Cane non mangia cane

Ricevo e volentieri pubblico:

Questa della correzione tutte le volte che si vuole è una delle ragioni per cui il self-publishing è considerato una risorsa. Una volta ho letto un e-book e come al solito non ho potuto fare a meno di trovare errori su errori; una volta segnalati, l’autore mi ha ringraziato e mi ha detto: tanto posso correggere l’e-book. Poi me lo ha rispedito con le correzioni come se io dovessi andare a ricontrollarle. Le correzioni non hanno efficacia retroattiva, se io leggo un testo pieno di errori il mio testo rimane pieno di errori.
Quella dei selfer è un’illusione.

 

Non so se quella dei selfer è un’illusione, resta il fatto che cade l’occhio anche a me, quando mi avventuro in qualche anteprima pubblicata in self-publishing, sui refusi in serie. Il singolo refuso può essere fastidioso, ma è fisiologico, e ci si può passare sopra. Mi infastidisce invece quando ne trovo quasi in ogni pagina. Ultimamente, leggendo l’anteprima di un romanzo mi sono imbattuto in almeno un refuso in ogni capitolo, capitoli molto brevi peraltro. Mi chiedo quale sia l’urgenza di pubblicare in modi così poco curati, giustificandola con la possibilità di poter rilasciare edizioni più corrette delle opere in un secondo momento. Non andrò certo a rileggermi un libro solo perché ho la possibilità di averne una successiva versione senza errori di stampa.

Bisognerebbe che recensendo un libro, in self o tradizionale, chi ne parla aggiungesse un bollino rosso per quelli dove i refusi sono presenze costanti. Come dire, se volete comprarlo fate pure. Però, per onestà, ci vorrebbe un altro giro di bozze prima di chiedere dei soldi ai lettori. Noto stranamente che i selfer sono sempre molto scandalizzati dai refusi che incontrano leggendo libri di case editrici, ma non hanno la stessa sensibilità, non li ho mai sentiti lamentarsi dei refusi presenti nelle opere di altri selfer. Cane non mangia cane?

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16 commenti

Archiviato in Fenomeni editoriali

16 risposte a “Cane non mangia cane

  1. Io ho anche case editrici che non leggo più per la presenza costante di errori (refusi e pure traduzioni con i verbi sbagliati). Newton Compton, per non fare nomi. Se dovessi mai pubblicare con loro mi farei molte domande prima di accettare (e poi verificherei bene il fatto che paghino, perché mi risultavano carenti anche da quel lato…)

    • Una casa editrice che «salto», semplicemente perché non offre libri che mi interessino. Ne avrò pochissimi di Newton e Compton nella mia libreria. Da più parti, però, ho sentito lamentarsi della qualità del testo, come stai dicendo tu. Se i rencensori di libri Newton Compton ci facessero la cortesia di aggiungere alla trama, ai personaggi, allo stile, al giudizio sull’opera anche due tre righe sulla battitura del testo non sarebbe male, apparirebbero anche più originali. Possiamo anche chiederglielo noi, nei commenti, per farli abituare a valutare questo aspetto… Anche la traduzione è un problema, in generale. Lavoro difficile quello del traduttore, mal pagato e frettoloso, appunto perché mal pagato. Non darei a loro tutta la colpa, la traduzione poi è qualcosa che nasce all’interno del testo. Da lettori a volte crediamo di trovarci di fronte a una pessima traduzione solo perché conosciamo bene la lingua, e non ci convince la scelta fatta dal traduttore in uno specifico passo, ma una traduzione dipende anche da una serie di scelte editoriali che a volte esulano dal testo, classico è l’esempio di Moby Dick (devo averne messe a confronto qualcuna sul blog se non ricordo male). C’è un bellissimo esperimento di traduzione chiesto ai lettori di Urania da Fruttero e Lucentini, un giorno devo proporlo sul blog, ricordamelo.

  2. Grilloz

    Il record mi è capitato in un manoscritto in valutazione: cinque refusi nelle prime due righe

    • Però siamo ancora nello stadio che precede la pubblicazione. Ora, non è un bel segnale dell’accuratezza del testo, e forse nemmeno della validità dell’opera. Il problema è se quel testo pieno di refusi, una volta deciso per la pubblicazione, apparirà poi stampato in modo corretto. E poi lo sai che non faccio sconti a nessuno: anche tu, nel tuo commento, hai dimenticato il punto fermo in fondo alla frase… 😀
      Ma questa non è una pubblicazione e solo un blog, un po’ stronzo, ma un blog. No, no, parliamo di libri già terminati, stampati, editati, distribuiti come e-book o cartaceo, in proprio o come casa editrice. Non diamo la colpa all’autore per i refusi trasferiti dall’originale alla stampa. Se manca la correzione o è frettolosa, approssimata, non professionale, non pagata la colpa ricade interamente sull’editore o autoeditore.

