanzo non basta, ci deve essere una visione più ampia per giustificare quelle centinaia di pagine in più. Onestamente trovo più difficile scrivere un buon romanzo che un buon racconto, non a caso scrivo prevalentemente racconti e i miei romanzi sono sempre brevi.

  5. Io, che sono più romanziere (che parola grossa!), trovo che scrivere bei racconti sia più difficile: in un romanzo la lunghezza (a saperla gestire) perdona più errori rispetto alla brevità del racconto. Volendo invece trovare un parallelo tirerei in ballo due arti moderne: se un romanzo per dimensione e complessità è un film, in cui l’obbiettivo è mostrare una storia, un racconto può essere paragonato alla fotografia: in entrambi questi ultimi casi, infatti, conta soprattutto ciò che non si vede.

    • Più che una fotografia, direi una pubblicità.

      • No, no. Stai facendo un torto ai racconti, e lo sai. 🙂

      • Più che una pubblicità, direi una fotografia.

      • 😀
        Seriamente: una pubblicità è un piccolo film. Vive in funzione del fatto che ti deve trasmettere un messaggio preciso. Prendine anche di bellissime, di quelle che non si fanno più, tipo queste (https://www.youtube.com/watch?v=vcnalYRM5C0): come racconti non funzionano perché non lasciano angoli bui ma devono illuminare tutto e, in particolare con un occhio di bue, a mettono in evidenza il prodotto.

        Ora prendi una foto. Non quelle che faccio io, piatte con l’orizzonte che la divide in due e la palma in mezzo; prendi una bella foto famosa, tipo questa (vera o falsa che sia: http://www.blitzquotidiano.it/foto-notizie/il-bacio-del-marinaio-a-times-square-e-un-falso-ecco-perche-2218179/). Funziona proprio perché non si sa nulla, di loro. L’importante non è ciò che è narrato ma tutto quello che non si vede: la guerra, la felicità… No?

      • Mi piace l’idea dello spot perché comunque è una storia, dove tutto è funzionale allo scopo. Tutto quello che vedi è stato inserito solo perché strettamente necessario allo scopo (il colpo di scena, la sorpresa, il messaggio, l’atmosfera). Questi elementi possono servire tutti insieme allo scopo o anche solo uno alla volta. E poi uno spot può essere drammatico, ironico, grottesco, comico, sognante o sensuale. Quindi c’è anche lo stile. Direi però che le inquadrature, i dialoghi, le scenografie contribuiscono come in un film a creare un mondo. La foto manca di alcuni di questi elementi. Muta, immobile, astorica. I registi possono girare un film o uno spot, è nelle loro corde. Scattare immagini è invece proprio dei fotografi.

      • Quando si fanno paragoni si incappa sempre in un qualche difetto: è chiaro che non c’è un omomorfismo.
        Vediamo se riesco a rendere l’idea diversamente: quando scrivo un romanzo penso a cosa ci devo mettere; quando scrivo un racconto penso soprattutto a cosa devo non mettere… 🙂

      • La vedo diversamente. Il racconto è ancora più denso del romanzo. Ogni parola è necessaria, mentre in un romanzo puoi anche annacquare. C’è più necessità in un racconto che in un romanzo. Sembra che sei un romanziere che pensa di dover togliere in un racconto, cioè concepisci il racconto come diminuzione di materia.

      • Non fatevi fregare, tu e Tiziana, dalle parole facili. Quando dico che penso a cosa non mettere significa proprio quello che state dicendo voi; se una pagina di romanzo mi costa, per dire, venti ore di lavoro allora una pagina di racconto me ne costa almeno quaranta. Almeno.
        Prendete l’esempio della foto del bacio: cosa fa pensare alla guerra più della felicità della fine della stessa? Ora, se dovessi scrivere un romanzo sulla guerra, scriverei pagine su pagine sul dover partire, sul sacrificio, sul dolore e via di questo passo. Ma dovendo scrivere un racconto? Non ho tutto quello spazio, a disposizione. Allora devo sottrarre: non devo raccontare la guerra ma solo un piccolo particolare che, per differenza, faccia pensare proprio a quella nel modo particolare che intendevo quando ho deciso di scrivere quel racconto. Tornando alla letteratura: prendete i pescibanana: non c’è la guerra, non c’è lo specchiarsi della cultura americana contro quella tedesca, non c’è neppure una riga di introspezione psicologica.
        O forse, proprio perché non è scritto, c’è tutto questo?