      • Grilloz

        Non l’ho dimenticato, l’ho omesso di proposito, proprio perchè trattasi di commento su blog e non di testo scritto 😛 lo sai, no, che il punto al termine del messaggio ha un significato psicologico nell’era social?;)
        Quanto al testo pubblicato o meno hai pienamente ragione, solo che poi si arriva a certi eccessi, giusto ieri mi è capitato il post di una presunta autrice che sosteneva che uno scrittore non è tenuta a conoscere la grammatica perché è compito del correttore di bozze correggere gli errori 😛

      • È l’era social che mi frega, sono proprio démodé…

        A questo punto perché non dire il nome della autrice, in fondo ha reso pubblica la sua opinione. Possiamo anche ignorare queste idee, ma intanto girano e trovano il consenso di altri. Che le fanno proprie e le rilanciano. Ci sono anche i self-publisher che dicono che tanto poi si può aggiornare l’e-book con la versione corretta. Quindi il refuso non è un problema. È il lettore che contribuisce alla auto correzione del libro. L’ho letto tante volte e nessuno che dica nulla. L’avrai letto anche tu se frequenti autopubblicati. Questa opinione non porta alla mediocrità del testo passata come risorsa quando invece è una chiara mancanza di precisione e professionalità?

      • Grilloz

        In realtà ho visto solo lo screenshot col nome censurato, lo pubblicherei nei commenti se sapessi come fare.

      • Chirurgo al paziente: “Non c’è problema: se le lasciamo una pinza nella pancia, potremo sempre operare di nuovo per rimuoverla”.

  3. I selfer si sentono più giustificati, cercano indulgenza nei lettori, è come se dicessero loro: “abbiate pazienza, se il libro sarà pieno di refusi”, però poi vogliono essere considerati come autoeditori, cioè si sentono all’altezza di una pubblicazione, senza ambire alla perfezione cui una pubblicazione seria dovrebbe aspirare.

  4. Lessi tempo fa un romanzo auto-pubblicato, la storia non mi dispiacque, i refusi mi infastidirono, ma ciò che mi ha per sempre allontanata dai self-publisher è vedere lo stesso romanzo, a distanza di poco tempo, ripubblicato in una versione “aggiornata e rivista”!
    Cioè, fatemi capire, io per avere un’esperienza di lettura completa, dovrei rileggere continuamente lo stesso libro? Cos’è un romanzo o un’app in continuo aggiornamento? O forse sono io a essere poco al passo coi tempi che corrono!

    • Questo caso rende ancora più ambiguo il confine tra pubblicabile e non pubblicabile. Se l’opera è in continuo aggiornamento, ripensamento, in progress, perché offrirla al pubblico come finita se ci sono parti che vanno perfezionate? Ci sarebbe da chiedersi che cosa stiamo leggendo, una delle tante revisioni prima delle pubblicazione? Non so se i tempi corrono, ma i selfer non giungono mai alla meta se continuano a spostare la parola «fine» in avanti.

      • Proprio a causa dell’incertezza circa il libro che andrei a leggere, evito (quasi sempre) le opere auto-pubblicate e non se la prendano gli esordienti/emergenti!

      • Grilloz

        Però anche Manzoni fece diverse edizioni dei Promessi sposi (ma in fondo era anche lui un autore self).

      • Non facciamo sconti a nessuno, neppure a Manzoni. Dal Fermo e Lucia alla definitiva dei Promessi sposi non passati vent’anni e cinque edizioni. Io ho avuto la fortuna di leggere solo l’ultima, ma pensa a quei lettori che hanno dovuto aspettare vent’anni, salute permettendo, passando per elaborazioni parziali per leggere questo libro.

      • Grilloz

        Quindi ha ragione chi legge solo autori morti da almeno un secolo 😛 (sempre che non esca una nuova traduzione).

      • Mi fai venire in mente anche Fratelli d’Italia di Arbasino, stesse modalità di pubblicazione dal 1963 al 90. C’è però da fare un distinguo, forse: sia Manzoni sia Arbasino scrivono con un progetto che va al di là di raccontare una semplice storia. La letturatura italiana, prima di Manzoni retta solo sulla poesia, trova con lui l’origine del romanzo. Manzoni poi ha in mente un’operazione linguistica importante. Il self-publisher dei giorni nostri invece scrive una storiella di genere di 100 pagine, intrattenimento puro, nessuna pretesa letteraria. Meglio così, ovvio. Quindi non ci sarebbe tutta questa esigenza di pubblicare romanzi in divenire.

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