      • Tiziana

        La penso uguale a Michele quando fa la distinzione tra romanzo e racconto e nel dire che è molto più complicato un racconto. Sul fatto che sia visto su cosa mettere o no, non sono d’accordo. Da raccontista ti dico di no, non è un togliere o un non mettere, è pesare ciò che metti. Ogni parola ha un peso enorme perché deve far presa in poche righe, anziché capitoli. Vedi, ho detto lo dico piano, perché in alcune cose non la pensiamo uguale, Michele. È giusto. Il bello è proprio questo. Io sono più per i racconti, ne ho scritti tanti, non smetterò di farlo. Mi piace leggerli, li adoro.
        Ora ho iniziato anche un romanzo, ho paura a definirlo così.
        Devo dire che nel racconto devo esprimere qualcosa in uno spazio ridotto, spesso non dettato da me, ma da una restrizione nei concorsi letterari ad esempio. Devo far capire ciò che voglio, anche in racconti con nessuna finalità se non quella di essere letta ( non necessariamente pubblicata) e non è semplice trasmetterlo.
        Paradossalmente nel romanzo possono dilungare questo messaggio, emozione, eccetera con una narrazione più dilatata e quindi più spiegata, se vuoi. Non so se ho reso l’idea.

    • La lunghezza (a saperla gestire) perdona più errori rispetto alla brevità del racconto, questo sì, ma tante tante pagine sono un’impresa, e buttare un racconto è un colpo al cuore ben meno doloroso rispetto a gettare un romanzo dopo aver magari scritto 150mila battute ed essersi impantanati.

      • Beh, sì: sono due investimenti di tipo diverso. Però lascia anche che dica che infilarsi in un progetto da 150mila battute, senza averne ben chiari tutti gli aspetti PRIMA di cominciare, non è un’idea brillante.

    • Tiziana

      Lo dico piano, anzi pianissimo che sono d’accordo con Michele. Torno ai miei doveri. Bel post, complimenti. Molto utile. 😊

    • Grilloz

      Il paragone tra racconto e fotografia lo fa anche Cognetti in a pesca nelle pozze più profonde.
      Tra l’altro, caro Michele, leggendo i commenti più sotto stavo pensando anche io ai pesci banana un esempio perfetto, direi.

  6. iara R.M.

    Secondo me la questione non può essere risolta a priori. Perdonate la semplificazione, ma il più facile o il più difficile, credo dipenda dall’attitudine dell’autore.

  7. Grilloz

    Dove ritieni siano le difficoltà in questo modo di scrivere?
    Non penso che scrivere racconti sia più facile che scrivere romanzi, ne l’opposto. Un romanzo richiede un diverso, maggiore, investimento in tempo, energie, risorse, ma una raccolta di racconti, che non sia semplicemente prendo gli ultimi dieci racconti che ho scritto e li metto insieme, richiede le stesse energie di un romanzo, se non di più. Ma il tempo richiesto, l’investimento richiesto, non hanno nulla a che vedere con la difficolta di uno o dell’altro genere. In entrambi i casi c’è da gestire degli spazi: è più facile arredare un monolocale o una villa di 500 mq? In un racconto, un racconto ben scritto almeno è richiesta una maggiore attenzione alla singola parola, nel romanzo. per questione di lunghezza, questa attenzione è meno sentita.
    Partendo dal presupposto che il racconto non ha un mercato a sé se non in antologie, oppure in casi particolari, perché pensi che un autore debba perseguire tale scrittura?
    Premetto che il discorso del mercato dei racconti meriterebbe decine di post e non è questo lo spazio.
    Per un sacco di buoni motivi, direi: supponendo di parlare a un aspirante romanziere, per esercizio, per sperimentare, per mettersi in gioco (concorsi, forum, gare varie), per farsi conoscere, ecc.
    Se invece sto parlando a un aspirante scrittore di racconti, beh, la domanda neanche si pone 😀 perchè ti piace scrivere racconti, no?
    E infine: vista la brevità, perché si pensa sia facile scrivere un racconto? Solo perché non è lungo come un romanzo? Solo per quello?
    Sì, solo per quello, sbagliando 😉

    • Tiziana

      È più facile arredare un monolocale o una villa di 500 mq?
      Rende l’idea tra il racconto e il romanzo. Ammetto di non saper arredare neppure un angolo di casa in tal senso. Ma spostando un mobile, mettendo un quadro, scegliendo una stoffa per i tendaggi, la casetta (la villa è tosta da decorare) si arricchisce di complementi. A saper fare l’arredatrice… Bel lavoro. Mi ricorda qualcuno. 😉

      • Grilloz

        Quelli che conosco, e che lo fanno di mestiere, fanno la fame 😛
        Chi ti ricorda?

      • Tiziana

        Chi mi ricorda non posso dirlo, la conosco da troppo poco per accennarla. Di sicuro non l’ha scritto Salinger in cui compare questa figura dell’arredatrice. I pescibanana aspettano di essere letti. 😀

  8. Tiziana

    Questo post è da salvare assolutamente. CI sono opinioni, materiali e approfondimenti utili. Io me lo salvo.😉 Grazie.

  9. Sono d’accordo con Iara che sopra ha citato l’attitudine dell’autore. Anni fa avrei detto: “Scrivere racconti? Chi? Iooooo?” (ndr. scena di Harrison Ford su La donna in carriera) Oggi vi rispondo: “Scrivo racconti che nemmeno me ne rendo conto.” Poi che piacciano o non piacciano è da vedere. Ma ogni volta che tento di riprendere in mano quel romanzo tra l’ulcera e la gastrite non so chi vinca. Primo o poi lo domerò!

  10. Io concepisco il racconto come una piccola storia che abbia in sé tutti gli elementi di una storia lunga, solo concentrati: come un file zippato che dentro contenga tutto il contenuto, un inizio, uno svolgimento, un finale. Non so accontentarmi dei racconti che aprono parentesi e poi non le chiudono, quelli che narrano momenti senza dimostrare una precisa intenzione. Ecco perché trovo che sia difficile scriverne di validi.
    Del romanzo, invece, lamento la difficoltà di organizzare il percorso che porti da un punto A a un punto B in modo da garantire tutte le caratteristiche di un buon tragitto: che non ci si perda strada facendo, che non si abbandoni la strada maestra per vie secondarie, che non si entri in labirinti con vie d’uscita improbabili.

  11. Tiziana

    Mi sembra giusto segnalare anche il post. Oltretutto scritto in modo esaustivo come Tenar sa fare sempre.

    https://inchiostrofusaedraghi.blogspot.it/2017/02/le-difficolta-nello-scrivere-racconti.html?showComment=1487832120265#c4970651853403116295

  12. Luz

    Ciao, Helgaldo, appena approdata qui.
    Il racconto oggi non ha lo stesso successo editoriale dei suoi periodi aurei, quelli della letteratura del XIX secolo, in effetti. Parrebbe un genere in via d’estinzione se non fosse per il fatto che continui a godere ottima salute nel campo della narrativa per l’infanzia. Lì anzi trova terreno fertile.

    • Sei approdata in un porto interessante dove avvengono molti scambi di merci e pensieri. Tutti mercanti della scrittura, breve o lunga che sia.

      I racconti di una volta mi sembrano più interessanti e profondi di quelli odirni forse perché decretarono la fortuna editoriale dei loro autori, mentre oggi non capita più. Se non si pratica un genere perché nessuno lo compra quel genere si indebolisce ulteriormente. Segui o pratichi la letteratura per l’infanzia?

      • Luz

        “Sei approdata in un porto interessante dove avvengono molti scambi di merci e pensieri. Tutti mercanti della scrittura, breve o lunga che sia.”
        Mi sa che mi ci faccio un cantuccio qui, allora. 🙂

        Cerco di rispondere alla tua domanda. Seguo la letteratura per l’infanzia e in particolare per adolescenti, essendo prof di Lettere alle medie. Spesso mi capita di leggere in classe e poi analizzare brani tratti dai grandi narratori di racconti brevi, anche non per l’infanzia. I ragazzi comunemente adorano il racconto breve. E’ una narrazione circoscritta che comprendono meglio e si apprestano a studiare con più desiderio. Difficile invece creare interesse attorno al brano tratto da un romanzo. Nelle antologie quindi mi capita spesso di attingere al racconto.
        Se pratico questo genere. Ultimamente mi è capitato di collaborare alla progettazione e poi realizzazione di un testo didattico su Il Barbiere di Siviglia, a cura di OperaDomani. Si occupano di educare bambini e ragazzi all’opera lirica, cercando di creare futuri spettatori, non è impresa da poco ma riescono a coinvolgere scuole dal nord al centro da più di vent’anni.
        Ho realizzato le illustrazioni del libro, i tutorial per la costruzione di oggetti e altro. Per la scuola e per i miei laboratori di teatro invece scrivo drammaturgia, a volte modificando fiabe classiche, per farti un esempio, a volte creando testi ex novo.

      • Mi sembrano bellissime iniziative le tue, e credo che i ragazzi sentano di più le narrazioni brevi che i romanzi. Nei primi c’è insita quell’unità didattica di temi che in un romanzo risulta dispersa. Se guardi nella sezione Circolo Pickwick offro anch’io un’analisi collettiva di racconti brevissimi. Certo, sono rivolti agli adulti, però introdotti da un insegnante qualcuno potrebbe essere adatto anche ai ragazzi delle medie.

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